La mia vita, ricordi autobiografici/XXIV

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Capitolo XXIV. Fioritura

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XXIII XXV
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XXIV.

Fioritura.

(1881-82).

Siccome il lavoro, fin da piccina, non mi ha mai fatto paura, così le mie molteplici relazioni con gli editori che crebbero prodigiosamente dall’ottanta all’ottantaquattro e i conseguenti impegni che — per vivere — fui costretta ad assumere, non scossero per nulla la mia tranquillità. Collaboravo contemporaneamente a cinque, sei, sette giornali alla volta, senza risentirne la menoma fatica: e mi faceva così piacere il sentirmi apprezzata ed amata, provavo una soddisfazione così dolce che al mio giovane ingegno fossero fatte accoglienze tanto calde e lusinghiere, che non mi spaventava affatto il pensiero delle lunghe fatiche.

Pochi mesi dopo la gentile presentazione di Ubaldino Peruzzi, scrissi a Vittorio Bersezio, offrendo la mia collaborazione alla Gazzetta letteraria che egli dirigeva. L’illustre uomo, forse troppo benevolmente, accettò subito la modesta opera mia, esprimendo soltanto il rammarico che l’editore (oh, gli editori!) non avrebbe potuto compensarla come meritava, e che la retribuzione sarebbe stata perciò più che modica. La cortese benevolenza del Bersezio mi aprì il cuore; mandai subito scritti alla Gazzetta ed iniziai col suo direttore [p. 165 modifica] un’affettuosa ed amichevole corrispondenza che durò circa due o tre anni.

Il fervido lavorìo intellettuale dei letterati e degli artisti si manifesta specialmente nelle lettere private, e, più che nelle altre, in quelle confidenziali: là si rivela la spontaneità dell’ispirazione, l’originalità dell’ingegno, l’acume del gusto, la finezza del giudizio. Se tutte le lettere private si potessero pubblicare, è fuor di dubbio che un epistolario varrebbe un romanzo, e forse forse qualche cosellina di più. La lettera è quasi sempre vera; l’opera d’arte no. Il pregiudizio artistico insidia la libertà dello scrittore, che ne subisce l’ascendente senza accorgersene, sacrifica all’uso pur non volendo, cede alla legge senza averne coscienza. L’artista, anche l’artista grande, vero, autentico, recita sempre un po’: la lettera con l’amico, con chi sa capirlo, è lo sfogo, la scusa, il riposo: l’opera è ciò che egli vuol essere; la lettera è lui.

Dal copioso carteggio che ho di Vittorio Bersezio son riuscita a costruire benissimo la sua personalità, pur non avendolo visto mai. L’ammirazione che sempre ho nutrita per lui, non è dipesa soltanto dall’apprezzamento del suo valore letterario, ma anche dall’armonìa di certe note comuni dei nostri caratteri. Gli domandai subito le sue idee in fatto di fede religiosa ed egli mi rispose: «Io sono spiritualista; anzi — rida pure — sono anche un pochino spiritista; non da credere a tutte le panzane che spacciano certi matti, ma da ritenere che di alcuni fenomeni a cui ho assistito, la spiegazione più logica e possibile, sia che fossero prodotti da un’intelligenza e una volontà estranee a quelle degli esperimentatori. Io sono dunque spiritualista e come tale mi [p. 166 modifica] riesce facile ammettere che lo spirito di una persona si manifesti per gli scritti, per le idee, e questa manifestazione torni più o meno piacevole a chi l’avverte e la nota».

Io mandavo al Bersezio, man mano, tutti i lavori che andavo pubblicando, e quei lavori gli piacevano singolarmente per l’eleganza dello stile e per la purezza della lingua. Anzi egli mi scriveva nel febbraio dell’anno 1881:

«Io ho varii contratti con autori drammatici forestieri (principale il Sardou) per la traduzione e lo sfruttamento delle opere loro in Italia. Queste traduzioni le faccio in parte io stesso, in parte le commetto a giovinotti che hanno bisogno di guadagnar qualche cosa e mi si vengono a raccomandare: ma cosiffatte che lasciano a desiderare dal lato dell’eleganza e soprattutto della fluidità della lingua parlata. Ora siccome io non ho ancora incontrato chi mi sembrasse scriver meglio di voi con garbo toscano, senza le affettazioni e gli idiotismi che altri va cercando, io vorrei domandarvi se voi sareste disposta in avvenire a rivedere e correggere quelle traduzioni e arricchirle di quei gentili e vivaci modi che sono proprii della favella toscana e del vostro simpatico stile. Non fa bisogno ch’io vi dica che al compenso meritato per questa ingrata fatica, io aggiungerò la più viva riconoscenza».

