Le Mille ed una Notti/Storia di Nureddin Ali' e di Bedreddin Hassan

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Storia di Nureddin Ali' e di Bedreddin Hassan

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Storia di Nureddin Ali' e di Bedreddin Hassan
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STORIA

DI NUREDDIN ALI’ E DI BEDREDDIN HASSAN.


«Commendatore de’ credenti, eravi una volta in Egitto un sultano, grande osservatore della giustizia, benefico, misericordioso, liberale, il cui valore rendealo formidabile a’ vicini, e che amava i poveri e proteggeva gli scienziati, innalzandoli alle prime cariche del regno. Il visir di quel sultano, uomo prudente, saggio, penetrante, dotto nelle lettere ed in tutte le scienze, aveva due figliuoli leggiadri e che seguivano l’esempio del padre: il maggiore chiamavasi Schemseddin (1) Mohammed, ed il minore Nureddin Alì; quest’ultimo specialmente era di gran merito. Morto il visir loro padre, il sultano li mandò a chiamare, e fattili ambedue vestire dell’abito comune di visir: — Mi duole assai,» disse loro, «della perdita che soffriste; non ne sono meno afflitto di voi, e ve lo voglio dimostrare. Siccome so che dimorate insieme, e che siete in buon’armonia, v’investo l’uno e l’altro della medesima dignità. Andate, ed imitate il padre vostro. —

«I due nuovi visiri ringraziarono il sultano della sua bontà, e ritiratisi a casa, presero cura de’ funerali del loro genitore. Scorso un mese, usciti per la prima volta, andarono al consiglio del sultano, continuando ad intervenirvi regolarmente i giorni che si [p. 323 modifica]adunava. Ogni qual volta il sultano andava a caccia, uno de’ fratelli l’accompagnava, ed avevano alternamente tal onore. Un giorno che, dopo cena, discorrevano di cose indifferenti (era la vigilia d’una caccia, nella quale doveva il maggiore seguire il sultano), questi disse al minore: — Fratello, poichè non siamo ancora ammogliati nè voi ned io, e viviamo in perfetta unione, mi viene un’idea: sposiamo amendue in un medesimo giorno due sorelle, da scegliersi in qualche famiglia che ci convenga. Che cosa dite di questo pensiero? — Dico, fratello,» rispose Nureddin Alì, «ch’è degno dell’amicizia che ne stringe. Non si potrebbe pensar meglio, e per me sono disposto a fare le vostre brame. — Oh! ma non basta,» ripigliò Schemseddin Mohammed; «la mia immaginazione va più oltre. Supposto che le nostre mogli concepiscano la prima notte delle nostre nozze, e che poscia si sgravino in uno stesso giorno, la vostra di un maschio, d’una femmina la mia, li mariteremo insieme quando avranno l’età. — Ah!» sclamò Nureddin Alì; «bisogna confessare che il progetto è ammirabile. Cotesto matrimonio coronerà la nostra unione, ed io vi do più che volentieri il mio assenso. Ma, fratello,» aggiunse, «se questo matrimonio accadesse, pretendereste che mio figliuolo porti a vostra figlia una dote? — Non c’è da dubitarne,» ripigliò il maggiore, «e son certo che oltre alle stipulazioni ordinarie del contratto di nozze, voi non mancherete d’accordare in suo nome almeno tremila zecchini, tre buone terre e tre schiave. — Non la intendo come voi,» disse il minore. «Non siamo noi fratelli e colleghi, rivestiti amendue del medesimo titolo d’onore? D’altronde, non sappiamo forse, voi ed io, quello ch’è giusto? Il maschio essendo più nobile della donna, non toccherebbe a voi di dare una grossa dote a vostra figlia? A quanto veggo, siete uomo da fare le vostre faccende a spese altrui. — [p. 324 modifica]


«Sebbene Nureddin Alì dicesse queste parole ridendo, il fratello, molto più meschino di spirito, ne rimase offeso. — Guai a vostro figlio,» diss’egli con ira, «giacchè osate preferirlo a mia figliuola! Mi maraviglio che abbiate avuto l’ardire di crederlo soltanto degno di lei. Bisogna abbiate perduto il cervello per volere paragonarvi a me, dicendo che siamo colleghi. Sappiate, temerario, che dopo la vostra imprudenza, non vorrei maritare mia figlia col figliuol vostro, quando pure gli cedeste più ricchezze che non possedete.» Questa ridicola contesa de’ due fratelli sul matrimonio de’ loro figliuoli non ancora nati, si fece seria, talchè Schemseddin Mohammed si lasciò trasportare sino alle minacce. — Se non dovessi,» disse, «accompagnare domani il sultano, vorrei trattarvi come meritate; ma al mio ritorno vi farò vedere se tocca al minore a parlare al suo fratello maggiore coll’insolenza come faceste.» Ciò detto, si ritirò nel suo appartamento, mentre il fratello andò a coricarsi nel proprio.

«Schemseddin Mohammed alzossi il giorno dopo di buon mattino, e recatosi al palazzo, ne uscì col sultano, che prese la strada al di sopra del Cairo, dalla parte delle piramidi. Nureddin Alì intanto aveva passata la notte in estrema inquietudine; e dopo aver ben considerato, non essergli più possibile rimanersi a lungo con un fratello che trattavalo con tanta alterigia, prese tosto la sua risoluzione, e fatta preparare una buona mula, munitosi di danaro, di gioie e di pochi viveri, e detto alla sua gente che andava a fare un viaggio di due o tre giorni e voleva esser solo, partì.

«Uscito dal Cairo, s’inoltrò pel deserto verso l’Arabia; ma soccombendo la sua mula nel viaggio, fu costretto proseguire a piedi. Per buona sorte, avendo incontrato un corriere che andava a Balsora, lo prese [p. 325 modifica]costui in groppa, e giunti a quella città, Nureddin Alì, posto piede a terra, lo ringraziò del piacere fattogli. Mentre andava per le vie cercando alloggio, vide venire un signore accompagnato da numeroso seguito, ed al quale tutti gli abitanti facevano grandi onori, fermandosi per rispetto finchè fosse passato. Fermossi Nureddin come gli altri. Era il gran visir del sultano di Balsora, che mostravasi per la città, onde mantenervi colla sua presenza il buon ordine e la tranquillità.

«Avendo quel ministro volto per caso lo sguardo sul giovane, lo trovò di fisonomia simpatica; si mise ad osservarlo con compiacenza, e passandogli vicino, vedutolo in abito di viaggiatore, si fermò per chiedergli chi fosse e d’onde venisse. —

«— Signore,» rispose Nureddin Alì, «io sono d’Egitto, nato al Cairo, ed abbandonai la patria per un dispetto sì giusto contro un mio parente, che presi la risoluzione di viaggiare per tutto il mondo, e morire piuttosto che tornarvi.» Il gran visir, vecchio venerabile, udite quelle parole, gli disse: — Figliuolo, guardatevi dall’effettuare il vostro disegno. Non v’ha pel mondo che miseria, ed ignorate i mali che soffrireste. Venite, seguitemi piuttosto, vi farò forse dimenticare il motivo che vi costrinse ad abbandonare il vostro paese. —

«Nureddin Alì seguì il gran visir di Balsora, il quale, conosciutone in breve le belle qualità lo prese ad amare in modo che un giorno, conversando seco lui in particolare; gli disse: — Figliuolo, io sono, come vedete, in età tanto avanzata, da non esservi apparenza ch’io viva ancora a lungo. Il cielo mi diede una figlia unica non meno bella di voi, e ch’è presentemente in età da marito. Parecchi dei più possenti signori di questa corte me l’hanno già domandata pei propri figliuoli; ma finora non potei risolvermi ad [p. 326 modifica]accordarla loro. Riguardo a voi, io vi amo, e vi trovo sì degno della mia parentela, che preferendovi a quanti l’hanno richiesta, son pronto ad accettarvi per genero. Se vi piace l’offerta, dichiarerò al sultano, mio padrone, di avervi adottato per un tal matrimonio, e lo supplicherò di accordarmi per voi la sopravvivenza della mia dignità di gran visir nel regno di Balsora; nello stesso tempo avendo io bisogno di riposo nella estrema vecchiaia in cui sono, non solo vi abbandonerà l’amministrazione di tutti i miei beni, ma ben anche quella degli affari dello stato. —

«Il gran visir di Balsora non ebbe appena finito quel discorso pieno di bontà e generosità, che Nureddin Alì, gettatosi a’ suoi piedi, e con termini che esternavano la gioia e la riconoscenza ond’era penetrato il suo cuore, gli dichiarò d’essere disposto a fare la di lui volontà. Allora il gran visir, chiamati i primari ufficiali della sua casa, ordinò loro di far addobbare la gran sala del palazzo o preparare un magnifico banchetto; e poscia mandò a pregare tutti i signori della corte e della città di voler recarsi da lui. Quando furono tutti radunati, siccome Nureddin lo aveva informato della sua condizione, disse a quei signori, giudicando opportuno di così parlare per soddisfazione di quelli de’ quali aveva rifiutata la parentela: — Sono assai contento, o signori, d’istruirvi d’una cosa che fino a questo giorno tenni segreta. Ho un fratello, che è gran visir del sultano d’Egitto, come io ho l’onore di esserlo del sultano di questo regno. Ha egli un figlio unico, che non volle ammogliare alla corte d’Egitto; e me l’ha mandato per isposare mia figlia, onde riunire così i nostri due rami. Questo figlio, che al suo arrivo io riconobbi per nipote, e faccio mio genero, è il giovine signore che qui vedete, e ch’io vi presento. Spero vorrete fargli l’onore d’assistere alle sue nozze, cui ho risoluto di [p. 327 modifica]celebrare quest’oggi stesso.» Non potendo alcuno di quei signori trovar disdicevole ch’egli avesse preferito il nipote ai grandi partiti statigli proposti, risposero tutti ad una voce: che aveva ragione di fare un tal connubio; che sarebbero volontieri testimoni della cerimonia, e desideravano che Iddio gli concedesse ancora molt’anni per vedere i frutti di sì felice unione.»

A questo passo, Scheherazade, vedendo comparire il giorno, interruppe la sua narrazione, che ripigliò poi cosi la notte successiva:


NOTTE XCIV


— Sire,» diss’ella «il gran visir Giafar, continuando la storia che raccontava al califfo:

«I signori,» proseguì, «raccolti presso il gran visir di Balsora, ebbero appena manifestato a questo ministro il giubilo che provavano pel matrimonio di sua figlia con Nureddin Alì, che tutti si misero a tavola, rimanendovi molto tempo. Verso la fine del convito, serviti i confetti, de’ quali ciascuno ne prese, secondo l’uso, quanti ne poteva portar via, entrarono i cadì col contratto di nozze in mano; e firmato che l’ebbero i principali signori, tutta la comitiva partì.

«Allora il gran visir incaricò la gente che aveva cura del bagno, da lui comandato di tener pronto, di condurvi Nureddin Alì, il quale vi trovò biancherie nuove, d’una finezza e pulitezza che faceva piacere al vederle, come pure tutte le altre cose necessarie. Lavato e soffregato lo sposo, fu rivestito d’un abito d’estrema magnificenza. In quello stato, e profumato d’odori i più squisiti, andò a trovare il gran visir suo [p. 328 modifica]suocero, il quale rimase maravigliato della sua bella apparenza; e fattelo sedere accanto, gli disse: — Figliuolo, voi mi dichiaraste chi siete ed il grado che occupavate alla corte di Egitto; mi diceste pure di aver avuto con vostro fratello una quistione, e che per ciò vi allontanaste dal vostro paese; ora vi prego di farmi tutta intiera la confidenza, e dirmi il motivo del vostro diverbio. Adesso dovete avere una perfetta fiducia in me, e nulla celarmi. —

«Nureddin gli raccontò tutte le circostanze della contesa col fratello, ed il gran visir non potè udirne la narrazione senza smascellar dalle risa. — Ecco,» disse, «la cosa più singolare del mondo! È egli possibile, figliuolo, che la vostra disputa sia andata fino al punto che dite per un matrimonio immaginario? Mi spiace che vi siate inimicato per una bagattella con vostro fratello maggiore. Veggo però ch’egli ebbe torto d’offendersi di ciò che non gli diceste se non per ischerzo, e ringrazio il cielo d’una contesa che mi procura un genero come voi. Ma,» soggiunse il vecchio, «già inoltrata è la notte, ed è tempo di ritirarvi. Andate, mia figlia, la vostra sposa, vi attende. Domani vi presenterò al sultano. Spero che vi riceverà in modo, da rimaner tutti soddisfatti.» Lasciò allora Nureddin Alì il suocero per recarsi all’appartamento della moglie.

«Il singolare,» continuò il gran visir Giafar, «si è che lo stesso giorno in cui facevansi queste nozze a Balsora, Scemseddin Mohammed si ammogliava anch’esso al Cairo; ed ecco le particolarità del suo matrimonio.

«Partito che fu Nureddin Alì dal Cairo, coll’intenzione di non più tornarvi, Schemseddin Mohammed, suo fratello maggiore, ch’era andato a caccia col sultano d’Egitto, essendo dopo un mese di ritorno (erasi il sultano lasciato trasportare dall’amore della caccia, [p. 329 modifica]e rimasto assente per tutto quel tempo), corse alle stanze di Nureddin Alì; ma fu assai meravigliato all’udire, che col pretesto di fare un viaggio di due o tre giorni, fosse partito sur una mula il dì medesimo della caccia, e che da quel tempo non era più ricomparso. E ne fu tanto più dolente, non dubitando non essere state le durezze che gli aveva dette la cagione della sua fuga. Spedì adunque un corriere che passò per Damasco, ed andò fino ad Aleppo; ma Nureddin era allora a Balsora. Quando il corriere ebbe riferito al suo ritorno, di non averne avuta notizia alcuna, Schemseddin Mohammed si propose di mandarlo a cercare altrove, e frattanto, pensando ad ammogliarsi, sposò la figlia d’uno de’ primari signori del Cairo, lo stesso giorno che suo fratello si univa alla figlia del gran visir di Balsora.

«Nè ciò è tutto, Commendatore de’ credenti,» proseguì Giafar; «ecco che cosa accadde ancora. Dopo nove mesi, la moglie di Schemseddin Mohammed partorì al Cairo una figlia, e nel medesimo giorno quella di Nureddin Alì diè alla luce a Balsora un bambino, che fu chiamato Bedreddin Hassan. Il gran visir di Balsora manifestò la sua gioia con grandi larghezze e pubbliche feste che fece celebrare per la nascita del nipote; indi, per far conoscere al genero quanto contento fosse di lui, andò al palazzo a supplicare umilmente il sultano di concedere a Nureddin Alì la sopravvivenza della sua carica, affinchè, diss’egli, prima della morte avesse la consolazione di vedere il genero gran visir in sua vece.

Il sultano, il quale veduto aveva Nureddin Alì con piacere quando eragli stato presentato dopo il suo matrimonio, e che da quel tempo ne aveva sempre udito parlare con lode, accordò la grazia per lui domandata con tutta la gentilezza che potea usare; e lo fece in sua presenza rivestire dell’abito di gran visir. [p. 330 modifica]

«Somma fu la gioia dello suocero all’indomani, quando vide il genero presiedere in suo luogo il consiglio, e fare le funzioni di gran visir; e Nureddin se ne disimpegnò sì bene, che pareva aver in tutta la vita esercitata quella carica, e continuò ad assistere al consiglio tutte le volte che le infermità della vecchiaia non permettevano allo suocero d’intervenirvi. Morì quel buon vecchio quattr’anni dopo gli sponsali, colla compiacenza di vedere un rampollo della sua famiglia, che prometteva di mantenerla per molto tempo in fiore.

