Le Mille ed una Notti/Storia del Gobbetto

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Storia del Gobbetto

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Storia di Nureddin Ali' e di Bedreddin Hassan Storia narrata dal Mercadante cristiano
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STORIA DEL GOBBETTO


«C’era una volta a Casgar (1), all’estremità della Gran Tartaria, un sarto ammogliato ad una bellissima donna che molto amava, e da cui era del pari riamato. Un giorno ch’egli stava lavorando, venne un gobbetto a sedere all’ingresso della sua bottega, e si mise a cantare, suonando il tamburello. Il sarto, dilettato oltremodo all’udirlo, determinò d’invitarlo a casa per divertire la moglie, e disse fra sè: — Ci divertirà entrambi stasera colle sue canzoni.» Fatta la proposta, il gobbo accettò, ed egli, chiusa la bottega, se lo condusse a casa.

«Giunti che furono, la moglie del sartore, la quale aveva già preparata la tavola, essendo tempo di cenare, servì un buon piatto di pesce. Si posero tutti e tre a [p. 10 modifica]mensa; ma nel mangiare, il gobbo inghiottì per disgrazia una spina od un osso, ed in pochi momenti ne morì, senza che il sarto e la sua donna potessero metterci riparo; rimasero amendue tanto più spaventati del funesto caso, in quanto che, essendo accaduto in casa loro, temevano che, venuta a saperlo la giustizia, non li punisse come omicidi. Infine il marito trovò un espediente per disfarsi del cadavere; riflettuto che colà vicino abitava un medico ebreo, e su questo formato un disegno, per cominciar ad eseguirlo, sua moglie ed egli presero il gobbo pei piedi e per la testa, e lo portarono fino alla casa del medico. Bussato alla sua porta, cui metteva capo una ripidissima scala, per la quale salivasi alle di lui stanze, tosto ne scende una serva senza lume, apre, e domanda che cosa desiderassero. — Vi prego di risalire,» rispose il sarto, «e dite al vostro padrone che gli conduciamo un ammalato, affinchè gli prescriva qualche rimedio. Prendete,» soggiunse, mettendole in mano una moneta d’argento, «dategli questa in anticipazione, onde si persuada non esser nostra intenzione di fargli gettar il tempo.» Mentre la serva risaliva per partecipare al medico ebreo sì buona ventura, il sartore e la moglie portarono ratti il cadavere del gobbo in cima alla scala, e colà depostolo, tornarono in fretta a casa.

«Frattanto, avendo la serva detto al medico che un uomo ed una donna lo aspettavano alla porta, pregandolo di scendere per veder un ammalato che avevano condotto, e messogli in mano il danaro ricevuto, si lasciò egli trasportare dal giubilo, e vedendosi pagato prima, stimò fosse una buona clientela da non doversi trascurare. — Prendi presto il lume,» disse alla donna, «e seguimi.» Sì dicendo, si avanzò verso la scala con tanta precipitazione, che non aspettò il lume, e scontratosi nel gobbo, lo urtò col piede nelle [p. 11 modifica]coste sì forte, che lo fe’ rotolare abbasso, e poco mancò non cadesse anch’egli. — Ma fa presto col lume!» gridò alla fantesca. Giunse quella finalmente; egli scese con lei, e trovando che la cosa rotolata giù era un uomo morto, fu sì attonito da tale spettacolo, che invocò Mosè, Aronne, Giosuè, Esdra e tutti gli altri profeti della sua legge. — Misero me!» sclamò egli. «Perchè volli scendere senza candela? Ho finito di uccidere l’ammalato che mi avevano condotto. Io sono cagione della sua morte, e se il buon asino di Esdra (2) non mi soccorre, sono perduto. Aimè! presto mi arresteramo come un assassino. —

«Malgrado il turbamento che lo agitava, non lasciò di aver la precauzione di chiudere la porta, nel timore che venendo qualcuno a passare per caso in quella via, non si accorgesse della disgrazia, onde si credeva autore. Preso quindi il cadavere, lo portò nella stanza della moglie, la quale poco mancò non perdesse i sensi, quando lo vide entrare con quel carico fatale. — Ah! è finita per noi.» gridò essa, «se non troviamo il mezzo di portar quel morto fuor di casa nostra questa notte! Siamo perduti senza fallo se lo teniamo qui fino a giorno. Qual disgrazia! Come mai faceste ad ammazzare quell’uomo? — Non si tratta di ciò,» rispose l’Ebreo, «si tratta di trovar rimedio ad un male sì urgente...»

