La coltivazione degli olivi/Libro secondo

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Libro secondo

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Libro primo Libro terzo
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LIBRO SECONDO



Già dal fresco alimento, e dalla terra,
Che mollemente la circonda e copre,
Prende vigor la giovinetta pianta,
E turgide le bucce apre, e dà segno
5De la vita nascente. Alto d’un palmo
Taglisi il fusto, e la precisa cima
Di viscido ricopri e pingue limo.
E di salcio pieghevole l’avvolgi;
E perchè la benigna acqua versata
10Non si disperda, e lasci arido il solco,
Buono è che un arginello intorno levi
Del giovine pedal, che di bacile
In guisa, arresti la scorrevol pioggia,
E vi penétri dissetando i germi.
15Giova acciò non si fenda all’imminente
Sole il terreno sitibondo, al piede
Sparger del fusto umide paglie e felci,
E vestir di cannucce e ginestrella
E del rovo pontuto il giovin tronco,

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20Onde succoso e fresco si mantegna
Alla calda stagione, e noi danneggi
L’invernal bruma, o d’animali il morso.
Per tali accorgimenti intatto miri
Sorgere il caro a Tisbe arbor pregiato;
25Per questi finalmente si difenda
Ciascuna pianta, che di terra appena
Levi mettendo i teneri rampolli.
Spesse volte vid’io lunghesso i rivi,
O dove agli animali offre cammino
30Dritto sentiere, biancheggiar di viva
Calcina i tronchi. Inavvertito poscia
Meglio guardando il contadin comprese
Che manifesto danno era alle scorze
La viva calce al cader delle piogge,
35E di schermo più vero allor provvide
I tenerelli arbusti. Alta barriera
Fe’ lor d’intorno di pungente spino,
Che di sproni acutissimi guernito
Allontanò le bestie, e i setolosi
40Ispidi dossi de’ majali e buoi.
Non fallì chi le sacre ombrose selve
Disse abitarsi da terrene dive,1
E ciascuna guardar qual delle piante
Più le sia cara. Nella queta notte,
45Come la taciturna ora le invita

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Dalle rozze corteccie escon solinghe,
Silvestri numi, a cui l’edra e la rosa
E lo smorto papavero le tempie
Orna, e le tonde braccia, e i petti ignudi
50Stringon serti di fior diversi, e d’erbe.
Qual diguazza nell’onda, che a le belle
Membra il vigor conferma, e qual soavi
Tesse carole, e qual, come la move
Amor di visto pastorel, si reca
55D’un mortale agli amplessi, o manifesta
Le sue bellezze a chi d’ingiusta offesa
Il caro arbor protesse, e il ferro crudo
Astenne pio dalle devote frondi.
E tal che vîolò le intemerate
60Selve, e profano la bipenne alzava
Lo sconsigliato ferro in se ritorse,
O rinascente ognor dal cibo fame
A fiera morte il misero condusse.
E ben Tancredi, e il non minor Rinaldo
65Esperïenza intera ebber di questo;
Che nell’entrar dell’incantate selve
Lor ferì un canto, e tale altra dolcezza
Che frenò l’ire, e i cor pien di vendetta;
Chiare udir dalle fronde emerger voci
70Di femminil concento, e trepidanti
Senza vento tremar foglie e virgulti;

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E all’alternar dei dispietati brandi
Videro i tronchi sospirando aprirsi,
E atteggiate di lagrime, e di sdegno
75Donne belle apparir fuor dalle vive
Scorze, nudo a lor colpi il petto offrendo,
E far di se medesme a quelle scudo;
Che la vergin Clorinda, e la fuggente
Armida aveano posto albergo in quelle.
80Per queste si mantien nelle radici
Il prolifico umor, che sorge e passa
Al vertice sublime; a queste è sacra
L’ombra de’ boschi, e aggiransi sinistre
A chi le tocca per le amate frondi.
85Così crebbe non vana e più costante
La fama ognor, che vita avesse e senso
Ciascuna pianta, e la guardasse un Dio.
Giovi noi tal credenza, e la non cieca
Religïon, che di silvestri numi
90Popolò le foreste, onde guardato
Con maggior studio ogn’arbor cresca illeso.
Ma chi pon freno alle tempeste, e stringe
Gli irati venti, e dell’instabil anno
Le meteore volubili corregge?
95Chi l’arbor guarda, se lo perde il cielo?
Spesso cade a vil fine ogni lavoro,
O ch’alto il sole arda le fronde, o verno

