La cieca di Sorrento/Parte terza/III

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III. Il medico inglese

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III.


il medico inglese.


Verso le due pomeridiane della stessa giornata, un grazioso carrozzino tratto da due cavalli sauri fermavasi alla villa Rionero. Due signori ne scendevano.

L’un di loro, smontato il primo, offriva la destra coverta da guanto paglino ali’ altro, e gli diceva in inglese:

Please to step down, sir1.

E l’altro, senza toccar la mano del suo compagno, d’un balzo fu a terra.

Nell’entrar che fecero pel cancello, incontrarono il marchese Rionero, che era sceso a riceverli.

— Da bravo. Conte mio; era sicuro che non mi avresti mancato di parola questo signore è...

— Mister Oliviero Blackman, il famoso dottore di Londra, di cui ti ho scritto prodigi.

Il medico chinò leggiermente il capo, e il Marchese facevagli profonda riverenza.

— Parla italiano il signore? [p. 112 modifica]

— Come un Fiorentino, caro Marchese, soggiunse il Conte.

— Tanto meglio, ripigliò Rionero, potrò allora in italiano significargli molto meglio la profonda riconoscenza che gli professo, per essersi dato il fastidio di onorarmi fin qui.

Oliviero Blackman non rispose.

Era questi un singoiar personaggio..... Tenuto era in concetto di uomo ricchissimo, ed all’osservare le sue vesti tutt’altro addimostravasi che agiata persona; di fattezze sconce e deformi, niente altro ispirava il suo volto che superbia e cinismo. Di leggieri notavasi nelle ampie rughe della sua fronte straordinaria potenza d’intelletto, e nell’arco delle sue spalle antica consuetudine di studi severi e penosi; ma l’egoismo, o per meglio dire, un invincibile disprezzo degli uomini era espresso nell’obbliquo suo sguardo, venduto più selvaggio da una deviazione della pupilla. Parea che molto addentro sentisse la superiorità che davagli la sua scienza; parco di parole a segno che restava qualche volta le ore intere in compagnia di altra gente, senza fare udire il suono della sua voce; e a tal proposito dicea che la più bella lingua del mondo è l’inglese, come la sola che è formata quasi tutta di parole radicali monosillabe, ed è la più concisa e filosofica.

11 marchese Rionero introdusse i suoi ospiti in un salotto di compagnia, nel quale erano già raccolte varie altre persone. Presso un tavolino da giuoco erano seduti il cavalier Amedeo e un giovine biondo e fragile, suo amico, per [p. 113 modifica]nome Beniamino Lionelli. Una partita d’écarté assorbiva interamente l’attenzione di questi due, per modo che non voltaronsi neanco a guardare i due personaggi novellamente venuti.

Indi a poco, la conversazione fu generale, tranne che il medico inglese di rado interloquiva negli svariati ragionamenti, accontentandosi di rispondere, quando gli era forza il farlo, con brevi parole. Il suo sguardo bieco e profondo erasi attaccato in modo particolare sui cav. Amedeo, il quale, levatosi unitamente al suo amico dal tavolino da giuoco, sedeva insiem con gli altri a ragionar di questo e di quell’altro subbietto, e massima parte prendea in quei discorsi che alla vita di buon gusto ragguardavansi. Non pertanto quel rimirar cocciuto e taciturno del Britannico rimescolava alquanto le idee del cavaliere, e sentivasi un certo rovello, una certa pena come quando un uomo è messo in una incomoda e violenta positura: arrogi che la fisonomia dell’inglese punto non garbavagli, e trovava insopportabili quelle maniere di lui goffe e selvagge. In verità non sapea perdonare al suo futuro suocero di avere ammesso in sua casa, ed invitato a mensa quello strano individuo; nè sapea persuadersi che la scienza ita si fosse ad annidare propriamente in quel capo bitorzoluto e scemo di ogni regola naturale.

Scorsa era circa un’oretta dall’arrivo di Oliviero Blackman nel casino del Marchese, allorchè questi stimò opportuno di fargli [p. 114 modifica]osservare sua figlia. Chiamatolo però in disparte, e pregatolo di seguitarlo, il menò nella cameretta di Beatrice, mentre che ella occupata si stava a trarre armonici concenti da un piccol pianoforte.

Il Marchese e Oliviero erano entrati senza far rumore, imperocchè dalle stanze contigue aveano udito li risuonar dell’istrumento, e Oliviero avea pregato il Marchese di sostare alquanto in silenzio per sentir la voce della fanciulla. Per effetto delle sue profonde cognizioni sulle umane infermità e sui carattere degl’individui che ne sono affetti, Oliviero comprendea che una donna cieca ha tanta ripugnanza ad esporre la propria voce, quanta ne hanno le altre donne ad esporsi agli occhi di un uomo, atteso che per le cieche la voce e tutta la persona fisica e morale.

