Le vie del peccato/L’equilibrio

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L’equilibrio

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La colpa degli altri L’altra
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L'EQUILIBRIO.

A Marco Praga

[p. 32 modifica] [p. 33 modifica]subito a via Lombardia, al numero tale, al piano tale, alla porta tale; fatti aprire, lo troverai in una cameretta d’affitto con Margherita Sansoni. Vacci, vacci subito. Voglio che tu veda quanto t’è giovato il rispondere no, no, no a chi t’ha voluto bene davvero e da quando te l’ha voluto non ha pensato che a te, non ha cercato che te, non ha veduto che te. Vai, vai.... [p. 34 modifica]Dapprima ella aveva pianto non perchè dopo tre anni di matrimonio ancóra amasse il marito ma perchè gli aveva sempre prestato fede e ogni mattina e ogni sera, quando egli l’aveva baciata al primo svegliarsi o al ritorno dal ministero, aveva creduto fermamente che le labbra di lui e le buone parole fossero solo per lei. E al cugino aveva riso in faccia sempre perchè il misurato amore di Gigi le bastava e perchè temeva l’ignoto e le finzioni e anche perchè il cugino le sembrava troppo giovane ed ella sapeva che i giovani parlano e agiscono senza prudenza.

Aveva pianto, e nel pianto aveva lasciato che l’amoroso delatore, per confortarla, le accarezzasse la fronte e i capelli e le prendesse con tenerezza le mani fredde e, pentendosi improvvisamente, si scusasse già di averle rivelato il tradimento del marito e dell’amica. Ma il cugino essendo appunto troppo giovane e non sapendo scegliere le occasioni, aveva anche osato di baciarle gli occhi bagnati e le labbra convulse; ed ella s’era alzata con fierezza, s’era asciugati gli occhi, lo aveva respinto e con atti recisi s’era messo il cappello e la pelliccetta di falso castoro ed era uscita, rispondendo confusa alla petulanza del giovane: — Sì, sì, hai fatto bene, benissimo. È inutile [p. 35 modifica]che ti scusi. Ormai l’hai fatto, e io te ne ringrazio. Che vuoi di più? Che? Ho altro pel capo. Addio, addio. So io quel che devo fare e non ho bisogno dei tuoi consigli e della tua prudenza. So io, so io! – ed era escita sbattendogli l’uscio sul viso e lasciandolo padrone di casa. Adesso aspettava all’angolo tra Via Lombardia e la via che sale a Porta Pinciana, tenendo gli occhi fissi su la casa indicatale, e cercando di indovinare quale potesse essere al terzo piano la finestra di quella stanzetta. Il cielo era sereno e la strada così quieta che sembrava nella quieta sera di marzo più larga delle altre volte che vi era passata; dall’altro lato della via Pinciana al di là d’un muro alto e oscuro, presso un portone alto e greve, un cipresso nero contro il cielo chiaro stava immobile quanto le case attorno; e un odor vago di rose veniva d’oltre il muro. Ella pensava ai baci di quei due lassù. Ormai, dopo mezz’ora di attesa, la piccola donna non aveva più quel desiderio di sorprenderli, di gridare, di battere, di graffiare, quella frenesia di scandalo che l’aveva spinta da casa fin lì come se dietro le stesse la morte. Adesso era calma e se ne compiaceva tanto che un po’ d’ironia illuminò i [p. 36 modifica]suoi piccoli occhi neri profondi; adesso ella si occupava tutta a immaginare quel che avveniva lì dentro, e sognava orgie e peccati strani abbominevoli in confronto al metodico amore casalingo dopo il pranzo e prima del sonno. Pensò a Margherita Sansoni e alle sue possibili superiorità fisiche; parecchie volte l’aveva veduta vestirsi e si rammentava le spalle di lei strette ossose e le braccia magre e i piedi