La capitana del Yucatan/14. Il tradimento del cubano

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14. Il tradimento del cubano

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CAPITOLO XIV.


Il tradimento del Cubano.


Cordoba e la marchesa, in preda ad una viva ansietà, erano rimasti presso l'inferriata cogli orecchi tesi, temendo d'udire qualche grido d'allarme o qualche sparo che annunciasse la morte o la cattura del valoroso marinaio.

Trascorsero cinque minuti lunghi come cinque ore, però fra i fischi del vento ed il gemere dei rami e lo scrosciare delle gigantesche foglie dei banani e dei palmizi reali non udirono alcun sparo. Certamente il marinaio, strisciando di macchia in macchia, era riuscito a sfuggire agli occhi degl'insorti ed a prendere felicemente il largo, protetto dall'oscurità e dai numerosi alberi.

– Speriamo – disse la marchesa, respirando a pieni polmoni.

– Ora non temo più – rispose Cordoba.

– Purché non sia caduto in qualche imboscata.

– Alvaro è un uomo da non lasciarsi prendere di sorpresa senza opporre una disperata resistenza. Quando è uscito aveva in mano la rivoltella e se fosse stato circondato, non avrebbe esitato a servirsene. Avete udito nessun sparo?

– No, Cordoba. [p. 112 modifica]

– Allora il nostro valoroso è passato attraverso le file degl'insorti ed a quest'ora galoppa in mezzo al bosco.

– Taci!...

– Ancora il corno?... Oh!... La faccenda comincia a diventare seria.

Si volse verso il soldato che guardava attraverso una feritoia vicina, dicendogli:

– Bisogna decidersi, amico.

– Cosa volete dire? – chiese lo spagnolo.

– Che bisogna barricarsi prima che quei furfanti d'insorti penetrino nella torre.

Il soldato lo guardò senza rispondere.

– Mi avete udito? – chiese Cordoba, impazientito.

– Sì, tenente.

– Andiamo adunque ed affrettiamoci.

– Sì andiamo poiché voglio visitare le casematte.

– Lasciamole andare, mio caro. Credo che non siano più difendibili.

– È vero; spero tuttavia di trovare un mezzo per prendere il largo.

– In quale modo?

– Ho udito a narrare da un volontario che ha fatto la campagna dei dieci anni, che una volta era fuggito da questo fortino, in barba ai ribelli che lo assediavano strettamente.

– La storia potrà essere interessante, però me la racconterete più tardi.

– Si tratta d'una galleria, signore.

– Eh!... Dite?...

– Che in questo fortino vi deve essere un passaggio sotterraneo che mette in piena foresta.

Carramba!... – esclamò il lupo di mare. – Bisogna cercarlo.

– È quello che volevo proporvi.

– Amici, venite – disse Cordoba, volgendosi verso i marinai. – E voi, donna Dolores, rimanete qui di guardia.

Il lupo di mare, il soldato ed i cinque marinai si affrettarono a scendere nelle casematte, fugando delle vere legioni di grossi topi, colà rifugiatisi per salvarsi dall'uragano e si misero a frugare fra i rottami, mentre due di loro si ponevano in sentinella dinanzi alle due porte, celandosi fra gli sterpi.

Dopo d'aver visitate tutte le pareti, battendole coi calci dei fucili per udire se in qualche luogo vi era del vuoto, si misero a rimuovere le macerie accumulate specialmente alla base della torre, sollevando un polverone densissimo che li faceva sternutare come se fossero tutti raffreddati.

Avevano già visitati tre dei cinque angoli, quando udirono uno dei due marinai di guardia a gridare:

– Ehi!... Alt o faccio fuoco!... [p. 113 modifica] [p. 114 modifica] [p. 115 modifica]

Carramba!... – esclamò Cordoba. – Che gl'insorti si preparino già ad assalirci?...

Si slanciò verso la casamatta di sinistra, da dove era partita quell'intimazione e vide il marinaio in piedi, dietro l'angolo della muraglia, col fucile imbracciato, come si preparasse a far fuoco.