E nel marzo dell’82:

«Vi ho fatto cenno già più di una volta, mi pare, d’un aiuto, di un servizio che avevo in animo di chiedere a voi. Eccomi ora a dirvi di che si tratta. È una vera collaborazione che invoco da voi, se avrete il tempo e la pazienza di concedermela. Io ho divisato di [p. 167 modifica] aggiustare per le scene italiane parecchie produzioni straniere, delle quali ritengo l’argomento e le linee principali, ma modifico caratteri, condotta, episodii, a seconda mi pare che si adattino meglio ai nostri costumi e al nostro gusto.

Vorrei insieme poterci dare la naturalezza e il garbo della parlata toscana, escluse però le forme e maniere e frasi troppo particolari che non sono famigliari e riescono quindi affettate agli italiani delle altre regioni, e per avere questo pregio che io non so mettere nella mia prosa, ho pensato a voi. Nessuno meglio di voi sa appunto usare un linguaggio toscanamente facile, naturale ed elegante, e insieme alieno dagli idiotismi e dialettismi: nessuno ha uno stile per me più simpatico del vostro. Vorreste voi correggere il mio scritto, ripulirlo, e lasciarmelo mandare attorno coll'acconciatura che gli avrete dato! ... È superfluo ch’io vi dica che voi di questo lavoro fisserete il compenso che non sarà mai adeguato al servigio che mi avrete reso».

E sempre nell’82:

«Eccovi i miei scarabocchi su cui avrete da perdere gli occhi e la pazienza. È ben’inteso che voi siete arbitra non solo della lingua e dello stile, ma anche della sostanza, e quindi quello che troverete che vi urta o vi spiace, o vi secca, dategli di frego, e se tutto lo scritto ha questa disgrazia, ditemelo francamente: non sono di quelli che si offendono».

E nel gennaio dell’83:

«Sapete una cosa? Che rileggendo il vostro libro Le mie vacanze (l’ho riletto, capite? e se questa non è una prova che mi sia piaciuto tanto non saprei quale [p. 168 modifica] altra lo sarebbe). Ebbene, rileggendo quel libro, mi è venuto in mente di cavar fuori una produzione teatrale dal vostro raccontino «Il romanzo di mio marito». Volete aiutarmi? Vi manderò man mano quel che farò, e voi mi direte le vostre impressioni, mi correggerete lo scritto coi dovuti consigli. Volete? Non vi seccherà di troppo? Dopo un periodo di ozio voglio rimettermi a far qualche cosa e tornare al teatro: mi fareste il favore di accettare il mio braccio e di accompagnarmivi?»

Ora che il povero Bersezio è morto e che lunghi anni sono trascorsi da quel tempo lontano queste cose si possono dire e scrivere. Quando intorno alla sua salma garrivano gl’indiscreti e spettegolavano molti curiosi, interloquire sarebbe stata vanità inescusabile. L’affettuoso ricordo di quella fratellanza amichevole, rievocato oggi alla distanza di vent’anni, suoni sempre lode e gratitudine alla memoria di Vittorio Bersezio.


Di un’altra cara e preziosa amicizia ho da parlare in queste pagine, dell’amicizia di Matilde Serrao, che conobbi di nome, nell’anno 18811, e personalmente [p. 169 modifica] l’anno dopo a Roma. Si strinse come suole stringersi fra scrittori; per la lettura vicendevole dei nostri lavori. E quest’amicizia così tenera, così affettuosa, così [p. 170 modifica] entusiasta me la offrì ella stessa, dopo poche settimane di corrispondenza, un po’ timida da parte mia, in una lettera che non posso fare a meno di riportare interamente, giacché in nessun’altra come in questa si rivela l’espressione del suo nobilissimo ingegno e del suo cuore affettuoso.