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Rigoroso le aggeli, e sotto il peso
Della sedente neve affaticati
100Spezzinsi i rami, e il tronco egro si sfenda;
O funesta rubigine, e scortese
Edace nebbia i teneri picciuoli
Aridi faccia, e attossichi la migna:
Quando fra nembo e nembo il sol maligno
105D’occidente ne sguarda, e cade intanto
Conversa in pioggia la malvagia peste.
Spesso la serpe maculata i germi
Rode, e si cava il mal cercato albergo
O l’aprica lucerta, e il rospo informe,
110O la talpa lucifuga, pascendo
L’ime radici, e nel turgido frutto
L’inerte fuco riparando il fora
Non visto, e l’oleoso atro midollo
Depasce e vuota. Adunator di nembi
115Oltre ver l’orse, e dove il sol tramonta
Il torbid’ austro di procella avvolge
Gli eterei campi, e fragorosa cade
Saltellando la grandine sù i tetti.
Niuno argomento allor d’umano ingegno
120Può nel periglio custodir la messe
Che nei campi biondeggia, e nullo schermo
Contro l’ira del ciel puote aver loco.
Miseramente allor preda agl’insetti

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Caggion de’ rami combattuti i frutti;
125Caggion le frondi, e il turbine ravvolge
Spesso e dischianta anco da terra i tronchi.
Ma soverchio timor d’irreparati
Infortunj dell’aer l’opre non scemi
Del buon coltivator, cui la speranza
130Di più lieto avvenir pasce ed affida.
     Or che il tempo a lui giova, ed assettato
Il suol d’intorno al fusto si ammassiccia,
Esperto zappator rechisi in collo
Il rustico stromento, e l’oliveto
135Spesso ritrovi. Lievemente adopri
A piè del ceppo la ferrata zappa,
E il dentato rastrello, onde il terreno
Soffice torni e bene smosso, e nieghi
Alimento a straniere erbe crescenti.
140Lieve ed a fior di terra il ferro, io dissi,
L’esperto zappator d’intorno giri,
Che trascorrendo troppo, e nol pensando
Porria 2 l’ime radici offender anco,
E scoprirne i germogli, inopinata
145Così morte recando all’arbor tutto;
Non sia 3 preso dal vin quindi, nè troppo
Affaticato prima il buon villano,
Nè pesante sia il ferro, che seguendo
Suo pondo naturai cieco si affonda,

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150E mal si regge alle cadute il braccio;
Nè fretta il punga, o cura altra maggiore.
     Qual uom, qual Dio propizio all’uman seme
La remota virtù, l’arte comprese,
Per cui delle tenaci aride glebe
155Con solerte lavor partendo i seni,
Germini il suol, che sterile deserto
Saria non culto, e d’ogni frutto ignudo?
Poscia che a miglior ciclo i passi torse
Pallade, e seco nell’Italia addusse
160La greca sapïenza, e il prisco onore,
Primo e sol fu nel Lazio il Roman Vate 4
Che dotto dalle Muse in Elicona,
A fianco di Sofia gli altrui contesi
Arcani di natura, e la temuta
165Strada del vero oltre il mortal costume
Trascorse ardito, e le cagioni svolse,
E i lavori, e gli effetti onde il creato
Di terror labirinto, e di misterj
Parve dapprima. Il non timido sguardo
170Questi alle mura alzò del firmamento
Nobile spirto, e il fulmine trilingue
Rapì al tonante, e lo trattò con mano,
E ad esame il soppose, e sotto il piede
La paurosa e di delitti madre
175Superstizione vincitor conquise.