«Nureddin Alì gli rese gli ultimi uffici con tutto l’affetto e la gratitudine possibili; e quando Bedreddin Hassan, suo figliuolo, ebbe compiti sett’anni, lo pose in mano d’un buon precettore, il quale cominciò ad istruirlo in modo degno della sua nascita; era quel bambino dotato di spirito vivace, penetrante, e capace di profittare di tutti i buoni ammaestramenti che gli s’impartivano…»

Stava Scheherazade per continuare, ma accortasi ch’era giorno, cessò dal racconto, e ripigliatolo la notte seguente, disse al sultano:


NOTTE XCV


— Sire, il gran visir Giafar, proseguendo la storia che raccontava al califfo:

«Due anni dopo,» diss’egli, «che Bedreddin Hassan fu dato in cura a quel maestro, che gl’insegnò a leggere perfettamente, e gli fece imparare a memoria il Corano, Nureddin Alì, suo padre, gli diede altri precettori i quali ne coltivarono l’intelletto in modo, che all’età di dodici anni non aveva più bisogno del loro aiuto; ed essendosi allora in tutta la loro beltà [p. 331 modifica]spiegati i lineamenti del suo volto, destava l’ammirazione di tutti quelli che lo miravano.

«Nureddin Alì intanto non aveva pensato che a farlo studiare, nè peranco avealo fatto vedere in pubblico. Lo condusse allora al palazzo per procurargli l’onore di ossequiare il sultano, il quale lo accolse con favore. I primi che lo videro per via, rimasero tanto affascinati dalla sua bellezza, che ne facevano esclamazioni di meraviglia, colmandolo di benedizioni.

«Siccome il padre proponevasi di farlo capace di surrogarlo un giorno, nulla risparmiò a tale scopo, e lo mise a parte dei più importanti affari, onde accostumarvelo per tempo. Infine, niuna cosa trascurò per l’avanzamento d’un figlio tanto a lui caro; e già cominciava a godere del frutto delle sue cure, quando fu d’improvviso assalito da una malattia di tal violenza, che ben sentì di non essere lontano dall’estremo momento: talchè si dispose a morire da buon musulmano. In quel supremo istante, non dimenticò il suo caro Bedreddin, e fattelo chiamare, gli disse: — Figliuolo, tu vedi come perituro sia questo mondo; durevole sol e quello nel quale passerò in breve. È d’uopo che tu cominci fin d’ora a metterti nelle medesime mie disposizioni, e prepararti senza dolore a questo passo, senza che la coscienza possa nulla rimproverarti sui doveri di musulmano, nè su quelli di perfetto galantuomo. Per la religione, ne sei bastantemente istruito, tanto per ciò che te ne insegnarono i tuoi maestri, quanto per la lettura. Riguardo al galantuomo, sono a darti alcune istruzioni delle quali cercherai di approfittare. Siccome è necessario anzi tutto conoscere sè stessi, e tu non puoi avere questa conoscenza se non sai chi io sia, mi accingo a manifestartelo.

«Nacqui in Egitto,» proseguì egli; «mio padre, l’avo tuo, era primo ministro del sultano di quel [p. 332 modifica]regno, ed io stesso ebbi l’onore di essere visir di quel medesimo sultano, con mio fratello, tuo zio, che, per quanto credo, vive ancora, e si chiama Schemseddin Mohammed. Costretto a separarmi da lui, giunsi in onesto paese, ove pervenni al grado da me occupato finora. Ma imparerai più distesamente tutte queste particolarità da una memoria che ho preparata. —

«Nello stesso tempo, Nureddin Alì trasse fuori un papiro, scritto di sua mano, ch’ei portava sempre con sè, e datolo a Bedreddin Hassan: — Prendi,» gli disse, «leggerai questa memoria con comodo; vi troverai, fra l’altre cose, il giorno del mio matrimonio e quello della tua nascita: circostanze delle quali potresti forse aver bisogno in progresso, e che devono obbligarti a conservarla con premura.» Bedreddin Hassan, afflittissimo al vedere il padre nello stato in cui si trovava, commosso dalle sue parole, ricevette la memoria colle lagrime agli occhi, promettendo di non privarsene giammai.

«In quel momento cadde Nureddln Alì in una sincope che fe’ credere dovesse spirare; ma tornato in sè e ripigliando il discorso: — Mio caro figlio,» gli disse, «la prima massima che debbo insegnarti è di non frequentare ogni specie di persone. Il mezzo di vivere sicuro è di dedicarsi intieramente a sè, e non comunicare facilmente con altrui.

«La seconda, di non far violenza a chicchessia, poichè in tal caso tutti si rivolterebbero contro di te, e tu devi risguardare il mondo come un creditore, al quale si deve moderazione, compassione e tolleranza.

«La terza, di non rispondere quando ti si dicono ingiurie. Si è fuor di pericolo (dice il proverbio) quando si sia in silenzio; ed è specialmente in questa occasione che devi metterlo in pratica. Sai pure a questo proposito che un nostro poeta dice: il silenzio essere l’ornamento e la salvaguardia della [p. 333 modifica]vita; che non bisogna, parlando, somigliare alla pioggia di temporale che guasta ogni cosa. Niuno si è mai pentito di aver taciuto, mentre invece sovente ebbe occasione di dolersi d’aver parlato.

«La quarta, di non ber vino, essendo esso l’origine di tutti i vizi.

«La quinta, di ben amministrare gli averi: se non li dissiperai, ti serviranno a preservarti dalla necessità. Non occorre però averne troppi, nè essere avari: anche possedendone pochi, purchè tu spenda opportunamente, avrai molti amici; ma se per lo contrario sarai opulentissimo e ne farai cattivo uso, tutti si allontaneranno da te, abbandonandoti. —

«In fine, Nureddin Alì continuò fino all’ultimo momento della sua vita a dare buoni consigli al figliuolo, e quando fu morto, gli si fecero funerali magnifici.»

Scheherazade, a tali parole, scorgendo il giorno, cessò di parlare, e rimise all’indomani la continuazione di quella storia.


NOTTE XCVI


Svegliata la sultana delle Indie all’ora solita da sua sorella Dinarzade, ripigliò la parola, e volgendosi a Schahriar:

— Sire,» gli disse, «non si annoiava il califfo di ascoltare il gran visir Giafar, il quale proseguì in tal modo la sua storia:

«Nureddin Alì dunque fu seppellito con tutti gli onori dovuti alla sua dignità, e Bedreddin Hassan di Balsora (così soprannomato perchè aveva veduta la luce in quella città), ebbe gran dolore della morte del padre. Invece d’un mese, secondo l’uso, ne passò due nel [p. 334 modifica]pianto e nel ritiro, senza vedere alcuno e senza nemmeno andar a fare i suoi doveri al sultano di Balsora, il quale, irritato di tal negligenza, e risguardandola come segno di disprezzo per la sua corte e per la propria persona, si lasciò trasportare dalla collera in modo, che nel suo furore fatto chiamare il nuovo gran visir (avendone eletto uno appena saputa la morte di Nureddin Alì), gli ordinò di trasferirsi alla casa del defunto, e confiscarla con tutti gli altri suoi palazzi, terre ed effetti, senza lasciar nulla a Bedreddin Hassan, di cui anzi comandò d’impadronirsi.

«Il nuovo gran visir, accompagnato da buon numero di uscieri del palazzo, di gente della giustizia ed altri ufficiali, non tardò a porsi in istrada per eseguire la sua commissione. Intanto uno schiavo di Bedreddin Hassan, il quale trovavasi a caso in mezzo alla folla, appena ebbe saputo il disegno del visir, corse tosto ad avvisarne il padrone, cui trovò seduto sotto il vestibolo della casa, e tanto afflitto come se il padre fosse morto allora. Gettossi a’ suoi piedi tutto ansante per la corsa, e baciatogli il lembo della veste: — Fuggite, signore,» gli disse, «mettetevi in salvo prontamente. — Che cosa è stato?» chiese Bedreddin alzando la testa; «che nuova rechi? — Signore,» colui rispose, «non c’è tempo da perdere. Il sultano è in terribil collera con voi, e vengono da parte sua a confiscarvi tutte le sostanze, ed impossessarsi anche della vostra persona. —

«Il discorso dello schiavo fedele pose Bedreddin Hassan nella massima perplessità. — Ma non posso,» disse, «avere neppur il tempo di entrar a prendere qualche danaro e le mie gioie? — Signore,» replicò lo schiavo, «il gran visir sarà qui fra poco. Partite sull’istante, salvatevi.» Alzossi subito Bedreddin dal sofà su cui si trovava, posò i piedi nelle pappucce, e copertasi la testa con un lembo della veste per [p. 335 modifica]nascondere il volto, fuggì senza sapere da qual parte volger i passi per iscampare al sovrastante pericolo. Primo suo pensiero fu di raggiungere in fretta la porta più vicina della città; poi corse senza fermarsi al pubblico cimitero; e siccome calava la notte, pensò di andarla a passare nella tomba di suo padre, edifizio di bella apparenza, in forma di cupola, che Nureddin Alì aveva fatto erigere ancor vivente; ma incontrato per via un Ebreo, ricchissimo banchiere e mercante di professione, che tornava alla città da certo luogo, dove aveanlo chiamato i suoi affari, e riconosciuto da costui, si fermò esso, e salutò rispettosamente Bedreddin...»

La sorgente aurora impose qui silenzio a Scheherazade, la quale ripigliò il suo discorso la notte successiva:


NOTTE XCVII


— «L’Ebreo,» proseguì, «che si chiamava Isacco, quand’ebbe salutato Bedreddin Hassan e baciatagli la mano, gli disse: — Signore, oserei prendere la libertà di domandarvi dove andate a quest’ora, solo ed in apparenza un po’ agitato? Avete qualche cosa che vi disturbi? — Sì,» rispose Bedreddin; «era poco fa addormentato, e nel sonno mio padre m’apparve collo sguardo terribile, quasi fosse meco in gran collera. Mi svegliai di soprassalto e pieno di spavento, e subito partii per venire a far la mia preghiera sulla sua tomba. — Signore,» soggiunse l’Ebreo, il quale non poteva sapere perchè Bedreddin fosse uscito dalla città, «siccome il fu gran visir, vostro padre e mio signore, di felice memoria, aveva caricate di merci parecchie navi che trovansi ancora in mare e vi [p. 336 modifica]appartengono, vi supplico di concedermi la preferenza sopra ogn’altro negoziante. Sono in grado di pagare in danaro sonante il carico di tutti i vostri bastimenti; e per cominciare, se volete cedermi quello del primo che arriverà a buon porto, ve ne darò mille zecchini. Li tengo qui nella borsa, e son pronto a contarveli anticipatamente.» Sì dicendo, cavò una grossa borsa che teneva sotto la veste, e gliela mostrò chiusa coll’impronta del proprio sigillo.

«Bedreddin Hassan, nello stato in cui si trovava, scacciato di casa sua e privo di tutto, riguardò come un favore del cielo la proposizione dell’Ebreo, e non mancò di accettarla con giubilo. — Signore,» gli disse allora l’Ebreo, «voi dunque mi cedete per mille zecchini il carico del primo vascello che giungerà in porto? — Sì, ve lo vendo per mille zecchini, — rispose Bedreddin. Tosto l’Ebreo gli pose in mano la borsa de’ mille zecchini, offrendosi di numerarli: ma il giovine gliene risparmio l’incomodo, col dirgli che fidavasi di lui. — In tal caso,» ripigliò l’Ebreo, «favorite, o signore, di darmi un cenno in iscritto del contratto che abbiamo conchiuso.» Ciò detto, cavò il calamaio che portava appeso alla cintura, e presane una cannuccia ben temperata per iscrivere, gliela presentò con un pezzo di carta che trovò nel portafoglio; e mentre gli teneva il calamaio, Bedreddin scrisse queste parole:

«Serve questo scritto per attestare che Bedreddin Hassan di Balsora ha venduto all’ebreo Isacco, per la somma di mille zecchini, che ha ricevuti, il carico del primo suo bastimento che approderà in questo porto.

«Bedreddin Hassan di Balsora.»

«Fatto il biglietto, lo diede all’Ebreo, il quale, ripostelo nel portafoglio, da lui s’accommiatò. Mentre [p. 337 modifica]Isacco proseguiva il suo cammino verso la città, Bedreddin continuò verso la tomba del padre Nureddin Alì, e giuntovi, si prosternò a terra, e cogli occhi bagnati di lagrime, si mise a lamentare la sua miseria. — Aimè,» diceva, «sfortunato Bedreddin, che cosa sarà di te? Dove andrai a cercare un ricovero contro il principe ingiusto che ti perseguita? Non bastava l’afflizione della perdita di un padre sì caro? Dovea la fortuna aggiungere una nuova sciagura al mio cordoglio?» Rimase a lungo in quella situazione; ma finalmente si alzò, ed appoggiato il capo al sepolcro del genitore, rinnovossi il suo dolore con maggior violenza di prima, e non cessò di sospirare e lagnarsi sinchè, soccombendo al sonno, tolta via la testa dal sepolcro, si distese sul suolo e s’addormentò.

«Gustava appena le dolcezze del sonno, quando un genio, il quale aveva stabilito il suo ritiro nel cimitero durante il giorno, disponendosi quella notte a percorrere il mondo, secondo il consueto, vide il giovine nella tomba di Nureddin Alì. Vi entrò, e siccome Bedreddin stava sdraiato supino, fu sbalordito della di lui avvenenza...»