Dai preludii del motivo che ella suonava, il Marchese, accortosi del pezzo musicale che la figliuola avrebbe cantato, disse al medico:

— Dottore, ascoltate; poesia e musica è tutta roba sua; è una romanza da lei composta col titolo la Cieca di Sorrento:

Come un rio che rompe l’onde
     Sotto l’ombra d’un cipresso;
     Che neppur le proprie sponde
     Di mirar gli vien concesso;
     Così trista, così oscura
     Passa ognor la vita mia!

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Per me spenta è la natura;
Per me il sol non ha splendor!

Nell’albor del viver mio
     Vidi in sogno il paradiso;
     Ed un angiolo di Dio
     Mi baciava gli occhi e il viso;
     Ma una notte di sventura
     L’alma luce mi rapia!

Per me spenta è la natura;
Sol quell’angiol vedo ancor.


La musica che rivestiva questi malinconici versi era talmente patetica e ispirata, che di per sè sola avrebbe renduta l’idea dell’autrice senza il ministero della parola; e la voce che sposavasi a quei concenti era pregna di tanta ineffabile soavità che l’anima ti si partiva in ascoltandola. 11 Marchese aveva il viso tutto bagnato di lagrime, cui cercava di rasciugarsi e dissimulare, ma indarno.

— Dottore, ecco innanzi a voi la povera Cieca di Sorrento, che mi dite? Sarà la mia povera figlia eternamente cieca? Dottore, rendete la vista, rendete il sole a mia figlia, e la mia vita è vostra.

A queste parole che il Marchese, nell’eccesso della sua tenerezza, avea profferite ad alta e distinta voce, Beatrice messo aveva un piccol grido, e si era levata all’impiedi, quasi per rendere omaggio alla presenza di un forestiero che ella avea compreso star con suo padre nella sua camera. [p. 116 modifica]Oliviero Blackman aveva udito la romanza di Beatrice, muto, estatico, incantato: la sua anima di marmo parea liquefarsi sotto un’incognita forza: i suoi occhi torti e sinistri si erano fissati sulla fanciulla, e il difetto organico della sua pupilla era pressochè sparito dietro lo sforzo della sua volontà per rimirar fissamente in volto quella non mortale creatura. E quando il Marchese rivolto gli ebbe quelle parole di disperata tenerezza, Oliviero gli afferrò la mano, e gliela strinse in modo convulsivo, mormorando tra i denti, quasi avesse risposto a sè medesimo, e non mica al Marchese:

’T will do, by God, ’t will do.2

Poscia si accostò alla giovine, si sedè daccanto a lei, è ricominciò a guardarla con concentrata attenzione; esaminò gli occhi di lei, si fece narrar dal Marchese la primitiva cagione di tanta sciagura, e s’immerse quindi in profonda meditazione. Il padre di Beatrice e Geltrude pendevano con orribile ansietà dalle labbra del medico; i loro cuori battevano con estrema violenza, e dico i loro cuori, dappoichè Geltrude estimavasì seconda madre di quella giovinetta, ed immensamente amavala. Soltanto Beatrice parea fredda e indifferente in mezzo a quel tumultuar di speranze e di timore; se pur un senso di dolce pietà non traducevasi sul suo adorato sembiante: era effetto della sua angelica rassegnazione al volere dell’Ente [p. 117 modifica]supremo? Si certo, ma ad un tal religioso sentimento andava congiunta la profonda convinzione della impossibilità dei mezzi dell’arte per ridonarle la luce degli occhi; epperò, invece di commiserar sè medesima, toglieva internamente a compiangere suo padre’ e Geltrude, che, a suo credere, abbandonavansi in preda d’illusoria speranza.

Dappoi che circa un quarto d’ora era passato nel raccoglimento da parte del medico, e nella lotta di contrarie passioni da parte degli altri astanti, Oliviero si alzò.

Egli era pallido... commosso... agitato.

— Domani, disse al Marchese, vi farò noto il mio pensiero.

— E vivrò fino a domani in questa tremenda incertezza? sclamò il padre.

— Diciassette anni e un giorno di più, rispose freddamente Blackman, alludendo al tempo da che Beatrice era cieca, secondo gli si era testè raccontato.

La voce di Blackman messo aveva un brivido nelle ossa della fanciulla, ed un’ombra di confusa e tristissima ricordanza le passò pel cervello.

Il Marchese e il medico erano usciti.