– Cosa succede Inigo? – gli chiese.

– Vi è qualcuno che tenta di avvicinarsi di soppiatto, signor tenente.

– Uno spione che probabilmente ha fretta.

Cordoba si curvò innanzi lanciando al di fuori un rapido sguardo. Quantunque le tenebre fossero ancora assai fitte, gli parve di vedere una massa biancastra distesa fra gli sterpi. Quell'uomo cercava di raggiungere frettolosamente una macchia di piante di basso fusto che si trovava a soli cento passi dalla cinta.

– Diavolo!... – mormorò, aggrottando la fronte. – È un esploratore che viene a spiarci.

Abbandonò la parete e fece alcuni passi innanzi, poi subito si ritrasse lestamente, riparandosi accanto al marinaio di guardia.

Alla luce d'un lampo aveva scorto alcuni uomini appiattati presso il margine della foresta ed aveva veduto a scintillare le canne di parecchi fucili.

– Avete osservato? – gli chiese lo spagnolo che lo aveva raggiunto.

– Sì, ci spiano – rispose Cordoba.

– E sono molti, signore.

– Che ci abbiano già circondati?

– È probabile.

– Cosa ci consigliereste di fare?

– Rinforzare i posti, tenere fermo più che si può e continuare le ricerche.

– Sperate sempre di trovare la galleria?

– Sì, signore.

– Qui siamo troppo esposti.

– Salite nella torre, signor tenente ed incaricatevi di ritardare l'attacco. Io e due dei vostri marinai rimarremo qui a sgombrare i rottami.

– Credo che sia il piano migliore. Al primo grido che odi mandare da me, salirete senza indugio nella torre e di lassù tenteremo una disperata resistenza fino all'arrivo di mastro Colon.

– E la galleria?

– Non voglio che voi vi fate uccidere per cercarla.

– Siamo d'accordo, signor tenente.

Cordoba aveva abbandonato il posto e stava salendo le scale, quando al piano superiore della torre udì a rimbombare uno sparo.

In tre salti si slanciò nello stanzone e vide la marchesa ritta dinanzi ad una feritoia, col fucile ancora fumante in mano, nel quale introduceva tranquillamente una nuova cartuccia. [p. 116 modifica]

– Avete ucciso l'uomo che cercava avvicinarsi? – le chiese Cordoba.

– Lo credo – rispose la marchesa, senza voltarsi. – Aveva già puntato il fucile verso le casematte ed io l'ho prevenuto. Guardalo, Cordoba!... È laggiù, steso dietro quella macchia che aveva appena raggiunta per imboscarsi.

– Sapete, donna Dolores, che io ammiro il vostro sangue freddo?... Uccidete un uomo e non vi commuovete menomamente. Per una donna ciò è straordinario.

– Siamo in guerra, amico mio – rispose la marchesa. – Pensa che quell'uomo poteva, con un colpo ben aggiustato, uccidere me o te.

– Non dico di no.

– E la galleria?...

– La si cerca.

– Il tempo è prezioso, Cordoba. L'alba non è lontana e gl'insorti ci assaliranno.

– Cercheremo di tenerli lontani finché potremo. Ah!...

– Cos'hai?...

– Si muovono di già, guardate!...

Alcune ombre, che avevano l'aspetto umano, avevano lasciato il margine del bosco e s'avvicinavano lentamente, con precauzione, celandosi di cespuglio in cespuglio e gettandosi di frequente a terra per paura di ricevere una scarica improvvisa.

Erano quindici o venti insorti, un drappello di esploratori senza dubbio, incaricato di promuovere una scarica da parte degli assediati per valutare il numero dei nemici, prima di spingere risolutamente l'attacco.

S'avanzavano però con tanta prudenza, da non crearsi troppe illusioni sul loro coraggio.

– Hanno più paura di noi – disse Cordoba. – Vedrete, donna Dolores, che se non ve ne sono molti altri nascosti nella foresta, avremo il tempo necessario per cercare la galleria non solo, ma anche di fare colazione.

