Le rivelazioni impunitarie di Costanza Vaccari-Diotallevi/Documenti/III

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III. — Minuta di rivelo di carattere dei giudice processante Collemassi

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III. — Minuta di rivelo di carattere dei giudice processante Collemassi
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III.

Minuta di rivelo di carattere del Giudice processante Collemassi.1

20 marzo 1862.

Preliminari e causa di scienza relativamente
alla sistemazione del partito piemontese in Roma.


Conoscevo da lungo tempo Venturini e sapete la mia circostanza.

[p. 86 modifica]Io fui invitata da Filippo Venturini uno dei dieci, come vedremo in appresso, a far parte come socia semplice del partito Piemontese del Comitato Centrale Romano nel 10 decembre 1860, e mi fece firmare nella nota de’ suoi dipendenti. Fino al di 18 febbraio 1861 rimasi come semplice socia, ed in quel giorno il Venturini medesimo mi propose di entrare in una qualifica cioè in quella di Capo-squadra sotto pure la di lui dipendenza. lo accudii, e mi presentò l’elenco di tutti i Capi-sezione in prima perchè li conoscessi. Per il lasso di quindici giorni vestii la qualifica di Caposquadra; ma scorsa questa epoca, fui dichiarata dal Comitato a premura del Venturini Caposquadra in prima, assoggettando a me due Capi-squadra in seconda ossiano caposquadra semplici, che furono Francesco Gioja e Giovacchino Scaringi. Fino a tutto il marzo 1861 tenni questa qualifica; e venuto il 1 aprile detto, anno, fui incaricata anche Esattrice degli oboli per il Monumento Cavour, per il dono delle Spade donate ai Generali Niel e Marmora, come pure pel fucile che fu mandato al General Garibaldi. Per schiarimento debbo dire che le esazioni per la spada donata a re Vittorio Emmanuele ed all’imperatore Napoleone III, già erano state fatte, come pel milione dei fucili, e pendeva quella pel milione degli uomini richiesti da Garibaldi 2. Tenni la qualifica di esattrice fino ai sedici o diecisette [p. 87 modifica]maggio 1861. — Venuta tal’epoca, ed era ho già alcuni giorni da che era sortito dalle carceri di S. Michele, Pietro Patrizi accusato di avere incendiate le armi ossiano emblemi pontifici nel 12 aprile 1861, fra i quali il quadro alla Rotonda, come infatti n’era stato l’autore, e sortito dalle carceri, mi disse ch’io avea meriti da cuoprire più alta qualifica, e mi dichiarò di voler parlare a persona influente presso il Comitato siccome fece, e fui invitata a recarmi alla prima riunione che si tenne in quel mese di maggio 1861 a Campo Vaccino dall’ave maria della sera a due ore e mezzo di notte. Giunta colà dopo essermi venuta a prendere lo stesso Pietro Patrizi nella bottega dei bagni ossia stabilimento Lanzi all’Orso, andammo al botteghino sulla piazza del Gesù; dove prendemmo in nostra compagnia Leopoldo . . . . . Ci recassimo alla scalinata del Campidoglio, e da quella scendemmo a Campo Vaccino; pochi passi prima di entrare sotto l’arco di Tito, venne ad incontrarci Vincenzo Margutti e domandato a Leopoldo .... la parola d’ordine «Roma e Campidoglio» fui invitala ad entrare sotto l’arco di Tito, dove trovai Vincenzo Margutti che stava al moto di riconoscimento, Pietro De Angelis della Manziana, Giovanni Venanzi, rimanendo al di fuori il Patrizi e Francesco Gioia. Fui da quelli posta ad un tal quale esame per conoscere la mia capacità, ed infine si rimase che avessi immaginata una lettera ed una risposta settaria sull’andamento dei conteggi, ondo conoscer meglio la mia abilità. La sera le feci in casa, poi le diedi al Patrizi nel caffè di Argentina, e fui col mezzo di Patrizi invitata al secondo congresso per la strada che da Campo Vaccino conduce al Colosseo; ciò che seguì due giorni dopo; ed allora mi si dichiarò che il Comitato mi aveva già accordata la qualifica di Capo-sezione in prima, ossia aspirante al posto dei dieci; con la quale qualifica ho cessata dalla carriera nel 1 o 2 ottobre 1861 per i disgusti sugli affari della regina di Napoli, del che si terrà parola. Nelle qualifiche adunque che ho coperte sono venuta nella piena cognizione di quanto appresso.

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Sistemazione del partito Piemontese.


Il Comitato centrale del partito Piemontese è composto di tre individui:

Uno per li scritti e corrispondenze.
Altro come depositario dei danari.
Il terzo per l’andamento ed azione.

Il Comitato anzidetto viene rappresentato da un Decemvirato che si chiama: i dieci.

Immediatamente esistono soggetti come aspiranti a questo grado e nell’azione.

I quindici, che sono quindici Capi sezione in prima.

Vi sono poi cinquantasei Capi sezione in seconda ossia Capi-squadra in prima, poichè n’esistono quattro per rione. Dei Capi-squadra in seconda, ossiano semplici, non vi è numero fisso; bensì vengono questi creati dalli stessi Capi-squadra in prima i quali, vedendo uno o più subalterni capaci, li pongono a parte delle loro azioni e li danno ordini da eseguire, per cui dove son più, dove meno.

Le sezioni sono quattordici, ed il quindicesimo Caposezione in prima è addetto agli esattorati.

Quanto agli uomini che dipendono dalle sezioni e Capi-squadra in prima, non vi è numero determinato, perchè ciò dipende dalle simpatie di chi ne è alla testa; però ogni Capo squadra in prima, ossia Capo sezione in seconda, non può avere più di centocinquanta uomini per legge, ma per abuso si è cercato da essi di accrescere il numero quanto più hanno potuto; e se ne fanno vanto l’un contra l’altro.

Oltre a ciò ogni Capo-sezione, sia in prima sia in seconda, si adopera nella sua influenza in tutti i bisogni del partito.

Evvi inoltre nel partito un’altra classe affigliata ma non per l’azione, per la sola contribuzione; e questi non si tengono aggiornati se non che di cose poche concludenti, come sarebbero quelle di una passeggiata, di una dimostrazione al teatro ec. non nell’andamento della società o dell’alta politica; ne conosco alcuni, ma non saprei dire l’ammontare del personale.

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Comitato.


Personale settario da me conosciuto:

Principe..... Gabrielli sposato alla Buonaparte.

Angelo Verospi Gavotti, uomo di sotto 30 anni che ha sposata un’americana (pratica dalla Bischi) soprachiamato Nino.

Luigi Gulmanelli, sostituito ora da Augusto dopo l’esilio di Luigi avvenuto nel febbraio 1861.

Gabrielli ha il carteggio con la Corte Italiana ec. portatore dei doni che ha mostrati al suo palazzo esistente al Monte Giordano.

Gavotti, depositario dei versamenti, come può verificarsi; se esistono note di versamenti, in ognuno si troverà intestato come depositario del danaro il suddetto Gavotti.

Gulmanelli è addetto a ricevere tutte le istanze, rapporti, e diramare ordini del Comitato. Esso è quello che è addetto alla nomina e soldo degl’impiegati del partito, sovvenzioni a famiglie degli emigrati ec. ai trasporti di quelli che sono costretti a partire, in una parola alla decisa azione settaria.

I Dieci.


Fra questi conosco:

1. Giovanni Venanzi

2. Achille Margutti

3. Vincenzo Margutti

4. Enrighetta Gelsi ora emigrata. Però siccome una donna non può andar per tutto, così aveva chiesto ed ottenuto un aggiunto, e questo è il di lei cugino Enrico Avvocato Tosi; abita all’arco del Carbognani. Ora tiene il di lei posto.

5. Pietro Patrizi.

6. Pietro Deangelis della Manziana.

7. Salvatore Sindaci.

8 ..... Piccioni inquilino di Sindaci che credo, impiegato Pontificio alle porte:

9. ....

10. ....

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I Quindici:


Fra questi conosco:

Leopoldo, di cui ho dati i connotati, uno dei segretari del Venanzi.

Filippo Venturini, abita in via de’ Cappellari N. 55 o 60, pure altro segretario del Venanzi.

Alessandro de Martino, pure è un intimo segretario del Venanzi.

Pietro Barberi beccaio a sant’Eustachio, il quale prima dipendeva da Pietro Patrizi; poi questo emigrato, si divisero la squadra che comandava Pietro Patrizi. Barberi ebbe la direzione di un sartore che abita in via Santa Maria de’ Portoghesi soprachiamato il Contino e di un certo Mattei alto, con barba bionda e capelli alla fieschi.

Costanza Vaccari in Diotallevi alla dipendenza di Margotti Achille.

Francesco Gioia pure alla dipendenza di Achille Margutti.

Achille Anzigiloni pure del Margutti.

Augusto Ratti pittore come sopra.

Gioacchino Scaringi come sopra, prima mio dipendente Capo-squadra; poi, dopo entrata io al posto dei quindici, lasciai la squadra.

Silvestro Ricci come sopra.

Francesco Franchi come sopra.

