La divina Provvidenza

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Giacomo Zanella

1868 D Indice:Versi di Giacomo Zanella.djvu Poesie letteratura La divina Provvidenza Intestazione 17 dicembre 2011 100% Poesie

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LA DIVINA PROVVIDENZA.

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Matteo. Capo VI.


     Contadinello, che ne’ giorni brevi
Lavor non trovi ed ansio del domani
Miri dall’uscio le cadenti nevi,
Che tutti intorno han già nascosti i piani,
Se sgomento ti assale, odi parola
6Del Signor che t’è presso e ti consola.


              Figlio, soverchia cura
         Non prendere dell’ora
         Che l’avvenir matura
         10Fosco a’ tuoi sguardi ancora.

              Se sulla nuda mensa
         Ti vien mancando il pane,
         Non ti atterrir; ma pensa
         14Che un Padre ti rimane.

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              Se mentre gela il vento
         E stridon le tempeste,
         Il tuo carbone è spento,
         18Sdruscita la tua veste,

              Non dire: «il poverello
         Chi coprirà di un saio?
         Al gramo villanello
         22Chi colmerà lo staio?»

              Di Dio non sei tu l’opra?
         E non aver paventi
         Un cencio che ti copra,
         26Un pan che ti alimenti?

              Mira gli augelli! A loro
         Il genitor celeste
         Altro non diè tesoro
         30Che il canto e le foreste.

              Non serbano di biade
         Colmi granai; ma quando
         Lo inverno l’aria invade,
         34Il giorno ottenebrando,

              Con flebil pigolìo,
         Sparsi di neve il dorso,
         Levano gli occhi a Dio
         38In cerca di soccorso.

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              Ed Ei n’ascolta il grido;
         E l’ali all’aquilone
         Temprando, presso al nido
         42Il granellin depone.

              E tu da men ti credi
         De’ passeri? Le cose
         A’ tuoi regali piedi
         46Tutte il Signor non pose?

              Nè del vestir ti accori
         Troppo il pensier: Colui,
         Che dà la veste a’ fiori,
         50Coprirà i membri tui.

              Guarda del campo al giglio:
         Non fila, non intesse;
         Pur fu monarca, o figlio,
         54Che simil veste avesse?

              Splendeva, come stella,
         Di ammanti e di corone;
         Pur clamide sì bella
         58Non cinse Salomone.

              Che se bontà divina
         Veste così vil erba
         Che, volta una mattina,
         62Al forno si riserba;

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              Se amor che mai non dorme,
         Alla stagion nemica
         Le miserelle torme
         66De’ passeri nutrica;

              O povero di fede,
         Sarà che ti abbandoni
         Chi lo spirar ti diede
         70A ornarti de’ suoi doni?

              De’ fiori tu men vali
         E degli augelli? O temi
         Che, aprendosi a’ mortali,
         74L’arca al Signor si scemi?