Le nostre fanciulle/Parte Seconda/La cassetta delle rinunce

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
La cassetta delle rinunce

../../Parte Seconda ../Le signorine... IncludiIntestazione 2 settembre 2017 75% Da definire

Parte Seconda Parte Seconda - Le signorine...
[p. 107 modifica]

CASSETTA DELLE RINUNCE

Oh, se bastassero due ali a far di un sogno una realtà! Ma non v’è invece da temere che le ali aiutino a disperdere nell’aria certe buone idee?

Vedete un po’ come siamo tutte pronte ad accoglierle con entusiasmo, con che calore approviamo chi le sa lanciare al pubblico, con che orrore parliamo di egoismo e di apatia. Ma poi? Chi ci impedisce di fare?

Molte cose: siamo ancora una gente ingranchita da qualche secolo di neghittosità e di ignoranza. Siamo ancora legate, incatenate, schiave di piccole abitudini, di ridicoli rispetti umani, di sciocche convenienze, di colpevoli tolleranze, di meschine idee.

«Se si potesse — mi scrive un’amica mia — far godere un po’ d’aria libera e buona, un po’ di verde o di mare non soltanto ai bambini [p. 108 modifica]malaticci, ma anche a tutti gli altri che non escono mai dalle strade di una città; dar loro soprattutto un po’ di dolcezza, procurare una sosta, fisica e morale, in una vita ove tutto urla e ferisce: nervi, sensi, anima.

Pensiamo alle migliaia di bambini che crescono senza conoscere nemmeno un giorno di i questa gioia! Eppure sarebbe cosa facile ad j ogni fanciullo, ad ogni signorina fortunata di procurarla a uno almeno di quei poveri esseri».

Sì, vediamo, cara amica, di dar, non ali, ma gambe per camminare sul terreno della praticità, a questo tuo bel sogno.

* * *

Alcuni anni fa, una povera maestra di campagna iniquamente perseguitata da uno strapotente Provveditore agli studi, ammalava... di fame, dentro una lurida stanza in una grande città d’Italia, lei e il suo bambino. Il bambino era ischeletrito, così che non si osava toccargli le braccia, le spalle, non si osava sollevarlo per timore che si rompesse: mai vidi un [p. 109 modifica]corpo distrutto dalla miseria come quello. Alcune giovani amiche mie mi aiutarono a sfamare, rivestire quella madre malata e senza lavoro, c ridotta in tale stalo da non poter trovarne; una mia sorella s’incaricò del bimbo e se lo portò in campagna. La prima idea fu di tenerselo in casa, ma non si può imporre a una numerosa famiglia, ai propri ospiti, lo spettacolo pietoso di un esserino tutto occhi, bocca e orecchie, che faceva pensare a una rana, a un ragno, a molte bestie, poverino, fuorchè a quello squisito, delizioso, caro esserino ch’è di solito, che dovrebbe essere sempre, un bambino.

È triste dire quel non si può, ma è così. È un problema serio quello di prendersi in casa un povero bambino — antipatico di aspetto e di maniere — quando si è molti in famiglia e non tutti d’accordo sull’opportunità di una simile carità.

Vi sono molte volte le persone stesse di servizio che fanno il broncio e se occorre dispetti alla proverà creaturina; l’invidia umana è così grande! Ricordo che mia sorella, non so se per queste od altre ragioni, forse solo perchè trovò [p. 110 modifica]meglio per il bambino stesso che non pigliasse abitudini signorili, fors’anche perchè altri doveri domestici e sociali reclamavano parte del suo tempo, lo affidò a una brava e coscienziosa contadina che abitava a pochi passi dalla villa, e che, promettendo di nutrirlo di latte e ova fresche e di tenerlo pulito, se lo prese in pensione per appena due lire al giorno; sessanta lire il mese. Mia sorella gli portava il pane bianco, una scodellina di brodo e una buona fetta di carne. Il bambino in due mesi mutò viso, le sue ossa si ricopersero, e quando sua madre lo rivide, stentò quasi a riconoscerlo.