grandi e le mani rovinate dall’ago con cui tutto il giorno doveva rammendare gli abitucci de’ suoi cinque figliuoli. Perchè Gigi la preferiva a lei? L’odore delle rose passava oltre il muro dell’orto, ed era così sottile che doveva emanare da tutto un immenso roseto rampicante con mille piccole rose d’oro; il cielo era chiaro e l’aria tiepida e la strada deserta. Quali peccati strani e abominevoli quella magra rivale sapeva? Passò un operaio che la guardò proprio nel volto e la urtò col gomito mormorandole due parole di ammirazione violenta. Quali peccati godevano quei due traditori lassù? — Che fai qui? Torna a casa, è meglio. Era il cugino venuto a raccomandarle ancóra la calma, a scusarsi ancora per la denuncia feroce. Ella non gli rispose che accennandogli la casa. — [p. 37 modifica]È quella? — Sì. — Quale finestra? — Credo l’ultima a sinistra. — Va bene. Vattene! — Vieni via anche tu. — No. Io resto. Vattene! Guarda..., la finestra si illumina. Margherita si veste e adesso scenderanno giù. Gigi scenderà giù adesso perchè fra poco per noi è ora di cena. Vattene, vattene! E il cuginetto obbedì. Ella per un attimo con contentezza pensò che poteva senza rimorsi e senza infingimenti accusare suo marito. Ancora fissò la finestra; immaginava Margherita nell’atto di stringersi i lacci del busto o di allacciarsi le vesti o di abbottonarsi la vita; rammentava certe camicie di battista fina che Margherita s’era fatta coi suoi risparmi ornandole di un piccolo merletto veneziano con molta grazia. Una finestra chiusa rivela più cose che una finestra aperta. E quella visione plastica quasi immediata la distraeva ancora dalla vendetta imminente e dalle gioie della vendetta. Udì i cristalli dietro le persiane lassù schiudersi e prudentemente si ritrasse al di là dell’angolo, spiando la testa che nel rettangolo luminoso si affacciò [p. 38 modifica]guardinga. Poi la finestra si richiuse. Ella aveva riconosciuto suo marito; Margherita sapendo la strada deserta, doveva scendere. Lauretta sentì il cuore salirle alla gola al timore d’affrontar la rivale. Davanti allo scandalo, ella stessa stimò più agevole la prudenza. Margherita apparve al portone e, franca camminò su verso via Veneto senza passar davanti a Lauretta; camminò svelta, a un punto anche si aggiustò con le due mani il cappello messo troppo in fretta o urtato da un ultimo abbraccio. Allora Lauretta si avanzò fino nel portone e attese il marito. Udì chiudere la porta del terzo piano e udì i passi lenti gradino per gradino giù per le scale ampie. Ella tremava tutta e per un attimo pensò di fuggir via a casa, a farsi trovare dal peccatore quietamente seduta a mensa davanti la minestra calda. La mensa bianca, il caldo della casa, l’intimità di quei mobili noti tanto le intenerirono il cuore che le lacrime dietro il velo le riempirono gli occhi. Gigi, basso, magro, biondetto nel suo piccolo soprabito nero, apparve su l’ultimo pianerottolo. Miope, aveva gli occhiali in mano e li nettava col fazzoletto quietamente; anche su l’ultimo scalino li mise contro luce con una sua mossa consueta [p. 39 modifica]per vedere se erano ancora opachi in qualche punto. Così giunse presso alla moglie, senza vederla. — Gigi! Il biondino deboluccio sussultò, si mise con due mani gli occhiali, se li incastrò bene con tre dita a cavallo al naso, esclamò ebete di paura: — Lauretta! Lauretta piangeva, tremava tutta, si alzò il velo per asciugarsi le lagrime: — Ho visto tutto, so tutto! Egli non riusciva a pronunciare una sillaba, teneva la bocca e gli occhi spalancati come uno che attenda lo scatto dello starnuto, e