Il giorno che spuntava non permise a Scheherazade di proseguire la storia; ma l’indomani, all’ora solita, la continuò come segue:


NOTTE XCVIII


— «Quando il genio,» ripigliò il gran visir Giafar, «ebbe attentamente rimirato Bedreddin Hassan, disse tra sè: — A giudicare di questa creatura dalla sua buona fisonomia, sembra esso un angelo del paradiso [p. 338 modifica]terrestre, che Dio mandi per mettere il mondo in combustione colla sua bellezza.» Infine, dopo averlo ben guardato, s’innalzò altissimo nell’aere, ove s’incontrò per caso in una fata. Scambiatisi i saluti, il genio disse alla fata: — Vi prego di scendere con me al cimitero ove abito, e vi farò vedere un prodigio di beltà, non men degno della vostra che della mia ammirazione.» La fata acconsentì; discesero ratti amendue, e quando furono nel sepolcro: — Ebbene,» disse alla fata il genio, mostrandole Bedreddin Hassan, «avete voi mai veduto un giovine di più belle forme e più leggiadro di questo? —

«Esaminò la fata con attenzione Bedreddin; poi, volgendosi al genio, rispose: — Vi confesso ch’è bello assai, ma ho testè veduto al Cairo un oggetto ancora più maraviglioso, di cui vi parlerò se volete ascoltarmi. — Mi farete gran piacere,» replicò il genio. — Dovete dunque sapere,» riprese la fata, «(poichè bisogna prendere la cosa da lungi), che alla corte del sultano di Egitto c’è un visir, nominato Schemseddin Mohammed, il quale ha una figlia dell’età di circa vent’anni. È dessa la più bella e perfetta persona, di cui siasi mai udito parlare. Il sultano, informato dalla pubblica voce dell’avvenenza di questa giovane damina, fece chiamare il visir, suo padre, uno di codesti giorni, e gli disse: — Ho saputo che avete una figlia da marito; avrei intenzione di sposarla: vorreste accordarmela?» Il visir, che non aspettavasi tale proposta, ne fu alquanto turbato, ma non abbagliato; ed invece di accettarla con gioia, com’altri in suo luogo non avrebbe mancato di fare, rispose al sultano: — Sire, sono indegno dell’onore che vostra maestà mi vuol impartire, e vi supplico umilmente di non aver a male, ch’io mi opponga al vostro divisamento. Sapete che ho un fratello chiamato Nureddin Alì, il quale aveva, al par di me, l’onore di [p. 339 modifica]essere vostro visir. Una volta ebbimo un alterco, il quale fu cagione ch’egli sparisse tutt’a un tratto, e da quel tempo non n’ehbi più nuova alcuna, se non che quattro giorni fa seppi esser egli morto a Balsora nella dignità di gran visir del sultano di quel regno. Egli ha lasciato un figlio; e siccome c’impegnammo fin d’allora ambedue di maritare insieme i nostri figliuoli, supponendo di averne, sono persuaso ch’egli sarà morto coll’intenzione di fare questo matrimonio. Laonde vorrei dal canto mio compiere la promessa, e scongiuro vostra maestà a volerlo permettere. Sono in questa corte molti altri signori, che hanno figliuole com’io, e cui potete onorare della vostra parentela. —

«Il sultano d’Egitto fu estremamente adirato contro Schemseddin Mohammed......»

Scheherazade tacque a tal passo, vedendo comparire il giorno. La notte successiva, ripreso il filo della sua narrazione, disse al sultano dell’Indie, facendo sempre parlare il visir Giafar al califfo Aaron-al-Rasehid:


NOTTE XCIX


— «Il sultano d’Egitto, offeso del rifiuto e dell’ardire di Schemseddin Mohammed, gli disse, con un trasporto di collera che non seppe frenare: — Così dunque rispondete alla bontà che mi degno esternarvi, volendo imparentarmi con voi? Saprò vendicarmi della preferenza che osale dare ad un altro, e giuro che vostra figlia non avrà altro marito che il più vile e deforme di tutti i miei schiavi.» Ciò detto, licenziò bruscamente il visir, il quale tornò a casa pieno di confusione e crudelmente mortificato. Oggi il sultano [p. 340 modifica]si fece venire dinanzi un suo palafreniere, gobbo davanti e di dietro, e brutto da far paura; ed imposto a Schemseddin Mohammed di acconsentire al matrimonio di sua figlia con quello schiavo, fece in sua presenza estendere e firmare il contratto dai testimoni. I preparativi di queste bizzarre nozze sono finiti, e all’ora che vi parlo, tutti gli schiavi dei signori della corte d’Egitto stanno alla porta di un bagno, ciascuno con una fiaccola in mano, attendendo che il palafreniere gobbo, il quale vi sta lavandosi, n’esca, per condurlo dalla sposa, che, da parte sua, è già vestita. Quando sono partita dal Cairo, le dame adunate disponevansi a condurla, con tutti i suoi ornamenti nuziali, nella sala ove deve ricevere il gobbo, ed in cui essa presentemente lo aspetta. L’ho veduta, e vi assicuro che non si può mirarla senza maraviglia. —

«Allorchè ebbe la fata finito di parlare, il genio soggiunse: — Checchè possiate dire, non so persuadermi che la bellezza di codesta fanciulla superi quella di questo giovane. — Non voglio contrastarvelo,» replicò la fata; «vi confesso ch’ei meriterebbe di sposare la vezzosa persona destinata al gobbo; e mi sembra faremmo opra degna di noi, se, opponendoci all’ingiustizia del soldano d’Egitto, potessimo sostituire questo giovine allo schiavo. — Avete ragione,» rispose il genio; «non sapreste credere quanto mi piaccia il pensiero che vi è venuto. Deludiamo, vi accensento, la vendetta del sultano d’Egitto, consoliamo un padre afflitto, e facciamo sua figlia tanto felice quanto si crede disgraziata. Nulla tralascerò dal canto mio per incarnare simile disegno, e son certo che anche voi non vi risparmierete. Intanto m’incarico di portarlo al Cairo senza che si risvegli, e vi lascio la cura di trasferirlo altrove, quando avremo eseguita la nostra impresa. —

«Quando la fata ed il genio ebbero insieme [p. 341 modifica]concertato quello che volevano fare, il genio sollevò leggermente Bedreddin, e trasportandolo per aria con inconcepibile velocità, andò a deporlo alla porta d’un pubblico albergo, vicino al bagno d’onde il gobbo doveva uscire, col seguito degli schiavi che lo aspettavano.

«Svegliatosi in quel momento Bedreddin Hassan, fu molto sorpreso al vedersi nel mezzo d’una città sconosciuta. Volle gridare per chiedere ove fosse; ma il genio, percossolo lievemente sulla spalla, lo avvertì di non dir parola. Poi, messagli una fiaccola in mano: — Andate,» gli disse, «mescolatevi alla gente che vedete alla porta di quel bagno, ed accompagnatevi con essi finchè entrerete in una sala, ove si devono celebrare delle nozze. Lo sposo è un gobbo che facilmente riconoscerete. Mettetevi alla sua destra entrando, e intanto aprite adesso la borsa di zecchini che avete in seno per distribuirll ai suonatori, ai ballerini e ballerine lungo la strada. Quando sarete nella sala, non mancate di darne anche alle schiave che vedrete intorno alla sposa, mano mano che si avvicineranno; e tutte le volte che metterete le mani nella borsa, ritiratele piene di zecchini, e badate di non risparmiarli. Fate esattamente quanto vi dico con grande presenza di spirito; non vi maravigliate di nulla, non temete alcuno, e riposate del resto sur una potenza superiore che tutto a suo grado dispone. —

«Il giovane Bedreddin, ben istruito di quello che dovea fare, si avanzò verso la porta del bagno. La prima cosa che fece, fu d’accendere la sua fiaccola a quella d’uno schiavo; poi, mescolandosi tra gli altri, come se appartenesse a qualche signore del Cairo, si mise con loro in cammino, ed accompagnò il gobbo, ch’era uscito e montato sur un cavallo delle scuderie del sultano....»

Il giorno che comparve impose silenzio a [p. 342 modifica]Scheherazade, la quale differì la continuazione di questo racconto al giorno susseguente.


NOTTE C


— Sire,» diss’ella, «il visir Giafar, continuando a parlare al califfo:

«Bedreddin Hassan,» proseguì, «trovandosi vicino ai suonatori di strumenti, ai ballerini e ballerine che camminavano dinanzi al gobbo, cavava di tempo in tempo dalla borsa pugni di zecchini, distribuendoli ad essi. E siccome faceva le sue largizioni con grazia impareggiabile e sorridente aspetto, tutti coloro che le ricevevano, volgevano gli occhi su lui, e contemplatolo, lo trovavano sì ben fatto e bello della persona, che non potevano più distoglierne gli occhi.

«Giunsero finalmente alla porta del visir Schemseddin Mohammed, il quale era ben lungi dall’immaginare che suo nipote gli fosse tanto vicino. Gli uscieri, per impedire la confusione, fermarono tutti gli schiavi che portavano le fiaccole, e non vollero lasciarli passare, respingendo lo stesso Bedreddin Hassan; ma i suonatori, a’ quali aperta era la porta, fermaronsi, protestando non entrerebbero, se non lo lasciavano passare insieme. — Non entra nel numero degli schiavi,» dicevano, «e per persuadersene basta guardarlo. E certo un giovane forastiere che desidera vedere per curiosità le cerimonie di nozze in uso in questa città.» E sì dicendo, presolo in mezzo, a dispetto degli uscieri lo introdussero; e toltagli la fiaccola, e datala al primo che si presentò, entrati in sala, lo collocarono a destra del gobbo, il quale sedè sur un magnifico trono accanto alla figlia del visir.

[p. 343 modifica]«Era questa sfarzosamente abbigliata, ma le si leggeva sul volto un languore, o, a meglio dire, una tristezza mortale, di cui non era difficile indovinar la cagione, vedendole a fianco un marito sì deforme e poco degno dell’amor suo. Il trono di que’ mal accoppiati sposi sorgeva in mezzo d’un sofà. Le mogli degli emiri, dei visiri, degli officiali della camera del sultano, e varie altre dame della corte e della città, sedevano da ciascun lato alquanto più basso, ognuna secondo il proprio grado, e tutte vestite con tale sfarzo, ch’era una maraviglia a vederle. Portavano esse faci accese.

«Allorchè videro entrare Bedreddin Hassan, tutte gli fissarono addosso gli occhi; ed ammirandone la taglia, la presenza e la leggiadria del volto, non potevano saziarsi dal guardarlo. Quando fu seduto, non ve n’ebbe una che non lasciasse il suo posto, e gli si avvicinasse per considerarlo più davvicino; nè alcuna, che, ritirandosi, non si sentisse agitata da un tenero sentimento.

«La differenza che passava tra Bedreddin Hassan ed il palafreniere gobbo, la cui figura faceva orrore, suscitò un mormorio nell’assemblea. — A quel bel giovanotto,» sclamarono le dame, «dobbiam dare la nostra sposa, e non a quel brutto gobbaccio.» Nè qui fermaronsi, ma ardirono anche imprecare contro il sultano, il quale, abusando dell’assoluto suo potere, univa la deformità alla bellezza; e copersero pure d’invettive il gobbo, facendogli perdere contegno, con gran diletto degli spettatori, le fischiate de’ quali interruppero per un pezzo la sinfonia, che risuonava nella sala. Finalmente ricominciarono i suonatori i loro concerti, e le donne che avevano vestita la fidanzata, le si accostarono...»

Pronunciando queste ultime parole osservò Scheherazade ch’era giorno, e tosto tacque; la notte seguente così ripigliò il suo discorso:

[p. 344 modifica]

nota del traduttore francese.

Le notti CI e CII trovansi nell’originale impiegate nella descrizione di sette abiti e sette acconciature diverse che la figlia del visir Schemseddin Mohammed cangiò al suono degli stromenti. Siccome tal descrizione non mi parve dilettevole, e d’altronde va sparsa di versi che hanno, a dir vero, la loro bellezza in arabo, ma che non sarebbe abbastanza apprezzata dagli Europei, non ho stimato opportuno di tradurre quelle notti.


NOTTE CIII


— Sire,» disse Scheherazade al sultano dell’Indie, «vostra maestà non avrà certo dimenticato essere il gran visir Giafar che parla al califfo Aaron-al-Raschid.

«Ogni volta,» proseguì egli, «che la sposa cangiava d’abito, alzavasi dal suo posto, e seguita dalle donne, passava davanti al gobbo senza degnarsi di guardarlo, andando a presentarsi a Bedreddin Hassan, onde farsi da lui vedere ne’ nuovi suoi abbigliamenti. Allora Bedreddin, secondo le istruzioni avute dal genio, non mancava di metter la mano nella borsa e cavarne pugni di zecchini, che distribuiva alle donne del seguito della sposa. Ne dimenticava i suonatori ed i ballerini, gettandone anche a loro a piene mani; era un diletto il vedere come sospingevansi l’un l’altro per raccoglierli, attestendogliene riconoscenza, e dinotandogli, con cenni, come avrebber voluto che la giovane sposa fosse piuttosto sua che del gobbo. [p. 345 modifica]Le donne che le stavano intorno, gli dicevano la medesima cosa, nè badando d’essere dal gobbo udite, facevangli anzi mille smorfie; lo che molto divertiva gli spettatori.

«Finita la cerimonia di cangiar d’abito tante volte, cessarono i suonatori dalle sinfonie, e ritiraronsi, accennando a Bedreddin di fermarsi. La medesima cosa fecero le dame, ritirandosi anch’esse con tutti gli altri estranei alla casa. Intanto la sposa entrò in un gabinetto, ove la seguirono le donne per ispogliarla, e non rimasero più nella sala che il palafreniere, Bedreddin Hassan ed alcuni servi. Il gobbo, ch’era fleramente adirato col giovane, il quale gli dava ombra, lo squadrò con brusco cipiglio, e gli disse: — E tu, chi aspetti? Perchè non parti cogli altri? Vattene.» Non avendo Bedreddin alcun pretesto per rimanere, uscì molto imbarazzato; ma non era ancor fuori del vestibolo, che presentatisegli il genio e la fata, lo fermarono. — Dove andate?» gli disse il genio. «Fermatevi: il gobbo non è più in sala, essendone uscito per qualche bisogno; rientrate, ed introducetevi nella stanza della sposa. Appena sarete solo con lei, ditele arditamente che siete suo marito; che l’intenzione del sultano fu di divertirsi a spese del gobbo, e che per acchetare il preteso marito, gli faceste preparare un buon piatto di crema nella sua stalla. Ditele insomma tutto quello che vi verrà in mente onde persuaderla; bel giovane come siete, ciò non vi riescirà difficile, e grande sarà la sua gioia d’essere stata sì piacevolmente ingannata. Intanto noi andremo a far in modo che il gobbo non rientri, e v’impedisca di passare la notte colla sposa; essendo ella vostra, e non sua. —

«Mentre il genio incoraggiva in tal guisa Bedreddin, istruendoli di ciò che doveva fare, il gobbo era infatti uscito dalla sala. Il genio s’introdusse pertanto [p. 346 modifica]dove colui si trovava, e presa la figura d’un grosso gatto nero, si mise a miagolare spaventosamente. Il gobbo gridò, e battè le mani per farlo fuggire; ma il gatto, invece di ritirarsi, si rizzò sulle zampe, fece brillare due occhi accesi, e guardò fieramente il gobbo, miagolando più forte di prima, e ingrossando in modo che in breve apparve grosso come un asino. Il gobbo, a tal vista, volle gridar aiuto; ma la paura avevalo tratto sì di senno, che rimase colla bocca aperta senza poter proferir parola. Per non dargli riposo, cangiossi tosto il genio in un forte bufalo, e sotto tal forma, gli gridò con voce, che ne raddoppiò la paura: «Brutto gobbo!» A tali parole, l’atterrito palafreniere cadde al suolo, e coprendosi colla veste il capo, per non vedere quello spaventoso animale, rispose tremando: — Principe sovrano dei bufali, che volete da me? — Guai a te,» gli replicò il genio; «tu hai la temerità d’osar di sposare la mia innamorata? — Ehi signore,» disse il gobbo, «vi supplica di perdonarmi: se sono colpevole, ciò fu per mera ignoranza; io non sapeva che quella dama avesse un bufalo per amante. Comandatemi ciò che volete, e vi giuro che son pronto ad obbedirvi. — Per la morte,» replicò il genio, «se tu esci di qui, se non stai in silenzio, se ti sfugge una parola fino al sorger del sole, ti schiaccerò la testa. Allora ti permetto d’uscire di questa casa; ma ti ordino di ritirarti presto senza guardar indietro, e se tu avessi l’audacia di tornarvi, ti costerà la vita.» Finite queste parole, il genio si trasformò in uomo, prese il gobbo pei piedi, ed alzatolo colla testa all’ingiù contro il muro: — Se, ti muovi,» soggiunse, «prima che si alzi il sole, come t’ho già detto, ti prenderò pei piedi, e ti fracasserò il capo contro la parete. —

«Ora, per tornare a Bedreddin Hassan, incoraggiato egli dal genio e dalla presenza della fata, entrò [p. 347 modifica]prima nella sala, e s’introdusse quindi nella camera nuziale, ove sedè attendendo l’esito della sua avventura. Dopo qualche tempo giunse la sposa, condotta da una buona vecchia, la quale, formatasi alla porta, esortò il marito a far bene il dover suo, senza guardare se fosse il gobbo od altri; quindi, rinchiusala, se ne andò.