«Carissima amica,

Ho pensato più volte a scrivervi, ma ho temuto che foste a Milano ancora. A quest’ora sarete già a Firenze di ritorno. E vi è piaciuta quella bellissima esposizione? E di quella eccelsa Milano dove ho lasciata tanta parte del mio cuore che ve ne pare? Forse la conoscevate, ma è sempre bello rivederla. Ditemi le vostre impressioni. Vi ringrazio dei vostri carissimi libri. Invece di leggere i capitoli che mi avete segnati, ho letto tutto, tutto. Come scrivete bene! Come vi fate intendere dai bambini! A me manca assolutamente tale dono e scrivo mal volentieri nel Giornale dei bambini2 perchè so di far cosa sforzata. Invece quanta facilità, quanta soavità in voi! Amica mia, veggo nel vostro ingegno una corrente sotterranea di sentimento che mi piace moltissimo. Scrivete per i bambini e per i grandi; scrivete sempre perchè le cose vostre valgono ...

Vi hanno fatto di me un ritratto abbastanza lusinghiero, ma infine non mi dispiace. Io ho una fisonomia


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molto mobile e talvolta sono simpatica, talvolta odiosa. Ho certamente gli occhi belli, ma tutte li hanno così a Napoli. Ma insomma mi vedrete. Avanti di venire a Firenze vi manderò il mio ritratto ...

Non parliamo dell’amore. Per me è la stupenda e la più straziante delle cose umane. Voi avete amato: tanto meglio — tanto peggio. Ma io nata in Grecia, cresciuta in Napoli, doppiamente meridionale, con una volontà indomita e dominatrice, non so nulla di dolcezza, di soavità. Perciò l’amore delle mie novelle è sempre violento, perciò l’amore del “Cuore d'inferno„, è tragico. Ahimè — come dice Heine — noi facciamo piccole storie dei nostri grandi dolori. Mi piace che amiate il Balzac: io lo adoro. Se vivesse, andrei a fargli la serva. Leggo moltissimo italiano, tutto quel che si pubblica, buono o cattivo. Io ho la specialità di leggere con una rapidità di vapore e di ritenere mirabilmente. Per cui leggo di tutto. Ho la passione della lettura ... vedete, ho scritto ancora la passione.

È un tic. —

Leggo l’inglese abbastanza bene, ma ho bisogno di studiarlo ancora; a Roma mi propongo di studiare assai. È una città dove si può vivere raccolti, quando si voglia. Qui, a Napoli, è impossibile. Vi è troppo sole, troppo azzurro, troppa primavera. Qui si ozia per forza. Siamo noi che abbiamo inventato la frase: ozio operoso ... Bah! è una scusa. Voi non siete borghese, voi siete un’artista. Io fiuto la borghesia attraverso centinaia di miglia; è la mia naturale nemica. Voi siete un’artista, mi piace, mi giova ripeterlo.

Scrivetemi quando volete, quel che volete, come volete, ma scrivetemi: che fate, che pensate, che scrivete, [p. 172 modifica] se soffrite, se ridete, qual’è la romanza allegra che vi fa piangere, qual’è la nenia che vi fa scoppiare dalle risa, insomma un mondo di indiscrezioni. Mi consola averle da una donna come voi. Io non ho relazioni che con povere di spirito e povere di cuore. È uno spavento. Mi attacco a voi. Se volete, vi do il nome d’amica. Io amo presto e bene — o non amo. Sono noiosa, esigente e gelosa. Quella che i francesi chiamano une amie tueuse.

Ditemi: adorate voi la poesia e adorate voi i poeti, come me? Avete come me, l’ammirazione ma non l’amore degli animali? Preferite, come me, i gatti misteriosi dagli occhi fosforescenti ai cani semplici e bonarii? Vi piace, come a me, capovolgere i termini naturali delle cose e vedere che ne succede? Non vi sembro io, come sembro a me stessa, una creatura malvagia e diabolica?

Grazie per avermi parlato di mammina mia che è morta. Se sapeste! Non posso scriverne, non so scrivere. Ve ne parlerò.