protendeva le mani come a parare un colpo. Finalmente articolò: — Andiamo, andiamo... Ti spiegherò ogni cosa.... Quando furono su la via, fianco a fianco, anche egli cominciò a piangere puerilmente, e si dovette di nuovo togliere gli occhiali, e procedette innanzi facendo con le mani (nella destra teneva le lenti bagnate) gesti desolati e silenziosi, e contraendo il viso come se il peccato gli fosse all’improvviso sembrato sapor di limone. Lauretta, accanto al colpevole piagnucoloso, riacquistò la sua forza: — Dì, dì, [p. 40 modifica]infame! Perchè l’hai fatto? — Non l’ho fatto apposta, Lauretta mia. Non l’ho fatto apposta, te lo giuro. E la colpa non è mia. La donna, sentendosi padrona, esagerava il suo potere, ora lo squadrava da capo a piedi, ora andava innanzi sdegnosamente come un precettore che trascini per la mano a scuola un bambino svogliato e sgridato. — La colpa non è stata mia. È stata di lei. — Vigliacco! — No, te lo giuro. È stata lei la prima, alla tombola dal Pinzi. — Da allora? — Sì, sì. Ti dirò tutto, io... Ti confesserò tutto... — Non qui. A casa. Svelto, cammina! — Sì, vengo, vengo. Ma credimi non l’ho fatto apposta. Non lo farò più... Lauretta ancora lo dominò con uno sguardo da capo a piedi, si arrestò a mezza via: — Abbottònati, spudorato. Egli obbedì, confuso, con le mani tremolanti. A casa Lauretta volle saper tutto, e Gigi senza occhiali, guardandola con lo sguardo vuoto dei miopi, tra due singulti narrò tutto: la tentazione [p. 41 modifica]con le ginocchia, mentre sedevano accanto a tombola; la domanda incendiaria di Margherita «Proprio non sentite niente?»; la prima letterina già distrutta; le ricerche d’un luogo di convegno; le trenta lire mensili di pigione là in via Lombardia; il taglio di un abito di raso bianco che egli aveva preso da Bocconi per donarlo all’amante togliendo i denari dal libretto alla Cassa di Risparmio; l’anello d’argento dorato che ella gli aveva donato in ricambio. Lauretta si fece consegnare l’anello e il libretto dove confrontò la somma sottratta. Egli accasciato, sfinito, come se il sangue gli fosse uscito via con le parole, faceva un gesto estremo aprendo le due mani magre e tremule: — Non c’è altro. T’ho detto tutto. Non c’è altro. La servetta bussò alla porta della camera da pranzo. — Faccio la tisana solita pel padrone? — No, non far niente stasera, – disse umilmente il marito vinto, e guardò la moglie come per significarle che egli sapeva tutta l’infamia sua e nemmeno si giudicava più degno della tisana serale. Dopo una pausa feroce, Lauretta che batteva con le due manine un tempo di musica sulla tavola guardando [p. 42 modifica]il lume sospeso, lo attaccò ancóra con ira, improvvisamente, facendolo sussultare come una fiammella esigua: — E che hai trovato di meglio, in quella sgualdrina, in quello scheletro? — Niente, niente. Io pensavo sempre, sempre: Lauretta è tanto più bella, Lauretta è tanto meglio fatta. — E allora? — Te l’ho detto: io non ci ho avuto colpa. Non ci credi? te lo giuro, te lo giuro in ginocchio. E veramente le si mise in ginocchio davanti. La donna guardò con un sorriso momentaneo il cranio quasi calvo di suo marito; non s’era mai accorta che fosse aguzzo e che in mezzo avesse tra la lucente pelurie rimasta un sottil solco come una ruga. — Alzati, non fare il bambino. Ed egli si alzò e si rimise a sedere. — Pulisciti le ginocchia, può venire la serva. Ed egli si pulì le ginocchia e tacque ancóra scosso da qualche singulto. L’umiliazione di lui crebbe ogni giorno per sua volontà. Egli non escì più mai di casa senza chiedere [p. 43 modifica]il permesso