....... Ferri mercante di campagna al Gesù,3

[p. 91 modifica]quello che fa li fatti di casa, dipendente prima da Enriga Gelsi ora dal Tosi.

Antonio Fratini che abita in casa di Francesco Ciccolini nipote di messer Fratini come sopra.

Francesco Ciccolini come sopra.

Eugenio Speroni chirurgo.

Devo qui fare avvertenza che non deve sorprendere se tre soli dei dieci tengono il comando, come ho detto, delli Quindici, mentre questi tre erano quelli al caso più che ogni altro di agire e quelli sulli quali convenivano sempre gli altri sette. Di più Vincenza Margotti, uno dei dieci; siccome è uomo più tagliato alle cose volgari materiali, così aveva l’incarico di provvedere conduttori e vetturini per il trasporto degli emigrati; e questa è stata la sua più forte occupazione, come si è sempre ritenuto che appartenga alla setta Carbonara.

Capisquadra in prima.


. . . . . . . . Giovannini sopracchiamato Spizzichino, conduttore delle diligenze, abita in propria casa al Borgo Sant’Anna, ove tiene negozio di vetture sotto Gioacchino Scaringi linea Venanzi.

Padre . . . . . . Corvo Torinese sotto la linea Deangelis; non conosco però sotto quale dei quindici, parroco di Santa Maria in Aquiro detta degli Orfani, mandato in gastigo da’ suoi superiori a Sant’Alessio Monte Aventino, ove fa da superiore, essendo quei religiosi quasi tutti della stessa opinione. Anzi dei Padri sommaschi, sua religione, non v’è da eccezionare se non che l’attuale curato degli Orfanelli, il rettore del Collegio del Clementino che fu quello che si dice pagasse tanti giovani perchè andassero tanti giovani nel carnevale mascherali, e certo Padre Catani col naso accriccato (sic) aquilino; gli altri son ritenuti aderenti al partito.


Capisquadra in prima.


Il canopico . . . . . . che circa un paese fa abitava a Tordinone N. 106, romagnolo, e che suoleva [p. 92 modifica]andare a giuocare a carte la sera dallo Scalco di S. S. Baladelli: questo ultimo però persona eccellentissima, non so in qual diretta dipendenza.

Don Pietro . . . . . tenuto dal Governo sotto custodia nel convento di San Calisto, mi pregò perchè io scrivessi a Torino onde ottenere il posto di cappellano nella truppa Sarda, ed ebbe una negativa; perchè si rilevò di cattiva, anzi pessima condotta.

Il parroco della Maddalena . . . . . Bennicelli sotto Sindaci, non so sotto chi dei Quindici; ha amicizia carnale con Matilde Sindaci.

Gaetano Franchetti fornaio in San Pietro vicino alla Reale, sotto la linea Deangelis; non so però da chi dei Quindici.

Abbate Fratini . . . . . precettore in casa Carpegna, linea Deangelis.

Professor Maggiorani della Sapienza, pure linea Deangelis.

De Mauri (cavalier Pietro) pure primario in Santo Spirito, linea Deangelis.

Professor . . . . . Ratti in Sapienza, linea Deangelis

NB. Questi sono capi-squadra che comandano l’azione alla Scolareccia ed Ospitali ec.


Socii solventi che conosco del partito Piemontese.


Paolo Luigioni droghiere di più negozi, abita al palazzo Feraioli.

Rocchi . . . . . mercante di campagna abitante a Campo Marzo.

Luigi Fioretti, cognato del Rocchi, abita incontro la Chiesa di Santa Maria in via.

Silvestri . . . . . mercante di campagna.

Tittoni della setta carbonica. Però quello rimasto in Roma, lo conosco come semplice e forte contribuente: credo che abbi l’azione Piementese ai dintorni della sua tenuta.

Giuseppe Mazzoni, agrimensore già processato dalla Consulta, abita il palazzo Carpegna in Sapienza, ultimo piano.

[p. 93 modifica]Giorgio Santarelli, governatore della Dogana Pontificia, abita nella stessa Dogana in Piazza di Pietra.

Baldassarre Ferri, sostituto a San Giacomo, il quale però si mischia per trasporto anche nell’azione.

Cesare Scarpini, sostituto a San Gallicano come sopra.

Erigi chirurgo figlio del Professore, studente a San Spirito.

Bussoni padre, padrone delle Locande di Piazza di Spagna che abita credo alla Piazza Mignanelli.4

Calamatta pittore od incisore, agente sotto Deangelis, il quale è ora a Firenze, e tornerà verso aprile, e dovrà portar corrispondenza ec.

Alessandro Piccinini (scrittore presso il Zio avvocato) che abita alla Pedacchia N. 5, spontaneo a mischiarsi in ogni popolarità, forse ora ascritto anche nell’azione.

Zuccarelli, Curiale, che abita alla Vignaccia N. 10 ultimo piano, il quale oltre ad assere contribuente è ritenuto socio nell’azione ma sta in osserva. Ciò vuol dire che se avesse bisogno di essere soccorso dalla setta, rimarrebbe aiutato.


Persone che convien ritenerle della setta
Sanguinaria Carbonica.


Filippo Lanzoni, il quale pure paga forti somme. Si conosce però come Settario Carbonaro, e deve avere implicazione nel fatto Lucatelli, come a suo tempo dirò. Intanto di questo posso dire che ai tempi del 59 dava notizie le più calde contro il Governo Pontificio nel Caffè Mascetti a Piazza San Pietro. Ebbe questione che finì con minaccie di morte con il beccaio Deangelis Carlo sopracchiamato Pasticcio. Spende ultraviros incalcolabilmente. È un antico detenuto e condannato politico.

. . . . Boschetti mosaicista in via Condotti, abita al N. 71 primo piano. Questo paga forti somme. Non ha voluto mai essere onorato da qualifiche. Ciò che ha [p. 94 modifica]detto in specie al Deangelis, Tiltoni suddetto, si è: che il Comitato gli dia pure qualunque ordine, che sarà subito fatto eseguire dai suoi dipendenti.


20 Marzo 1862.


Elenco degl’impiegati traditori che conosco.


Zampieri Paolo Cavalier Presidente del rione Ponte, che ha l’ufficio al vicolo del Consolato. È quello che sta in piena1 corrispondenza col Venanzi: narrava questo tutte le cose di polizia, e salvava le persone che cercava la giustizia in linea politica e per qualsiasi altro delitto, purchè mangiasse: ha una mensualità.

Sterbini padre, che è capo di tutto il servigio alle porte, che ha una qualifica alta nella zecca pontificia ec. Questo pure riferisce: il tutto a Venanzi, fa ogni intrigo con esso ec.; ha una mensualità.

Neri padre, capo del Debito pubblico come sopra; più si è fatto assicurare il suo posto, ed ha una mensualità non so di quanto. È in relazione non con Venanzi ma con Del Frate, il quale ha relazione con Sterbini già Triumviro Repubblicano; qual Del Frate nella ripristinazione del Governo fu carcerato e liberato dal Neri. La sorella di detto Del Frate maritata a Randanini bottegonte de’ lotti a via dei Pastini che fu uno dei primi ad aprire l’ufficio di cambiavalute e che andava a suo nome, ma il Neri ne somministrava il danaro dande a lei un tanto per cento....


Controlleria.


Penati. . . . . capo del Controllo che abita al palazzo della Scimia a S. Antonino de’ Portoghesi 2 p. e che ha l’ufficio alla piazza de’ Monte Gitorio n.° 127 p. p. è in relazione con Deangelis tradisce ec. è semplicemente assicurato di star fermo al suo posto, e soldo allorchè ec.


Consulta di stato.


Angelini . . . . . di Rieti, che ha per moglie Paolina Giustiniani, impiegato in Consulta di Stato, è nella [p. 95 modifica]relazione Deangelis: Ha di tratto in tratto una regalia, assicurata ec.

Compagnoni . . . . . capo del Bollo e registro, assicurato ec.; ha relazione col Deangelis.5


Gov. delle dogane a piazza di pietra.


Quel Santarelli di cui bo parlato, governatore della dogana, assicurato, ed in relazione col Deangelis, non prende cosa alcuna dal partito; che anzi, come ho detto, contribuisce.

Carcani Augusto, impiegato in polizia in relazione col Deangelis, riferisce tutto al partito, è stretto al Deangelis; non ha però voluti mai compensi nè soldo; cerca di avere un forte posto a Torino.

Eligi Maggiore de Gendarmi, appartenente al partito sotto Deangelis, perchè tutti gl’impiegati dipendono direttamente da questo solo.6

Agostino Lanzoni, nipote dell’altro Lanzoni, Maresciallo del burò de’ Gendarmi, come referendario alla dipendenza Deangelis; ha soldo dal partito e vi appartiene.

Ferri ...... sopraintendente al Ministero delle Armi; è assicurato; è in relazione col Deangelis; non ha soldo perchè non l’ha voluto. Nel viaggio che fece al Campo del De La Moricière con, forte somma, doveva disertare per ordine del partito insieme a Borghi che condusse con lui, ma per circostanze impreviste non riuscì; l’affare fu trattato da Luigi Gulmanelli emigrato. Gl’impedì l’effettuazione l’essersi accompagnato casualmente prossimo al punto dove doveva disertare, un Ufficiale, superiore pontificio.