Vi ho dato del voi. Noi, qui, non sappiamo usare il lei. E vi mando di quì, uno dei baci clamorosi che sono la mia specialità.

«Matilde Serao».


E questa creatura così adorabile, dall’intelletto così originale e così vasto, non aveva che ventitré anni!

Amica intima, la Serao mi si serbò ancora per parecchi anni; e non posso fare a meno di ricordare con affettuosa tenerezza le belle ore passate a Roma con Lei, con una donna che non recita mai, che non posa mai, che non ha nell’ingegno vivido e sano nessuna [p. 173 modifica] anomalia di concezione, che nei rapporti coi conoscenti e gli amici è vera, spontanea, umana.

La Serao ha l'ingegno accessibile, e questo non vuol dire ch’essa l’abbia volgare, tutt’altro! Le sue osservazioni sono tesori di spirito, di grazia, di finezza e di gusto. In quanto alla sua arte, così originale e così vivida, non credo di dover spendere molte parole; ogni suo libro la rivela; e i suoi scritti hanno un cachet così caratteristico, che è addirittura impossibile il non riconoscere — subito a prima vista — la sua personalità letteraria.

Note

  1. Avevo sempre vagheggiato, prima della mia condanna all'infanzia la grande arte. A questo proposito riporto qui alcune lettere dei due più grandi artisti d’Italia che mi onorano della loro affettuosa amicizia.
    «Pregiatissima amica — mi scriveva Matilde Serao — permetta che io dica così dopo la buona e affettuosa lettera che ella mi ha indirizzata. Come si vede che all’intelletto profondo ella unisce un cuore pieno di sentimento! Non parliamo di me, parliamo di Lei. Le suo novelle sono bellissime di una grande originalità, senza ricerca, strane di per sè, vive dà sè, senza reminiscenze o creazioni posticcie. Mi sono spesso dimandato chi fosse il Manfredi dell’Ultimo giorno di Villeggiatura e comprendo come sia Ida Baccini di Agatino. Quest’ultimo specialmente mi piace moltissimo ... Da Roma a Firenze è un passo solo e lo farò presto, per rimanere una settimana, avendo costà buonissimi amici, come il De Gubernatis, il Guerra, lo Ximenes. Verrò subito, non dubiti, e mi vedrà e le farò una strana impressione, poichè sono molto diversa da quello che scrivo. Lei com’è, bionda o bruna? Come sono i suoi occhi! Le piace di ridere! E dell’amore che pensa! Le piace Balzac!
    «Grazie pel «Cuore infermo». È un libro pieno di gravi difetti, ma non lo credo scevro di pregi. Vede come sono poco modesta! Ma io stimo l’orgoglio una grande virtù. E Lei! godo quando il mio libro fa impressione sull’animo di una donna, e Lei descrive con si calde parole la propria! Ma Lei è un artista. Ama l’arte, nevvero? Non è blasèe no, non ancora. Mi voglia bene. Noi meridionali ne vogliamo subito. Se ha tempo mi scriva».
    «— La ringrazio del dono — mi scriveva alcuni anni dopo Antonio Fogazzaro — e dell’onore che mi fa. Se permette piglio per me quell’avverbio che ella non doveva scrivere sulla copertina del volume e con esso le rispondo che non posso giudicare chi è tanto avanti nella via dell’Arte. Le dirò solo, come tanti lettori le avranno già detto, che ho letto il suo libro di un fiato e mi son divertito di certe novelle come un ragazzo, di certe altre come un uomo. Aggiungerò, se permette, che mi sono divertito talvolta come autore di un romanzo in cui un uomo innamorato compie un grande e raro sacrificio; e mi sono compiaciuto di vedere nel suo libro una fenice di questo genere, ancora più araba. Alcune di queste pagine hanno poi anche un acre, forte sapore di vita vissuta che morde e s’imprime nel petto.
    Mi rallegro, gentile Signora, con Lei, se non è presunzione, e rinnovandole vivi ringraziamenti, la prego, di accettare l’espressione del mio sincero ossequio».
  2. Anche di questo Giornale dei Bambini fondato e diretto, prima da Ferdinando Martini, poi nominalmente dal Collodi ed effettivamente dall’Emma Perodi, ero collaboratrice fissa.