La casa del poeta/Il lupo nel baule

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Il lupo nel baule

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L’aquila Pace

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IL LUPO NEL BAULE

La notte si annunziava afosa, calma però, di una calma anche troppo grave. Seduti davanti alla casetta, il cui spiazzo chiaro di ghiaia era illuminato solo da una striscia di luce che usciva dalla cucina dove la servetta alpestre finiva di rigovernare, i due sposi stagionati si godevano l’alito umido dei prati sottostanti.

Il marito fumava la pipa, contento di poter finalmente sputare per terra senza destare sguardi di rancore e improperî silenziosi: la moglie, con le mani intrecciate sul ventre mansueto, pensava all’appartamento caldo, illuminato a giorno, attraverso le cui finestre aperte arrivavano le musiche esasperanti dei pianoforti e delle radio dei vicini di casa; e dove il figlio, la nuora, i nipoti, rimasti padroni del campo, ricevevano gli amici e facevano gazzarra.

— Fate pure, — pensava, — noi siamo salvi.

Ad onta di questa salvezza, si sentiva triste, con un senso di esilio e quasi di morte nel cuore. Ricordava quando le era nato il figlio, portato subito dopo a balia; e il conseguente dolore del [p. 150 modifica]distacco, il vuoto della solitudine, nonostante il sollievo fisico dopo tante lunghe sofferenze attraversate.

Il marito doveva pensare la stessa cosa, perché fra una boccata e l’altra, disse, quasi fra sé, ma con rabbia:

— La Pia, almeno, ti rimpiangerà.

La moglie si sentì subito presa, stretta, scaldata dalle braccia nude, dal viso voluttuoso, da tutto il bel corpo adolescente della nipotina prediletta; rispose tuttavia, con voce assonnata:

— Oramai Pia è una giovinetta; è tutta della sua mamma; ed è giusto che così sia.

— Non che m’importi, sai, — egli riprese, però sempre sdegnato, — io non mi sono mai fatto illusioni. È legge di natura che i figli e i nipoti siano ingrati verso i genitori e i nonni. E noi non lo siamo stati? Adesso ciascuno a suo posto, lontani e in pace. Quando torneremo in città e avremo il nostro alloggio a parte, verranno loro a cercarci. Sta’ pur sicura: essi hanno bisogno di noi, più che noi di loro.

La moglie accennava di sì, di sì: poiché il patrimonio era ancora tutto del marito, e le chiavi della cassetta di sicurezza della Banca le aveva lui: ma nello stesso tempo ella vedeva gli occhi di nocciuola della Pia raggiare intorno, nel vuoto di fuori e di dentro, e pensava che la chiave dei veri tesori dei nonni la teneva lei, la bella e fresca nipotina. [p. 151 modifica]

La servetta intanto aveva finito di rimettere prudentemente a posto i bei piatti nuovi, sui cui fiori meravigliosi ella si era più volte piegata come per odorarli; e da buona figlia di povera gente abbassò la luce della lampada, che non serviva più che per i signori di fuori. Ai signori diede la buona santa notte e, stanca, se ne andò a dormire in uno dei due lettucci della camera terrena, dove c’erano pure l’armadio della biancheria e il grande baule vuotato di questa.

— Anche di questa capretta possiamo essere contenti, — disse il padrone; — fa il suo dovere e sa il fatto suo più di quella sfrontata ladra che avevamo in casa.

— Sì, — ammise la moglie, — è un po’ tonta, ma veramente buona. Sì, possiamo essere contenti.

E in contentezza se ne andarono a letto, sicuri di passare una buona santa notte. Ma verso un’ora, si sentì come lo spalancarsi violentissimo di una grande porta, e un rombo di vento fece tremare la valle. Tutti gli usci, le [p. 152 modifica]porte, le finestre della casa scricchiolarono, anzi parve dovessero cadere, spezzati e abbattuti da misteriosi colpi di ascia. Il padrone accese il lume e rassicurò la moglie.

— Si prevedeva: era troppo caldo. Per fortuna è tutto chiuso bene.

— Spegni, spegni, — disse lei, — passerà.

Non poterono però riaddormentarsi: non solo, ma l’uomo dovette riaccendere il lume e la donna si sollevò rabbrividendo, perché agli urli del vento e ai gemiti delle finestre si unì un fievole ululato che pareva quello di un lupicino chiuso in qualche camera della casa. Cessò un momento, poi riprese più forte, spento di nuovo dallo scoppio di un tuono; e quando l’ultimo brontolìo di questo fu a sua volta ingoiato dal turbine, l’ululo si fece chiaro e sboccò in pianto umano.