Ora domando: quale signorina non può fare il sacrificio di alcuni fronzoli per sessanta lire il mese? Certo, se prese all’improvviso ci si chiedono per una colletta cinquanta lire rimaniamo un po’ sbigottite, e troviamo ch’è una somma superiore alle nostre forze. Ma badando bene, se in fin di un giorno calcoliamo tutti gli inutili soldi che spendiamo per un tram, per una pasta, per una cartolina illustrata, per una limosina data a un povero in strada — che forse non la merita e che la spenderà all’osteria e che, certo, ne avrà preso da altri, [p. 111 modifica]— di un frutto a tavola, ecco subito le due lire che possono dare la salute e la felicità a una povera creatura.

Noi, non pensiamo mai abbastanza a tutte le economie che si possono fare per il bene altrui, e al modo semplice e pratico di essere utili agli altri.

Una mia amica che, cresciuta nell’agiatezza era poi piombata nell’estrema povertà (vi parlai di lei nel capitolo su Serenità) mi rivelò quanti e quali espedienti ingegnosi si possono trovare per far risparmiar spese, e sapeva così inspirare alle sue amiche dei doni semplici, che non costavan nulla, e come accoglieva tutto festosamente, la cara donna, dicendosi felice di dare qualche cosa a chi le voleva bene!

Offrire l’ospitalità a una giovane sartina anemica che si goda la campagna e che, solo per un paio d’ore si dedichi a riordinare i nostri vestiti; a un’operaia, che dia, occorrendo, una mano ai domestici; a una maestra che tenga per un paio d’ore occupati i figlioli, è una cortesia fatta molto a buon mercato, non vi pare? E ad invitare i bambini di un’amica, [p. 112 modifica]le cui condizioni non permettono la campagna... Quando poche ci pensano! Eppure si può farlo, anche fissando una piccolissima pensione — tre lire il giorno — tanto da poter pensare, noi e l’amica, che l’ospite non pesa intieramente sul bilancio della nostra famiglia.

Io mi domando spesso: è possibile rinunciare a quella gioia veramente divina di dedicarsi a una famiglia infelice e studiare tutti i modi di esserle utile? Modi naturalmente misurati alla borsa e alla limitata libertà d’agire di chi non è ricco, ma quanto, quanto potrebbe fare ognuno di noi!

Avete voi mai pensato, per esempio, che dei vasetti vuoti di Liebig potessero tornar buoni come bicchieri da tavola? Che il manico di uno spazzolino inservibile da denti, ben lisciato, può servire per scioglier zucchero in un bicchiere o come spatola per distender burro sul pane? E non è che un piccolo esempio dell’ingegnosità, delle virtù d’adattamento di quella creatura, cresciuta nell’agiatezza, che aveva più tardi conosciuto anche la vera ricchezza, e a cui l’intelligenza e la coltura servivano a [p. 113 modifica]mettere in pratica quel popolare proverbio che «tutto vien a taglio, fin le unghie per pelar l’aglio». E se quest’esperienza le ha servito a sopportare quell’epoca burrascosa della sua vita, quanto le serve ora (che col suo coraggio e il suo lavoro ha potuto uscirne) per conoscere e sollevare le miserie altrui!

Tardi si è decisa a lasciare il quartiere operaio ove si era ridotta, perchè lì poteva meglio esercitare l’opera sua benefica che quando non poteva esplicarsi in aiuto, si esplicava in parole. E le sue parole sono, ve l’assicuro, un vero squillo di tromba risvegliale l’energia e letizia. Cattolica fervente, ella porla però nel suo sangue la fede dei suoi avi puritani, tanto più serena e attiva, e fatta non solo per morire, ma anche per vivere con coraggio ed apprezzare le gioie della vita.

Oh, se Dio mandasse a creature come questa una grande fortuna, quanto bene potrebbero fare, e che insegnamento per gli altri ricchi!