«Estrema fu la sorpresa della giovane vedendo, invece del gobbo, Bedreddin Hassan, il quale se le presentò colla miglior grazia del mondo. — E che, mio caro amico,» gli diss’ella, «siete qui a quest’ora? bisogna che siate intrinseco di mio marito. — No, signora,» rispose Bedreddin, «sono d’una condizione diversa di quel brutto gobbo. — Ma,» ripigliò quella, «non osservate che parlate male del mio sposo? — Egli vostro sposo, o signora?» tornò a dire Bedreddin. «E potete conservar un simile pensiero? uscite d’errore: tanta beltade non sarà sagrificata al più spregevole degli uomini. Son io, signora, il felice mortale, cui sono riserbate. Il sultano volle divertirsi facendo questa superchieria al visir vostro padre, e mi ha poi scelto per vostro vero sposo. Avrete potuto notare quanto le dame, i suonatori, i ballerini, le vostre donne istesse, e tutte le persone di casa vostra siansi divertite di questa commedia. Abbiamo rimandato lo sciagurato gobbo, che appunto adesso sta mangiando un piatto di crema nella sua stalla, e potete contare che mai più vi comparirà davanti. —

«A tale discorso, la figlia del visir, la quale più morta che viva era entrata nella stanza nuziale, cambiò faccia, e prese un’aria allegra che la fece tanto bella da rimanerne Bedreddin incantato. — Non mi aspettava,» gli diss’ella, «una sì grata sorpresa, e già m’era rassegnata ad essere infelice per tutto il resto della vita. Ma la mia felicità è tanto maggiore, in quanto che son per possedere in voi un uomo [p. 348 modifica]degno della mia tenerezza.» Sì dicendo, finì di spogliarsi, e si pose a letto. Da parte sua, Bedreddin Hassan, giubilante di vedersi possessore di tante attrattive, spogliossi prontamente, e pose le vesti sopra una sedia, addosso alla borsa datagli dall’Ebreo, la quale, ad onta di quanto ne aveva estratto, era ancora piena. Si levò quindi il turbante per prenderne un altro stato già preparato pel gobbo, ed andò a coricarsi in camicia e mutande (2); erano mutande di raso turchino, attaccate con un cordone tessuto d’oro...»

L’aurora che facevasi vedere, obbligò Scheherazade al silenzio. La notte appresso, svegliatasi alla solita ora, continuò la storia in questi sensi:


NOTTE CIV


— «Addormentati che furono i due amanti,» proseguì il gran visir Giafar, «il genio, il quale aveva raggiunto la fata, le disse esser tempo di finire quanto avevano sì ben incominciato e ben condotto fin allora. — Non lasciamoci sorprendere,» sogginnse, «dalla luce del giorno, che presto apparirà; andate a rapire il giovane senza svegliarlo. —

«Si recò la fata nella camera degli amanti, che dormivano profondamente, levò Bedreddin Hassan nello stato in cui era, cioè in mutande e camicia, e volando unitamente al genio con meravigliosa celerità fino alle porte di Damasco, in Siria, vi giunsero precisamente nel punto che i ministri delle moschee, a tale funzione preposti, chiamavano ad alta voce il [p. 349 modifica]popolo alla preghiera dell’alba. Depose la fata lievemente a terra Bedreddin, e lasciandolo presso alla porta, si allontanò col genio.

«Aperta la porta della città, la gente, già raccolta in gran numero per uscire, fu assai sorpresa vedendo Bedrcddin Hassan disteso per terra in camicia e mutande. Diceva uno: — Aveva tanta fretta d’uscire di casa dell’amante, che non ebbe il tempo di vestirsi. — Vedete un poco,» diceva l’altro, «a quali accidenti si va esposti: avrà passato buona parte della notte a bere cogli amici; si sarà ubbriacato, ed uscendo poscia per qualche bisogno, invece di rientrare, sarà venuto fin qui senza sapere cosa facesse, ed il sonno l’avrà colto.» Altri diversamente parlavano, e niuno poteva indovinare per qual caso colà si trovasse. Un lieve zeffiretto che cominciava allora a soffiare, ne sollevò la camicia, lasciando vedere un petto più bianco della neve; ne furono tutti tanto maravigliati, che mandarono un grido di ammirazione, onde fu il giovane destato. Non fu la sua sorpresa minore della loro vedendosi alla porta d’una città ove non era mai stato, e circondato da una folla di persone che lo consideravano con attenzione. — Signori,» disse loro, «ditemi, di grazia, dove sono, e cosa desiderate da me.» Prendendo uno a parlare, gli rispose: — Giovanetto, testè fu aperta la porta di questa città, ed uscendone, vi abbiamo trovato disteso qui nello stato in cui siete. Noi ci siamo fermati per guardarvi. Avete forse passata in questo luogo la notte? E non sapete che siete ad una porta di Damasco? — Ad una porta di Damasco?» soggiunse Bedreddin. «Voi vi burlate di me: stanotte, quando mi coricai, io era al Cairo.» A tai detti, alcuni, mossi a compassione, sclamarono esser peccato che un giovane sì bello avesse perduto il senno, e tirarono innanzi per la loro strada.

[p. 350 modifica]«— Figliuolo,» gli disse un buon vecchio, «voi v’ingannate: se stamattina siete a Damasco, come potevate trovarvi ier sera al Cairo? Non può essere. — Eppure è verissimo,» insiste Bedreddin, «e vi giuro anzi che ho passata tutta la giornata di ieri a Balsora.» Aveva appena finito di parlare, che tutti si misero a ridere sgangheratamente, gridando: — È pazzo, è pazzo.» Taluni però lo compiangevano per la sua gioventù, ed uno della compagnia gli disse: — Figliuolo, parmi abbiate smarrita la ragione, poichè non pensate a ciò che dite; è mai possibile che un uomo sia di giorno a Balsora, la notte al Cairo, e la mattina a Damasco? Senza dubbio non siete peranco ben desto; richiamate i vostri spiriti. — Quello che dico è tanto vero,» ripigliò il giovane, «che ier sera mi sono ammogliato nella città del Cairo.» Tutti coloro che prima avevano riso, risero doppiamente al suo discorso. — Sentito,» gli disse la stessa persona che avevagli già parlato, «convien dire che abbiate sognato, e ve ne sia rimasta in cervello l’illusione. — So benissimo quello che dico,» rispose Bedreddin. «Ditemi piuttosto voi com’è possibile ch’io sia andato in sogno al Cairo, in cui sono persuaso d’essere effettivamente stato, ove mi fu condotta davanti sette volte la mia sposa, ogni volta ornata di nuovo abbigliamento; e dove finalmente ho veduto un orrido gobbo che pretendevasi darle in marito? Ditemi inoltre che cosa avvenne della mia veste, del mio turbante e della borsa di zecchini ch’io aveva al Cairo? —

«Benchè egli assicurasse, che tutte quelle cose erano reali, le persone che l’ascoltavano ne risero; talchè si turbò in guisa che non sapeva più egli stesso cosa pensare di quanto eragli accaduto...»

Il giorno, che cominciava a rischiarare l’appartamento di Schahriar, impose silenzio a Scheherazade, la quale, all’indomani, continuò così il racconto:

[p. 351 modifica]

NOTTE CV


— «Sire,» continuò il visir Giafar, «dopo che Bedreddin Hassan si fu ostinato a sostenere la verità di quanto asseriva, si alzò per entrare nella città, e tutti lo seguirono gridando: — È un pazzo, è un pazzo.» A tali grida, questi mettevano la testa alle finestre, quelli presentavansi sulle porte; ed altri, unendosi a coloro che circondavano Bedreddin, gridavano al par di loro: — È un pazzo!» senza sapere di che si trattasse. Nell’imbarazzo in cui trovavasi il giovane, giunse davanti alla casa d’un pasticciere che apriva la bottega, e v’entrò per involarsi alle fischiate del popolo che lo seguiva.

«Quel pasticciere era altre volte stato capo d’una banda di Arabi vagabondi che derubavano le carovane, e benchè fosse venuto a stabilirsi in Damasco, ove non dava alcun motivo di lagnanze, non lasciava d’essere temuto da tutti quelli che lo conoscevano. Laonde, al primo sguardo da lui volto sulla plebaglia che seguiva Bedreddin, subito la sciolse. Allora il pasticciere, non vedendo più alcuno, fece varie interrogazioni al giovane, domandandogli chi fosse, e cosa lo avesse condotto a Damasco. Hassan non gli nascose nè la propria nascita, nè la morte del gran visir suo padre; gli raccontò poscia in qual modo era uscito da Balsora, e come, addormentatosi la notte precedente sulla tomba del padre, erasi trovato, allo svegliarsi, al Cairo, dove aveva sposato una dama della corte. Finalmente, gli esternò la sua sorpresa nel vedersi in Damasco, senza poter comprendere tutte quelle maraviglie.

[p. 352 modifica]«— La vostra storia è delle più sorprendenti,» gli disse il pasticciere, «ma se volete seguire il mio consiglio, non fate a nessuno la confidenza di tutte le cose che m’avete contate, ed attendete pazientemente che il cielo si degni por termine alle disgrazie, dalle quali permette siate afflitto. Intanto resterete con me, e siccome non ho prole, son pronto a riconoscervi per figlio, se acconsentite. Adottato che io v’abbia, potrete girare liberamente per la città, nè sarete più esposto agl’insulti del popolo. —

«Benchè quell’adozione non facesse troppo onore al figliuolo d’un gran visir, Bedreddin non ricusò la proposta del pasticciere, giudicando essere il miglior partito che prendere potesse nella situazione, in cui trovavasi. Il pasticciere lo fece vestire, e presi alcuni testimoni, andò davanti al cadì a dichiarare che lo riconosceva per figlio; e Bedreddin rimase presso di lui sotto il semplice nome di Hassan, e imparò frattanto la professione di pasticciaio.

«Mentre tali cose succedevano in Damasco, la figlia di Schemseddin Mohammed si destò, e non trovandosi accanto Bedreddin, credè si fosse alzato senza volerle interrompere il sonno, e che poco stante ritornerebbe. Attendeva dunque il ritorno di lui, quando il visir Schemseddin Mohammed, suo padre, vivamente offeso dell’affronto cui credeva aver ricevuto dal sultano d’Egitto, venne a bussare alla porta dell’appartamento, nell’intenzione di piangere con lei il suo tristo destino. La chiamò per nome, ed essa non n’ebbe appena intesa la voce, che alzatasi per andargli ad aprire, gli baciò la mano, e lo accolse in aria sì ridente, che il visir, il quale aspettavasi di trovarla nel pianto e non meno di lui afflitta, ne rimase estremamente sorpreso. — Sciagurata,» le disse con ira, «così mi comparisci davanti? Dopo il doloroso sagrificio che facesti, puoi tu presentarmi sì giulivo aspetto?....»

[p. 353 modifica]A questo passo Scheherazade cessò di parlare, essendo per comparire il giorno; ma la notte seguente riprese il suo discorso, e disse al sultano dell’Indie:


NOTTE CVI


— Sire, il gran visir Giafar, continuando a narrare la storia di Bedreddin Hassan:

«Quando la sposa,» proseguì egli, «vide che il padre le rimproverava la di lei appariscente allegrezza, gli disse: — Signore, non mi fate, di grazia, sì ingiusto rimprovero: non e già il gobbo, cui detesto più della morte, non è quel mostro ch’io ho sposato. Tutti gli hanno fatto fare una tal figura, che fu costretto ad andar a nascondersi, e cedere il luogo ad un giovine amabile, ch’è il mio vero marito. — Qual favola mi andate contando?» interruppe bruscamente Schemseddin Mohammed. «Come! il gobbo non ha passata la notte con voi? — No signore,» rispose quella; «io non ho dormito se non col giovine di cui vi parlo, il quale ha due begli occhi e grandi sopracciglia nere.» A tali parole perdè il visir la pazienza, e montò in furia contro la figliuola. — Iniqua,» le disse, «volete farmi perdere il cervello con simili discorsi? — Siete voi, padre mio,» rispos’ella, «che mi confondete colla vostra incredulità. — Non è dunque vero,» replicò il visir, «che il gobbo... — Oh, lasciamo stare il gobbo,» interruppe la giovine precipitosameme; «maledetto sia il gobbo! Dovrò sempre udir parlare del gobbo? Ve lo ripeto di nuovo, padre,» soggiunse, «io non ho passata la notte con lui, ma coll’amabile sposo di cui vi parlo, e che non dev’ essere di qui lontano. —

[p. 354 modifica]«Schemseddin Mohammed uscì per andarlo a cercare, ma invece di trovarlo, fu sommamente sorpreso d’incontrare il gobbo, il quale aveva la testa abbasso ed i piedi in alto, nella medesima situazione in cui lo aveva posto il genio. — Che vuol dir ciò?» gli diss’egli; «chi v’ha messo in questo stato?» Il gobbo, riconoscendo il visir, rispose: — Ah, ah! siete voi che volevate farmi sposare l’amante d’un bufalo, l’innamorata d’un genio villano? Non sarò vostro zimbello, e non me la ficcherete certo...»

Scheherazade qui s’interruppe vedendo i primi albori. Sebbene non fosse molto tempo che parlasse, non proseguì di più per quella notte; e all’indomani ripigliò così il seguito della sua narrazione:


NOTTE CVII


— Sire, il gran visir Giafar, continuando la sua storia:

«Schemseddin Mohammed,» disse, «credè che il gobbo delirasse quando lo udì parlare in quella guisa, e soggiunse: — Toglietevi di là; rimettetevi in piedi. — Me ne guarderò bene,» riprese il gobbo, «finchè non ispunti il sole. Sappiate che essendo qui venuto ier sera, mi comparve davanti un gatto nero, il quale diventò insensibilmente grosso come un bufalo; nè ho dimenticato quello che mi disse. Andatevene dunque pei fatti vostri, e lasciatemi.» Il visir, invece di andarsene, prese il gobbo pei piedi, e lo costrinse ad alzarsi. Allora costui uscì correndo a perdilena, senza mai volgersi indietro, e recatosi al palazzo, si fe’ presentare al sultano d’Egitto, e lo divertì assai raccontandogli il trattamento, ricevuto dal genio. [p. 355 modifica]«Schemseddin Mohammed tornò alla stanza della figliuola, più stupito ed incerto di prima su che voleva sapere. — Ebbene, figlia ingannata,» le disse, «non potreste meglio illuminarmi sur un’avventura che mi rende attonito e mi confonde? — Signore,» essa rispose, «non posso manifestarvi altra cosa oltre quanto ebbi l’onore di dirvi. Ma ecco gli abiti del mio sposo, ch’egli lasciò su questa sedia; forse serviranno a darvi gli schiarimenti che bramate.» Sì dicendo, presentò il turbante di Bedreddin al visir, il quale, avendolo preso, e ben esaminato da tutte le parti: — Lo piglierei,» disse, «per un turbante di visir, se non fosse alla moda di Mussul.» Indi, avvedutosi di qualche cosa cucita fra la stoffa e la fodera, chiese le forbici, e scucitolo, vi trovò una carta piegata. Era la memoria che Nureddin Alì aveva, morendo, consegnata a Bedreddin suo figliuolo; il quale tenevala nascosta in quel sito per meglio conservarla. Avendo Schemseddin Mohammed spiegata la carta, riconobbe il carattere di Nureddin Alì suo fratello, e vi lesse questo titolo: A mio figlio Bedreddin Hassan. Prima che potesse fare le sue riflessioni, la figlia gli pose in mano la borsa da lei trovata sotto l’abito, ed apertala, il visir trovò ch’era piena di zecchini, come già dissi, poichè, malgrado le largizioni di Bedreddin, ell’era sempre rimasta piena per cura del genio e della fata. Lesse sulla soprascritta della borsa queste parole: Mille zecchini di ragione dell’ebreo Isacco; e quest’altre di sotto, scritte dall’Ebreo prima di separarsi dal giovine: Pagati a Bedreddin Hassan pel carico da lui vendutomi del primo dei vascelli già appartenemi a Nureddin Alì suo padre, di felice memoria, quando approderà in questo porto.