Zappi Generale, è semplicemente assicurato, non gode stipendio ec.

Quel Datti o Ratti che fu posto istruttore de’ Zuavi al loro impianto, è ascritto ed assicurato.

[p. 96 modifica]Guerra . . . . . . pure del Ministero delle Armi, è assicurato; non ha stipendio.

Monari Gioacchino, intendente sul militare, non combinò per 20 scudi di differenza sul soldo che esigeva.

Pezzi . . . . . . impiegato postale, assicurato e stipendiato.

Sambucetti Vito, stipendiato, pure sta all’ufficio postale.

Nardoni figlio, conduttore della diligenza.

Il Giovannini di cui ho parlato, soprannominato Spizzichino.

Ricciotti . . . . . . impiegato in polizia.

Pasqualoni . . . . . . 7

Venanzi . . . . . . Ufficiale in Linea, mi pare capitano, assicurato ec.; non ha mesata.

Un certo Posteria, non il militare ma il fratello, che è impiegato non so dove, forse in polizia, che ha molta servitù con Monsignor Matteucci; questo Posteria è stipendiato ed assicurato.


21 marzo 1862.


Antonio Diotallevi voleva sposarmi ma essendo sotto tenente nella seconda compagnia del primo reggimento Linea Pontificia non poteva farlo senza la debita licenza, e senza che io portassi la dote di scudi 3000 Si divisò di avanzare un’istanza al S Padre perchè ci dispensasse. Si presentò Antonio; ma per quanto si sforzasse, non ottenne che la grazia per la metà della dote. Non vi era caso di rimediare li scudi 1500 che occorrevano, per cui si ripetè l’istanza, ma non se ne vedeva risposta. Intanto la povera mia madre Adelaide Mancini in Vaccari si approssimava agli estremi, e chiese al padre Bresciani §uo confessore che non sarebbe morta contenta senza vedermi maritata, tanto più che mi lasciava senza alcuna guida, mancanti di altra donna; e fu allora che [p. 97 modifica]per contentar la moribonda sposassimo alle ore 1 e mezzo della notte del dì 5 gennaio 1859, ed essa passò all’altra vita alle dieci italiane di quella stessa sera.

Non scorsero che otto giorni, dopo i quali il mio marito Antonio fu arrestato e portato ai profossi di Sant’Anna, ove lo tennero otto giorni e poi lo dimisero dal carcere e dall’appartenere alle armi.

Inutili riuscirono tutti i possibili uffici e preghiere, esso perdette ogni qualifica, ogni soldo, e ci trovammo privi di ogni mezzo di sussistenza, se il mio Padrigno non ci avesse soccorsi.

Fu allora che conoscendo Antonio varii ufficiali francesi lo consigliarono a raccomandarsi al generale, conte De Goyon, fra i quali più ogni altro ve lo insinuò il tenente De Bryl del 40° reggimento Linea.

Fu il De Bryl che ci presentò, e volli anch’io andarci perchè conosco la lingua francese: fossimo accolti cortesemente e ad esso narrai tutto il fatto; assunse l’impegno, ma fu tutto inutile, quantunque fossero ripetute più istanze avvalorate dalla sua protezione.

Con questa circostanza acquistai buona servitù al Generale; servitù, che ho cercato sempre mantenere come uifico mio appoggio.nota

Avanzai più istanze a monsignore De Merode, ma inutilmente quantunque avvalorate da Goyon; finalmente r ultima la presentai io stessa a monsignor De Merode nell’epoca che era prossima la battuta di Castelfidardo, ma inutilmente.

Esacerbata dalle negative e dal bisogno ero in tale servitù, allorachè nel 1 decembre, giorno in cui mio marito partì per Torino accompagnato con lettera del Generalenota onde essere accolto come militare graduato in quel Governo, il signor Generale suddetto mosse con me un discorso sul che io mi fossi, se appartenevo o no a verun partito; al che io risposi che appartenevo a quello liberale, cioè a quello Piemontese;

8

9 [p. 98 modifica]cosa che fu dal lodato Generale riprovata, e me ne sgridò facendomi fare piò riflessioni.

La mia situazione però era tale da non potermi ritirare da quel partito, nel quale solo mi era messa ad vendictam; ed io non ascoltai le esortazioni del Generale: solo proseguiva a frequentare la di lui casa ad oggetto di aver notizia di mio marito Antonio.

Intanto, se non erro, nel gennaio 1861 venuta a stare in Roma la vedova Regina di Napoli dopo la caduta di Gaeta, mi domandò il Generale che ne dicesse il partito, che se ne pensasse ec. Al che io risposi, però garbatamente, che appartenendo al partito non poteva far la delatrice. Allora mi fece nuove prediche, e mi dichiarò che non avessi ritenuto che sarebbe in egual modo caduto il Governo Pontificio; e mi affacciò i pericoli e le compromesse a cui andavo incontro non che le immoralità del partito Piemontese a cui appartenevo.

Feci 1‘eroina col mantenermi fedele al partito e segreta sui fatti che ne conosceva, e ciò per un buon lasso di tempo. Intanto proseguivo ad avvicinare il Generale, il quale giunse a dirmi: «Ebbene voi siete impersuadibiie; ma verrà il tempo in cui conoscerete l’errore in cui siete, e vi troverete disgustata del partito medesimo: ed in allora voi me ne farete avvertito perchè voglio proteggervi.»

Nell’infrattanto venne in Roma S. M il Re di Napoli con la sua sposa e corte, e mio marito Antonio mi scriveva che inutili erano state tutte le premure, mentre il Ministero di Torino lo rifiutava per le replicate istanze da esso fatte al Ministero delle Armi Pontificie onde essere raccolto nel corpo, in specie nel momento che si batteva a Castelfidardo.

Mi recai dal signor Generale per fargli leggere la lettera di mio marito. Colpì esso questa circostanza per persuadermi che io batteva una strada pericolosa ed inutile, e cercò d’insinuarmi l’idea di adoperarmi in appressò a favorire la Corte francese, quella di Napoli e la stessa legittimità Pontificia. Esso adunque mi consigliò di pormi seco lui d’intelligenza a dichiarare [p. 99 modifica]apertamente al partito che io godeva la sua protezione, ciò che avrebbe importato tanto più credito e rispetto verso di me: così d’impegnarmi a conoscere le intenzioni del partilo Piemontese in Roma sulla Corte di Napoli, riferirgli il tutto e cercare di addentrarmi nell’animo di persone anche della Corte Napoletana per spionarne gli andamenti, i desiderii, i maneggi ecc., sempre relativamente allo spodestato sovrano E perchè il partito Piemontese di qui, cui appartenevo, mi tenesse a conto ed a fiducia più che mai, si continuò col suddetto signor Generale di far credere a questo che io aveva col suo mezzo talmente operato, d’essermi riuscita ad addentrarmi in quella Corte medesima come una delle dame, sotto però mentito nome, cioè sotto quello di Contessa di Monte Pelier (Plier si pronuncia). Il partito volle assicurarsi se sussistevano le mie millantazioni, e seppi che realmente fu dichiarato che Madama di Monte Pelier era dama ammessa alla Corte; per cui la fiducia del partito si raddoppiò in me in modo tale da incaricarmi, sempre parlando del partito, di procurare la sottrazione di scritti autografi del Re e del generale Goyon, non che dei biglietti della Regina, che il partito diceva che essa scrivesse ad un suo amico; e ciò per aver documenti a carico del Re di Napoli, della Corte francese, e procurare sotto ogni mezzo la diffamazione della vita particolare della Regina.

Io ne resi di tutto istruito il sig. generale De Goyon, il quale se ne mostrò soddisfatto; e perchè io non rimanessi scoperta o compromessa, mi notificava di molte particolarità che avvenivano nell’interno della Corte Napoletana; ond’è che io mostrandomi col partito intesa di lutto, sempre più credevano che appartenessi a quella Corte, e fossi nella più stretta confidenza del Re, delia Regina ecc. L’unica cosa difficile è stata sempre quella d’inventare circostanze capricciosissime per, trarli nell’inganno ch’io non era ancor riuscita ad impossessarmi di scritti originali compromettenti, in specie relativamente alla reazione; cosa che tanto ardentemente hanno sempre desiderata e desiderano; per il che mi hanno fatte promesse di spalline per mio marito e di più [p. 100 modifica]centinaia per me, non che dell’immediato trasporto fuori di Stato.