– Realmente mi pare che non siano troppo risoluti – rispose la marchesa. – Sono questi adunque i terribili insorti delle foreste cubane?...

– Terribili!... – esclamò Cordoba, alzando le spalle. – Coloro che vi hanno detto questo, non hanno mai conosciuto i creoli di Cuba. No, donna Dolores, non sono affatto formidabili poiché i creoli non sono coraggiosi, sebbene nelle loro vene abbiano sangue spagnolo.

«Io non so se dipenda dal clima o dall'oppressione costante dell'elemento spagnolo dominante nell'isola; è però un fatto che i creoli mancano di coraggio e che non oserebbero, in quattro, ad assalire uno dei nostri soldati.

«Olà!... Adagio, miei cari!... E tempo di fermarsi!...» [p. 117 modifica]

Il lupo di mare, così parlando, aveva alzato il fucile, imitato dalla marchesa ed aveva passata la canna attraverso l'inferriata, mirando uno dei più vicini cespugli, dietro a cui aveva veduto rifugiarsi alcuni uomini.

– Siete pronta, donna Dolores? – chiese.

– Sì – rispose la marchesa, con voce tranquilla.

– Fuoco!...

Due spari rimbombarono formando quasi una sola detonazione, rompendo bruscamente il silenzio che allora regnava in mezzo alla gigantesca foresta.

Alcuni uomini che avevano cercato di rifugiarsi dietro al cespuglio, s'alzarono e fuggirono a tutte gambe, mentre uno di loro, dopo fatti alcuni passi, fu visto arrestarsi, girare su se stesso colle braccia alzate, poi cadere al suolo.

Cordoba aveva afferrata la marchesa per un braccio e l'aveva prontamente tratta indietro. Quell'atto fu forse la salvezza di entrambi. Un istante dopo alcuni spari echeggiavano sul margine del bosco ed alcune palle passavano sibilando attraverso la feritoia, schiacciandosi contro la parete opposta.

– Il lampo dei nostri fucili ci avrà traditi – disse Cordoba. – Bisogna essere prudenti, donna Dolores e sgombrare subito. Fra gl'insorti vi sono dei bravi bersaglieri.

– Credi che torneranno?...

– Ci assedieranno, lo vedrete. Faranno di tutto per prendervi.

– E a quale scopo?

– Per avere poi l'Yucatan.

– La mia nave!...

– Preme a loro il carico, ve l'ho già detto. Gl'insorti, quantunque i filibustieri americani abbiano già sbarcate armi e munizioni, scarseggiano ancora di queste e di quelle, specialmente nella provincia di Pinar del Rio.

– Non le avranno, Cordoba.

– Lo spero, se Colon giungerà in tempo.

– E questa galleria?...

– È scoperta, signora marchesa – disse in quell'istante il soldato spagnolo, entrando.

– Esiste?... – chiesero ad una voce Cordoba e la marchesa.

– Sì, l'abbiamo trovata.

– Allora siamo salvi!...

– Lo credo, signora.

– Affrettiamoci a sgombrare – disse Cordoba. – Ecco gl'insorti che tornano a mostrarsi e questa volta in grosso numero. Sono almeno un centinaio.

– Ancora una scarica per trattenerli alcuni minuti – disse il soldato.

S'avvicinarono cautamente alla feritoia che guardava dinanzi alle casematte e vedendo numerosi individui avanzarsi in colonna [p. 118 modifica]sparsa, cercando di guadagnare i cespugli per imboscarsi, fecero una scarica, mirando ognuno il suo uomo, poi si ritrassero rapidamente slanciandosi verso la scala, mentre gl'insorti rispondevano vigorosamente, mandando una pioggia di proiettili entro lo stanzone e sulla cima del torrione.

Scesi nella casamatta, Cordoba e la marchesa videro i marinai occupati a sgombrare una buca che grossi macigni in parte ostruivano e che pareva fossero caduti da una vôlta sfondata. Attraverso a quelle macerie si scorgeva una nera apertura che s'inoltrava fra le enormi muraglie del torrione, scendendo obliquamente sotto terra.