Ditemi, quando mai le signore o le signorine che hanno carrozza, pensano di offrirla a un’amica convalescente per una breve trottata, a una vecchia amica che passa la sera alla [p. 114 modifica]finestra in una via stretta a respirare un fil d’aria e che le vede passare a trotto, avviate all’aperto, ai viali freschi e ariosi? Ditemi, quando mai una signora (forse solo la Regina nostra) fa fermare la sua automobile per raccogliere un operaio ferito, uno vecchio preso da malessere?

Se sapeste, se sapeste, figurine altere, che passate nelle vetture eleganti e credete di destar sul vostro passaggio soltanto ammirazioni, che cosa vi vien lanciato dietro dalla miseria, dalla debolezza, dalla vecchiaia, di cui voi non vi curate lungo la vostra strada!

Certo rabbrividireste, e vi rimpiattereste vergognose della vostra ricchezza che godete egoisticamente, che possedete senza merito vostro, e di cui non sapete fare buon uso. O voi che dovete la vostra fortuna all’attività, all’intelligenza del babbo vostro, voi non sapete quanto siete osservate in tutti i vostri atti e in tutte le vostre parole. Voi non sapete che la vostra posizione vi impone obblighi sociali grandissimi; voi non sapete che oggi la ricchezza è cosa così grande e così sacra che bisogna prepararvi per esserne degni. [p. 115 modifica]

Una volta non esistevano che ricchi per tradizione, si sarebbe detto per volere divino, e poveri di razza, rassegnati e ignoranti. Oggi no: oggi vi sono i ricchi per il lavoro, ma ancor più per favore del caso, per sfruttamento del lavoro altrui, per furberia e per... ruberie. E poveri per sfortuna, per carattere timido, per persecuzione del caso, per onestà.

La ricchezza rappresenta dunque un vero deposito; credere di poter goderne fino alla sazietà, di non aver altro dovere che di spenderla pur che sia, è un calcolo di malafede. Gioia grande, invidiata, che supera qualunque altra è quella di poter chiedersi: come posso spendere bene questo danaro? Sono ricca! E poter andar alla ricerca, non di quelle miserie che tutti sanno, ma di quelle che nessuno soccorre: leggere nella cronaca di un giornale: «il tale si è suicidato per miseria, lascia nella casa desolata una moglie e dei bambini», e accorrere. Chi non trasalisce a quel grido di un uomo che si uccide? Io udii una volta un padre di famiglia senza lavoro, discutere freddamente se non era il caso di uccidersi per destare la pietà del pubblico sopra i suoi bambini [p. 116 modifica]che avevano fame! Noi diciamo che chi si uccide è un pazzo. Ma non pensiamo che cosa ha sofferto un uomo prima di arrivare a quel punto. Non sappiamo gli strazi delle viscere di chi non ha mangiato da due giorni: le angosce, i turbamenti di spirito, il lamento di una madre, il pianto disperante dei bambini...

E muoiono nelle vostre case, in quelle case che rendono a voi di che sfoggiare automobili e begli abiti!

Oh, come sento, figliole, le vostre anime che si sporgono a me, chiedendo: «Che possiamo fare?»

Io vi rispondo: Limitate le vostre spese, innanzi tutto.

Molte di voi mi dicono: «È vero, il babbo ci dà per i nostri abiti, 400, 600, 1000 lire al mese, ma nella nostra posizione, con obbligo di ricevimenti, non si può spender meno».

Figliole mie, se vi dicessi che una signorina americana a cui il babbo passava trenta mila lire l’anno per vestirsi, mi dimostrava che non le era possibile non far debiti! Infatti, soltanto in dieci giorni di una corsa a Parigi ne aveva speso dodici mila, senza quasi far nulla. [p. 117 modifica]Guardate: due cappellini (cominciava la primavera e due cappellini non son troppi!) l’uno cinquecento, l’altro ottocento lire, che fanno mille e trecento. Un mantello: mille lire; due abiti da tennis a cinquecento lire l’uno, che fanno altre mille. Una racchetta nuova duecentocinquanta lire. Un vestito da sera a duemila, un altro da visita mille e quattrocento. Il regalo a un’amica sposa, due mila lire. Vediamo un po’... Ottomila novecento cinquanta, se non sbaglio. Con altri regalucci e piccole spese, aveva toccato le dodicimila. Appena il necessario, vi pare?