Qui cade in acconcio narrare un piccolo incidente. Il partito divisò di fare una sgarberìa alla Regina circa due mesi dopo venuta, e ciò lo seppi da Baldassarre Ferri sostituto medico chirurgo allora alla Consolazione oggi a San Giacomo, e ne resi inteso il signor general Goyon. Volevasi colpire l’occasione che la Regina verso il tardi passeggiava a piedi per li boschetti del Pincio, ascondersi, fare un’improvvisa sortita, spaventarla e fare ad essa non so qual villania. Il signor Generale pose a mia disposizione due Gendarmi francesi travestiti: io in quella stessa sera mi recai al Pincio, la Regina venne, lasciò il legno alla vicinanza del solito luogo ove suona il concerto, e si pose a passeggiare a piedi con una delle cognate; io la seguiva a poca distanza e più volte ebbi occasione d’incontrarmi a faccia con essa: vidi che mi fissò, ma io mostrai come di non vederla; intanto l’ora si faceva tarda, essendo già le ore 23 e tre quarti anche passate? allorchè il suddetto Ferri, Achille Margutti, e Cesare Scarpini, chirurgo sostituto in San Gallicano, si nascosero in uno di quei boschetti per dare esecuzione al divisameoto. Allora io diedi il segno ai due Gendarmi francesi, questi affrontarono i suddetti tre, dissero esser tardi e già ora di sgombrare da quel luogo, e dovettero partire. Così fu resa indenne da ogni affronto. I detti francesi, che non conoscono gl’individui suddetti, segnarono i di loro connotati. Son certa che se la Regina vedesse il Ferri, lo riconoscerebbe, perchè questo più sfacciatamente l’ha quasi sempre seguita.

Altro fatto che pur debbo dire, si è quello di conoscere io le due persone che appostarono il Re di Napoli quando sortiva dal palazzo di sua abitazione al Quirinale, ciò che rimonta ad un mese e mezzo a questa parte, per cui intimidito retrocedette. Sono essi Domenico Catufi pittore di quadri che dimora al Vicolo del Vantaggio N. 8, e l’Ottico al Corso Achille Ansiglioni, i quali poi erano alla testa di altri da me sconosciuti. Questi mi confidarono di volerlo battere ben bene in modo da farlo allettare e che potesse [p. 101 modifica]ricordarsene per tutta la sua vita. Vollero adunque da me sapere da qual parte sortisse, a qual’ora presso a poco, e che fra quindici giorni avrebbero voluto fare il lavoro. Ne .tenni parola co! signor generale De Goyon, e mi disse che li soddisfacessi pure; però, che fossi stata accorta ad avvertirlo per precauzione, onde potere assicurare e tutelare la vita del Re. Fu esso adunque che mi disse che il Re era solito di sortire dalla porla verso la panetteria, e fare quella scesa che va alle Vergini, per lo più a piedi e solo, ove poi o fa aspettare il suo legno o ne prende uno di piazza, e che per lo più soleva sortire verso le 22 ore italiane. Mi replicò che dessi tale risposta, ma che fossi accorta ad avvertirlo in prevenzione; ma questi piuttosto che aspettare i quindici «giorni diedero esecuzione al loro intendimento, ed io non mi trovai compromessa sé non per la ragione che nulla avvenne per aver retroceduto il Re, spaventato forse dal vedere questi due che gli diedero sospetto. Questi due insieme ad un certo Mario che sta sempre fn casa di Catufi, ed altri da me sconosciuti ma dello stesso accordo anche per bastonarlo od ucciderlo, sono quelli che la sera della girandola di Pasqua 1861 fischiarono il Re e la Regina pel Corso. Questi tre sono quelli medesimi che diedero il segnale sulla Piazza del Popolo in quella stessa detta sera della girandola, nel momento che si diede fuoco ai bengalla rossi e bianchi, e bianchi e gialli, e che la girandola spiegava tali colori a guisa di nodi fiammati, e che s’interpetrò dal partito essere una dimostrazione che il Governo Pontificio faceva per la collegazione strettissima col Re di Napoli. Lo sapevano in prevenzione, e volevano ed avevano stabilito di colpire questa circostanza per battere le mani in quel momento, ed a questo segno imbarazzare gli Zuavi, a nulla contando la linea, e buttare a terra il palco del Re e farne scempio. Avevano preparate perfino scalette di corda con uncini da capo per buttarle al palco del Re onde rovesciarlo in terra e massagrarlo. Io potei avvertirne il signor generale Goyon; e questo la portò così bene, che dopo assestato il popolo anzi nel momento che s’incominciava a dar fuoco, chiuse con una linea di [p. 102 modifica]militi il Corso, Ripetta e Babuino, e con altre line formò un largo quadrato alla gran Guglia, impedendo così qualunque azione del popolo contro il Re, ed in modo da non dare a divedere cosa alcuna, perchè perfino gli zuavi e linea pontificia erano rimasti chiusi con gran parte del popolo, che anzi con quelli stessi che dovevano frapporsi all’azione che avrebbero intrapresa i militi pontificii. Fu notevole che appena dato il segnale col battito di mani fu seguito dai segni di silenzio, e così si riparò anche a questo male.


Sequestro di alcune armi bianche settarie.


Parlando cronologicamente narrerò che otto o dieci giorni dopo l’uccisione Velluti, in ogni modo prima che andasse a morte Lucatelli, fui io incaricata dal lodato signor Generale di prendere un posto in una vettura di cui mi diede i necessari contrassegni, adducendo di dovere andare a Monterosi; e ciò nella stalla de’ Sebasti al Clementino, affine dassi segni ai gendarmi francesi se vi fosse però stata una cassa a doppio fondo di cui mi diede pure le indicazioni. Effettuai quanto mi aveva ordinato. Giunta alla Storta scesi per far colazione come gli altri forestieri, e dissi ai gendarmi francesi «Allé ce là la carosse (sic);» la sorpresero; ed io dopo fatta colazione tornai indietro montando in altro legno che aveva portato il signor capitano di gendarmeria francese, ma per istrada si attesero per tre quarti d’ora i gendarmi francesi, i quali venuti, portarono due cassette, una aperta piena di armi bianche, cioè stili a trincio e forconi, altra cassetta chiusa che non so cosa contenesse, ed un grosso pacco di carte tutte infilzate ad uso bollette di macinato coperte sopra e sotto da una tavoletta e legate con fil di ferrò al di fuori. Narro ciò, perchè mi si disse che quella apprensione era in favore del Governo pontificio; e di fatti vidi che il tutto fu consegnato ad un uomo alto, color terrigno, con i capelli tagliati alla Fieschi, occhi grandi, sporgenti, avente il bianco della palla alcun poco giallognola, baffi spennacchiati da castrone; mi pare, ma non son certa, che porti una [p. 103 modifica]piccola mosca, avente anche voce garula da vecchia, che vestiva politamente, e che mi si disse mandato dalla polizia; e ricordo di aver firmato il verbale nel palazzo del Generale francese.

Ritornando a parlare sulla famiglia della Corte di Napoli, potrò esporre fatti delittuosi che provengono da solo livore di spirito di parte.

Sappia adunque che il partito divisò di fare ingiuria alla corte di Napoli col ritrattare in mosse le più oscene la regina, ed ecco come si principiò a dare esecuzione all’iniquo divisamente.10

Evvi una giovane scuffiara, romana per quanto credo di nascita, dell’età di circa 20 anni, che nei primi dì del gennaio 1862 lavorava come giovane presso la cuffiara al pozzo delle Cornacchie, e che, dopo di aver cercato di prender con essa entratura ordinandole un cappello di scudi 5 che inutilmente ho atteso, non ho potuto più sapere ove sia andata, e non mi si è voluto dire nè dalla cuffiara nè dalle altre giovani ove sia ed ove dimori. Questa giovane che somiglia quasi alla perfezione, fu chiamata da . . . . . . Deangelis della Manziana: portata a casa sua, sotto pretesto di far cappelli alla sua amica che tiene, e per la quale ha abbandonata la famiglia, ebbe dallo stesso Deangelis da prima scudi 100, con la qual somma dopo tante renunzie, condiscese di farsi ritrattar nuda con la fotografia quattro volte, ossia si stabilì dovesse stare a quattro pose di diverso atteggiamento sempre perfettamente ignuda. Fu ritrattata nella stessa camera del Deangelis dall’ottico Ansiglioni padrone proprio del negozio al Corso, uomo [p. 104 modifica]grasso, basso, rosso, di circa anni 35, fratello di Achille Ansiglioni su nominato. Domenico Catufi poi fu quello che incollò nei cartoni e ritoccò le negative del ritratto. Ne tirarono circa 60 copie, delle quali 15 ne furono mandate a Torino, 10 a Parigi, a mezzo di spedizione di qui fatta a Terni a Pietro Patrizi, mentre esso ha trafile certe di corrispondenza; per Roma ne furono mandate una trentina, e ne spedirono, credo, per la posta un esemplare al re di Napoli, e forse anche all’Eminentissimo Antonelli, e al General francese. Uno degli atteggiamenti era totalmente ignuda, seduta semisdraiata in una poltrona, con la mano alla natura in atto di far ditali, avente in prospettiva di essa i ritratti di Sua Santità, del signor Generale, dell’Eminentissimo Antonelli, e dell’ufficiale de’ zuavi De-Castro. La seconda posizione rappresentava la regina ignuda al bagno in una bagnarola rotonda, sulla quale galleggiavano membri umani di tutte le proporzioni quali essa andava accarezzando. La terza si vedeva ignuda, lunga sopra un sofà, avente sopra in atto di coito un zuavo in modo da non vedersi il volto, e si divulgò essere quello De-Castro ufficiale de’ zuavi; sotto poi a questa esposizione leggevasi in lingua spagnuola «Tomes sit gigar» (prendete questo zigaro). Gli posero questa espressione, perchè al dir di essi, stando in un giorno De-Castro dal re dopo il pranzo, nel dare un zigaro alla regina così si esprimesse, e che nel riceverlo le stringesse la mano; del che accertasene la regina madrigna facesse chiassi, e che irritata la regina giovane di ciò, prendesse un pizzo della tavoglia e mandasse in guasto la tavola; ciò che ha riferito un giovane da me sconosciuto, ma che la corte chiama sempre in aiuto dei camerieri per servire a tavola. e che vi fu a servire anche all’occasione che fu pranzo dal re di Napoli Sua Santità. Questo birbante seppe dire perfino che Sua Santità si era ubriacato, appoggiando che questa era la sborgnia del giorno avanti allorchè Sua Santità si svenne dicendo o assistendo messa la terza festa di Pasqua 1861. La quarta posizione rappresentava la regina sempre tutta ignuda in un sofà mezza addormentata, e Sua Santità che sta per [p. 105 modifica]entrare nella porta che vedesi traschiusa, ed il Generale francese in distanza vestito però alla borghese che segue Sua Santità.

