La capitana del Yucatan/7. L'insurrezione cubana

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7. L'insurrezione cubana

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CAPITOLO VII.


L’insurrezione Cubana.


Cuba, chiamata dai suoi abitanti, con giusto orgoglio, la Perla delle Antille, è la più grande e la più bella isola del vasto golfo del Messico.

Nè Haiti, l’altra grande isola che le sta presso verso oriente, nè la Giamaica, la patria del famoso rhum che la guarda a mezzodì, nè le isole Bahama che la cingono verso il nord-est, possono sostenere il paragone con questa splendida colonia spagnola, che è stata, in questi ultimi tempi, la causa di sanguinose battaglie che dovevano più tardi provocare la guerra ispano-americana.

Situata proprio nel mezzo di quell’ampio mare racchiuso fra l’America centrale e le Piccole Antille, lo divide quasi interamente, formando due bacini distinti, il golfo del Messico al nord ed il mare Caraybo al sud. Con una estremità tocca quasi l’Yucatan, mentre coll’altra si riunisce si può dire ad Haiti, allungandosi per ben settecento miglia da levante a ponente, con una massima larghezza di duecento chilometri, che in taluni punti però si restringe solamente a cinquanta e con uno sviluppo di coste che sorpassa i cinquemila, se si volesse tenere conto di tutte le insenature.

Scoperta il 27 ottobre 1492 da Cristoforo Colombo, il quale l’aveva creduta dapprima un vasto arcipelago, quantunque il celebre navigatore si fosse accorto più tardi, nei due viaggi successivi del 1494 e del 1496 che si trattava di una grande isola, [p. 58 modifica]nessuno si era occupato di fondarvi alcun stabilimento. La vera presa di possesso da parte della Spagna fu decisa solamente nel 1514, dopo le esplorazioni di Alfonso de Ojedo, il quale ne aveva ricevuto l’incarico da Diego Colombo, allora governatore di Haiti.

Diego Velasquez, con trecento uomini, fu il primo a piantarvi la bandiera della Spagna, sbarcando a Las Palmas, presso la punta Maysi. La conquista di quella splendida isola fu pronta e facile, dopo la morte di uno dei suoi principali cacichi, il capo Hatuez, bruciato vivo dai conquistatori e del pari fu rapido il suo sviluppo.

Accortisi gli spagnoli che il terreno era d’una feracità prodigiosa, intuirono subito che Cuba sarebbe diventata ben presto una colonia opulente e fondarono numerose città nei pressi delle più ampie baie, impiegando a forza i poveri indiani i quali, impotenti a resistere a tante fatiche, ben presto scomparvero totalmente.

Nel 1600 Cuba era già vantata come una delle più ricche colonie della Spagna. Aveva città prosperose come l’Avana, Matanzas, Santiago, Puerto Principe e Cienfuegos, tutte situate in splendide baie profonde e sicure; aveva immense piantagioni di canne da zucchero ed un numero infinito di raffinerie e coltivazioni ricchissime di tutti i prodotti tropicali.

I reiterati tentativi dei filibustieri inglesi e francesi per strappare alla Spagna la fortunata isola, a nulla avevano approdato, quantunque uno dei più audaci fosse riuscito, nel 1542, a prendere e saccheggiare l’Avana e lord Albemarle, aiutato dall’ammiraglio Pocock, nel 1762 si fosse pure impadronito della capitale, dopo un assedio di settantasette giorni, ricavando dal saccheggio della città l’ingente somma di 757.000 sterline.

L’importazione degli schiavi negri, quei robusti lavoratori, diede un incremento prodigioso alla colonia, unitamente alle cure del governatore generale Las Casas, a cui si devono tutte le grandi opere di utilità pubblica compiute nell’Avana, l’introduzione della coltivazione dell’indaco, una delle principali ricchezze dell’isola dopo quella dello zucchero, del caffè e del cacao e l’abolizione di tutti i privilegi e di tutti gli abusi.

Al principio di questo secolo, la siempre fiel isla de Cuba (la sempre fedele isola di Cuba) come veniva chiamata pel suo attaccamento verso la madre patria, aveva raggiunto il culmine della sua prosperità, quando un errore della Spagna sparse il malcontento fra la sua popolazione, malcontento che doveva più tardi rovinare la splendida colonia ed inghiottire le sue prodigiose ricchezze.