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Questi ad intégri fonti, e a non segnate
Da verun’orma ancor nobili vie
La Pieria condusse; aperto a questi
Esser potea come del ferro gode
180Il terren, che deserto ermo e selvaggio
Giace, se torpe in vile ozio sepolto.
Ma sdegnando cred’io ch’uom tanto ardisse
Ogni segreto disvelar, natura
Questo chiuso si tenne, alle moderne
185Menti gloria serbata, e a belli ingegni;
Al settemplice Nil pari, che l’onda
Per gli etiopi deserti furïosa
Caccia, e l’Egitto fecondando allaga,
Ma le sorgenti sue tacito al guardo,
190Ove che sia, misterioso asconde.
Sia, che infranto il terren, più facilmente 5
L’aura fecondatrice, e quello spirto
Generator che l’universo avviva
Più agevol trovi a penetrar la via,
195O me’ s’imbeva la spaccata gleba
De’ sali, ed olj eterei che volano
Roteando nell’aria, o che non d’altro
Abbisogni il terren che mano e ferro
Acciò l’insita forza, e suoi principj
200Nutritivi disserri a pro del seme
A cui si abbraccia; o che più largamente

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Dal prolifico raggio, e dall’esterna
Luce investito si fecondi, incerto
Non mai l’effetto, unico mezzo è il ferro
205Adoperar se brami il frutto. Indarno
Altri fidando nel favor del cielo,
E del terren nell’insita pinguezza,
Gittato il seme, trascurò sedendo
I richiesti lavori, che da turpe
210Bisogno spinto a mendicar si volse,
O da tacita fame estenuato
Si giacque con sua squallida famiglia.
Tal dove Lusitania, e la crudele
Spagna mandò le croci e la rapina
215A desolar l’americano lito,
La debil schiatta de’ mortali inerte
In vil pigrizia si giacea fra tante
Naturali ricchezze, ed ozio imbelle
Governava lor salme. Invanamente
220La terra era feconda, che non tocca
Nè mossa dall’aratro si vestìa 6
D’erbe soverchie, che il vital segreto
De’ lavorii non si sapea da quelle
Non meno care al ciel libere genti.
225Non mancò chi dannando ogni lavoro
Del suol, tenne per fermo che compatto
Più lasciando il terren, men atto fosse

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A ricevere in se l’estremo freddo,
E il caldo estremo a perder le radici
230Tenere ancora: e disse esser migliore
Divisamento, abbandonar gli ulivi
Siccome selva a sua fortuna in preda; 7
Ma chiara esperïenza or noi fe’ scorti
Che la cosa è altrimenti, e che più saldo
235Ed intatto il terren vieppiù resiste
Bensì al poter d’illiberali influssi,
Ma più il caldo ritiene, e il gel, qualora
Entro ve li abbia, e ne consuma i germi.
Quindi non lievi piogge, e non benigne
240Madide aurette di vapori mille,
Concederanno alla non smossa terra,
E quindi ai germi alcun ristauro, e quella
Che la notte discende, o che trasuda
Dalla terra medesma util rugiada:
245Quella che sovra i fior cadendo imperla,
E che ne solve i calici odorati,
E l’erbe tutte onde si veste il mondo
D’un aerea lanugine coprendo
Di sua freschezza riconforta, e abbella.
250Fermo dunque ai lavor, questi abbian loco
Tre e quattro volte l’anno, e non inciampi
Tua mente in tale error che i men accorti
Con molto danno in ogni età sedusse.

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Quando intorno agli olivi avrai la terra
255Ben trita e bene smossa, inutil fassi
Quasi il concime, e l’annaffiar, che il tronco
Abbastanza si bee per le radici
Succo vital, che a lui vien dalle piote
Ond’è arricchito al basso, e risarcisse
260A se medesmo ciò che dalla scorza,
E dalle foglie evaporando esala.
Grazie a Te, se di tanto error sottratta
Alla moderna età questa rifulse
Verità combattuta, o di tranquilli
265Studj coltivator caro a Minerva,
E al gran Nume Timbreo, d’Adige figlio.
Poichè in aureo sermon, brevi e calzanti
Tuoi precetti erudir le al ver proterve
Menti dall’uso dominate, un bello
270Nella Pontica terra, e fra gl’Illirj
Surse amor dell’olivo, e il non offeso
Dappria terren si fecondò per nuovi
Opportuni lavori. Amica sempre
Dritto è che ne’ tuoi colli a te sorrida
275La ben culta Minerva, e nel tuo petto
Nuovo spiri valor d’arti, e scïenze,
Onde solenne precettor di belle
Opre, d’egregi sensi, e d’almi studj,
Grato a Palla, alle Muse, a Giove, a Temi,