Debbo avvertire che dopo tali ritratti, la giovane è svanita da ogni mia ricerca. Hanno voluto far nuove ingiuriose produzioni; ma non essendo reperibile la detta giovane cuffiara. hanno per farle presa una copia di modella che esisteva nello studio da fotografo di Mariannecci al Babbuino, e questa copia fu comprata da Achille Ansiglioni fratello dell’ottico padronale Mariannecci, il quale però non sapeva a qual’uso. Ansiglioni la portò in casa di Domenico Catufi e sulla fabbrica Falcetti, scoperta, perchè non ancora ultimata: li anzidetti Catufi e Ansiglioni con l’opera di un fotografo da me sconosciuto, ma che però suppongo sia stato Belisario Gioia, fratello di Francesco già da me nominato, perchè questo stando a lavorare come ritoccatore nello studio Alessandri in via Condotti, che è quello che ha fatti tutti i ritratti della regina e che ne ha privativa, portò tutte le copie, e si decise da essi di tagliare la testa a quello che sta in volgimento a destra a mezzo profilo ed a grandezza normale, copiarla ed attaccarla poi al corpo pur copiato e decapitato della modella, ed il detto Gioia ritoccò perchè non si conoscesse l’attaccatura. Questa produzione rappresenta la regina in piedi, ignuda totalmente, con le mani, che l’una tiene l’altra al basso ventre, e Goyon alla borghese che la sta guardando; di questa ne hanno, fatte più produzioni, credo che non siano state pubblicate se non dentro Roma, ed hanno operato con la stessa mia macchina che mi trovava di aver prestata a Catufi, il quale l’ha tuttora; ed appunto non me ne rifiutai perchè volevo conoscere minutamente il tutto per il fine che mi era proposta, siccome ho detto. Un altrettanto hanno fatto di simile positura sostituendo però al General Goyon l’Eminentissimo Antonelli, è di questa non so quante ne hanno fatte, perchè quando fui arrestata stavano lavorando.

Sono state pur scritte biografie a carico del re e della regina di Napoli, di Sua Santità e dell’Eminentissimo Antonelli, e di questi due ultimi personaggi anche [p. 106 modifica]stampate. Gli autori sono Pietro Patrizi, che ha stese le composizioni; coadiuvato da due giovani anconitani, dei quali non so i nomi. Alcune particolarità del re e della regina sono state date a Vincenzo Margutti da una certa Gennara che sta al servizio della regina, così dal Principe di Campo franco padre, il quale vive in concubinato don una ballerina ed è dichiarato nemico del re, e dal Duca di San Martino ciamberlano del re, il quale registra qualunque mossa, anche inutile del re. Ha questo un figlio al servizio di Vittorio Emmanuele, altro in Austria. Questo duca di San Martino millanta odio a tutta la famiglia reale, e l’ha detto in pubblico anche nella Fotografia Simelli al Corso, ove esso ha lavorato per lo spazio di più mesi. Questo stesso duca di San Martino ha spedite tali notizie fuori a Napoli a persone che scrivono contro il re. Mi si è detto, ma non lo potrei accertare, che anche il Ministro Carbonella sia persona che abbia date notizie a carico del re, così un Monsignor di Camera di Sua Santità ha dati gli annali di lui e dell’Eminentissimo Antonelli. Vincenzo Margutti è quello che si è caricato e carica di far centro a tali indegnità. So che dapprima Pallotta e Chiassi a Monte Citorio hanno stampato, nè so se Chiassi prosegua tuttora.

Nè il re di Napoli ha questi soli traditori, mentre ne ha altri fra la servitù, tre dei quali ne conosco io di vista senza saperne i nomi, che però dovrebbero trovarsi fra le carte del Venanzi nominati.

Quelli che il Partito ha stabilito pagatori dei traditori del re, sono; perchè vi hanno acquistata stretta relazione, Achille Margutti, Giovanni Venanzi e Domenico Catufi.


Avvertenze per l’arresto di Catufi.


Avvertenze per l’arresto del Catufi presso il quale si troverebbero copie di ogni produzione dei ritratti della regina — Le scalette di corda — vari emblemi tricolori e due grandi bandiere eguali a quella esposta al finestrone di S. Carlo al Corso nell’occasione del suffragio [p. 107 modifica]all’anime dei morti di Castelfidardo; si troverebbero le biografie anzidette, varie liste di nomi, e la mia macchina di fotografia. Tutti questi oggetti però non sono nella sua camera, ma bensì nella fabbrica che trovasi in via del Vantaggio n.° 8, nella quale esso abita. Dimora questa al primo piano e la porta dell’appartamento si trova di fronte ad un lungo capo di scale; entrati in quella, vi è una salettina, si volta a mano destra e si passa per una piccola cucina che mette in altra piccola stanzetta che usa per pranzare, in fondo della quale vi è una porta che comunica con la fabbrica non ultimata. Entrati nella fabbrica devesi perquisire minutamente tutte le camere della fabbrica, avvertendo che i travi maestri sono tutti foderati all’uso di quelli di Gulmanelli. Una delle camere della fabbrica è piena d’impicci, l’altre son vuote: si guardi nelle sommità dei muri, che devono esservi vuoti, e nei buchi ove poggiano le travi. Li fratelli Luigi e Domenico Catufi sogliono alzarsi verso le 7 e mezzo antimeridiane, e recarsi alle 8 circa a lavorare a San Pietro, pitture che copiano dal loggiato di Raffaello. Luigi non è responsabile di cosa alcuna, solo sa che il fratello è del Partito. Domenico Catufi è alto, complesso ma giusto, bianco assai con due piccoli baffetti crescenti, occhi bianchi e capelli castagni; mentre l’altro è basso e grasso di, color giallognolo.


22 Marzo 1862.


Fin dal marzo 1861 pochi giorni dopo andato in esilio Luigi Gulmanelli, fu deliberato dal Comitato (o per dir meglio dai Dieci, perchè il Comitato lo ritengo come se non si trovasse o poco più) di provvedersi di alcuni così detti revolver incendiarii, allo scopo d’incendiare li stemmi pontifici la sera del 12 aprile 1861, onde far onta al Governo.11 Augusto Gulmanelli ne scrisse [p. 108 modifica]al fratello Luigi che allora stava a Terni, dandogli ordine di spedirgliene 25 a tre canne. Così Giovanni Venanzi ne commise a Luigi Gulmanelli altri cinque, e Pietro Patrizi che non era ancora partito (poichè partì non prima di 45 giorni circa innanzi il fatto del Velluti), ne ordinò altri cinque per sè; e di fatti il Patrizi l’adoperò per incendiare il quadro posto sulla bottega del pizzicarolo sulla via della Rotonda per andare alla Maddalena, ma non seppe fare con l’ordegno, mentre ci si scottò una mano, anzi scolandogli in una mano gli portò via tutta la pelle, per cui gli tirò una boccetta di vetro da un baiocco piena di acqua di ragia che rompendosi contro il lume fece l’effetto. Così Giovanni Venanzi con suoi compagni che suppongo Achille Margutti e Leopoldo . . . . se ne servì per incendiare il quadro che posero alla piazza del Popolo, allorchè fu fatto suffragio alle anime dei morti di Castelfidardo e di Pimodan.

Poche sere innanzi l’incendio dei primi fienili, Achille Margutti, Giovanni Venanzi e Deangelis della Manziana, al caffè dei Caprettari invitarono vari dei loro intimi ad incendiare i fienili, ed il Leopoldo ripetè questo invito la sera avanti del primo incendio nell’osteria di S. Giovannino della Pigna; però Francesco Gioia, Baldassarre Ferri, Cesare Scarpini, Pietro Barberi ed altri che non ricordo, se ne rifiutarono alla mia presenza, non convenendo di far danno ai terzi per discreditare il Governo. Non so chi scegliessero per l’esecuzione; seppi che Giovanni Venanzi e Deangelis fossero alla testa degl’ incendi avvenuti de’ fienili, e che avessero a tal uopo pagate delle somme, e che fossero stati coadiuvati da persone della tenuta di Deangelis, e gl’incendii siano stati operati con i revolvers incendiari che son fatti come tre clisteri uniti, i di cui stantuffi vanno, spingendo una sola impugnatura; si empiono di acqua di ragia, si spinge e si cerca che ne scoli pel muro una linea di liquida, quindi si dà fuoco a quella linea e si incendia istantaneamente.