«Non aveva ancor finito di leggere, che mandò un grido, e svenne...»

Voleva Schehemzade continuare, ma sorgendo l’alba, [p. 356 modifica]il sultano delle Indie si alzò, risoluto di udire il seguito di questa storia.


NOTTE CVIII


Avendo all’indomani ripigliata Scheherazade la parola, disse a Schahriar, facendo sempre parlare il visir Giafar:

— «Sire, rinvenuto il visir Schemseddin Mohammed dal suo svenimento mediante i soccorsi della figliuola e delle donne accorse: — Figlia mia,» le disse, «non vi faccia meraviglia l’accidente che mi è accaduto; la causa n’è tale, che appena potreste crederla. Quello sposo che ha passata la notte con voi, è vostro cugino, figlio di Nureddin Alì. I mille zecchini che trovansi in questa borsa mi rammentano la questione che ebbi con quel caro fratello, e sono di certo il regalo di nozze ch’egli vi fa. Sia lodato Iddio di tutte le cose, e particolarmente di questa avventura maravigliosa, che dimostra così bene la sua potenza.» Tornò quindi a guardare lo scritto del fratello, e lo baciò più volte, versando abbondanti lagrime. — Perchè non posso,» diceva egli, «come veggo questi caratteri che mi recano tanto piacere, riveder qui lo stesso Nureddin, e riconciliarmi con lui! —

«Letta da cima a fondo la memoria, vi trovò la data dell’arrivo del fratello a Balsora, del suo matrimonio, della nascita di Bedreddin Hassan; e quando, dopo aver confrontate queste date con quelle delle di lui nozze e della nascita di sua figliuola al Cairo, ebbe ammirato il rapporto esistente fra loro, e riflettendo infine che il nipote era suo genero, si abbandonò intieramente alla gioia. Prese la memoria e la [p. 357 modifica]soprascritta della borsa, e corse a mostrarle al sultano; gli perdonò questi il passato, e talmente si compiacque del racconto di quella storia, che la fece trascrivere con tutte le sue circostanze per tramandarla alla posterità.

«Però il visir Schemseddin non poteva comprendere perchè il nipote fosse sparito; tuttavia sperava ogni momento di vederlo ricomparire, e lo attendeva colla massima impazienza per abbracciarlo. Dopo averlo inutilmente aspettato per sette giorni, lo fe’ cercare per tutto il Cairo, ma non ne seppe notizia veruna per quante indagini si fossero fatte; e ne provò molta inquietudine. — Ecco,» diceva, «un’avventura singolarissima; mai ne accadde di simile ad alcuno. —

«Nell’incertezza di ciò che poteva accadere in seguito, credè di dover mettere egli stesso in iscritto lo stato, in cui trovavasi allora la casa; in qual modo si fossero fatte le nozze; come ammobigliate erano la sala e la camera della figliuola. Fece pure un fardello del turbante, della borsa e del resto degli abiti di Bedreddin, e lo chiuse sotto chiave...»

La sultana fu costretta a fermarsi, vedendo comparire il giorno; ma verso la fine della notte seguente, proseguì la sua storia in tali termini;


NOTTE CIX


— Sire, il gran visir Giafar, continuando a parlare al califfo, disse:

«Dopo alcuni giorni, la figlia del visir Schemseddin Mohammed si avvide d’essere incinta; ed infatti, a capo di nove mesi, si sgravò di un figlio, cui avendo data una nutrice, con altre donne e varie schiave per servirlo, l’avo gli pose nome Agib3. [p. 358 modifica]

«Quando il giovine Agib ebbe compita l’età di sette anni, il visir, invece di fargli insegnare a leggere in casa, lo mandò alla scuola presso un dotto maestro, ove due schiavi avevano cura di condurlo e ricondurlo ogni giorno. Agib giuocava co’ compagni i quali, essendo tutti di condizione inferiore alla sua, avevano per lui molta deferenza, regolandosi sull’esempio del maestro, il quale condonavagli molte cose, cui ad essi non perdonava. La cieca compiacenza usata per Agib lo perdette: diventò altiero ed insolente, e voleva che i suoi compagni tutto sopportassero da lui, senza voler nulla soffrire da loro. Dominava da per tutto; e se qualcuno aveva l’ardire di opporsi a’ suoi voleri, lo caricava d’invettive, spesso anche maltrattandolo. Finalmente, resosi insopportabile a tutti gli scolari, se ne lagnarono essi al maestro e li esortò questi sulle prime ad aver pazienza, ma quando vide che non faceva se non aumentare in tal guisa l’insolenza di Agib, stanco egli stesso dei disturbi che gli recava: — Figliuoli,» disse agli scolari, «ben veggo che Agib è un insolente; v’insegnerò io il mezzo di mortificarlo in guisa che non vi tormenterà più; anzi credo che più non ardirà comparire alla scuola. Domani, quando sarà giunto, e che vorrete giuocare insieme, fategli cerchio intorno, e qualcuno dica ad alta voce: «Vogliamo giuocare, ma colla condizione, che chi giuocherà dovrà dire il suo nome e quello de’ suoi genitori. Riguarderemo come bastardi coloro che ricuseranno di farlo, e non tollereremo che giuochino con noi. —

«Il maestro fece comprendere a tutti l’imbarazzo in cui allora avrebbero posto Agib, ed essi pieni d’allegrezza, ritiraronsi alle case loro.

«Il giorno dopo, quando furono tutti riuniti, non tralasciarono di fare ciò che lor aveva insegnato il maestro, e circondando Agib, uno fra gli altri, [p. 359 modifica]presa la parola, disse: — Giuochiamo a qualche giuoco, ma a condizione che chi non potrà dire il suo nome e quello de’ suoi genitori, non abbia a giuocare.» Tutti, ed anche Agib, acconsentirono. Allora il ragazzo che aveva parlato, l’interrogò ad uno ad uno, e soddisfecero tutti alla condizione, fuorchè Agib, il quale rispose: — Io mi chiamo Agib, mia madre chiamasi Fior di Bellezza, e mio padre Schemseddin Mohammed. —

«A quei detti tutti i fanciulli sclamarono: — Che dite mai, Agib? Questo non è il nome di vostro padre, ma quello di vostro nonno. — Che Dio vi confonda!» replicò egli in collera. «Come! osereste dire che il visir Schemseddin Mohammed non è mio padre?» Gli risposero gli scolari smascellando dalle risa: — No, no, egli è soltanto vostro nonno, e non potete giuocare con noi; ci guarderemo anzi dall’avvicinarvi.» E sì dicendo, si allontanarono da lui beffandolo, e continuando a ridere fra loro. Agib, offesoe dei loro motteggi, si mise a piangere.

«Il maestro di scuola, che stava in ascolto ed aveva tutto udito, entrò in tal punto, e volgendosi al ragazzo: — Agib,» gli disse, «non sapete forse ancora che il visir Schemseddin Mohammed non vi è padre? Egli è vostro avo, padre della madre vostra Fior di Bellezza. Noi ignoriamo al par di voi il nome di vostro padre; solo sappiamo che il sultano aveva voluto maritare vostra madre con un suo palafreniere, il quale era gobbo, ma che un genio dormì con lei. Questo è mortificante per voi, e devo insegnarvi a trattate i vostri condiscepoli con minor alterigia di quanto faceste finora...»

«L’alba che sorgeva pose fine al discorso di Scheherazade, la quale lo ripigliò la notte seguente, dicendo al sultano delle Indie: [p. 360 modifica]


NOTTE CX


— «Sire, il piccolo Agib, piccato dai maneggi dei compagni, uscì bruscamente dalla scuola, e tornato a casa piangendo, andò prima da sua madre Fior di Bellezza, la quale, agitata al vederlo così afflitto, gliene chiese con premura il motivo; ma egli non le potè rispondere che con parole tronche dai singhiozzi, tanto era oppresso dal dolore; e non fu se non ad intervalli ch’egli riuscì a raccontare la cagione mortificante del suo cordoglio. Quando ebbe finito: — In nome di Dio,» le disse, «vi scongiuro, madre mia, di dirmi chi è mio padre. — Figliuolo,» gli rispose ella, «vostro padre è il visir Schemseddin Mohammed, il quale vi abbraccia tutti i giorni. — Voi non mi dite la verità,» ripigliò Agib; «egli non è mio padre, ma vostro. Ma io, di qual padre son figliuolo?» A tal domanda, rammentandosi Fior di Bellezza la notte delle sue nozze, seguita da sì lunga vedovanza, cominciò a piangere amaramente, rammaricando le perdita d’uno sposo amabile come Bedreddin.

«Mentre Fior di Bellezza piangeva da un canto ed Agib dall’altro, entrò il visir e volle sapere la causa della loro afflizione. Fior di Bellezza gliela manifestò, e narratogli la mortificazione toccata da Agib alla scuola, quel racconto commosse al vivo il visir, il quale unì le sue alle loro lagrime; e da ciò giudicando che tutti tenessero discorsi contrari all’onore della figliuola, ne fu in gran disperazione. Colpito da sì crudel pensiero, andò al palazzo del sultano; e prosternatosegli ai piedi, lo supplicò umilmente di concedergli il permesso di fare un viaggio nelle [p. 361 modifica]province del Levante, ed a Balsora particolarmente, per andar a cercare suo nipote Bedreddin Hassan, dicendo non poter tollerare, che nella città si credesse aver un genio dormito con sua figliuola. Entrò il sultano a parte delle afflizioni del visir, ed approvata la sua risoluzione, gli permise di eseguirla; fecegli anzi estendere una nota, nella quale pregava, nei termini più cortesi, i principi ed i signori dei luoghi ove trovar si potesse Bedreddin, ad accondiscendere che il visir lo conducesse seco.

«Non trovò Schemseddin parole bastanti ad esprimere i suoi ringraziamenti al sultano per tanta bontà. Si contentò dunque di prosternarsi davanti al principe una seconda volta; ma le lagrime che gli scorrevano dagli occhi, manifestarono abbastanza la sua gratitudine. Infine, accommiatatosi dal sultano, ed auguratogli ogni sorta di prosperità, tornò a casa, non pensando che a disporre quanto occorreva per la partenza. Con tal sollecitudine ne furono fatti i preparativi, che quattro giorni dopo partì, accompagnato dalla figlia Fior di Bellezza, e da Agib suo nipote...»

Accorgendosi Scheherazade che il giorno cominciava a comparire, cessò a questo passo di parlare. Schahriar, alzatosi soddisfattissimo del racconto della consorte, risolse di ascoltare il seguito di tale storia; e la sultana ne appagò la curiosità la notte seguente, ripigliando in questi sensi:


NOTTE CXI


— Sire, il gran visir Giafar, volgendo sempre la parola al califfo Aaron-al-Raschid:

«Schemseddin Mohammed,» disse, «prese colla [p. 362 modifica]figlia Fior di Bellezza e col nipote Agib la via di Damasco. Camminarono diciannove giorni di seguito senza fermarsi; ma essendo il vigesimo entrati in un bel prato poco lontano dalle porte di Damasco, posero piede a terra, facendo erigere le tende sulla sponda d’un fiume, che passa per la città, e deliziosi ne rendeva i dintorni.

«Il visir dichiarò di voler soggiornare due giorni in quel bel luogo, e il terzo continuerebbe il suo viaggio, permettendo intanto alla gente del seguito di andare a Damasco. Approfittarono quasi tutti di tal permesso, alcuni spinti dalla curiosità di vedere una città, della quale avevano udito parlare tanto favorevolmente; altri per vendervi mercanzie d’Egitto, da loro portate, o comprarvi stoffe ed altre rarità del paese. E Fior di Bellezza, bramando che suo figliuolo Agib avesse anch’egli la soddisfazione di passeggiar per quella celebre città, comandò all’eunuco negro, il quale serviva d’aio al fanciullo, di condurvelo, raccomandandolo alla sua vigilanza.

«Agib, magnificamente vestito, si pose in cammino coll’eunuco, il quale teneva in mano una grossa canna. Appena furono entrati nella città, Agib, ch’era bello come il sole, attrasse tosto gli sguardi di tutti: taluni uscivano dalle case per vederlo da vicino, gli altri affacciavansi alle finestre, mentre i viandanti non si accontentavano di fermarsi per guardarlo, ma lo accompagnavano per aver il piacere di contemplarlo a bell’agio. Insomma non eravi alcuno che non lo ammirasse, e non colmasse di benedizioni il padre e la madre che avevano dato alla luce sì leggiadro fanciullo. L’eunuco ed egli giunsero per caso davanti alla bottega di Bedreddin Hassan; e là si videro contornati da tanta gente, che furono costretti a fermarsi.

«Il pasticciere che adottato avea Bedreddin, era [p. 363 modifica]morto da qualche anno, lasciandogli in eredità la bottega con tutti gli altri suoi beni; Bedreddin dunque n’era allora il padrone, e vi esercitava con tanta abilità la professione di pasticciere, che in Damasco godeva d’alta fama. Ora, vedendo egli che tutta la gente raccolta davanti al suo negozio guardava con molta attenzione Agib e l’eunuco negro, si mise a considerarli anche lui..»