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280Ti udrà la tua gentil patria Verona.
     Ma già la stella ad Orïon nemica
Riceve il sol nel luminoso albergo,
E ne’ dogli raccolta arde, e spumeggia
La matura vendemmia. Al campo riedi
285A mezzo autunno, e dell’olivo al piede
Nuova terra rincalza alto una spanna;
Così la troppa devïar potrai
Nemica pioggia, e l’aggelar di questa
Intorno al fusto, e l’arginello appiana
290Onde cinto l’avrai a miglior tempi.
Serba all’anno vegnente il duro ferro,
Che la non ferma ancor pianta richiede
Bene appigliarsi al nuovo fondo, e forti
Pria gittar le radici, che dai rami
295Prendon norma crescendo. Il ferro quindi,
Come per la seconda volta il sole
Scaldi d’ariete i rugiadosi velli,
Oprar convienti. Al più tre ne risparmia
De’ novelli germogli, al ferro il resto
300Tu ne abbandona; nè pietà ti vinca
O falsa utilità, che i mal accorti
Suole adescar, lasciando de’ rampolli
Oltre il dover; ma siati innanzi agli occhi
Questo pur sempre, che l’umor che sorge
305Dalle radici ad allattar la pianta

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Quanto meno si volge a nodrir rami
Tanto più abbonda ai pochi. All’anno terzo
Scegli il più adatto giovine rampollo,
Cui pingue scorza avvolga, e di magagne
310Più che il puoi scevro e d’aspre rime e nodi.
Questi fia tronco accomodato. Or monda
D’altre vermene il ceppo, e le ferite
Liscia con ferro, e viscida vi apponi
Terra che vi si impronti, e i tagli copra.
315Al riaprir del quarto anno la migna
Schiudesi promittente, e sbuccia fuore
Nereggianti qui e là picciole ulive.
Non sia però chi trarre util presuma
Dalle bache nascenti, e le primizie
320A Palla invidj, ma da pio cultore
Al rinnovar dell’anno accolte in bello
Di vincigli panier, cui fiorid’ apio,
E rosata ghirlanda intorno giri,
Sian devote alla Dea che di maligno
325Influsso la gentil fronda protesse.
Non superbe dovizie, e non forbito
Oro, nè quanto il mar circonda, e il sole
Vede di prezîoso, il ciel gradisce,
Come semplici voti, e puro core.
330Questi l’umile agnella, che man pia
Del contadin ferisce, ama, e dispregia

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L’effuso sangue largamente all’are
Degli animosi tauri, onde il potente
Con suo orgoglio l’eterna ira si merca.
335Al nume tutelar che veglia e siede
Dell’ulivo al governo, impuro alcuno
Appressar non ardisca, e come all’opra
Bada il cultor di Pallade sdegnosa,
Ed offerte votive a quella indice,
340Non si doni a Lieo, nè Vener tratti;
Che a mondezza di corpo, e a puro core,
E a caste voglie arride; e non lo punga
Altra cura minor, nè turbi il rito
Fretta, e spregiante negligenza; o pena
345Del suo fallir, misero, attenda, e invano
Poi con voti, e con duol seconda e pia
A se Minerva pregherà. Superba
Di grave ira lui fugge, e non gli giova
Propizîar dappoi con voti e prece,
350E con zelo miglior, con più solerte
E di core e di man cura, e d’ingegno
L’indignata Minerva, e in van si adopra.
Ahi! nè fior di beltà, nè giovanezza 8
Contro l’ire giovò della sprezzata
355Pallade, nè l’onor valse del sangue
De’ suoi padri immortali alla donzella,
Che di rara beltà fatta stupendo