Responsabile adunque degl’incendi dei fienili devonsi ritenere Augusto Gulmanelli, Venanzi e Deangelis della Manziana, e nelle perquisizioni sarà facile trovare [p. 109 modifica]queste macchine. Quelli venuti ad Augusto Gulmanelli non può essere diversamente che l’abbia distribuiti ai suoi dipendenti, ma non li saprei nominare perchè null’altro ne ho saputo.

Relativamente a Cesare Lucatelli, oltre quanto ho esposto, debbo dire, che non volendo il partito Piemontese che si facesse alcunchè in quella sera, quando all’opposto la Carboneria intendeva di promuovere un’azione violenta, io divisai con mio marito Antonio, Francesco Gioia, la sua donna Erodiade Federici, che credevo fosse sua moglie, Cesare Scarpini altro sostituto in allora a S. Giovanni, Giovan Battista Sani sostituto della Consolazione, ma quella sera era di libertà, di recarci a fare una passeggiata alla Consolazione, dove avressimo fatto un piccolo rialto con un cocomero, rum ec. Giunti colà, si unirono con noi gli altri giovani studenti ad invito di Baldassarre Ferri sostituto e di guardia in quella sera.

Nell’infrattanto veniva Filippo Venturini che abita ai Cappellari, n.° 55 o 60, secondo piano, e voleva a forza portarci alla girandola, dicendo che in quella sera conveniva dar braccio alla mischia che vi doveva nascere. Io stetti per le negative, dicendo che il Comitato l’avea inibito; ma questo dopo avere inutilmente rampognati gli altri che si lasciavano persuadere da me, volle andarci, e s immischiò nella zuffa fino al punto che rimase leggermente ferito da un colpo di squadrone alla parte esterna del braccio sinistro; però oltre il taglio del soprabito da estate e relativa camicia ec. era rimasto solo superficialmente ferito e fu curato poi segretamente dal solo Baldassarre Ferri. So che Giovanni Venanzi, Achille Margotti, Vincenzo Margutti, Leopoldo . . . . sono stati egualmente nell’azione, e sono stati quelli che in unione di Achille Ansiglioni e Domenico Catufi hanno brogliato, blaterato, e fatto di tutto per far credere che il Lucatelli fosse innocente. Di più è a mia cognizione che questi ultimi due volesser metter fuori un documento sull’innocenza del Lucatelli onde deviare la processura mentre si stava compilando; ma poi temerono di rimanerci compromessi. Si divisò anche dal Venanzi di fare offrire una forte somma al giudice processante, perchè [p. 110 modifica]volesse favorire il Lucatelli, ma un Avvocato che conosce ed è in relazione con Venanzi, e che. diceva conoscere pienamente questo giudice (Marchetti), gli disse che non solo era inutile perchè questo era un sanfedista fino alle midolle, ma che poi non sarebbe ad altro servito che per imbrogliarsi e farsi processare per andarne in galera; per lo che si desistette da ogni tentativo; solo si stiede nell’idea di diffamare il Governo, e so ciò ne hanno dette abbastanza.12

Tornando ora alla nostra gita all’ospedale, della Consolazione, mangiammo, come ho detto, e bevemmo; intanto verso le due ore di notte venne un giandarme pontificio a mezzo di una botte a cercare un chirurgo, ma essendosi ritenuto che il da curarsi fosse un giandarme ferito, il Ferri rispose che non poteva mandare alcuno, perchè non ne aveva altri; ch’esso era di guardia, e non poteva lasciar l’ospedale; però vi erano Giovanni Battista Sani, li due De-Mauro, un figlio di Maggiorai quello che studia medicina, Erigi, Scarpinile vari altri che tutti 6i sarebbero potuti prestare, e che sono quelli che poi fecero ogni assistenza al Lucatelli. Più tardi tornò il giandarme pontificio, dicendo che l’ordine di volere un chirurgo era del Comando francese, ed allora Ferri rispose: perchè non era andato a S. Giacomo che è luogo più vicino? e rispose esserci stato, ma di avere avuta in risposta che non vi era alcuno da poterci mandare. Mentre però il giandarme sembrava volesse a forza ottenere che il Ferri andasse, venne un caporale e quattro militi francesi, e portarono in una lettiga il Lucatelli. Io chiesi di esser presente alla medicatura, vi entrò anche Gioia, che però svenne in vederlo medicare. Tutti accorsero a giovarlo, e quelli che lo medicarono con la più accurata diligenza furono Giovan Battista Sani, che gli tagliò i capelli, gli pecillò la ferita Lallo De Mauri cacciato dalla Sapienza, in [p. 111 modifica]allora studente allo spedale della Consolazione, Baldassarre Ferri che diede la relazione come sostituto, e cosi tutti gli altri senza fare impicciare gl’inservienti, lo lavarono, gli fecero ogni attenzione, lo posero finalmente in letto. Interrogato, come è di costume, rispose: sono Cesare Lucatelli italiano; e richiesto di qual parte, disse: della Capitale Roma, poi piano disse a Ferri: abbiatemi cura, sapete, poichè c’intendemo, ciò che non poteva sentirsi dai soldati francesi che Ferri aveva fatti slontanare fino alla porta, dicendo che non era permesso che la Forza potesse stare in quel luogo. Il Lucatelli domandò ancora se fosse ferita al basso ventre, e saputo che era cosa da niente si rincuorò, e disse che della testa non se ne dava pena, perchè a Roma si guarisce subito del male nella testa. Alle interrogazioni che Ferri poi fece al Lucatelli quando eravamo già soli, rispose che pur troppo li aveva (sic), ma che lo avevano tutti abbandonato. Diede poi Ferri la relazione al caporale francese dichiarando alcune ferite del capo mortali, e con pericolo di vita. Sta in fatto che mentre si riteneva che la forza pontificia si sarebbe subito impadronito del Lucatelli, pure niuno veniva, e rimase così per più di ore 48; per lo che si era stabilito dai suddetti giovani dello spedale di favorirgli la fuga occultandolo in qualche camera; anche la zia era in tale speranza, e si recò a prossimità dello spedale con un legno non so di chi; ma nel momento prossimo all’effettuazione si videro comparire i gendarmi pontifici che più non lasciarono la guardia, e si ritiene che un inserviente panciuto, alto e grosso dell’ospedale suddetto abbia sbombato; io non ne so il nome, ma Ferri e gli altri lo tengono segnato, e me ne hanno fatto avvertenza. Così l’hanno presa col medico chirurgo Costantini, dicendo che quello abbia fatto il certificato per farlo trasportare dallo spedale alle carceri nuove. Certo però che se il Lucatelli fosse premuto all’intero partito piemontese sarebbe stato portato via. Aggiungo che i giovani di tutti gli spedali, pochi se ne possono eccezionare, sono tutti di un pensare liberale-settario.

Debbo avvertire che quando tornavano i feriti dalli diversi punti ove si erano battute le truppe pontificie, a [p. 112 modifica]nome del Comitato Gioacchino Scarinci caffettiere in Banchi, incaricato direttamente da Venanzi, offrì a Francesco Ceppetelli ufficiale sanitario di Gendarmeria scudi 150 da darglisi immediatamente, e poi una mensualità continuata, e la promessa che, cambiato Governo, o volendo andare ove è Governo Piemontese di addivenire grosso maggiore sanitario, purchè avesse fatto o lasciato far scempio delle vite di quei poveri disgraziati, curandoli in modo da farli perire. Esso non solo si è rifiutato sfacciatamente, ma è stato sì delicato da non farne parola al Governo, onde non rovinare alcuno: però in quel primo impeto fece con me uno sfogo sulla bricconata de! partito. Tutto ciò a fronte della sua grande miseria, perchè è tenue la paga mensile che gli dà il Governo; e quel ch’è peggio, dopo il rifiuto, hanno quelli del partito tanto manovrato da farlo rimanere quasi del tutto mancante delle clientele che aveva fuori del corpo de’ gendarmi, per lo che vive malissimo. Abita in Banchi a prossimità del Banco San Spirito.

Devo avvertire, come ho accennato di sopra, che in tutti gli Spedali si hanno quasi tutti giovani liberali non solo, ma smaniosi dell’azione per ottener posti, e che se il Governo non pulisce questi Ospedali sarà un impossibile di quietare il partito per la parte dell’azione. Così sarebbe della Sapienza, ma dopo vari esilii e processure sembra che tolti i Professori che nominai, non vi sarebbe da far altro.13 Qui pure avverto che un solo di questi Professori che venisse cacciato, vi è l’accordo di non andare più alcuno a scuola per far chiudere la Sapienza.