La nomina del generale Velasquez col titolo di governatore militare, che gli dava la facoltà di disporre di tutto senza alcun contratto, cominciò ad indisporre gli abitanti, e soprattutto la numerosa e vigorosa popolazione meticcia, derivata dall’incrocio dei bianchi coi negri. [p. 59 modifica]

Vedendosi esclusi da tutte le cariche e trattati come un popolo conquistato, i malumori crebbero ben presto tramutandosi in sollevazioni e da allora nacque il desiderio di staccarsi dalla madre patria e di costituirsi in repubblica come la vicina Haiti.

Nel 1836, all’annuncio dello scoppio della rivoluzione liberale in Spagna, il generale Lorenzo si ribella al governatore Facon, ma vistosi sopraffatto lascia l’isola.

Nel 1844 una formidabile sollevazione dei negri, porta il disordine e lo scompiglio nelle piantagioni, rovinando in gran parte le ricchezze dei coloni, seguita a tre anni di distanza da una ribellione di meticci guidati dal generale spagnolo Lopez, terminata però colla fuga del condottiero.

Altri tre anni dopo l’insurrezione torna a scoppiare con maggior violenza all’annuncio della presa di Cardenas da parte dello stesso generale Lopez, sbarcato improvvisamente a Cuba alla testa di cinquecento filibustieri americani.

Anche questa tuttavia, non ha che la durata di pochi mesi in causa del poco coraggio dimostrato dagli sbarcati, non certo però dal loro capo.

Nel 1851, Lopez per la terza volta ricompare sulle coste di Cuba, risoluto a scacciare gli spagnoli o a farsi uccidere. Sbarca a Playtas con poco più di quattrocento filibustieri, si caccia in mezzo ai boschi per non venire subito sopraffatto dalle truppe spagnole, sostiene tre battaglie contro nemici dieci volte più numerosi, poi la fortuna gli manca e quindici giorni dopo cade prigioniero per venire poi fucilato il 1° settembre all’Avana, assieme ai principali capi.

Già quelle insurrezioni scoppiate a così brevi intervalli, grandi danni avevano prodotto alle ricche piantagioni dell’isola e somme ingenti aveva speso il governo spagnolo. Erano un nulla in confronto a quelle più disastrose che dovevano scoppiare più tardi, fomentate più o meno apertamente dagli Stati Uniti, i quali già fino dal 1823 avevano gettati gli avidi sguardi sulla Perla delle Antille.

Le misure adottate dal capitano generale marchese di Venezuela, giudicate a torto od a ragione come tendenti all’africanizzazione dell’isola, nonchè l’aumento delle imposte e le nuove restrizioni politiche, furono le cause principali che produssero una nuova e più tremenda insurrezione.

Gli insorti cubani, costituita una giunta rivoluzionaria incaricata di raccogliere i fondi necessari per la guerra, soprattutto negli Stati Uniti, ma anche questo tentativo abortì mercè l’energia e l’oculatezza del generale Conchas ed il poco coraggio dimostrato dal generale americano Quitman, rifiutatosi al momento opportuno di mettersi alla testa degli insorti, nel 1868 alimentano la rivolta, soprattutto quando succeduto al regno d’Isabella II il governo rivoluzionario, i cubani videro svanire le loro speranze di poter acquistare finalmente l’autonomia. [p. 60 modifica]

Il 10 ottobre Carlo Cespedes, uno dei più noti avvocati, unitamente a Juan Anguilera, si pone alla testa di duecento uomini risoluti e si ribella alle autorità di Yara.

All’annuncio di quella prima mossa, numerosi meticci corrono ad ingrossare la piccola colonna e le bande, quantunque male armate, non possedendo che pochi fucili da caccia e dei coltelli, evitate le forze spagnole, vanno a bloccare Santiago, città che aveva 40.000 abitanti e che era difesa da 3000 soldati.

Quei cinquecento uomini, poichè non erano di più, per tre mesi tengono le alture guardanti la città, resistendo con tenacia incredibile a tutti gli attacchi, poi ingrossati da bande di negri fuggiaschi ai quali avevano promessa la libertà se riuscivano a scuotere il giogo spagnolo, e anche da numerosi coltivatori, corrono ad assalire Bayamo e coll’aiuto della popolazione la prendono d’assalto, nonostante l’estrema difesa del presidio spagnolo.