— Ma, sire,» disse Scheherazade interrompendosi, «non rifletteva ch’è già giorno.» E tacque; la notte seguente poi proseguì di tal guisa la storia del Gobbetto:

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NOTTE CXXIV


«Il medico e sua moglie deliberarono insieme sul mezzo di sbarazzarsi entro la notte del morto. Il medico ebbe bel fantasticare: non seppe trovar mai veruno strattagemma per uscir d’impaccio; ma la moglie, più feconda in espedienti, disse: — Mi viene un’idea: portiamo questo cadavere sul nostro terrazzo, e gettiamolo giù pel camino nella casa del musulmano nostro vicino. —

«Quel musulmano era uno de’ provveditori del sultano, incaricato della cura di somministrare l’olio, il burro ed ogni sorta di grasce. Teneva in casa il magazzino, dove sorci d’ogni qualità facevano baldoria.

«Avendo il medico ebreo approvata la proposta, sua moglie ed egli, preso il gobbo, lo portarono sul tetto della casa, e passategli alcune corde sotto le ascelle, lo calarono giù pel camino nella camera del provveditore, così bel bello che rimase piantato sui piedi, contro il muro, come fosse vivo. Quando lo sentirono in fondo, ritirarono le corde, lasciandolo nell’anzidetto atteggiamento. Erano appena discesi e rientrati nelle loro stanze, quando il provveditore entrò nella propria, tornando da un convito di nozze, al quale era stato invitato quella sera, con una lanterna in mano. Stupì al vedere, mercè il lume, un uomo in piedi nel camino; ma essendo naturalmente coraggioso, ed immaginandosi fosse un ladro, dato di piglio ad un grosso bastone, corse difilato al gobbo. — Ah, ah!» gli disse; «io andava pensando fossero i topi che mi mangiassero il burro e le [p. 13 modifica]grasce, ed invece sei tu che per rubarli scendi dal camino? Spero che non ti verrà più la voglia di tornarci.» Ciò detto, percosse il gobbo, dandogli parecchie bastonate. Cadde il cadavere col muso a terra: il provveditore raddoppiò i colpi, ma notando finalmente che il battuto non si moveva, si fermò per considerarlo. Vedute allora che era un cadavere, cominciò il timore a subentrare all’ira. — Che cosa ho mai fatto, misero me!» sclamò egli. «Ho ucciso un uomo. Ah! troppo lungi mi trasportò la mia vendetta. Gran Dio! se non hai pietà di me, è finita per la mia vita. Maledette mille volte le grasce e gli olii che sono origine di aver io commesso azione sì iniqua.» Rimasto pallido e contraffatto, credeva già di vedere i ministri della giustizia trascinarlo al supplizio; e non sapeva qual partito prendere...»

L’aurora che compariva obbligò Scheherazade ad interrompere il discorso; ma lo ripigliò sul finire della notte seguente, dicendo al sultano delle Indie:


NOTTE CXXV


— Sire, il provveditore del sultano di Casgar, percuotendo il morto, erasi accorto della sua gobba; quando se n’avvide, gli scagliò mille imprecazioni. — Maledetto gobbo,» gridò, «cane di gobbo, fosse piaciuto a Dio che tu m’avessi rubato tutto le mie grasce e non ti avessi trovato qui: non sarei nell’imbarazzo in cui mi trovo per causa tua e della tua orrida gobba! Stelle che splendete lassù nei cieli,» soggiunse, «non abbiate luce per me in sì evidente pericolo.» Ciò dicendo, gettossi il gobbo sulle spalle, uscì dalla camera, andò in fondo alla via, e colà depostolo in piedi [p. 14 modifica]appoggiato ad una bottega, tornò ratto a casa senza guardami indietro.