Scheherazade, a tali parole, vedendo comparire il giorno, tacque; e verso il finir della successiva notte, così ripigliò:


NOTTE CXII


— «Bedreddin Hassan,» proseguì il visir Giafar, «avendo volti gli occhi specialmente su Agib, si sentì subito tutto commosso, senza saperne il motivo, non restando egli colpito, come il volgo, dalla splendida venustà del giovinetto; il suo turbamento e la sua emozione avevano un’altra ignota cagione: era la forza della consanguineità che agiva in quel tenero padre. Interrompendo allora le sue occupazioni, si avvicinò ad Agib, e gli disse con far cortese: — Signorino, che mi avete soggiogata l’anima, fatemi la grazia di entrare nella mia bottega e mangiarvi qualche cosa di mia composizione, acciò io abbia intanto il piacere di rimirarvi a mio bell’agio.» E pronunciò queste parole con tale tenerezza, che gliene vennero le lagrime sul ciglio. Il giovinetto ne fu commosso, e voltosi all’eunuco: — Questo buon uomo,» gli disse, «ha una fisonomia che mi piace, e mi parla in modi sì affettuosi, che non posso rifiutarmi a fare, quanto egli desidera. Entriamo, e mangiamo de’ suoi pasticcetti. [p. 364 modifica]— Oh, davvero!» rispose lo schiavo; «sarebbe bella veder il figlio d’un visir, come voi, entrare nella bottega d’un pasticciere per mangiarvi; non crediate ch’io lo voglia permettere. — Aimè, signorino,» sclamò allora Bedreddin, «è una vera crudeltà l’affidare la vostra custodia ad un uomo che vi tratta con tanta durezza.» Poi, volgendosi all’eunuco: «Mio buon amico,» soggiunse, «non vietate a questo giovinetto di accordarmi la grazia ch’io gli domando: non mi date tal dispiacere. Fatemi piuttosto l’onore di entrare con lui in casa mia; e così dimostrerete che se siete bruno di fuori come la castagna, siete pure bianco di dentro come quella. Non sapete,» proseguì poscia, «che posseggo il segreto di rendervi bianco, di nero che siete?» L’eunuco si mise a ridere a quelle parole, e domandò a Bedreddin qual segreto fosse. — Sono ad insegnarvelo,» rispose l’altro. E tosto gli recitò alcuni versi in lode degli eunuchi negri, dicendo essere pel ministero loro che veniva assicurato l’onore dei sultani, dei principi e di tutti i grandi. Fu l’eunuco incantato di quei versi; e cessando di opporsi alle preghiere di Bedreddin, lasciò entrare nella bottega Agib, e vi entrò anch’egli.

«Provò Hassan estrema gioia di aver conseguito il suo intento, e tornando all’interrotto lavoro: — Stava facendo,» disse, «torte di crema; bisogna che vi degniate di assaggiarne, e son persuaso che le troverete eccellenti; poichè mia madre, che le sa fare a perfezione, m’insegnò ad impastarle, e vengono a prenderne da me da tutte le parti della città.» Ciò detto, cavò una torta dal forno, ed aspersala di granelli di melagrano e di zucchero, la pose davanti ad Agib, che la trovò deliziosa. L’eunuco, a cui pure Bedreddin ne presentò, diede il medesimo giudizio.

«Mentre mangiavano, Bedreddin esaminava Agib [p. 365 modifica]con grande attenzione, e figurandosi, nel guardarlo, che forse aveva un figlio simile dall’amabile sposa, dalla quale era stato sì presto e tanto crudelmente divelto, quel pensiero gli trasse qualche lagrima dagli occhi. Preparavasi ad interrogare il picciolo Agib sullo scopo del suo viaggio a Damasco; ma non ebbe il fanciullo tempo di soddisfare alla di lui curiosità, poichè l’eunuco, che lo sollecitava a tornare alle tende dell’avo, lo ricondusse appena ebbe finito di mangiare. Bedreddin Hassan non si contentò di seguirli coll’occhio; chiuse subito la bottega, e corse loro dietro....»

Qui Scheherazade, vedendo il giorno, cessò di parlare; e Schahriar alzossi risoluto di udir tutta intiera quella storia, lasciandola vivere fino a quel tempo.


NOTTE CXIII


L’indomani, prima di giorno, Dinarzade svegliò la sorella, la quale così ripigliò il suo discorso:

— «Bedreddin Hassan,» continuò Giafar, «corse dunque dietro ad Agib ed all’eunuco, e li raggiunse prima che arrivassero alla porta della città. L’eunuco, accortosi che li seguiva, ne rimase sorpreso, e: — Importuno,» gli disse in collera, «che cosa volete? — Mio buon amico,» Bedreddin rispose, «non vi sdegnate; ho fuor di città un affaruccio di cui mi sono scordato, ed al quale è duopo che vada a metter ordine.» Quella risposta non appagò l’eunuco, il quale, voltosi ad Agib, gli disse: — Ecco che cosa mi avete tirato addosso. L’aveva ben preveduto io di dovermi pentire della mia condiscendenza: avete voluto entrare nella bottega di quell’uomo, e fui uno sciocco [p. 366 modifica]di permettervelo. — Forse,» rispose Agib, «costui potrà realmente aver qualche cosa da fare fuor di città; e le strade sono libere per tutti.» Ciò dicendo, continuarono a camminare senza guardarsi indietro, finchè giunti vicino alle tende del visir, si volse Agib per vedere se Bedreddin tuttavia li seguisse. Allora, scorgendolo due passi da lui distante, arrossì ed impallidì a vicenda secondo i diversi sentimenti che lo agitavano, temendo che il visir suo avo venisse a sapere come foss’egli entrato nella bottega d’un pasticciere e vi avesse mangiato. In questo timore, dato di piglio ad un sasso che si trovò tra’ piedi, glielo scagliò, e colpitolo in mezzo alla fronte, gli coprì il volto di sangue; quindi, mettendosi a correre disperatamente, entrò sotto le tende insieme all’eunuco, il quale gridò a Bedreddin che non doveva lagnarsi di quella disgrazia, avendosela meritata e pronunciata da sè medesimo.

«Bedreddin tornò verso la città tergendo il sangue della ferita col grembiale che non erasi levato. — Feci male,» diceva fra sè, «ad abbandonare la mia casa per dar tanta noia a quel ragazzo; egli non mi ha di certo trattato in tal guisa se non perchè avrà creduto ch’io meditassi contro di lui qualche funesto disegno.» Giunto a casa, si fece medicare, e consolossi di quel sinistro, riflettendo, esservi sulla terra un’infinità di persone molto più disgraziate di lui...»

Il giorno che spuntava impose silenzio alla sultana delle Indie.


NOTTE CXIV


Sulla fine della notte seguente, Scheherazade, volgendo la parola al sultano: — Sire,» disse, «il gran [p. 367 modifica]visir Giafar proseguì di tal guisa la storia di Bedreddìn Hassan:

«Bedreddin,» dlss’egli, «continuò ad esercitare la professione di pasticciere a Damasco, e suo zio Schemseddin Mohammed ne partì tre giorni dopo il di lui arrivo, prendendo la strada di Emessa, d’onde si trasferì ad Hamach (4), e di là ad Aleppo, ove si fermò due giorni. Varcato quindi l’Eufrate, entrò nella Mesopotamia; e dopo aver attraversato Mardin, Mussul, Sengira, Diarbekir (5), e parecchie altre città, arrivò finalmente a Balsora, ove fece domandar udienza al sultano, il quale, non appena fu informato del grado di Schemseddin Mohammed, tosto gliela concesse. Anzi lo ricevè favorevolmente, e gli domandò il motivo del suo viaggio. — Sire,» rispose il visir, «son venuto per saper notizie del figlio di Nureddin Alì, mio fratello, ch’ebbe l’onore di servire vostra maestà. — È molto tempo che Nureddin Alì è morto,» rispose il sultano. «Circa a suo figliuolo, tutto quello che posso dirvene è, che due mesi circa dopo la morte di suo padre, disparve d’improvviso, e niuno l’ha mai più veduto, per quanto io l’abbia fatto cercare; ma sua madre, figlia di un mio visir, vive ancora.» Schemseddin gli domandò il permesso di andar a vederla e condurla seco in Egitto. Avendo il sultano acconsentito, non volle differir all’indomani a darsi quella soddisfazione; e fattosi insegnare dove stava la dama, [p. 368 modifica]si recò da lei sul memento, accompagnato dalla figlia e dal nipote.

«La vedova di Nureddin Alì abitava sempre nel palazzo ove dimorato aveva fino alla morte il marito: era una bella casa superbamente fabbricata e adorna di marmoree colonne. Ma Schemseddin Mohammed non si perdè ad ammirarla; giuntovi, baciò la porta ed una pietra sulla quale stava scolpito in caratteri d’oro il nome di suo fratello, quindi chiese di parlare alla cognata. I domestici gli dissero trovarsi ella in un piccolo edificio a cupola, che gli mostrarono in mezzo d’un ampio cortile; in fatti, quella tenera madre soleva passare la maggior parte del giorno e della notte in quel tempietto, da lei fatto erigere per figurare la tomba di Bedreddin Hassan, cui credeva morto, dopo averlo tanto tempo aspettato indarno. Stava essa allora colà occupata a piangere il caro figliuolo, e Schemseddin Mohammed la trovò immersa in una mortale afflizione. Fattole i suoi complimenti, e supplicatala quindi di sospendere le lagrime ed i gemiti, le dichiarò come avesse l’onore di esserle cognato, e le disse pure il motivo che lo aveva costretto a partire dal Cairo e venire a Balsora...»

Sì dicendo, Scheherazade, visto comparire il giorno, cessò dal racconto; ma ripigliollo quindi così sulla fine della notte seguente:


NOTTE CXV


— «Schemseddin Mohammed,» continuò il visir Giafar, «istruita la cognata di ciò ch’era accaduto al Cairo la notte delle nozze di sua figlia, e raccontatale la propria sorpresa alla scoperta della memoria [p. 369 modifica]cucita nel turbante di Bedreddin, le presentò Agib e Fior di Bellezza.

«Quando la vedova di Nureddin Alì, la quale era rimasta seduta, siccome donna che più non prendeva parte alle cose del mondo, ebbe compreso, dal discorso udito, che il caro figliuolo cui tanto piangeva poteva vivere ancora, si alzò, abbracciò teneramente Fior di Bellezza ed il figliuoletto Agib; e trovando nel ragazzo i lineamenti di Bedreddin, versò lagrime di natura ben diversa da quelle fin allora da lei sparse. Non poteva saziarsi dal baciare il garzoncello, il quale riceveva dal canto suo quegli abbracciamenti con tutte le possibili dimostrazioni di gioia, — Signora,» disse Schemseddin Mohammed, «è ormai tempo di por fine al vostro cordoglio, ed asciugare le lagrime: bisogna disporsi a venire con noi in Egitto; il sultano di Balsora mi permette di condurvi meco, ed io non dubito non siate per acconsentirvi. Spero che troveremo in fine il mio nipote e vostro figliuolo, e se così avverrà, la sua storia, la vostra, quella di mia figlia e la mia, meriteranno di essere trasmesse alla posterità. —

«Ascoltò la vedova di Nureddin Alì con piacere la proposta, e da quel momento cominciò i preparativi della partenza. Intanto Schemseddin chiese una seconda udienza, ed accommiatatosi dal sultano, che lo congedò colmo di onorificenze, e con un magnifico presente pel sultano d’Egitto, partì di Balsora, ricalcando la via di Damasco.

«Giunto presso quella città, fece erigere le tende fuor della porta per cui doveva entrare, e dichiarò vi si fermerebbe tre giorni per far riposare l’equipaggio, ed acquistar quanto trovasse di più curioso e degno di venir presentato al sultano d’Egitto.

«Mentre stava occupato a scegliere in persona le più belle stoffe, che i principali negozianti avevano [p. 370 modifica]recate alle sue tende, Agib pregò l’eunuco negro, suo aio, di condurlo a passeggiare nella città, dicendo che desiderava di veder le cose, cui non aveva avute tempo di osservare passando, e che gli sarebbe piaciuto aver notizie del pasticciere, da lui ferito col sasso. Acconsentì l’eunuco, ed andò seco lui nella città, avendone ottenuto il permesso da sua madre Fior di Bellezza.

«Entrati in Damasco per la porta del Palazzo, che era la più vicina alle tende del visir, percorsero le piazze, i luoghi pubblici e coperti, ove vendevansi le più preziose merci, e videro l’antica moschea degli Ommiadi (6), mentre vi si stava facendo la preghiera del dopo pranzo. Passarono poi davanti alla bottega di Bedreddin Hassan, che trovarono ancora occupato a far torte di crema. — Vi saluto,» gli disse Agib; «guardatemi: non vi ricordate di avermi veduto?» A quei detti, volse Bedreddin gli occhi su di lui, e riconosciutolo (oh prodigioso effetto dell’amor paterno!), provò l’emozione medesima della prima volta; talchè turbandosi, invece di rispondergli, rimase a lungo senza poter preferire una sola parola. Alla fine riavutosi: — Signorino,» gli disse, «fatemi la grazia di entrare un’altra volta qui da me col vostro aio: venite ad assaggiare una torta di crema. Vi supplica di perdonarmi il dispiacere che vi feci seguendovi fuor della città: non sapeva cosa mi facessi; ma mi trascinavate dietro di voi senza poter resistere a sì dolce violenza...»

Cessò qui Scheherazade di parlare, vedendo spuntare l’alba. Il dì dopo ripigliò di tal modo la continuazione della storia:

[p. 371 modifica]

NOTTE CXVI


— «Commendatore de’ credenti,» proseguì il visir Giafar, «meravigliato Agib all’udir parlare Bedreddin così, rispose: — Parmi siavi eccesso nell’affetto che mi dimostrate, e non voglio entrare in casa vostra, se non v’impegnate con giuramento di non seguirmi quando ne sarò uscito. Se me lo promettete, e se sarete uomo di parola, tornerò a trovarvi domani ancora, mentre il visir mio nonno comprerà di che far dono al sultano d’Egitto. — Mio signorino,» ripigliò Bedreddin, «farò in tutto la volontà vostra.» Allora, Agib e l’eunuco entrarono in bottega.

«Bedreddin subito servì loro una torta di crema, non men dilicata e squisita di quella ad essi presentata la prima volta. — Venite,» gli disse Agib, «sedete qui vicino, e mangiate con noi.» Sedutosi Bedreddin, volle abbracciare Agib per dimostrargli la propria allegrezza al vedersi al suo fianco; ma il ragazzo lo respinse, dicendo: — State cheto; è troppo risentita la vostra amicizia. Contentatevi di guardarmi, o divertirmi.» Bedreddin obbedì, e si mise a cantare una canzone, di cui compose sul momento i versi, in lode di Agib. Nè mangio egli, altro non facendo che servire gli ospiti. Quand’ebbero finito di mangiare, presentò loro da lavarsi (7), ed un nitido tovagliolino per asciugarsi le mani. Preso poi un vaso di sorbetto, ne preparò loro piena una [p. 372 modifica]gran tazza, nella quale pose neve candidissima (8); e presentando la tazza al piccolo Agib: — Prendete,» gli disse, «è sorbetto di rosa, il più delizioso che si possa trovare in questa città: non ne avrete mai assaggiato di meglio.» Avendone Agib bevuto con piacere, Bedreddin ripigliò la tazza, e la presentò anche all’eunuco, il quale ne sorbì il contenuto fino all’ultima goccia.

«Finalmente, sazii Agib e l’aio suo, ringraziarono il pasticciere del buon trattamento loro usato, e ritiraronsi in fretta, essendo già un po’ tardi. Giunti alle tende di Schemseddin Mohammed, andarono prima a quella delle dame; l’avola di Agib si rallegrò al rivederlo, e siccome aveva sempre presente il figlio Bedreddin, non potè, abbracciando il fanciullo, trattenere le lagrime. — Ah! figliuol mio,» gli disse, «la mia gioia sarebbe al colmo, se, come vi abbraccio, potessi aver il piacere di abbracciare vostro padre Bedreddin Hassan.» Si metteva allora a tavola per la cena; laonde, costrettolo a sederle vicino, gli diresse varie interrogazioni sulla sua passeggiata, e dicendogli che non dovea mancar d’appetito, gli diè un pezzo di torta di crema fatta di propria mano, e che era eccellente, poichè abbiam già detto ch’essa le sapeva far meglio dei migliori pasticcieri. Ne presentò pure all’eunuco; ma ne avevano amendue tanto mangiato da Bedreddin, che non poterono neppur assaggiarne...»