A che punto d’ignoranza si può arrivare quando si è chiusi in quel meschino cerchio che dà la ricchezza! Quella signorina non avrebbe mai saputo pensare, per esempio, che il vestito, affatto somigliante al suo, di flanella rigata, che ammirava alla sua giovane compagna di gioco, trovandolo forse in qualche cosa più carino del suo, costasse centocinquanta lire invece di cinquecento, nè che una signorina avesse fatto copiare da una giovane modista il cappello ch’ella sfoggiò al «five o’clok» spendendo cinquanta lire invece di [p. 118 modifica]cinquecento.

Poichè, vedete, queste spese non hanno neppure la scusa di far lavorare operaie! Le giovani lavoranti dei grandi sarti o delle grandi modiste, non hanno aumentata la loro mercede facendo di questi costosi lavori; e neppure le nastraie o le piumaie. Tutto va nelle tasche di un solo sfruttatore, un uomo che sarà tra poco un altro di questi ricchi che sfoggeranno insolentemente o egoisticamente, giungendo alla ricchezza prima di rendersene degni coll’educazione.

Non fate dunque delle spese irragionevoli, care figliole, e non create difficoltà alle vostre economie. La nostra vita è già così complicata per molte altre ragioni! Tutti ci siamo creati intorno, pur troppo, un cumulo di necessità, e non dico che non ci voglia dell’energia per sbarazzarsene; ma tanta maggior soddisfazione ne proveremo. Finchè non sapremo aiutarci noi stessi, come potremo aiutare gli altri? Tutti oggi siamo serrati fra esigenze e spese superiori spesso alle nostre entrate, e non sappiamo da che parte rifarci a cominciar le economie. Semplificare, semplificare! ecco quale dev’essere il [p. 119 modifica]grido di tutte le madri, di tutte le mogli. Bisogna aver il coraggio di tagliar nel vivo, di buttar a mare senz’altro abitudini, gusti troppo costosi. Ma pur troppo esse dilagano invece, e ciò che era cinquantanni fa uso della nobiltà e della vecchia borghesia, diventò a poco a poco della nuova, della piccola, perfino del popolo. E se almeno volesse dire diffusione di educazione! ma non sempre, anzi pur troppo, quasi mai.

Oggi in Italia, il giovane o la fanciulla che hanno fatto certi studi, si credono in obbligo di avere certe abitudini di vita, come se le loro entrate fossero già triplicate. Quante commedie, quante farse, ma soprattutto quanti piccoli drammi si potrebbero scrivere sui passi più lunghi delle gambe che tutti facciamo oggi, senza accorgercene.

Ebbi occasione recentemente di studiare un poco la gente che viaggia (questi studi di persone sono uno dei miei grandi godimenti quando viaggio). Incontrai a una stazione un professore di ginnasio, una persona tanto simpatica, con la moglie, quattro figlioli e la domestica. Si ciarlò mentre eravamo in fila; lui [p. 120 modifica]davanti, io dietro, ad aspettare il nostro turno per prendere il biglietto. A un tratto la moglie si fa largo fra la gente e viene a dirgli una parola piano, all’orecchio. Io vidi lui aggrottare le sopracciglia, confabulare un poco, poi ella se ne tornò alle sue sacche e ai suoi bambini; ed io m’accorsi che egli non ripigliava più il discorso di prima ed era preoccupato. Poi aperse il portafogli che teneva stretto con una mano e aggiunse un biglietto da cinquanta alle cento lire che già teneva sotto il pollice. Capii — e quanta pena ne provai, non ve lo so dire — che sua moglie si vergognava che io lo vedessi prendere biglietti di terza classe!