Siccome nei fogli ben spesso si dichiara che la [p. 113 modifica]tranquillità esiste solo in Roma, così tutti gli sforzi stanno a far credere che anche qui vi siano continui chiassi come si fece al Teatro Tordinona nel carnevale dell’anno scorso che si acclamò al coro, «Squilli, echeggi la tromba guerriera» nel Trovatore, e non per altro che per far di tutto venisse chiuso il teatro, e si fosse potuto dire il Governo era stato costretto di chiuderlo. Fautori di questa cagnara furono persone di riguardo, fra quali uno de’ principali il professore . . . . . . . Ratti che fa scuola di chimica in Sapienza, e se ne millantò e dichiarò di esser rimasto senza fiato, in tre palchi sfondati che avevano ove esso era ec., e chè se avesse la cagnara proseguito un altro poco, si otteneva l’intento, poiché monsignor Matteucci così voleva fare; se ne millantò nella casa di Giovanni Battista Ratti cancelliere della Sapienza alla mia presenza, di lui, e della moglie.

Sul processo Lucatelli lo stesso Ratti andava dicendo che era un’infamia, e che si voleva dare una vittima a soddisfare i giandarmi, ma che le ferite non corrispondevano affatto con l’arma, e ne tenne lunga discussione alla mia presenza, dell’avvocato Antonio Vaselli, e la moglie di esso Ratti come so che ne blaterò altrove. Il Vaselli però è persona liberalissima e fa venire tutti i fogli, anche proibiti.

Nella dimostrazione alla Filodrammatica Romana, il Ratti fu uno dei più caldi chiassoni, pure ad oggetto di far chiudere, come pare fin qui vi sia riuscito, quel divertimento onde screditare il Governo. Ne fece millantazione pure in casa di Giovanni Battista Ratti, non suo parente, alla mia presenza, del signor Giovanni Battista e della moglie, e sostenne anche a fronte che il signor Giovanni Battista ve lo rimproverava dicendo, che da un professore della Sapienza non conveniva un tal contegno.

Dopo il fatto del 12 aprile 1861, in cui s’incendiarono gli stemmi pontifici dal Patrizii, come ho detto, circa una settimana dopo Francesco Gioia portò a casa mia la creduta moglie, che poi seppi essere Erodiade Federici sua concubina, dicendomi che doveva guardarsi perchè sarebbe stato arrestato e che l’aveva avvisato il [p. 114 modifica]Maresciallo della sua Presidenza. Abita questo Gioia a Piazza di Spagna. Lo aveva avvisato scrivendo un biglietto alla di lui madre che lo facesse guardare, perchè aveva ordine di arrestarlo. Allora si occultò andando per quattro notti a dormire alla Consolazione da Baidassare Ferri. Rimediò poi coll’interessare Morichini fratello del Giudice del Tribunale Criminale, il quale disse ch’era stato in quell’ora a dargli lezione di lingua francese.

Le persone che sopratutti pare che il Governo dovrebbe arrestare sono:

1. Giovanni Venanzi.
Augusto Gulmanelli
Achille Margutti.
2. Leopoldo . . . . .
3. Filippo Venturini.
Ferri Baldassarre.
Gioacchino Sgarinci caffettiere.
5. Domenico Calufi.
Achille Ansiglioni.
Deangelis . . . . della Manziana.
Pietro Patrizi.

Questi sono li più influenti all’azione e quelli capaci a far nascere qualunque inconveniente.

Volendosi poi proseguire per scemare anche la forza del partito piemontese:

Francesco Gioia.
Alessandro De Martino.
Pietro Barberi.
Ferri, mercante di campagna.
Tittoni, capo di casa, fornitore delle truppe francesi.
Rocchi, mercante di campagna.
Errigo Tosi, che ha rimpiazzato Enrighetta Gelsi.

Luoghi più aitivi di convegno:

Caffè di Argentina, fa cantone vicino al Teatro.
Caffè Nuovo, ma il caffettiere non ne sa.

[p. 115 modifica]

Caffè de’ Caprettari, caffettiere tristo.
Caffè a Monte Citorio Nuovo, pessimo il caffettiere, fa cantone agli Orfanelli per venire a Monte Citorio.
Caffè del Genio, in via Papale, incontro alla via della Chiesa Nuova.
Osteria di San Giovannino della Pigna.
Idem di Mariano dalle Stimate, per venire in Argentina.
Idem del Fedelinaro alla Chiavica del Bufalo.


22 Marzo 1862.


Ora mi si permetta dire che mio marito si trova in carcere senza alcuna mancanza: esso non è ascritto al partito, e realmente di nulla è addebitabile.

Credo pure di dover far presente che se la Prefettura francese crede siano tre quarti della popolazione romana del partito liberale ed un quarto per il S Padre ne proviene da quanto appresso:

1. Il primo motivo si è che continui sono i reclami di persone qui di Roma, le quali ricorrono sempre alla Prefettura per riparare a loro urgenze, per ottenere impieghi, e per qualsiasi contingenza, credendo di potere impegnare il Governo francese a loro favore, ed io stessa ho visto un ammasso enorme d’istanze.

2 Si divisò dal Comitato e da chi è influente (già nominati) di fare una petizione all’Imperatore onde dimostrare che Roma pure non deve più aspettare di avere l’esito delle altre provincie ecc., e per dirlo in meno mi studierò di ricordare il sunto della petizione, che era stesa in una bellissima carta da memoriali, ma scherzeggiata a guisa di merletto all’intorno e con una guida di fiori, emblemi francesi, gigli e fiordalisi. Era scritta in quattro pagine piene: la stése Luigi Gulmanelli e la mandò per mezzo di un espresso da me sconosciuto a Roma al fratello Augusto. Eccone appresso a poco il sunto. Gli si faceva il quadro complessivamente di tutte le desolate famiglie, chi per le prigioni, chi per gli esilii, ohi per le emigrazioni, chi per le vessazioni e [p. 116 modifica]tutta la massa del popolo, per la carestia dei viveri prodotta dal monopolio della Banca Romana, e qui si tagliava giù dell’Eminentissimo signor cardinale Antonelli e famiglia, e che non potendo lui per il non intervento convenuto in Zurigo, ritirasse le truppe da Roma per lasciare al popolò il modo di redimersi per sè stesso. Di più si accusava lo Stato Pontificio di prestar mano alle reazioni napoletane con massacro del popolo, e si stringeva, che se era proibito ad esso popolo romano di fare qualunque dimostrazione violenta, altrettanto doveva esser proibito al Governo Pontificio di dare simile eccitamento. Si dava termine colle espressioni le più patetiche e commoventi. Questo Memoriale era piegato in quattro, e seguivano nel sesto di questa piegatura più quaderni di carta fina francese, ove erano marcate circa a seimila firme. E siccome lo spedito oltre alla minuta del Memoriale portò anche un portafoglio a borsa coperto di velluto turchino tutto ricamato in argento con fettucce rosse alla bocca del portafoglio, lavoro eseguito da Enrighetta Gelsi, così colà dentro fu tutto collocato e portato a S. M. l’imperatore Napoleone III dal principe Gabrielli nel suo ultimo viaggio: venne a Roma, sul 13 ottobre 1861, e parti per la Francia sul fine di dello mese.14 Le firme furono incominciate a cercare nel maggio 1861, e dentro agosto erano trovate. Giravano per ottenere le firme:

Giovanni Venanzi.
Achille Margutti.
Vincenzo Margutti.
Filippo Venturini.
Augusto Gulmanelli.
Tittoni, fornitore.
Ferri, mercante.
Deangelis della Manziana.
Rocchi, mercante di campagna a Caropomarzo.
Giuseppe Mazzoni, agrimensore.
Baldassarre Ferri.

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Francesco Gioia.
Belisario: Gioia.
Giovacchino Scarìnci.
Pietro Patrizi, che partì però mentre si girava ancora per l’ultimazione.
Maggiorani chirurgo, che sta alla Consolazione, lo fece firmare in Sapienza.
Giovanni Batista Sani, a San Spirito.
Cesare Scarpini, a San Giovanni.
. . . . . . . . . . a San Gallicano.
Giuseppe Ranaldi, a San Giacomo.

Erano tutti fogli volanti che furono fegati insieme da Augusto Gulmanelli.

Dispiace altamente alla setta o partito ogni dimostrazione popolare che si fa al santo Padre; in specie dispiacque quella delli 8 settembre, e furono segnati tutti quelli che vi andavano in ricorrenza dell’Arco trionfale del 1846.

Vedi il mio N. progress, delle sp. delle carte 40 t. Parlasi della festa dei Francesi nel 15 agosto 1861, ossia della illuminazione da essi fatta, male interpretata dai liberali.

Le cifre del partito Piemontese sono 4.

Una ne ha Gulmanelli e Deangelis della Manziana eguale per le comuni corrispondenze.

L’altra l’ha Venanzi.

L’altra Pietro Patrizi.

L’ultima Achille Margutti.

Io le conosco tutte quattro, e le ne farò i campioni.15

Vedi prosecuz. del Riv.