Il giorno che appariva impedì a Scheherazade di proseguire per quella notte; ma verso il fine della successiva, continuò il racconto nel seguente tenore:

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NOTTE CXVII


— «Ebbe appena Agib toccato il pezzo della torta, statagli servita, che fingendo di non trovarla di suo gusto, la depose; e Schaban (9) (è il nome dell’eunuco) fece anch’egli lo stesso. Si avvide la vedova di Nureddin Alì del poco caso che il nipote faceva della sua torta. — Come! figliuol mio,» gli disse, «è mai possibile che disprezziate così l’opera delle mie mani? Sappiate che nessun altro è capace di far torte di crema sì buone, tranne vostro padre Bedreddin Hassan, al quale ho insegnata la grande arte di farne di simili. — Ah! mia buona nonna,» sclamò Agib, «permettete di dirvi che, se non sapete farne di migliori, v’ha in questa città un pasticciere, il quale vi supera d’assai in codest’arte: ne abbiamo non ha guari mangiata da lui una che valeva molto meglio di questa. —

«A tali parole l’avola, guardando biecamente l’eunuco, gli disse incollerita: — Come, Schaban, vi fu forse affidata la custodia di mio nipote per condurlo a mangiare dai pasticcieri come un pitocco? — Signora,» rispose l’eunuco, «è vero che ci siamo qualche tempo fermati con un pasticciere, ma non abbiamo da lui mangiato. — Perdonate,» interruppe Agib, «siamo anzi entrati nella sua bottega, e vi abbiamo mangiato una torta di crema.» La dama, più adirata che mai contro l’eunuco, si alzò di botto da tavola, e corse alla tenda di Schemseddin Mohammed, informandolo della colpa dell’eunuco, in termini [p. 374 modifica]più propri ed irritare il visir contro il delinquente, che a farne scusare il fallo.

«Schemseddin, iracondo per natura, non perdè sì bella occasione di montar sulle furie, e recatosi subito alla tenda della cognata, disse all’eunuco: — Come, sciagurato! hai l’ardire d’abusar della fiducia in te riposta?» Schaban, benchè a sufficienza convinto dalla testimonianza di Agib, si appigliò di nuovo al partito di negar il fatto. Ma il fanciullo, sostenendo sempre il contrario: — Nonno,» disse a Schemseddin, «vi accerto che ne abbiamo sì ben mangiato amendue, che possiamo tralasciar di cenare; il pasticciere ci ha regalata anche una bella tazza di sorbetto. — Ebbene, iniquo schiavo;» gridò il visir, volgendosi all’eunuco, «dopo ciò non vuoi tu convenire d’essere entrambi entrati in casa d’un pasticciere ed avervi mangiato?» Schaban ebbe ancora la sfrontatezza di negare. — Sei un mentitore,» gli disse allora il visir; «credo più a mio nipote che a te. Pure, se tu sei capace di mangiar tutta la torta che si trova su questa tavola, sarò persuaso che tu dica la verità. —

«Schaban, benchè ne avesse fino alla strozza, si assoggettò alla prova, e prese un pezzo di torta; ma fu costretto a togliersela di bocca, poichè gli si rivoltava lo stomaco. Pur non tralasciò di mentire di nuovo, asserendo di aver tanto mangiato il giorno precedente, da non essergli tornato ancor l’appetito. Il visir, irritato di tutte le menzogne dell’eunuco, e convinto della sua reità, lo fe’ distendere per terra, e comandò di bastonarlo. Gridava l’infelice ad alta voce, soffrendo quel castigo, e confessò la verità. — È vero,» sclamò, «che abbiamo mangiato da un pasticciere una torta di crema, e giuro che valeva le cento volte meglio di questa. —

«La vedova di Nureddin Alì credè fosse per [p. 375 modifica]dispetto contro di lei e per mortificarla che Schaban lodasse la torta del pasticciere; laonde, voltasi a lui, gli disse: — Non posso credere che le torte di crema di quel pasticciere siano migliori delle mie. Voglio chiarirmene; tu sai dove abita: va da lui, e portami subito una torta di crema.» E fatte dar alcune monete all’eunuco per pagar la torta, questi partì. Giunto alla bottega di Bedreddin: — Buon pasticciere,» gli disse, «prendete questo denaro, e datemi una torta di crema, che una nostra dama brama di assaggiare.» Bedreddin ne avea allora di calde; scelse la migliore, e datala all’eunuco: — Prendete questa,» soggiunse; «ve la garantisco eccellente, e posso assicurarvi che niun altro è capace farne di simili, se non mia madre, che forse vive tuttora. —

«Schaban tornò in fretta alle tende colla sua torta di crema, e la presentò alla vedova di Nureddin Alì, la quale, presala con premura, ne ruppe un pezzo per mangiarlo: ma l’ebbe appena recato alla bocca, che, messo un alto strido, cadde svenuta. Schemseddin Mohammed, il quale si trovava presente, rimase stupito di quel caso, e spruzzando egli stesso d’acqua il volto della cognata, si affrettò a soccorrerla. Appena rinvenuta: — Oh Dio!» sclamò; «dev’essere mio figlio, il mio caro figlio Bedreddin, che ha fatta questa torta...»

La luce del giorno, a questo passo, venne ad impor silenzio a Scheherazade. Il sultano delle Indie si alzò per fare la sua preghiera, ed andar a presiedere il consiglio; e la notte seguente la sultana proseguì di tal guisa la storia di Bedreddin Hassan:

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NOTTE CXVIII


— «Quando il visir Schemseddin Mohammed ebbe udito dalla cognata, che dovea essere stato Bedreddin Hassan a far la torta di crema portata dall’eunuco, ne risentì inconcepibil gioia; ma riflettendo poi essere tal gioia senza fondamento, e che, secondo tutte le apparenze, falsa riuscir dovea la congettura della vedova di Nureddin Alì, le disse: — Ma, signora, perchè avete questa opinione? Non può esistere al mondo un pasticciere, il quale sappia far torte di crema al par di voi? — Convengo,» rispos’ella, «che forse vi possono essere pasticcieri capaci di farne di egualmente buone; ma siccome io le impasto in una maniera affatto particolare, e che niun altro, fuor di mio figliuolo, ne possiede il segreto; così bisogna assolutamente sia egli, e non altri, che abbia fatto questa. Rallegriamoci, fratello,» soggiunse con trasporto; «abbiamo finalmente trovato colui che da tanto tempo cerchiamo. — Signora,» replicò il visir, «moderate, ve ne prego, la vostra impazienza: in breve sapremo cosa dobbiam pensarne. Basta far venir qui il pasticciere: se è Bedreddin Hassan, ben lo riconoscerete, mia figlia e voi. Ma bisogna nascondervi entrambe, e che lo vediate senza esserne vedute; non voglio che la nostra ricognizione si faccia a Damasco: ma penso di prolungarla fino al nostro ritorno al Cairo, ove mi propongo di darvi un gratissimo divertimento. —

«Ciò detto, lasciò le dame sotto la loro tenda, e recatosi nella propria, fere venire cinquanta de’ suoi, ai quali disse: — Prendete ognuno un bastone, e [p. 377 modifica]seguite Schaban, il quale vi condurrà da un pasticciere di questa città. Giunti colà, rompete, fracassate tutto ciò che troverete nella bottega. S’egli vi domanda il motivo di tal disordine, chiedetegli soltanto, se non fu egli che fece la torta di crema comprata da Schaban. Se vi risponde di sì, impossessatevi della sua persona, legatelo bene, e conducetemelo; ma guardatevi dal percuoterlo, o fargli alcun male. Andate, e non perdete tempo. —

«Prontamente obbedito fu il visir; i suoi servi, muniti di bastoni, e condotti dall’eunuco negro, trasferironsi in fretta alla bottega di Bedreddin Hassan, dove misero in pezzi piatti, caldaie, casserole, tavole e tutti gli altri mobili ed utensili che trovarono, rovesciando sorbetti, creme e confetture. A tale spettacolo sorpreso Bedreddin, disse loro con voce lamentevole: — Ehi, buona gente, perchè mi conciate voi in tal guisa? Di che si tratta? Che cosa ho tatto? — Non foste voi,» risposero quelli, «a fare la torta di crema che vendeste all’eunuco qui presente? — Sì, fui io,» ripres’egli; «che cosa vi si trova a ridire? Sfido chicchessia a farne di migliori.» Invece di rispondere, cuntinuarono a romper tutto, e neppur il forno fu risparmiato.

«Intanto accorsi al rumore i vicini, e maravigliando al vedere cinquanta uomini armati commettere tal disordine, chiesero il motivo di tanta violenza; e Bedreddin disse un’altra volta a quelli che la facevano: — Ditemi, di grazia, qual delitto posso aver commesso onde rompere e spezzar così tutta la roba di casa mia? — Non foste voi,» risposero coloro, «a fare la torta di crema che vendeste a questo eunuco? — Sì, sì, fui io,» ripetè egli; «e sostengo ch’è buona, e non merito il trattamento ingiusto che mi fate.» S’impossessarono allora di lui senza ascoltarlo, e strappatagli la tela del turbante, se ne [p. 378 modifica]servirono per legargli le mani dietro la schiena, e trattolo quindi per forza fuor dalla bottega, cominciarono a condurlo via. —

«La plebaglia colà assembrata, mossa a compassione per Bedreddin, prese le sue parti, e volle opporsi al disegno della gente di Schemseddin Mohammed; ma sopraggiunti alcuni ufficiali del governatore, dispersero questi il popolo e favorirono il rapimento di Bedreddin, essendo ito Schemseddin Mohammed dal governatore di Damasco ad informarlo dell’ordine da lui dato e chiedergli man forte; ed il governatore, che in nome del sultano d’Egitto comandava a tutta la Siria, non avea creduto di nulla negare al visir del suo padrone. Bedreddin adunque veniva trascinato via, malgrado le grida e le sue lagrime....»

Non potè Scheherazade continuare, vedendo apparir l’aurora; ma riprese la notte appresso la sua narrazione, dicendo al sultano dell’Indie:


NOTTE CXIX


— Sire, il visir Giafar, continuando a parlare al califfo:

«Bedreddin Hassan,» disse, «aveva un bel chiedere, strada facendo, alle persone che lo conducevano, che cosa si fosse trovato nella sua torta; nessuno gli rispondeva. Finalmente, giunti alle tende, quivi lo fecero aspettare finchè Schemseddin Mohammed fosse tornato dal governatore di Damasco.

«Di ritorno il visir, domandò nuove del pasticciere, il quale gli fu presentato. — Signore,» gli disse Bedreddin colle lagrime agli occhi, «fatemi il favore di dirmi in che cosa vi ho offeso. — Ah! sciagurato,» rispose il visir, «non fosti tu a fare la torta [p. 379 modifica]di crema che mi mandasti? — Confesso d’essere stato io,» replicò Bedreddin. «Ma qual delitto ho io commesso per ciò? — Ti castigherò come meriti,» replicò Schemseddin; «e l’aver fatto una torta sì cattiva, ti costerà la vita. — Eh, buon Dio,» sclamò Bedreddin, «che cosa intendo mai? E forse un delitto degno di morte l’aver fatto una cattiva torta di crema? — Sì,» disse il visir, «e non devi aspettarti da me altro trattamento. —

«Mentre così parlavano insieme, le dame nascoste nella tenda osservavano con attenzione Bedreddin, cui non ebbero difficoltà a riconoscere, malgrado il tempo scorso dacchè non l’avevano veduto; e la loro gioia fu tale che caddero prive di sensi. Quando furono rimesse dal loro svenimento, volevano andar a gettarsi al collo di Bedreddin; ma la parola data al visir di non farsi vedere, la vinse sui più teneri moti dell’amore e della natura.

«Siccome Schemseddin Mohammed aveva risoluto di partire quella medesima notte, fece piegar le tende ed allestire le vetture per mettersi in viaggio: quanto a Bedreddin, ordinò che fosse posto in una cassa ben chiusa e caricato sur un camello. Allorché tutto fu pronto per la partenza, il visîr e la gente del suo seguito si posero in via, camminando il resto della notte e tutto il giorno seguente senza riposare, e non fermandosi che al cader della sera. Trassero allora Bedreddin dalla sua cassa per fargli prender cibo; ma si ebbe attenzione di tenerlo lontano dalla madre e dalla moglie, e per ventiquattro giorni, che durò il viaggio, fu trattato in egual modo.

«Giunti al Cairo, si eressero le tende nei dintorni della città per ordine di Schemseddin Mohammed, il quale, facendo condurre Bedreddin alla sua presenza, disse ad un falegname che avea fatto, chiamare: — Va a prendere il legname necessario, ed [p. 380 modifica]erigi subito un palo. — Eh, signore!» disse Bodreddin; «che cosa intendete fare di questo palo? — Attaccarviti,» ripigliò il visir, «e farti quindi girare per tutti i quartieri della città, acciò si vegga nella tua persona un indegno pasticciere che fa torte di crema senza mettervi pepe.» A tali parole, Bedreddin sclamò in una maniera sì buffa che Schemseddin durò gran fatica a mantener la serietà: — Gran Dio! è dunque per non aver messo pepe in una torta di crema, che mi vogliono far soffrire una sì crudele ed ignominiosa morte?»

A tali parole, Scheherazade, notato ch’era giorno, tacque, e Schahriar si alzò, ridendo di tutto cuore dello spavento di Bedreddin, e curiosissimo di udire il seguito di questa storia, cui la sultana ripigliò di tal modo l’indomani:


NOTTE CXX


— Sire, il califfo Aaron-al-Raschid, malgrado la sua gravità, non seppe frenarsi dal ridere, quando il visir Giafar gli disse che Schemseddin Mohammed minacciava di far morire Bedreddin per non aver messo pepe nella torta di crema venduta a Schaban.

— Come!» diceva Bedreddin; «si avrà infranto e distrutto ogni cosa in casa mia; m’avranno imprigionato in una cassa, e finalmente si apparecchieranno ad appendermi ad un palo, e ciò perché non metto pepe in una torta di crema? Buon Dio! chi ha mai inteso parlare d’una cosa simile? Son questo azioni da musulmani, da uomini che fan professione di probità, di giustizia, ed esercitano ogni sorta di buone opere?» Sì dicendo, struggevasi in lagrime; poi, ricominciando le querele: «No,» rîpiglìava, «mai alcuno non fu [p. 381 modifica]trattato con tal ingiustizia, né con tanto rigore. È possibile l’essere capaci di togliere la vita ad un uomo per non aver messo pepe in una torta di crema? Maledette siano tutte le torte, non meno dell’ora che son nato! Avesse voluto Iddio che fossi morto in quel momento! —

«Il desolato Bedreddin non cessò di lamentarsi; e quando si recarono il palo ed i chiodi per inchiodarvelo, mandò a quel terribile spettacolo alte grida: — Oh cielo!» diceva; «puoi tu permettere ch’io muoia di morte sì infame e dolorosa? E per qual delitto mai! Non già per aver rubato, nè ammazzato, nè rinnegata la mia religione; ma per non aver messo pepe in una torta di crema! —

«Siccome molto avanzata era la notte, il visir fece rimettere Bedreddin nella sua cassa, e gli disse: — Sta là fino a domani; non passerà il giorno senza che ti faccia morire.» La cassa fu portata via, e caricata sul camello che l’aveva recata da Damasco. Ricaricarono nello stesso tempo tutti gli altri camelli, e salito a cavallo il visir, si fe’ camminar davanti il camello che portava il nipote, ed entrò nella città seguito da tutti gli equipaggi. Passato così per varie vie, ove non comparve alcuno, essendo tutti ritirati in casa, si recò al suo palagio, ove fece scaricare la cassa, colla proibizione di aprirla finch’ei non lo ordinasse.