«Alcun tempo prima di giorno, un ricchissimo mercante cristiano, il quale somministrava al palazzo la maggior parte delle cose necessarie, avendo passata la notte in gozzoviglia, determinò di uscire di casa per andar al bagno. Benchè ubbriaco, non lasciò di osservare esser molto inoltrata la notte, e che tra poco stavasi per chiamare i fedeli alla preghiera dell’alba; laonde affrettando il passo, sollecitavasi di giungere al bagno, nella paura che qualche musulmano, andando alla moschea, non lo incontrasse, e traesselo in carcere come un ubbriacone. Però, giunto in fondo alla contrada, si fermò per qualche suo bisogno presso la bottega, ove il provveditore del sultano avea deposto il corpo del gobbo, il quale, venuto così ad essere smosso, cadde sulla schiena del mercante, che pensando fosse un ladro che lo assalisse, gli menò un pugno sul capo, che lo rovesciò per terra, e datigliene poi molti altri, si pose a gridare al ladro.

«Alle sue grida sopraggiunse la guardia del quartiere, la quale, vedendo un cristiano che maltrattava un musulmano (perchè il gobbo era della nostra religione): — Per qual motivo,» gli disse, «maltrattate così un musulmano? — Voleva derubarmi,» rispose il mercadante, «e mi si gettò addosso per afferrarmi alla gola. — Ve ne siete vendicato abbastanza,» replicò la guardia, tirandolo pel braccio; «andatevene;» e nello stesso tempo stese la mano al gobbo per aiutarlo ad alzarsi; ma osservando ch’era morto: «Oh! Oh!» proseguì; «un cristiano ha l’ardire di assassinare così un musulmano!» Ciò dicendo, arrestò il cristiano, e lo condusse dal luogotenente di polizia, ove fu messo in carcere finchè alzato fosse il giudice ed in grado d’interrogare l’accusato. Intanto il [p. 15 modifica]mercatante cristiano rinvenne dall’ubbriachezza, e quanto più rifletteva alla sua avventura, tanto meno poteva comprendere come mai alcuni semplici pugni avessero bastato ad ammazzare un uomo.

«Il luogotenente di polizia, sul rapporto della guardia, e veduto il cadavere, interrogò il cristiano, il quale non potè negare un delitto che non aveva commesso. Siccome il gobbo apparteneva al sultano, essendo un suo buffone, il luogotenente di polizia non volle far morire il mercadante senza aver prima consultato il volere del principe. Recatosi dunque a tal uopo al palazzo onde informar il sultano dell’occorso, questi gli disse: — Io non posso accordar grazia ad un cristiano che uccide un musulmano; andate, e fate il vostro dovere.» A queste parole, il giudice di polizia fece erigere una forca, e mandò banditori per la città a pubblicare che si sarebbe impiccato un cristiano, il quale ucciso aveva un musulmano.

«Finalmente, tratto di prigione il mercadante, fu condotto appiè della forca, ed il boia, attaccatagli la corda al collo, stava per sospenderlo in aria, quando il provveditore del sultano, fendendo la calca, si avanzò, gridando al carnefice: — Aspettate, aspettate; non vi affrettate tanto; non fu egli a commettere il delitto, ma sono stato io.» Il luogotenente di polizia, il quale assisteva all’esecuzione, si mise ad interrogare il provveditore, il quale gli raccontò punto per punto in qual modo avesse ucciso il gobbo, e finì dicendo averne portato il cadavere nel sito dove il mercadante cristiano avevalo trovato. — Stavate,» soggiunse, «per far morire un innocente, poichè esso non può aver ucciso un uomo che non era più in vita. Mi basta d’aver ammazzato un musulmano, senza caricarmi la coscienza anche della morte d’un cristiano che non è colpevole...»

[p. 16 modifica]Il giorno, che cominciava a spuntare, impedì a Scheherazade di proseguire il suo discorso; ma ne ripigliò la continuazione sulla fine della notte seguente:


NOTTE CXXVI


— Sire,» diss’ella, «il provveditore del sultano di Casgar essendosi pubblicamente accusato da sè qual autore della morte del gobbo, il luogotenente di polizia non potè dispensarsi dal rendere giustizia al mercatante. — Lascia,» disse al boia, «lascia andare il cristiano, ed impicca quest’uomo in sua vece, essendo manifesto, per la medesima sua confessione, ch’egli è il reo;» Il carnefice, posto in libertà il mercatante, mise tosto la corda al collo del provveditore; ma mentre stava per ispedirlo, si udì la voce del medico, il quale pregava istantemente di sospendere l’esecuzione, e si faceva far largo per recarsi a piè del patibolo.