Quel primo trionfo scuote gli autonomisti e la rivolta si estende con rapidità fulminea, mettendo a dura prova il coraggio spagnolo.

Da ambe le parti si lotta con estremo furore e con ferocia inaudita e si commettono atrocità inenarrabili. Si fucilano prigionieri, si confiscano i beni, s’incendiano le piantagioni, ma la lotta prosegue con pari accanimento.

I generali Balsameda e Lone riprendono Bayamo ed i volontari spagnoli sparano sulle signore radunate nel teatro dell’Avana per una rappresentazione, alla quale erano accorse portando la coccarda coi colori dell’indipendenza. Il capo insorto Thomas Jordan distrugge intanto quasi interamente la città di Holguin, mentre altre bande espugnano Puerto Principe e Las Tunas.

Nel 1870 la lotta tocca il culmine. L’insurrezione è generale e gli spagnoli si trovano a malpartito in causa soprattutto del clima micidiale e della febbre gialla che fa strage fra i loro reggimenti.

Gl’insorti, proclamata la repubblica cubana con a Presidente Cespedes e adottata una costituzione simile a quella degli Stati Uniti, erano ormai vicini al trionfo, tanto più che il Chilì, la Bolivia, il Messico ed il Perù li avevano già riconosciuti come belligeranti. Le dimissioni del loro Presidente, seguite poco dopo dalla sua cattura e dalla sua morte, diedero un colpo fatale.

Nondimeno per altri sette anni la lotta durò terribile, con rovesci e vittorie d’ambo le parti e con danni enormi per la disgraziata isola.

Il marchese di Santa Lucia, nominato Presidente della repubblica cubana, aiutato da Maximo Gomez e da Gonzales fa prodigi di valore resistendo ostinatamente agli attacchi degli spagnoli condotti da un valente generale, il Balsameda; ma l’arrivo di nuovi rinforzi mandati dalla Spagna ed i saggi provvedimenti presi dal maresciallo Martinez Campos, condussero finalmente alla pace. [p. 61 modifica]

Gl’insorti, esausti, affranti da quella lunga campagna, nel febbraio del 1878 deponevano le armi ottenendo però il diritto di nominare deputati propri, la libertà degli schiavi negri, una nuova e più liberale costituzione e concessioni di terre.

Disgraziatamente quella pace doveva durare ben poco, e la guerra che aveva già inghiottiti novecento milioni, doveva scoppiare di nuovo con maggior accanimento e trascinare la Spagna, suo malgrado, in un conflitto ben più grosso, cioè a quello cogli Stati Uniti d’America.

Difatti nel febbraio del 1895 l’insurrezione scoppiò improvvisa, con vigore spaventevole. Le promesse non mantenute dal governo spagnolo, le sobillazioni degli Stati Uniti, avidi di porre le mani sull’agognata Perla delle Antille ed i loro denari, nonchè le aspirazioni, non mai domate, dei vecchi capi delle precedenti ribellioni, di rendere finalmente l’isola libera, avevano prodotto il loro effetto.

Maso, discendente d’una delle più nobili e ricche famiglie di Cuba, un veterano della guerra dei dieci anni, pel primo dà il segnale della rivolta al grido di independencia o muerte. Incendia le sue vastissime piantagioni, arma i suoi uomini e si getta nei boschi dove poco dopo viene raggiunto da Maceo, un valoroso mulatto, da Maximo Gomez, un sandominghese audace ed astuto, da Capote, uno dei più distinti avvocati dell’Avana, dal tenente colonnello Stirling, proprietario di immense piantagioni di tabacco, da Fregre, membro della corte superiore dell’Avana, da Silva, uno dei più noti medici e dallo scrittore Aleman.

I piccoli possidenti, già rovinati dalle precedenti insurrezioni, ed i negri, accorrono da tutte le parti ad ingrossare le file degl’insorti, mentre ufficiali americani, polacchi, francesi e qualcuno anche inglese si mettono alla testa delle bande, e navi filibustiere degli Stati Uniti sbarcano armi, munizioni e numerario.

L’insurrezione, malgrado gli sforzi degli spagnoli, si estende in tutta la provincia di Pinar del Rio, minacciando perfino la capitale.