«Mentre si scaricavano gli altri camelli, prese il visir in disparte la madre di Bedreddin Hassan e sua figlia, e volgendosi a questa: — Dio sia lodato,» le diss’egli, «figliuola mia, per averci fatto così felicemente trovare il vostro cugino e marito! Ben vi ricorderete dello stato, in cui trovavasi la camera la prima notte delle vostre nozze: andate, fate mettere tutte le cose come stavano allora. Se però non ve lo ricordaste, potrei supplirvi collo scritto che ne feci fare. Io intanto disporrò del resto. —

[p. 382 modifica]«Andò Fior di Bellezza ad eseguire allegramente quanto le aveva imposto il padre, il quale cominciò pure ad ordinar tutte le cose nella sala nella guisa in cui erano, quando Bedreddin Hassan vi si trovò col palafreniere gobbo del sultano d’Egitto. Mano mano ch’ei leggeva lo scritto, i servi collocavano ogni mobile al posto; nè fu dimenticato il trono, come neppure le fiaccole accese. Preparato il tutto nella sala, entrò il visir nella camera della figliuola, ove depose gli abiti di Bedreddin colla borsa degli zecchini; indi disse a Fior di Bellezza: — Spogliatevi, figliuola, e mettetevi a letto. Quando Bedreddin sarà entrato in questa camera, lagnatevi perchè sia stato assente troppo tempo, e ditegli che foste molto maravigliata, destandovi, di non trovarvelo vicino. Sollecitatelo a coricarsi, e domattina ne divertirete, vostra suocera ed io, col racconto di quello che accadrà tra voi e lui stanotte.» Ciò detto, uscì dall’appartamento della figliuola, e la lasciò in libertà di coricarsi....»

Voleva Scheherazade proseguire il racconto, ma ne fu trattenuta dal giorno, che cominciava a comparire.


fine del primo volume.

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NOTTE CXXI


Sulla fine della notte seguente, il sultano delle Indie, il quale aveva estrema impazienza di sentire lo scioglimento della storia di Bedreddin; svegliò egli stesso Scheherazade, e l’invitò a continuare; essa tosto obbedì in cotal guisa:

— «Schemseddin Mohammed,» disse Giafar al califfo, «fece uscire dalla sala tutti i servi che vi si trovavano, ordinando loro di allontanarsi, tranne due o tre che fe’ restare, incaricandoli di andare a tirar fuori Bedreddin dalla cassa, metterlo in camicia e mutande, condurlo in tale stato nella sala, lasciarvelo solo e chiuderne la porta.

«Sebbene oppresso dal dolore, Bedreddin Hassan erasi per tutto quel tempo addormentato, tanto che i servi del visir lo cavarono dalla cassa, e postolo in camicia e mutande, prima ch’ei si svegliasse, trasportaronlo quindi con tal celerità nella sala, che non gli diedero agio di risensare. Quando si vide solo, girò gli occhi da tutte le parti; e le cose che vedeva richiamandogli in mente la ricordanza delle [p. 4 modifica]sue nozze, si accorse, con istupore, ch’era la sala medesima, dove aveva veduto il palafreniere gobbo. La sua sorpresa aumentò ancor più, quando, avvicinatosi pian piano alla porta d’una stanza, che trovò aperta, vide in quella il suo abito nel sito medesimo, in cui ricordavasi averlo posto la notte delle nozze. — Buon Dio!» diss’egli, fregandosi gli occhi; «sogno o son desto? —

«Fior di Bellezza, che stava osservandolo, dopo essersi divertita della di lui maraviglia, aprì d’improvviso le cortine del letto, e sporgendo il capo: — Mio caro signore,» gli disse con tenerezza, «che cosa fate là sulla porta? Venite a ricoricarvi; vi siete trattenuto fuori troppo tempo. Son rimasta di sasso di non trovarvi al mio fianco nello svegliarmi.» Bedreddin Hassan cangiò colore quando conobbe che la dama, la quale gli parlava, era l’amabile persona con cui rammentavasi di aver dormito. Entrò pertanto nella stanza, ma invece di andar a letto, essendo pieno delle idee di quanto eragli da dieci anni accaduto, e non potendo persuadersi essere tutti quegli avvenimenti succeduti in una sola notte, accostossi alla sedia su cui stavano i suoi abiti e la borsa degli zecchini, ed esaminatili con attenzione: — Pel grande iddio vivente» sclamò, «le sono cose che non so comprendere!» La dama, che prendea diletto a vederne l’imbarazzo, gli tornò a dire: — Ancora una volta, o signore, venite a letto. Che cosa diamine fate?» A quei detti, avanzatosi egli verso Fior di Bellezza: — Vi supplica, o signora,» le disse, «di farmi sapere se è molto tempo ch’io mi trovo vicino a voi. — L’interrogazione mi fa stupore,» rispos’ella; «non vi siete forse levato dal mio fianco poco fa? Bisogna che abbiate la mente molto labile. — Signora,» ripigliò Bedreddin, «mi sovviene, è vero, di essere stato a voi vicino; ma mi ricordo pure di aver [p. 5 modifica]poi dimorato dieci anni a Damasco. Se avessi effettivamente dormito stanotte con voi, non potrei esserne rimasto lontano sì a lungo, queste essendo due cose affatto opposte. Ditemi, di grazia, cosa debbo pensare: se il mio matrimonio con voi è un’illusione, oppure se è sogno la mia assenza? — Sì, signore,» rispose Fior di Bellezza, «avete di certo sognato d’essere stato a Damasco. — Non v’ha dunque nulla di più ridicolo,» gridò Bedreddin, dando in una grande risata. «Son certo, o signora, che cotesto sogno vi parrà assai divertente. Figuratevi, che credetti trovarmi alla porta di Damasco in camicia e mutande, come lo sono adesso; che entrai nella città in mezzo ai fischi della plebaglia, la quale mi seguiva insultandomi; che mi rifuggii presso un pasticciere, il quale, adottatomi, m’insegnò il suo mestiere e mi lasciò morendo tutti i suoi beni; che dopo la sua morte tenni la di lui bottega. In fine, signora, mi accadde un’infinità d’altre avventure, cui sarebbe troppo lungo raccontarvi; ciò che posso dirvi è, che non feci male a svegliarmi, poiché altrimenti stavano per inchiodarmi ad un palo. — E per qual motivo,» chiese Fior di Bellezza, fingendo stupore, «volevano trattarvi con tanta crudeltà? Bisognava che aveste commesso un enorme delitto. — Niente affatto,» rispose Bedreddin; «era anzi per la cosa più bizzarra e ridicola del mondo. Tutto il mio delitto consisteva nell’aver venduto una torta di crema, in cui non aveva messo pepe. — Ah! ah! se era per questo,» disse Fior di Bellezza, ridendo di tutto cuore, «fa d’uopo confessare che vi facevano un’orribile ingiustizia. — Oh, signora,» replicò egli, «nè ciò è tutto: per quella maledetta torta di crema, nella quale mi si rimproverava di non aver messo pepe, m’avevano rotta e fracassata ogni cosa nella bottega; e legatomi poi colle corde, mi chiusero in una cassa, ove stava in tal angustia [p. 6 modifica]che mi pare di risentirmene ancora. Infine, avevano fatto venire un falegname, ordinandogli di erigere un palo per impiccarmi. Ma sia benedetto Iddio che tutto ciò è il solo effetto d’un sogno!»

Scheherazade, a questo passo, scorgendo il giorno, cessò di parlare; Schahriar non potè trattenersi dal ridere perché Bedreddin Hassan avesse preso una cosa reale per sogno. — Bisogna convenire,» diss’egli, «che ciò mi diletta assai, ed io son persuaso che all’indomani il visir Schemseddin Mohammed e sua cognata se ne saranno sommamente divertiti. — Sire,» rispose la sultana, «questo è quanto avrò l’onore di narrarvi la prossima notte, se vostra maestà si degna lasciarmi in vita fin allora.» Il sultano si alzò senza rispondere, ma era ben lungi dal pensar diversamente.


NOTTE CXXII


Scheherazade, destatasi avanti giorno, ripigliò così la parola: — Sire, Bedreddin non passò tranquilla la notte; svegliavasi di tempo in tempo, domandandò a sè medesimo se dormiva o fosse desto. Diffidava della sua fortuna, e cercando di accertarsene, apriva le cortine ed esaminava tutta la camera. — Non m’inganno,» diceva; «ecco la medesima stanza, nella quale sono entrato in vece del gobbo, ed io mi trovo colla bella dama ch’era a lui destinata.» Non aveva ancora la luce del giorno dissipata la sua inquietudine, quando il visir Schemseddin, suo zio, bussò all’uscio, e quasi subito entrò per dargli il buon giorno.

«Bedreddin Hassan fu estremamente sorpreso vedendo comparire repentinamente un uomo cui ben conosceva, ma il quale più non aveva quell’aria, di [p. 7 modifica]terribil giudice allorché ebbe profferita la sua sentenza di morte. — Ah! siete dunque voi,» gridò egli, «che mi trattaste in modo sì indegno, volendomi condannare ad una morte che mi fa ancor orrore per una torta di crema, in cui non aveva posto pepe?» Il visir si pose a ridere, e per trarlo d’angustia, gli raccontò come, pel ministero di un genio (poiché i discorsi del gobbo gli avevano fatto sospettare l’avventura), erasi trovato in casa sua, e sposata sua figlia invece del palafreniere del sultano. Gli manifestò poscia come, per la memoria scritta di mano di Nureddin Alì, avesse scoperto esser egli suo nipote; in fine gli disse, che, in conseguenza di tale scoperta, era partito dal Cairo, andando fino a Balsora per cercarlo ed averne notizie. — Mio caro nipote,» soggiunse quindi, abbracciandolo con tenerezza, «vi domando perdono di tutto ciò che vi feci soffrire, dacchè vi riconobbi. Ho voluto ricondurvi a casa mia prima di manifestarvi la vostra felicità, cui troverete tanto più preziose quante maggiori pene vi sarà costata. Consolatevi di tutte le vostre afflizioni pel piacere di vedervi restituito alle persone, che dovete tener per più care. Ora, mentre vi vestite, corro ad avvertire vostra madre; la quale aspetta con grand’impazienza il momento di abbracciarvi, e vi condurrò pure il vostre figliuoletto, che avete già veduto a Damasco, e pel quale vi sentiste, senza conoscerlo, tanta inclinazione. —

«Non esistono parole abbastanza energiche per ben esprimere il giubilo di Bedreddin, quando vide la madre ed il figliuolo Agib. Non istancavansi tutti e tre di abbracciasi, esternando tutti i trasporti che l’affetto e la più viva tenerezza potevano ispirare. La madre disse cose commoventi a Bedreddin; gli parlò del di lei dolore per sì lunga assenza, e delle lagrime versate. Il piccolo Agib, invece di fuggire, [p. 8 modifica]come a Damasco, gli abbracci del padre, non si saziava di riceverli; e Bedreddin Hassan, diviso tra due oggetti tanto degni dell’amor suo, non credeva di poter loro dare bastanti segni del proprio affetto.

«Mentre siffatte cose accadevano in casa di Schemseddin Mohammed, questo visir erasi recato al palazzo reale per render conto al sultano del felice esito del suo viaggio; ed il sultano compiacquesi tanto della relazione della maravigliosa storia, che la fe’ scrivere per essere conservata accuratamente negli archivi del regno. Appena Schemseddin fu tornato a casa, avendo egli fatto apparecchiare uno splendido convito, si mise a tavola colla famiglia, e tutti passarono la giornata in grande allegria. —

«Finita così da Giafar la storia di Bedreddin Hassan, disse al califfo Aaron-al-Rasehid: — Commendatore dei credenti, ecco che cosa voleva raccontare a vostra maestà.» Il califfo, trovando quella storia sorprendentissima, accordò senza esitare la grazia dello schiavo Rihan, e per consolare il giovine del dolore d’essersi da sè medesimo sgraziatamente privato di una consorte che molto amava, quel principe gli fece sposare una sua schiava, colmollo di beni, e lo tenne caro fino alla morte.

— Ma, sire,» aggiunse Scheherazade, osservando che il giorno cominciava a spuntare, «per quanta dilettevole sia la storia testè narrata, ne so un’altra che lo è ben di più. Se vostra maestà desidera udirla la prossima notte, son certa che ne converrà meco.» Si alzò Schahriar senza rispondere, e molto incerto sul partito da prendere. — La buona sultana,» disse egli fra sè, «racconta lunghissime storie, e quando ne ha cominciata una, non c’è modo di rifiutarsi ad udirla tutta. Non so se non dovrei farla morir oggi; ma no, non precipitiamo le cose; la storia ch’essa promette, è forse più dilettevole di tutte quelle che [p. 9 modifica]finora ha narrate; non voglio dunque privarmi del piacere d’intenderla; quando avrà compito il racconto, ordinerò la sua morte.»


NOTTE CXXIII


Dinarzade non mancò di svegliare prima di giorno la sultana delle Indie, la quale, chiesto a Schahriar licenza d’incominciare la storia da lei promessa, s’accinse a narrarla di tal guisa:


Note

  1. Schemseddin significa il sole della religione; Mohammed è lo stesso nome che Maometto.
  2. Tutti gli Orientali dormono in mutande: questa circostanza è necessaria per l’intelligenza del seguito del racconto.
  3. Questa parola significa, in arabo, maraviglioso.
  4. Emessa o Hems. Hamach o Ham, sono due città della Siria sull’Oronte, dipendenti oggidì dal governo dei pascià di Damasco.
  5. Quattro città della Mesopotamia, oggidì il Diarbek: Mussul o Mossul, è sulla riva destra del Tigri, rimpetto al luogo ove sorgeva Ninive; vi si fa un gran commercio di mussoline e marocchini gialli; Diarbekir è l’antica Amida: ora è la capitale del Diarbek: giace anch’essa sul Tigri. I cristiani vi sono in numero di 80,000 e più. Vi si fa gran commercio di tela rossa, cotone e marocchino dello stesso colore.
  6. Nome dei califfi di Damasco, che lor derivava da Ommiah, uno de’ loro antenati.
  7. Siccome i Maomettani si lavano le mani cinque volte al giorno; quando fanno la loro preghiera, non credono aver bisogno di lavarsi prima di mangiare, ma si lavano dopo, mangiando così senza forchetta.
  8. Così si suol rinfrescare prontamente le bevande in tutti i luoghi del Levante, ove si fa uso di neve.
  9. Gli Orientali danno solitamente tal nome egli eunuchi negri.