Ci vergogniamo dunque di far un’economia, come se fosse un’azione degradante! Non ci vergogniamo però di prendere biglietti di prima e quindi di far pensare ai conoscenti che spendiamo più di quel che dovremmo. Non è la più madornale, la più ridicola delle sciocchezze? Un professore di ginnasio guadagna in Italia meno di molti operai, e per farsi credere di una classe superiore, ha proprio bisogno di far simili sacrifici? togliere, si può dire, ai propri figli, il danaro che occorre per «far [p. 121 modifica]bella figura?»

Che cosa potevo fare quel giorno per impedire un simile sproposito che mi sarebbe costato un rimorso?

Io avevo una tessera su cui era già scritto seconda classe e non aveva bisogno che di una controfirma; non potevo dunque dirgli che viaggiavo in terza. «Perchè, perchè vergognarsi?» avrei voluto dire a quel professore, e lo fissavo nel collo quasi per fargli penetrare il mio pensiero e lo vedevo inumidirsi di sudore, credo più per i pensieri lottanti in quel momento nel suo cervello, che per il caldo. Perchè vergognarsi? Non mi sono io trovata centinaia di volte, con amiche e amici, avviata in piacevoli conversazioni, e non li ho io salutati disinvolta al momento di salire in vagone, dicendo: Addio, io viaggio borghesemente in seconda?

E non avevo anch’io viaggiato indifferentemente in terza classe nelle nostre gite sulla Riviera, lieta dell’economia fatta, mostrando a’ miei figlioli come si viaggia meglio d’estate sui banchi di legno e come ci siano in Italia dei bellissimi vagoni di terza che dànno dei punti [p. 122 modifica]a quelli della Svizzera e della Germania? Educare i figlioli a parole soltanto, a che serve? Vale più mostrare coi fatti come si debba e si possa adattarsi a tutto: dar loro maniere fini perchè sappiano star bene e con disinvoltura fra la gente più alta nella scala sociale, educare la loro intelligenza a comprendere e gustare tutto ciò che è bello e puro, ma abituarli ad aver bisogno di poco, ad adattarsi a qualunque caso. Allora la signora o il giovane che montano nel vagone di terza classe non scandalizzeranno più nessuno: desteranno ammirazione per il loro buon senso e la loro dignitosa disinvoltura, come ne destano in noi italiani gli inglesi per quelle che noi, forse per non ammirarli troppo, chiamiamo eccentricità.

— Viaggiando in terza classe noi potremo fare sette escursioni nei dintorni, quest’estate; viaggiando in seconda non ne potremo fare che tre.

— In terza! in terza! — era la risposta pronta dei miei figlioli.

Ricordo che per non abbandonare me e la mia brigatella, un illustre amico, professore di Università, assessore municipale d’una delle [p. 123 modifica]più grandi città del Regno, insieme alla sua signora e a sua cognata, care amiche mie, appartenenti alla più pura nobiltà lombarda, mi seguirono valorosamente lungo la Riviera in un vagone di terza classe, e ammisero che la mia idea era eccellente, e dava un senso di soddisfazione... al borsellino e alla coscienza.

In Isvezia e Germania, del resto, la così detta gente per bene viaggia quasi sempre in terza classe (è vero che vi è una quarta). Avvertiti di ciò, trovandoci a viaggiare in quei paesi, noi prendemmo un biglietto circolare di terza; però, da buoni italiani, schiavi sempre del rispetto umano, sapendo che a Dresda avremmo trovati il Console e altri conoscenti che forse sarebbero venuti o ci avrebbero accompagnati alla stazione, prendemmo per l’ultimo tratto biglietti di seconda classe.

«Me ne rallegro — ci disse quel caro barone Locella, colla sua simpatica scioltezza veneta — io rappresentante del Governo viaggio in terza, e voi, sudditi, vi date il lusso della seconda!»

Eppure, guardale un poco, come certi pregiudizi s’annidano nel sangue. Anch’io ebbi [p. 124 modifica]una volta, a subire una lotta interna punto piacevole. Ve la racconto? Le cose vissute, insegnano più delle prediche. Ecco qua.