«Giunto davanti al giudice di polizia: — Signore,» gli disse, «quel musulmano che volete far impiccare, non ha meritata la morte; io solo sono il reo. Ieri, nel corso della notte, un uomo ed una donna, ch’io non conosco, vennero a bussare alla mia porta conducendomi un infermo. La mia serva corse ad aprire senza lume, ricevè da essi una moneta d’argento per venirmi a dire da parte loro di voler incomodarmi a scendere per visitar l’ammalato. Mentr’essa mi parlava, portarono coloro l’infermo in cima alla scala, e disparvero. Io discesi senza attendere che la fantesca accendesse la candela, e venendo nell’oscurità ad urtare col piede il malato, lo feci rotolar giù per la scala. Vidi poi ch’era morto, ed [p. 17 modifica]essere il musulmano gobbo, di cui vuolsi oggi vendicare la morte. Prendemmo allora il cadavere, mia moglie ed io, e portatolo sul nostro tetto, lo passammo su quello del provveditore, nostro vicino, che stavate per far morire ingiustamente, e pel camino lo calammo nella di lui stanza. Avendolo poi il provveditore trovato in casa, lo trattò come un ladro, lo ha battuto e credè di averlo ucciso; ma così non è, come potete vedere dalla mia deposizione. Io sono dunque il solo autore dell’omicidio; e sebbene lo sia contro mia intenzione, risolsi di espiare la mia colpa, per non aver a rimproverarmi la morte di due musulmani, tollerando che togliate la vita al provveditore del sultano, di cui vi palesai l’innocenza. Rimandatelo adunque, di grazia, e mettetemi al suo posto, poichè niuno fuor di me è cagione della morte del gobbo...»

Scheherazade qui fu obbligata ad interrompersi, vedendo apparire il giorno. Schahriar allora si alzò; e la notte appresso la sultana ripigliò in questi sensi:


NOTTE CXXVII


— Sire,» diss’ella, «appena il giudice di polizia fu persuaso essere il medico ebreo il vero omicida, ordinò al carnefice d’impossessarsi di lui, e mettere in libertà il provveditore del sultano. Aveva già il medico la corda al collo, e stava per esalare l’estremo anelito, quando s’udì la voce del sartore, il quale pregava il boia a non andar più oltre, e facevasi largo fra il popolo per poter avanzarsi verso il luogotenente di polizia, giunto alla cui presenza: — Signore,» gli disse, «poco mancò non faceste perdere la vita a tre persone innocenti; ma se avrete la [p. 18 modifica]pazienza di ascoltarmi, conoscerete il vero uccisore del gobbo. Se la sua morte dev’essere espiata con un’altra, certo sarà questa la mia. Ieri, verso il tramonto, mentre lavorava in bottega, ed era d’umore di star allegro, giunse il gobbo mezzo briaco, e sedutosi, cantò qualche tempo, finchè gli proposi di venire a passar la sera in casa mia. Acconsentì colui, ed io ve lo condussi. Ci mettemmo a tavola, e lo servii d’un pezzo di pesce, mangiando il quale una spina od un osso che sia, gli si attraversò nella gola, e malgrado tutte le mie premure e di mia moglie per soccorrerlo, morì in pochissimo tempo. Fummo assai afflitti della sua morte, e per timore d’esserne incolpati, portammo il cadavere alla porta del medico ebreo. Bussai, e dissi alla fantesca che venne ad aprire, di salir subito a pregare da parte nostra il suo padrone a voler discendere per vedere un malato che gli si conduceva; ed acciò non ricusasse di venire, la incaricai di consegnargli una moneta d’argento che le diedi. Appena fu essa riascesa, portai il gobbo in cima alla scala, sul primo gradino, e tosto uscimmo, mia moglie ed io, per ritirarci a casa. Il medico, volendo scendere all’oscuro, fe’ rotolar giù dalla scala il gobbo; talchè ciò gli ha fatto credere d’esser l’origine della sua morte. Or dunque, vi prego di lasciar andare il medico, e farmi morire in sua vece. —

«Il luogotenente di polizia e tutti gli spettatori non potevano abbastanza ammirare gli strani avvenimenti, da’ quali era stata seguita la morte del gobbo. — Lascia dunque libero il medico,» disse il giudice al boia, «ed impicca il sarto, giacchè confessa il suo delitto. Bisogna però convenire che questa storia è molto straordinaria, e merita d’essere scritta in lettere d’oro.» Avendo il carnefice posto in libertà il medico, passò la corda intorno al collo del sartore...