– È questa la galleria? – chiese la marchesa.

– Sì – rispose il soldato. – Il volontario mi ha raccontato che doveva passare sotto la torre.

– Sarà lunga?...

– Se mette nella foresta deve essere certamente assai lunga.

– È ancora ingombra?

– Fra dieci minuti potremo scendere – rispose un marinaio.

– Gl'insorti si avanzano.

– Terremo duro finché il passaggio sarà libero – disse il soldato. – Venite, signor tenente; finché i vostri marinai lavorano, noi daremo battaglia agl'insorti.

– Vengo anch'io – disse la marchesa.

– No, signora – rispose lo spagnolo. – Noi due basteremo per ora.

Seguìto da Cordoba si diresse verso l'uscita della prima casamatta e non vedendo alcun insorto sulla muraglia della cinta, si spinse risolutamente innanzi, appiattandosi dietro ad un cumulo di rottami, a pochi passi da una larga breccia, la quale permetteva di poter osservare ciò che accadeva sulla spianata e sul margine del bosco. Gl'insorti non avevano fatto grandi progressi. Temendo che nella torre vi fossero numerosi difensori e non avendo fretta di esporre la pelle, si erano arrestati dietro i cespugli, spiando una occasione propizia per fare una buona scarica.

Il soldato e Cordoba, sdraiati dietro alle macerie, le quali formavano una specie di barricata, poterono facilmente distinguerli, cominciando allora ad albeggiare.

Carramba!... – mormorò il lupo di mare. – Sono più numerosi di quanto credevo.

– E temo che ci abbiano circondati – disse lo spagnolo. – Mentre io sorveglio i cespugli, voi v'incaricherete di difendere la cinta.

– Hum!... Sarà una cosa un po' difficile difendere tutte le brecce della muraglia. Se quei furfanti fossero un po' più risoluti, a quest'ora avrebbero già occupate le casematte.

– Quegl'insorti sono quasi tutti negri. [p. 119 modifica]

– Uomini che si battono più per avidità di saccheggi, che per patriottismo.

– È vero, signore. Non importa gran che a quegli antichi schiavi che a Cuba vi sia la bandiera spagnola o repubblicana.

– Stiamo attenti o ci prenderemo una palla nella testa.

Fra gl'insorti si vedeva un certo movimento che poteva essere il principio d'una nuova avanzata. In mezzo ai cespugli, degli uomini apparivano e scomparivano ed alla prima luce dell'alba si vedevano scintillare numerose canne di fucile e quei larghi coltelli chiamati machete, che i negri usano pel taglio delle canne da zucchero, armi formidabili nelle loro mani, poiché con un solo colpo sono capaci di decapitare un individuo.

Di tratto in tratto qualche negro o qualche creolo si avanzava carponi fra le erbe e gli sterpi, cercando di spingersi verso la cinta, poi retrocedeva, scorgendo forse le canne dei fucili di Cordoba e dello spagnolo.

Erano già trascorsi alcuni minuti, quando un negro di statura colossale s'alzò bruscamente dietro un cespuglio, tenendo imbracciato un enorme trombone, un'arma probabilmente trovata in qualche casa saccheggiata, dove veniva conservata come un ricordo d'altri tempi.

L'aveva risolutamente puntata contro le macerie, dietro le quali si tenevano nascosti Cordoba ed il soldato e si preparava a far piovere addosso a loro una vera grandine di mitraglia, forse di chiodi e di pezzi di vetro.

Il soldato, più lesto, fece fuoco; la sua palla, mal diretta, non parve che colpisse il gigante, perché questi a sua volta fece scattare il grilletto.

Una detonazione formidabile, rimbombante come quella d'un pezzo d'artiglieria, rintronò nella foresta e Cordoba sentì fischiarsi agli orecchi non pochi proiettili.

– Quel negraccio vuole proprio farci a pezzi!... – esclamò il lupo di mare.

