La religione di Vittorio Alfieri

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Mario Rapisardi

1930 L saggi letteratura La religione di Vittorio Alfieri Intestazione 7 maggio 2008 75% saggi

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Le opere dell'Alfieri, scrisse il Foscolo, non ci lasciano certi sulla qualità delle sue opinioni religiose:

Le tragedie contengono, è vero, qua e la dei sarcasmi contro i papi, come pure nelle sue Opere minori si trova qualche epigramma contro i cardinali e gli ordini monastici, ma in nessuno di tali componimenti s'incontra, neppure alla sfuggita, una sola parola contraria alla cristiana dottrina.

Quest'asserzione del Foscolo, fondatore della critica storica italiana, a chi ha letto le opere minori dell'Astigiano parrà, veramente sbalorditoria.

Una esplicita professione di fede non la troviamo, egli è vero, in quegli scritti, ma vi troviamo pur tanto da potere stabilire quali furono i sentimenti e le opinioni dell'Alfieri in materia di religione.

Nel cap. 8 della Tirannide, libro disteso nella gioventù, come scrive l'Autore nella dedica alla libertà, ma che non dubita punto di pubblicare nella matura età, come l'ultimo, egli stabilisce i due principi seguenti:

« La religione cristiana non è per se stessa favorevole al viver libero: ma la cattolica religione riesce incompatibile quasi col viver libero.

A voler provare la prima di queste proposizioni, basterà, credo, il dimostrare che essa non induce nè persuade nè esorta gli uomini al viver libero.

Ed il primo e principale incitamento ad un affetto così importante dovrebbero pur gli uomini riceverlo dalla loro religione...

« La religione cristiana, nata in un popolo non libero, non guerriero, non illuminato e già interamente soggiogato dai sacerdoti, non comanda se non la cieca obbedienza; non nomina neppure mai la libertà; ed il tiranno (sacerdote o laico sia egli) interamente assimila a Dio...

« Se si esamina in qual modo ella si propagasse, si vedrà che sempre si procacciò più facilmente l'ingresso nelle tirannidi che nelle repubbliche.

Le poche nazioni che fuori d'Europa la ricevettero vi furono per lo più indotte dal timore e dalla forza...

« I troppi abusi di essa sforzarono col tempo alcuni popoli assai piu savi che immaginosi a raffrenarla, spogliandola di molte dannose superstizioni. E costoro, distinti poi col nome di eretici, si riaprirono con tal mezzo una strada alla libertà... ».

E questo, quanto alla sostanza della cristiana dottrina. Quanto al cattolicismo, basta richiamare ciò che nel medesimo capitolo della stessa opera ne scrive:

«Il Papa, la Inquisizione, il Purgatorio, la Confessione, il Matrimonio indissolubile per Sacramento e il Celibato dei preti, sono queste le sei anella della sacra catena.

Un popolo che crede potervi essere un uomo che rappresenti Dio, un uomo che non possa errare mai, egli è certamente un popolo stupido.

Ma se, non lo credendo, egli viene perciò tormentato da una forza superiore, accadrà che quella prima generazione crederà nel papa per timore, i figli per abitudine, i nepoti per istupidità.

Ed ecco in qual guisa un popolo che rimane cattolico deve necessariamente, per via del papa e della Inquisizione, divenire ignorantissimo, servissimo e stupidissimo ».

Dopo queste chiare e precise parole, l'asserzione del Foscolo mi pare inqualificabile a dirittura.

Ci sono però dei fatti nella vita dell'Alfieri e delle parole nei suoi scritti, che ci potrebbero far dubitare che le opinioni religiose del Poeta fossero tutte e pienamente espresse nel capitolo sopra citato della Tirannide.

Noi sappiamo, in fatti, che la pubblicazione di questa Tirannide e delle altre opere minori, fatta a sua insaputa a Parigi, dove l'Autore le aveva lasciate bell'e stampate, e chiuse nelle casse insieme con tutti gli altri suoi libri, quando a stento potè fuggire dalla Babilonia francese, gli fu cagione di profonda amarezza.

E intorno a ciò egli scrive all'Ab. di Caluso una lettera molto caratteristica, ch'è necessario di riferire in parte per intendere le cagioni intime del suo dolore e dei disinganni.

La lettera è del gennaio '802; e dice nella conclusione cosi:

« Il motore di codesti libri fu l'impeto di gioventù, l'odio dell'oppressione, l'amore del vero o di quello che io credeva tale. Lo scopo fu la gloria di dire il vero, di dirlo con forza e novità, di dirlo credendo giovare.

« Il raziocinio di codesti libri mi pare incatenato e dedotto, e quanto più v'ho pensato dopo, tanto più sempre mi è sembrato verace e fondato; e interrogato su tali punti tornerei sempre a dire lo stesso, ovvero tacerei ».

E poco dopo soggiunge: « In due parole, io approvo solennemente tutto quanto quasi è in quei libri; ma condanno senza misericordia chi li ha fatti e i libri medesimi, perchè non c'era bisogno che ci fossero, e il danno può essere maggiore assai dell'utile ».