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Dì natura terror per le converse
Chiome in rabide serpi, or col reciso
360Teschio il veder de’ riguardanti atterra.
Quanti dolci pensier, quanta di nozze
Non volgesti speranza, e di nepoti,
Misero Forco? Amor cento rivali
Proci traea da tutte bande al grido
365De la tua figlia, e coe vista aviêno
L’etiopica reggia, e più dappresso
Il quartier virginal della fanciulla,
A se ciascun più che potea la bella
Propizîando, alla negata soglia
370Appendeva corone. Indarno movi,
Alcun dicea, d’Argo e di Frigia ai lidi
Più leggiadra a mirar Pallade, o Giuno;
Indarno a Cipro, e nella Caria Gnido
Di Venere Dionea cerchi i vestigi;
375Vidi Sparta e Timbrea, vidi Corinto
Dove udiam di bellezze esser conflitto,
E tuttaquanta ell’è Grecia trascorsi,
Ma nè donna vid’io, nè Diva alcuna
Che l’avanzi in beltà, nè la pareggi.
380Di queste, e d’altre ancor laudi cortese
Era ciascun, che le donzelle alletta
Di lodata beltà fama, ed onore.
Ma come selce amor trovò quel petto,

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E tutte ardendo di fatali grazie
385Ogni pregar degli amator fe’ vano
La vergine Medusa; ad immortali
Nozze volto ha il pensier, che l’alterezza
In che venne, se stessa alle celesti
Dee pareggiando, infausto amor sortilla.
390Palla n’ha in mente sua fatto disegno,
Come colei che più dell’altre addentro
L’ira sentì delle spregiate forme,
E degli aurei capegli. All’ime case
Del possente Nettun la fama intanto
395Pervenia della Ninfa, e la gelosa
Amfitrite del ver togliea gran parte;
Ma come della vista il gran Nettuno
Fu beato di lei, quelle scorrendo
Nella Sirte maggiore onde tranquille,
400Diletto e sacro ebbe quel mare. Ai verdi
Corsier le briglie ivi allentando uscia
Pel vicin lido, e tutta discorrendo
Quella piaggia fiorita i regni aviti,
E l’imperio dell’acque, e gli amorosi
405Balli, e gli amplessi delle cento figlie
Abbandonò di Nereo. Compagno
Il gran Proteo seguia l’orme del Nume,
Cui desio di mortal donna traea
Alla reggia di Forco. Esci pel queto

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410Tacer del Vespro alla marittim’ onda,
E ai misteri d’amor, Proteo dicea;
Esci fanciulla, e l’occhio disviando
Delle suore compagne, ai divi amplessi
Piacciati acconsentir del gran Nettuno.
415De’ tuoi begli occhi un Dio la forza ha giunto,
E qual già la Fenicia il trasformato
Giove raccolse, e a Tessalic’ onda
Tutta empiea d’ululati e di focosi
Sospir l’amfrisio Apollo, or questa piaggia
420Dal tuo poter condotto un nume alberga.
Esci, che molte udrai querele, e lagrime
Del marin Dio, cui discortese talamo
Offre il nudo terreno, e l’aere assidera;
Esci, o fra tutte avventurata Vergine,
425Che di vergine donna, e Dea vaticino
Esser dêi fatta, e sposa, e tu fra l’invide
Dive del ciel berrai l’ambrosia e il nettare.
Questi Proteo, dicea, vani presagi
Che il ver gli ascose il fato, o il ver non disse;
430E come Delia in ciel sorgendo, tutte
Avea quete le cose, e l’aure e il moto
Dell’acque, e degli augei, soletta venne
La verginella alle marittim’ onde,
E mentre al cor le discendea soave
435Delle sirene il canto, e de’ presagi

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Del mutabile Dio, palesemente
Manifestossi, e al roseo collo stese
L’avide braccia con tenaci nodi
Il possente Nettuno, e ver la sponda
440La renitente vergine traendo,
Ambo la conca maritale accolse.
Del vecchio genitor che al pianto e al grido
Desto de le sorelle al lito venne,
Non dirò, come indarno alla vendetta
445Tutte l’onde pregò del rapitore
Della fraude del Dio non anco istrutto;
E come vinto di pietà, qual fosse
Dell’avvenir presago, ultimo vale
Die’ alla figlia fuggente, i sensi e l’alma
450Tutta empiendo di morte e di cordoglio.
Per diverso sentier colla rapita
Donna venia fuggendo i clamorosi
D’Anfitrite tumulti, e la gelosa
Rabbia, Nettuno, a cui sotto il velloso
455Petto forte battea delle future
Pugne amorose il cor presago e lieto.
Di queta stanza il mar non l’assecura;
Tra le sirti non giacque, e il vicin lito
Non lo affidò d’ivi posarse; e come
460Alle Nomadi selve il cammin torse,
Lieto albergo cercando in che nasconda