— È quella stupida di ragazza — disse allora il padrone, fra sdegnato e contento; e anche la donna sospirò: perché, senza volerlo, senza confessarselo, entrambi avevano creduto ad una voce soprannaturale, di qualche spirito o di qualche sconosciuto animale rinchiuso nella casa.

Continuando il lamento, la signora scivolò giù, pesante e svogliata, dal gran letto matrimoniale. Santa pazienza! Ella ricordava d’istinto quando, altre e altre volte, si alzava, di notte, percossa da qualche rumore nelle camere dei ragazzi: e ancora le doveva rimanere nel sangue stanco e [p. 153 modifica]nelle membra adesso arrugginite la prontezza dell’amore materno, se nonostante la noia e il disagio del momento si coprì alla svelta e scese giù rapida la scala fredda, col lume la cui fiammella spaurita voleva volar via come un piccolo uccello rosso. Anche l’uscio della camera terrena s’era spalancato e si divertiva a sbattersi contro la parete. Ogni cosa era in movimento: solo la bambina, ché tale sembrava col suo visino bianco e gli occhi turchini da bambola, stava immobile, in una specie di covaccio che s’era formata con la coperta e i guanciali, e piangeva senza lagrime.

La padrona le toccò subito le orecchie, sotto le treccioline gialle.

— Febbre non ne hai: sei fredda, anzi; perché strilli così? Hai paura?

— Sì, sì — disse l’altra, afferrandole il braccio. — Là, là...

— Che c’è là? Dove?

— Là, dentro il baule... C’è un lupo.

La padrona rabbrividì ancora, volgendosi a guardare il baule: ricordava l’ululo sentito prima del pianto della servetta, e credette storditamente alle parole di questa. Un rigurgito di rimorso e di angoscia le salì dal cuore. Un lupo in casa? Un lupo magari diverso dagli altri, piuttosto lupo fantasma che lupo vero, infine un essere misterioso apportatore di scompiglio e di ansia, chiuso non si sa come né perché nel baule di famiglia, [p. 154 modifica]non era un castigo di Dio per i due vecchi egoisti che avevano abbandonato la loro casa con l’illusione di rifarsi una vita nuova, tutta per loro?

Poi, data anche l’immobilità maestosa e il silenzio impassibile del baule, la donna sorrise.

— Va là, tu vaneggi. Lasciami andare e dormi.

La ragazza però si offese; si sollevò, s’ingrandì.

— Le dico che c’è — affermò con voce risonante.

Suggestionata, la padrona si accostò al baule: e l’avrebbe aperto, senza quel sentimento di terrore sovrannaturale che, suo malgrado, la riafferrava tutta.

D’altronde, neppure la ragazza voleva; anzi gridò:

— Non apra, per carità, non apra.

Poi si nascose sotto le lenzuola e di nuovo si mise a gemere.

— Mamma mia, mamma mia: ma perché, ma perché?...

La padrona le tornò accanto.

— Sì, bambina, hai ragione: ti abbiamo strappato dal tuo nido, ti abbiamo tolto alla tua mamma, alle tue sorelline, al tuo gregge, per portarti in questa solitudine senza calore e senza pace. È giusto che tu abbia paura del lupo. Il lupo c’è, nel baule vuoto; il lupo dell’egoismo.

Queste parole la padrona non le disse alla servetta, ma a sé stessa: e pensò alla sua Pia, al dolore mortale che l’avrebbe trafitta se la sua [p. 155 modifica]Pia fosse stata in quel momento al posto della piccola montanara. Allora, sì, lo avrebbe aperto, il baule, anche a costo di vederne balzare un lupo vero o, peggio ancora, un mostro notturno.

— Bimba, — gemette anche lei sulla testa nascosta della servetta, — sta’ buona. Sei abbastanza grande per capire che vaneggi. È la bufera che ti fa paura: ma starò io qui tutta la notte a farti compagnia. Vedi, mi metto su quest’altro letto.

Prima, però, le aggiustò le coperte, le toccò la fronte e le domandò se voleva bere. L’altra lasciava fare, con indifferenza, forse anche con ingratitudine, rassicurata oramai per la promessa della buona compagnia: finché non venne giù, in pantofole rosse e lunga camicia da notte, il vecchio brontolone, e sentita la storia, e il proposito della moglie di passar la notte nella camera della serva, non se ne tornò arrabbiato nel solitario letto matrimoniale. [p. 156 modifica]