Lasciando stare le sottigliezze e le distinzioni un po' sofistiche di questo ragionamento e lodando fino a un certo punto lo scrupolo dello scrittore, egli, in conclusione, disapprova che quei libri siano stati divulgati, non per la sostanza di essi, ma per la opportunità.

Egli temeva d'esser messo in fascio co' demagoghi francesi, e di essere perciò disistimato e odiato e disprezzato dagli onesti.

Tralasciando lo studio di questo sentimento di nobile e generoso timore, e restringendoci al nostro assunto, noi non possiamo in nessun modo dedurre dalla lettera citata, che i sentimenti dell'Alfieri circa alla religione si fossero cogli anni mutati da quelli che egli nutriva quando scriveva il cap. 8 della Tirannide.

Fino a pochi mesi prima della sua morte egli credeva non solo il cattolicismo, ma il cristianesimo in generale sostanzialmente nemico del viver libero.

Nè il Cattolicismo, nè il Cristianesimo era dunque la religione dell'Alfieri.

Qui sento dal lettore richiamarmi alla memoria il sonetto famoso sul culto cattolico:

Alto, devoto, mistico, ingegnoso,
Grato alla vista, all'ascoltar soave.

Verissimo: il culto, o più propriamente, il rito cattolico è qui solennemente lodato.

Ma chi ben consideri, questo sonetto non è ispirato all'Alfieri da un alto sentimento religioso, ma piuttosto da quell'artistico compiacimento che viene alla mente del poeta da quella solennità di pompe: onde il culto cattolico s'impone al cuore e alla fantasia di un popolo altamente artistico e immaginoso com'è il nostro.

Una delle ragioni secondarie, infatti, per cui la Riforma ebbe poca o nessuna presa in Italia fu la somma semplicità e austerità del rito protestante.

E a questo mirava l'Alfieri nella chiusa di questo sonetto:

Guai, se per gli occhi e per gli orecchi al core,
Vaga e tremenda in un, di Dio non scende
L'immago in noi! Tosto il ben far si muore.
Dell'uom gli arcani appien sol Roma intende.
Utile a' più, chi può chiamarla Errore?
Con leggi accorte alcun suo mal s'ammende.

La chiave del sonetto è in quest'ultima terzina.

L'Alfieri, come i vecchi Romani, stimava la religione una misura di prudenza un mezzo potente di ubbidienza, d'ordine, di civiltà.

Uno dei motivi, infatti, per cui si scagliava contro la rivoluzione francese, contro gli enciclopedisti che l'avevano preparata e particolarmente contro il Voltèro e i volterischi fu appunto codesta.

E' il concetto del Machiavelli. Il sonetto, per altro, fu scritto parecchi anni prima della lettera al Caluso e prima ancora dei famosi epigrammi contro papi e cardinali; esso perciò non può darci l'ultima parola del poeta sul suo sentimento religioso.

Un fatto che parrebbe contraddire recisamente alle opinioni espresse nella Tirannide è quello che ci viene affermato dall'Abate di Caluso, cioè, che l'Alfieri tollerò negli ultimi istanti un padre confessore, e non furono trascurati (si noti la frase) i conforti della religione; se non che il prete non giunse in tempo.

Ma nei ragguagli che la Contessa d'Albany dava al Foscolo su gli ultimi momenti del suo grande amico, il fatto affermato a denti stretti dall'Abate di Caluso non è neppure accennato; e nella lettera da costui appiccicata alla vita dell'amico, le parole sopra riferite sono così poste e di tal tenore, che abbiamo ben ragione di credere trattarsi di una di quelle solite affermazioni di troppo zelanti amici: qualcosa di simile a ciò che del Leopardi scriveva il famoso padre Scarpa.

La prudente bugia dell'Abate potrebbe parer confermata dall'aneddoto narratoci da M. d'Azeglio nei suoi Ricordi.

Che l'Alfieri andasse qualche volta in chiesa e proprio nella Chiesa di Santa Croce ci viene anche affermato nei celebri versi dei Sepolcri, non c'è ragione di dubitare; che l'Alfieri fosse tal uomo da sfidare i sarcasmi dei giacobini, se la coscienza gli avesse consigliato di ricredersi e di andare a comunicarsi, è fuori di dubbio; ma che egli entrasse in chiesa proprio per recitarvi le orazioni, quando ancora teneva per vero ciò che aveva scritto nella Tirannide, non mi par credibile.

L'Alfieri ebbe probabilmente, anzi certamente, un sentimento religioso; ma ciò non vuol dire che fu cristiano, cattolico o protestante.

Egli fu religioso al modo di tutti gli animi eccelsi; credette a un Ideale di liberta, di giustizia, di carità.

E se negli ultimi anni, profondamente rattristato dagli avvenimenti d'ltalia, sfinito dalle ostinate fatiche, disdegnoso della gloria e della vita, raccoglievasi per lunghe ore nelle chiese di Firenze, ogni anima non volgare comprende che egli non vi dimorava per assistere al sacrificio del pane e del vino, ma per quella nostalgia dell'Infinito che è la febbre tormentosa ed esauriente di tutti i cuori sublimi.