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a b c d e f g h i k l m n o p
2 3 5 7 9 11 13 15 17 19 21 23 25 27 29
q r s t u v z Questa è quella di Patrizi semplice senza altri segni nè abbreviature: finita la parola si fa cosi —
31 33 35 37 39 41 43


a b c d e f g h i k l m n o p
4 6 8 10 12 14 16 18 22 24 26 28 32 34 33
q r s t u v z Questa è la chiave di Achille Margutti; il segno di abbreviatura è il solo che abbia, ed è questo g. o questo ; finita la parola, come per esempio

il papa
2226 364364 — si fa questo segno, cioè una lineetta —

38 42 44 46 48 52 54


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a b c d e f g h i k l m n o p q r
1 11 12 13 5 51 52 53 6 61 62 63 64 7 71 72 73
s t u v z Chiave Gulmanelli e D'Angelis fine di parola o abbreviatura esempio
domani Vittorio
4376460 8167577367
74 75 8 81 82
Quando in un nome vi sono due lettere compagne, come Vittorio due t, si pone uno solo; le vocali sono ripetute sempre, l'abbreviatura consiste nel tener per tolte o togliere le lettere di mezzo della parola. Ove sono consonanti doppie, non se ne pone che una.


a b c d e f g h i l m n o
4
30. 41. 47. 61.
58 21, 54 25 2
40. 67
34 36 22, 55 6
23. 26. 35. 38. 46. 56.
37, 08, 69 29, 63 33 10
24. 28. 32. 39. 43. 50. 52. 57. 62. 70.
182 75    107 77 224 174 92 457
p q r s t u v z  
42, 49 65, 66 questo si segna in lettera q 27, 44, 59 31, 48 61 1
60
questo si segna in lettera v 45 Fine della parola una linietta cosi —
222   130 79
Le cinque vocali abbenchè portino vari numeri come le consonanti, rare volte si adoprono, mettendosi quasi sempre il numero delle volte che sono ripetute nel verso come
a e e o u
4 2 6 10 1

Nelle consonanti il numero che sono ripetute nel verso non si pone mai. Alle volte si pone il composto ossia la somma dei numeri che hanno, il quale ho posto appiede di ciascuna casella. Questa è la chiave di Venanzi, lui solo non usa le abbreviature.


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22 marzo 1862.


Riservatissimo.


Dal partito Piemontese vengono ritenuti addetti a loro li cardinali:

De Angelis della Manziana aveva diverse di loro lettere in cifra ed in scritto, ed io stessa glie ne ho vedute due: una di Di Pietro in cifra, che però non lessi, l’altra di Marini pure in cifra che non ho letta, ed erano scritte con la cifra settaria Deangelis, che io conosco.

Sono pure del partito:

Monsignor Sibilia.

Monsignor Arborio Mella.

Monsignor Marcello Orlandini, presidente del Tribunale Civile che ha rimpiazzato Ciuffa.

Monsignor Giraud, il quale però è altamente avversato da partito carbonaro, perchè prima vi apparteneva ed ora guarda al solo partito liberale piemontese.

Monsignor Mancini.



Note

  1. Questa minuta di tutto carattere del giudice inquisitore Collemassi è tutta piena di cassature e pentimenti. Vedete portento! Al tocco magnetico della sua penna la Sibilla acquista una chiaroveggenza perfetta. Non si tratta più di tre capi di sezione, di uno de’ quali ignori il nome, non di quattro capi di squadre, non di una signora dei dieci, non di altri attinenti di minor conto ch’ella conosca; non di qualche utile cognizione che possa dare relativamente ai tre capi del Comitato: essa sa e vede tutto. Non conosceva i nomi degl’impiegati traditori, ma ora entra nei diversi offici governativi, li vede, legge i varii patti stipulati tra loro e il governo Piemontese, l’insegna a dito, li nomina. Sa e rivela le speciali attribuzioni d’ognuno dei tre, di ciascuno dei dieci che conosce quasi tutti; conosce i quindici, i cinquantasei, la organizzazione intiera del partito!! Sa persino degl’incendii e degl’incendiarii; sa di quattro cifre che ha il Comitato; sa persino di Cardinali e Monsignori attinenti ad esso. E che non sa ella, non conosce e non vede? Tutto ciò che il suo sacerdote concepì nell’arcana sua cella, tutto dirà la Dea al mondo maravigliato. — Il romanzo sanguinoso è tracciato — Eppure in questa traccia nè il sacerdote nè la Dea tra tante vittime designate, non avevano ancora pensato al Fausti!

    C. N. R.


          Nel frontespizio sotto alle parole — Minuta di rivelo — si legge scritto in carattere alterato e con inchiostro più chiaro, il che prova evidentemente la diversità del tempo in cui fu notato, quanto segue in tre righe:

    Avvertenza per Catufi.
    Idem sulle persone da arr.
    Cenno delle cifre.

    C. N. R.

  2. Non è stata mai promossa in Roma nè fatta contribuzione alcuua per le spade a Niel e a Lamarmora, nè pel fucile a Garibaldi, nè pel milione d’uomini richiesti da lui. — I Romani sel sanno: non è per loro che lo notiamo. Ma dove finiremmo se tutte dovessimo avvertire le ridicole invenzioni onde abbonda questo schifoso zibaldone?

    C. N. R.

  3. Sebbene ci siamo proposti di far parsimonia di annotazioni, sì perchè queste soverchierebbero il testo quando se ne dovesse rilevare ogni balordaggine, e sì perchè al lettore non ne possono sfuggire le contradizioni e le inconseguenze, pure ci pare di non doverne trascurare qualcuna, che se non altro, valga a destare ilarità in chi legge. — Questo Ferri indicato per quello che fa gli affari di casa, è notissimo in Roma. Egli è Felice Ferri esiliato dal Governo papale il 19 marzo 1860. La rivelante dice di essere entrata quale socia semplice nel partito iì 10 decembre di quell’anno! Le sue alte relazioni non le permisero di conoscere quel fatto, né il Collemassi potè avvertinela: egli venne in Roma dopo l’occupazione dell’Umbria e delle Marche.

    C. N. R.

  4. Che avrà detto Monsignor Sagretti di questa rivelazione? Anche il suo socio di affari contribuente del reo partito piemontese!

    C. N. R.

  5. La capisce il Governo papale? Anche lo scrittor del Veridico traditore! È il caso di togliergli il sussidio.

    C. N. R.

  6. Anche costui ch’ebbe le spalline di Maggiore pel sequestro delle carte Venanzi? Egli, l’idolo dei suoi padroni? Gran cattolico ch’è il dottor Eucherio! Egli rovescia gl’idoli.

    C. N. R.

  7. A voi, signor Avvocato Agostino! Chi la fa l’aspetta. Il vostro assessorato di Polizia è un buon boccone pel Collemassi, come il posto del vostro padrone è buonissimo pel Sagretti.

    C. N. R.

  8. Riguardo a questa servitù, vedi appresso le lettere del generale.

    C. N. R.

  9. 2 Ritenga il lettore a memoria questa commendatizia.

    C. N. R.

  10. Lasciamo le favole della sgarberia alla ex-regina al Pincio, e del sequestro delle armi bianche alla Storta: esse son nulla rimpetto a questa che segue. Il lettore vi colga un saggio del pudore della rivelante. Il fatto è sì laido che solo chi è stato sì svergognato dal raccontarlo in tutti i suoi lascivi particolari, può ritenersene autore ed attore. La Sibilla e il suo marito erano fotografi, lo ricordi il lettore; e giudichi qual possa essere stata la modella che servi ai turpe soggetto. Del resto, il partito Nazionale di Roma non ha d’uopo pur di sdegnarsi di così impudente accusa: la sua moralità è troppo conosciuta e provata.

    C. N. R.

  11. Questa storiella dei revolvers incendiari, ricevuta per vera in processo, si riduce ad una specie di stantuffo a tre becchi, rinvenuto presso il Venanzi, e fabbricato in Roma, per fare sulle mura esterne degli edificii delle strisce a tre colori.

    C. N. R.

  12. Nel margine dell’originale si legge questa annotazione: «Pietro Salvucci di Ancona ha scritto il De profundis pel Lucatelli. Partì da Roma poco dopo la giustizia, ed era di lui amico.»

    C. N. R.

  13. Questo consiglio della Sibilla ha avuto il suo principio di esecuzione. Il luminare dell’arte medica in Roma, il professore Maggiorani, è stato destituito dalla cattedra nell’Università e dal Collegio Medico per ordine dell’angelico Pontefice sollecitato dal cardinale Altieri. Se Roma ne sia rimasta sdegnata non è da dire. La stima e l’affetto di ogni ordine di cittadini compensino l’illustre scienziato del nuovo sagrifizio che un governo brutale impone alla sua virtù. Ora badi a sé il chiarissimo professor Ratti!

    C. N. R.

  14. Riguardo a questo Indirizzo vedi la nota più sotto.

    C. N. R.

  15. Questo appunto, che è quanto v’ha nella minuta di Rigelo riguardo a cifra, trovasi scritto in fondo alla minuta stessa come cosa che occorre di ricordare; e dopo varii fogli bianchi segue la rivelazione riservatissima. Le cifre poi si trovano in! un foglio separato. Come si vede, del Fausti non si parla ancora.

    C. N. R.