Il pranzo fu brillantissimo e allegro: perocchè il marchese Rionero, avvezzo alla vita del bel mondo e alle convenienze della buona società, si abbandonò insieme coi suoi convitati a tutta quella espansione di cuore, cui sovente si abbandonano gli uomini onesti e dabbene. Alla comune giovialità straniero era stato [p. 118 modifica]solamente Oliviero, il quale, secondo il consueto, non aveva scambiato che pochissime parole gol Conte che gli sedea dappresso. Ei stava seduto proprio dirimpetto a Beatrice, la quale aveva alla sua dritta il padre e alla sinistra il cav. Amedeo, come quegli che già a tutti aveva annunziato i suoi prossimi sponsali con la bella cieca.

Blackman era cupamente concentrato, e fissava i suoi torbidi occhi con istrana attenzione or su Beatrice, or sul Marchese, ed il più frequentemente sul cavalier Amedeo, il quale parca con malavoglia portare il malaugurato sogguardo del medico. Cosa inconcepibile! Una mortale antipatia era nata tra questi due personaggi fin dal primo loro scontrarsi, antipatia che traducevasi per ora su i loro volti, e che andava in cerca d’una occasione per iscoppiare apertamente e senza riguardo veruno; imperocchè nell’uno campeggiava l’orgoglio e la vanità onde niente altro estimava tranne che un illustre natale, e nell’altro signoreggiava il sogghigno dello stoico filosofo che soltanto all’ingegno e alla virtù si china. E l’occasione non indugiò a presentarsi per dar lo scatto a quell’arcano sentimento di odio che in entrambi questi personaggi era sorto gigante.

Appresso il desinare, i convitati si trassero nel salotto dove era preparato il servizio da tè — Varie partite di giuoco furou proposte.

Oliviero si accosta al cav. Amedeo, e lo invita a giuncar con lui uua partita di écarté. Il [p. 119 modifica]fidanzato di Beatrice fu sommamente sorpreso a questo invito, che ei mai non si aspettava dovergli esser diretto dal medico inglese; ma non potea ricusare, senza offendere tutte le leggi del viver civile e costumato, e ferire in pari tempo l’amor proprio del marchese Rionero, il quale sembrava cotanta deferenza mostrare verso il forestiero convitato. D’altra parte, un lampo di gioia brillò nei suoi occhi, pensando che forse la congiuntura gli si porgea di far umiliare quell’uomo, pel quale tanta antipatia internamente nutriva.

— Accetto l’invito, rispose il cavaliere.

Entrambi si sedettero ad un tavolino — Il Conte, Beniamino Lionelli ed altri fecero cerchio intorno ai due giuocatori.

— Che cosa giuochiamo? chiese Amedeo.

— Quello che vorrete, rispose l’inglese.

— Un napoleone alla partita, così, per divertirci, disse il cavaliere, il quale credeva avere umiliato con quella proposta il suo avversario, che all’apparenza pochissimo agiato mostravasi.

— Oh scusate, disse Oliviero, non gioco questa moneta.

— È troppo forte per voi, n’è vero? sciamò Amedeo, felicissimo di aver data questa umiliazione all’inglese.

— No, è troppo tenue; non perdo il tempo per così poco.

Amedeo fu atterrato.

— Come! Se si tratta semplicemente di passar la serata! [p. 120 modifica]

— Oh! io non giuoco mai per divertirmi.

— Giuocate dunque per carpire l’altrui denaro?

— Precisamente... questo è lo scopo di tutt’i giuocatori.

Tanta stoica franchezza divertiva gli astanti, e facea la disperazione di Amedeo.

— Sicchè, ripigliò questi, che somma intendete giuocare?

— Non meno di mille napoleoni alla partita, rispose freddamente Oliviero.

Gli astanti impallidirono e si guardaron l’un l’altro — Amedeo avea ricevuto un colpo di pugnale al cuore.

— Voi celiate, signore!

— No, signore, giammai non ischerzo.

— Ma questa è una somma enorme... è la fortuna d’una famiglia.

— Per me, è quando spendo talvolta per cavarmi un capriccio... Insomma, volete giuocar questo denaro?

— Ma io non ho addosso simil somma.

— Poco importa, mi farete, se vinco, un’obbligazione legale.

Amedeo restò qualche tempo in silenzio, e quindi con voce risoluta, disse:

— No, non giuoco.

Oliviero si alzo contento del suo trionfo, e gittò sul cavaliere uno sguardo di disprezzo — Poco stante, ritiravasì nella stanza che il Marchese gli avea preparata.

  1. Piacciavi scendere, signore.
  2. Sarà fatto, perdio, sarà fatto!!