– Aspetta un po', mio caro!... Degli zuccherini ne ho anch'io da regalare.

Alzò il fucile mirando l'insorto, il quale si era alzato sulla punta dei piedi per vedere gli effetti della sua scarica così rumorosa eppur così poco formidabile, e fece partire il colpo.

Il negro fece un salto indietro lasciando cadere il suo trombone, poi si accasciò in mezzo ai cespugli, senza mandare un grido.

– Che l'abbia fulminato?... – si chiese Cordoba.

– Io credo invece che sia più vivo di prima, signore – rispose lo spagnolo. – Vedo il suo trombone a muoversi.

– Che quel furfante torni a mitragliarci?...

– Sono certo di non ingannarmi. Ha già ricuperata la sua arma mostruosa e scommetterei che ora sta ricaricandola.

– E dove sono gli altri insorti che non si scorgono più? [p. 120 modifica]

– Non lo so, signor tenente. Pochi minuti fa erano nascosti in mezzo ai cespugli.

– Dove sono andati adunque?

– Signore, io comincio a temere una sorpresa. Finché noi ci occupavamo di quel furbo negro, essi hanno eseguito, alla chetichella, qualche mossa ardita e... Oh!... Lo dicevo io!... Indietro, signore!...

Il soldato aveva afferrato bruscamente Cordoba per un braccio e l'aveva allontanato precipitosamente da quella specie di barricata, spingendolo verso la casamatta.

Avevano appena lasciato quel posto che sette od otto spari rimbombavano, coprendo di fumo la cima della cinta.

– I furbi!... – esclamò Cordoba, precipitandosi nella casamatta. – Un momento di ritardo e ci crivellavano per bene.

Si riparò dietro l'angolo della muraglia e vedendo cinque o sei uomini, fra creoli e negri, che avevano già scalata la cinta, mentre altri si affacciavano alle brecce, aprì un fuoco accelerato, mandando i proiettili a destra ed a manca, mentre il soldato, che si era sdraiato al suolo, nascondendosi dietro ad alcuni macigni, bersagliava i cespugli con un vero fuoco di fila.

Gl'insorti, credendo forse di aver da fare con un grosso numero di nemici, furono lesti a rivarcare la cinta per mettersi al coperto da quella grandine di palle; radunatisi al di là, nei pressi delle brecce, si misero a rispondere con un crescendo spaventevole, mandando entro la casamatta palle in gran numero e nembi di mitraglia vomitati da una mezza dozzina di tromboni.

Carramba!... – esclamò Cordoba, il quale dinanzi a tanta grandine si ritirava, strisciando dietro i muri, sempre però rispondendo. – Se continua ancora un po' questa pioggia, non so se la galleria potrà servire a noi due. Ehi, amico!... Bada di non esporti troppo.

– Non temete – rispose il soldato.

– Ripieghiamo ancora o ci lasceremo la pelle. I chiodi dei tromboni fischiano dappertutto.

– Una scarica ancora, signore, poi passeremo nella seconda casamatta. Vedo là il negro gigante.

– Quello del trombone?... È adunque risuscitato?...

– È più vivo di me e guida i bombardieri.

– Aspetta un po', mio bell'africano!... – gridò Cordoba. – Voglio vedere se questa volta cadrai davvero.

A rischio di farsi mitragliare, aveva lasciata la muraglia che lo proteggeva, lanciandosi in mezzo alla casamatta.

Sette od otto negri, armati di tromboni, avevano già presa posizione al di qua della cinta e sdraiati dietro ad un cumulo di macerie, si preparavano a bombardare le casematte, mentre le muraglie si vedevano già occupate da numerosi drappelli di creoli armati di fucili. [p. 121 modifica] [p. 122 modifica] [p. 123 modifica]

Carrai!... – esclamò il lupo di mare. – Stiamo per venire presi e massacrati.

– È vero signore – rispose il soldato.

– E quella dannata galleria?...

In quel momento si udì la voce della marchesa a gridare:

– In ritirata, Cordoba!... La via è libera!...