Ero a Venezia, per il Congresso dell’Educazione femminile, quando mi viene rimandata da casa una cartolina in cui, con una scrittura molto primitiva, ma parole tanto sentite, mi si diceva che la balia delle mie bambine — creatura d’oro, Santa di nome e di fatto — aveva dovuto subire una gravissima operazione nell’ospedale di Vittorio. Vittorio! a poco più di quattro ore da Venezia. Che cosa sono quattro ore in confronto delle diciotto che mi separavano abitualmente da quella cara? E da sette anni non la rivedevo, e forse mi desiderava.

Ma prima che coll’orario, dovevo far i conti col mio borsellino. Se io volevo portare a quella povera madre di quattro bambini non soltanto una consolazione morale, occorreva far economie da altra parte. Rinunciai a portar regali ai miei figlioli e decisi di far il viaggio in terza classe.

Quando fui dunque a Mestre, mi presentai allo sportello e... feci la dura domanda. Era il [p. 125 modifica]tornare da quella città sfarzosa? era il fresco ricordo della mia autorità presidenziale e di tutti gli onori di cui avevano voluto circondarmi a Venezia, il fatto è che lo sforzo per chiedere il biglietto fu così grande da darmi uno spasimo nelle viscere.

Persino un senso di cattiva ribellione, ebbi! Come! viaggiano in prima classe tanti farabutti e dovrò io viaggiare in terza? Ormai era fatta, e sperai che la prova fosse superata, ma uscita sotto la tettoia ecco gente ad aspettare. Due eleganti sfaccendati mi guardarono ed io entrai nel caffè. Non c’era da ridere? eccomi obbligata a prender qualcosa e buttar via danaro... Così si fa spesso, spensieratamente.

Il treno arrivò. Uscii e mi parve vi fosse più gente di prima. Stetti a pensare se era meglio salire mentre vi era folla e ognuno era occupato a cercarsi posto, oppure aspettare in ultimo.

In quel momento qualcuno passò, e mi salutò. Mi parve il conte Pellegrini, assessore dell’Istruzione di Venezia, egli che poche ore prima era là con me sul palco presidenziale, nell’elegante ridotto della Fenice. Le fiamme [p. 126 modifica]mi salirono al viso: fui sul punto di tornar indietro a prendere il biglietto di seconda classe, ma mi ribellai a questa vigliaccheria e cercai posto nei vagoni di terza. Mi affacciai a uno pieno zeppo. Una signorina col viso tutto acceso, quasi vergognoso, mi disse con voce timida:

— Oh signora, questa è terza, vada laggiù.

— Era una maestra reduce dal Congresso.

— Peccato non ci sia posto, sarei venuta volentieri con lei.

— Oh signora, com’è buona! —

Che ipocrisia! perchè non le risposi francamente: — Ho anch’io il biglietto di terza? —

Un maestro abruzzese, tanto gentile e premuroso, mi rincorse: — Signora contessa, venga qui; il vagone di prima è qui.

— Non vado in prima: ma non mi chiami contessa, la prego, glielo dissi già, io non sono punto contessa. —

Mi prese la valigietta, mi prese la busta delle ombrelle, mi aperse uno sportello e — perchè non confessarlo? — entrai... in un vagone di seconda classe.

.... Alla prima stazione discesi, chiesi un [p. 127 modifica]bicchier d’acqua e rimontai in terza classe, tutta affranta da una stanchezza morale quale mai avevo sentito: avvilita, umiliata della mia mancanza di coraggio che mi rendeva irriconoscibile a me stessa. Come? siamo schiavi a questo punto dell’opinione altrui, e di un’opinione che non tocca il nostro onore, ma la nostra borsa solamente?