La Spagna comprende che sta per giuocare una carta disperata e che dietro gl’insorti vi sono gli Stati Uniti. Con slancio patriottico impegna risolutamente la lotta, decisa a farsi schiacciare, ma non a ripiegare la bandiera che da quattro secoli sventola sulla Perla delle Antille.

Nè il clima micidiale dell’isola, pericoloso soprattutto durante la stagione delle piogge, nè le sue finanze esauste, nè le minacce più o meno velate degli Stati Uniti, la trattengono. Chiama alle armi duecentomila uomini e li manda a difendere la sua colonia e la bandiera della patria.

Due anni di lotta disperata non la spaventano. I suoi figli muoiono a migliaia negli ospedali e nelle foreste mietuti dalla febbre gialla; le battaglie si succedono alle battaglie, le vittorie [p. 62 modifica]alle sconfitte, gli Stati Uniti, che temono di vedere svanire la speranza di porre finalmente le adunche dita sull’isola sospirata, fanno ogni giorno la voce più grossa, pure la Spagna non ripiega la bandiera.

D’ambe le parti si combatte con pari tenacia e con pari valore. Se le truppe di Spagna sono valorose, non lo sono meno i cubani che hanno pure nelle loro vene sangue spagnolo.

Al maresciallo Martinez Campos succede il ferreo Weyler il quale brucia e fucila senza misericordia, deciso a sopprimere la ribellione per non lasciar tempo agli Stati Uniti di intervenire; a Maceo, il capo cubano ucciso in una imboscata, succede nel comando Maximo Gomez il quale tiene ostinatamente il campo, sfuggendo all’attacco degli avversari con bravura straordinaria.

Come altre volte, la Spagna avrebbe finito col domare l’insurrezione e conservarsi ancora la disgraziata isola, se un avvenimento inaspettato non avesse data l’occasione agli Stati Uniti di intervenire.

La sera del 15 febbraio del 1898, nel porto dell’Avana scoppia improvvisamente il Maine, un poderoso incrociatore di 6650 tonnellate, colà mandato dagli Stati Uniti per la protezione dei suoi connazionali, mandando all’aria duecento e settanta marinai e due ufficiali.

Le autorità spagnole accorrono frettolose in aiuto dei naufraghi e dimostrano sinceramente il loro rammarico per la tremenda disgrazia che ha colpito la marina degli Stati Uniti; gli yankees passano sopra tutto e accusano apertamente gli spagnoli di essere stata la causa del disastro.

L’inchiesta aperta da una parte e dall’altra non riesce a fare luce sullo scoppio, il quale però pareva più casuale che dovuto ad opera malvagia. L’occasione era troppo propizia per gli americani per tentare di mettere le mani sull’isola agognata e minacciano di rompere le relazioni diplomatiche, se non si accordano le più ampie soddisfazioni.

Il governo spagnolo, che si trova sempre alle prese coi ribelli e che ha appena domata l’insurrezione delle Filippine, che ha le casse vuote e la marina in disordine, cede mentre l’appetito degli americani cresce. Non basta promettere soddisfazione, non basta promettere l’autonomia di Cuba, non basta nemmeno l’armistizio accordato agli insorti e nemmeno l’intervento di Leone XIII per evitare il conflitto.

È la guerra che vogliono gli americani, o meglio è Cuba. Essi credono che la Spagna non possa resistere alle loro flotte, che abbia paura e che Cuba sia un boccone ormai destinato a loro. Armano le loro poderose flotte, intimano agli spagnoli di lasciare l’isola che era costata a loro tanto sangue e tanti milioni, ed il 23 aprile, appena pronunciata la dichiarazione di guerra, [p. 63 modifica]danno addosso e catturano senz’altro le navi mercantili spagnole, vero atto di pirateria e di prepotenza brutale.

Essi credevano che la Spagna avrebbe ceduto e ripiegata la bandiera ondeggiante sulla Perla delle Antille; il popolo cavalleresco invece rispose con un grido sublime, un grido che stupì l’Europa intera.

La vecchia Spagna muore, ma non ripiega la bandiera che ha solcato, per la prima, i flutti dell’Atlantico e che ha salutato per la prima il sole d’America.

Povera, con flotta scarsa ma con soldati prodi e marinai pronti a morire per la difesa delle sue ultime colonie, accettava la sfida brutale dei prepotenti yankee, preparandosi animosamente alla suprema lotta.