— Ma, sire,» disse Scheherazade, interrompendosi [p. 19 modifica]a questo passo, «veggo ch’è già giorno: bisogna dunque, se me lo permettete, rimettere a domani la continuazione di questa storia.» Accondiscese il sultano delle Indie, e si alzò per andare alle solite sue occupazioni.


NOTTE CXXVIII


Risvegliata la sultana dalla sorella, riprese così la parola:

— Sire, mentre il carnefice preparavasi ad impiccare il sartore, il sultano di Casgar, che non poteva star molto tempo senza il gobbo suo buffone, avendo chiesto di vederlo, un ufficiale gli disse: — Sire, il gobbo cui vostra maestà desidera le sia condotto, dopo essersi ieri ubbriacato, fuggì contro il suo solito dal palazzo, per andar a zonzo per la città, e stamane fu trovato morto. Si condusse davanti al giudice di polizia un uomo accusato di averlo ucciso, e tosto il giudice ha fatto erigere la forca. Stavasi per impiccare il reo, quando comparve un individuo, e dopo di lui un altro, che si accusano da sè stessi e si scolpano a vicenda. È qualche tempo che la dura, ed il luogotenente di polizia è attualmente occupato ad interrogare un terzo, che si dice il suo vero assassino. —

«A tal discorso, il sultano di Casgar mandò un usciere al luogo del supplizio, dicendogli: — Andate con tutta sollecitudine a dire al giudice di polizia, che mi conduca immediatamente gli accusati, e mi mandi pure il corpo del povero gobbetto, cui voglio rivedere ancor una volta.» L’usciere partì, e giunto nell’istante che il boia cominciava a tirar la corda per appiccare il sarto, gridò a tutta gola di [p. 20 modifica]sospendere l’esecuzione. Avendo il carnefice riconosciuto l’usciere, non osò andar innanzi, e lasciò il miserello. Intanto accostatosi l’usciere al luogotenente di polizia, gli dichiarò la volontà del sovrano, a cui il giudice obbedendo, s’avviò al palazzo col sartore, il medico ebreo, il provveditore ed il mercadante cristiano, e fece portare da quattro uomini del suo seguito la salma del gobbo.

«Giunti al cospetto del sultano, il giudice di polizia si prosternò a’ di lui piedi, e quindi alzatosi, gli raccontò fedelmente quanto sapeva della storia del gobbo. La trovò il sultano tanto strana, che ordinò al suo istoriografo particolare di scriverla con tutte le sue circostanze; poi, voltosi agli astanti: — Avete voi mai,» disse loro, «intesa cosa più maravigliosa di quella accaduta in occasione del gobbetto mio buffone?» Il mercadante cristiano allora, prosternatosi prima fino a toccare colla fronte la terra, così parlò: — Potentissimo monarca, io so una storia più sorprendente di quella che testè udiste, e ve la narrerò se vostra maestà si degna darmene licenza. Tali ne sono le circostanze, da non esservi alcuno il quale non sia commosso nell’ascoltarle.» Il sultano gli permise di riferirla; ed il cristiano la cominciò in questi termini:


Note

  1. Casgar o Cashgar, regno d’Asia, nella Tartaria; ha circa cento sessanta leghe di lunghezza su cento di larghezza. Oggi ne solo padroni i Calmucchi, sotto l’autorità dell’imperatore della China, che ne intraprese la conquista nel 1759. La capitale porta lo stesso nome del regno.
  2. Questo è l’asino che, secondo i Maomettani, servì di cavalcatura a Esdra, reduce a Gerusalemme dalla cattività di Babilonia.