Quel conte veneziano, quel maestro abruzzese, non avrebbero forse tenuta più alta nella loro stima la signora Sofia Bisi se l’avessero veduta viaggiare in terza classe? L’elegante Ministro che aveva presieduto così brillantemente e così galantemente il Congresso, non mi avrebbe più fatto il suo inchino lusinghiero se mi avesse veduta? Fradeletto sarebbe forse rimasto deluso dall’aver invitato ad inaugurare il Congresso una signora che viaggia in terza classe? No, no: la società è migliore di quel che crediamo: se certe frivole donne, se certi sciocchi uomini fingerebbero di non riconoscerci (dandoci così la misura del loro valore morale) duecento altri ve n’è, per i quali restiamo sempre noi, e cinquanta per i quali forse diventiamo qualche cosa di più. [p. 128 modifica]

Briciole, quisquilie, ma questa è la vera, la santa emancipazione per la quale tutte dobbiamo combattere e che ci condurrà a quell’equilibrio morale ed economico tanto agognato: rinunciare al superfluo.

E, ripeto: certi atti che sembrano umili, compiuti con disinvoltura, con dignità, non possono che accrescere intorno a noi la stima e la fiducia. Liberiamoci dunque da quel senso di vergogna, da quel timore di essere considerale da meno di quel che siamo; mostriamo francamente che non siamo ricchi come forse il mondo ci crede. Questo pregiudizio ci lega, ci impedisce nell’esercizio della libera volontà, del libero pensiero.

E facciamo questi sacrifici d’amor proprio anche se non sono necessari a noi stessi: facciamoli col pensiero che ci rendono possibile di aiutare gli altri.

* * *

Per tornare alla praticità, di quel sogno benefico della buon’amica mia, vediamo che in ogni casa, ove sono bambini e fanciulle vi sia [p. 129 modifica]la cassetta delle rinunce ove ogni bambino possa mettere subito il soldo risparmiato con un proprio sacrificio.

Quante di queste economie essi possono fare! Un ragazzo di quattordici, quindici anni, comincia ad avere la smania delle camicie inamidate: mostrategli come tre camicie la settimana fanno tre o quattro lire di stiratura, ovvero dieci o sedici lire il mese, che potrebbero essere dati a profitto di una qualche istituzione, o di qualche fanciullo, e vedrete se non si adatterà per i mesi d’estate a portare di nuovo la sua camicia molle o la maglia alla marinara. Ma non bisogna imporre, nè insistere; anzi, coi ragazzi bisogna variare e far scoprire ad essi nuove fonti di economia.

Un mese, per esempio, di rinuncia ai panini e vedrete come troveranno più saporito il pan grosso. Un’altra volta, punto caffè o cacao: latte solo ogni mattina. Oppure sospensione delle frutta, sacrifici di gite in tram, di un oggetto che desiderano comperare; ma quei centesimi, quelle lire, è giusto darle loro subito, perchè tocchino con mano quale valore ha il loro sacrificio. Questo abituarli a calcolare [p. 130 modifica]quanto una data cosa costi è anche, io penso, molto educativo.

Essi stessi pensano, studiano che cos’altro si possa fare per mettere nella cassetta qualche moneta di più: faranno progetti di lavori, di vendite, di guadagni, semplificheranno essi stessi la loro vita. Molte volte i bambini danno senza volerlo lezioni d’economia a babbo e a mamma. E non credete che se tutti i fanciulli sani e felici avessero questa cassetta delle rinunce si riuscirebbe l’estate a mandare tutti i gracili e i poveri alle Colonie marine ed alpine?

Quanti bimbi gracili sono rifiutati oggi da queste Colonie! Il denaro manca e bisogna essere crudeli. Ma non lasciamolo mancare! diano i figlioli sani, i bambini che hanno la loro villa, che vanno ai monti o al mare, diano essi il denaro per i bimbi che languiscono di caldo nelle città, che languiscono d’un vano desiderio di verde, di aria, di sole, di libertà.

Perchè no? perchè non un grandioso plebiscito d’amore dei bambini agiati viaggianti tutti in terza classe, per poter tirarsi dietro altri treni tutti pieni dei loro pallidi fratellini [p. 131 modifica]anemici, inebbriati di gioia? Perchè no questa bella rinuncia? questa bella vittoria d’amor proprio, che rimarrebbe indimenticabile, che un giorno essi racconterebbero ai loro figli, benedicendo alle loro madri?