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Il suo furtivo amor, sacro a Minerva
Dalle genti Massile un tempio occorse
Al rapitor. Qui del fuggir la pena
465Cesse, e la virginal soglia del Nume
Di quello stupro fu ministra ed ara.
Ma di quel nodo amor poco allegrosse,
Che sinistra suonò per le segrete
Compagini del tempio orrenda voce;
470Di sdegno arse la Diva, e come nulla
Contro il nume potea, del profanato
Altar vendetta disegnò tremenda
Nella fanciulla: che dolente e stanca,
E di subito orror piena a quel loco
475Die' il tergo rapidissima fuggendo.
Fiero portento allor, rabide serpi
Si fer gli aurei capelli, e qual si vibra
Agli occhi, e al petto, e qual di schifo nodo
Il roseo collo le viaggia, e stride
480La commossa del capo orribil selva.
Ahi di picciola colpa inegual fio,
Forsennata donzella! A se medesma
Orribil fatta, e di spavento altrui,
Lei più non vide il tardo espero, o il sole
485Lentar l'insano corso, ove più tristo
Più deserto il cammin la selva offria.
Fra gli scogli raminga il passo tenne

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Alcuna volta, ma del mar la vista
Presto le increbbe, che all’orribil chioma
490Fu specchio. Indarno di conforto alcuno
Sperò pietoso altrui, che al fero aspetto
Non pur le genti si fuggian percosse
Da subito terror, ma il fischio orrendo
Disnidò dalle selve anco le fere.
495Pace indarno pregò quella meschina
All’oltraggiata Dea, che stanca, e vinta
Dal disagio e d’affanno, in erma piaggia
Sola si giacque lagrimando, e tutta
D’urli empiendo e di lai la terra, e il cielo,
500Finché prode 9 stranier questa soccorse
Misera donna d’invocata morte.


Note

  1. [p. 60 modifica]La teologia degli antichi, liberale di numi e di prodigi, piacquesi sapientemente di popolare i boschi, le fonti, il cielo, e la terra di benefiche divinità per indurre i rozzi e fantastici mortali al sentimento più degno degli uomini, alla riconoscenza.
  2. [p. 60 modifica]Caveto ne radices saucies = dice Catone.
  3. [p. 60 modifica]Luigi Alamanni nel quarto Libro della sua Georgica dà de’ bei precetti sulla scelta dello zappatore.
  4. [p. 60 modifica]Tito Lugrezio Caro, nel sapientissimo e poeticissimo suo libro della Natura delle cose, svolse primo le dottrine di Epicuro, e di Diagora, dirivando nel suo lavoro ogni argomento dalla fisica di que’ tempi.
  5. [p. 60 modifica]Sono da vedersi a questo proposito le opinioni di Giobert, e di Rozier, preaccennate, benchè un po’ rozzamente, dall’antesignano [p. 61 modifica]Columella. Dai più accreditati moderni la causa primitiva della fecondazione del terreno si attribuisce alla luce.
  6. [p. 61 modifica]Così le più abitate contrade del nuovo mondo sono descritte dallo Storico Robertson.
  7. [p. 61 modifica]Il precitato insigne agronomo B. Delbene appoggiato alla più illuminata esperienza, nella sua dissertazione = Dei lavori al suolo degli Olivi = ha ridotto all’evidenza le verità qui accennate.
  8. [p. 61 modifica]La favola qui innestata di Medusa, una delle Gorgoni, ampiamente si narra con bel corredo dì erudizione, e di medaglie da M. Declaustre, mitologo francese.
  9. [p. 61 modifica]Hoc deinde caput Perseus Jovis, et Danaes filius abscidit auxilio Minervae; quae suum ipsi clypeum eam in rem commodavit ex aere politissimo, quo velut in speculo reflexam capitis speciem tuto adspiceret; abscissum caput Minerva deinceps eidem suo clypeo ad terrorem imposuit. Natal Conti.