a sua moglie; alla fine d’ogni mese presentò tutto lo stipendio a lei appena osando chiederle quindici lire per sè; a tavola mangiò pochissimo, lasciando i migliori bocconi a sua moglie e indicandoglieli con cura petulante; la accompagnò a messa ogni festa restando genuflesso con compunzione profonda durante tutta la funzione; mai sgridò alla serva; mai più volle la tisana serale. Lauretta il primo mese lo lasciò fare, come se non si accorgesse di lui e della sua devozione paurosa. Per due giorni lo vide a pranzo con una lente degli occhiali fessa. — Hai una lente rotta. — Sì, Lauretta mia. M’è caduta in ufficio. Non fa niente, sai, non fa niente. Ci vedo lo stesso. — Eccoti due lire. Vai dall’ottico a San Lorenzo in Lucina, e faccene mettere una nuova. — Non t’incomodare, Lauretta mia. Ci vedo lo stesso, te l’assicuro. — Non è per te; è per me. Non ti posso vedere con quella lente rotta; non ti vedo che un occhio. — Se è per piacere a te, Lauretta mia, ci vado súbito. Allora oggi esco alle due invece che alle due mezzo. — [p. 44 modifica]Sì, esci alle due. Un’altra volta dovettero andare al teatro Valle, avendo il cugino di Lauretta regalato loro un palco. Quando Gigi si fu messo l’abito nero, Lauretta vide che era logoro, biancicante ai gomiti, al collo, alle spalle. — Che dici mai, Lauretta mia! Questo dura altri due anni. — Ma è indecente. — Per me sta bene, sta bene. Chi mi deve vedere? Lascia fare. — Devi venire con me e devi andar vestito per bene. — Quand’è per questo, domani vado dal sarto. Mi ci accompagni tu? — Io? — Sì, tu, Lauretta mia. Io non sarei capace a scegliere la stoffa. — Ma prima eri pur capace. — No, no, tu verrai, sempre che ti piaccia, si intende. Al teatro Gigi non parlò mai; in fondo al palco, lasciando al cugino la sedia di fronte a Lauretta, egli assonnato restò nell’ombra, timidamente. Si scosse al comando della moglie: — Non dormire! — [p. 45 modifica]Non dormo, non dormo. Ti pareva, sai; ma non dormivo, – e spalancò gli occhi e mostrò di godere lo spettacolo. Il cugino seguitava a venire per casa; ma, vedendo il ghiacciaio che ormai separava i due coniugi, non osava più riscaldare Lauretta con le parole e anche con qualche bacio rubato. Anzi da buon figliolo, giunse a domandarle: — Quando farai la pace con Gigi? — Con Gigi? Sei matto? Mai e poi mai. — Mi fa pena quel pover’uomo. Si è dimagrato come un gatto di gennaio. — È il suo dovere. — Eh via! sii più clemente. — E me lo dici tu? Non sei tu la causa di tutto? — La causa, no. L’occasione, forse. Ma intanto... tu? — Io sto bene come sto. Solo anch’io mi consumo per la rabbia di veder quell’imbecille ridotto così senza volontà, a bocca aperta sempre e con le mani penzoloni come un villano davanti alla statua d’oro della Madonna di Sant’Agostino. E quello non è un marito, è un pupazzo di stracci! Infatti la docilità e la umiltà di Gigi diventavano ogni giorno più irritanti. Egli ormai non [p. 46 modifica]osava più guardare in faccia sua moglie; e non le parlava se non era interrogato, e anche rispondendole intercalava ogni parola con quell’untuoso «Lauretta mia» monotono come l’ora pro nobis delle litanie. Lauretta a certi momenti era tentata di prenderlo per un braccio, di scuoterlo, di elettrizzarlo, di gridargli: – Oh, insomma, vatti a far benedire, tu e il tuo peccato! Sopratutto, davanti agli altri e specialmente davanti al cugino, quella prosternazione del marito le sferzava i nervi. E il cugino pian piano rassicuratosi qualche volta canzonava Gigi furbamente, e a pranzo gli susurrava all’improvviso: — Bada; tua moglie ti guarda! – così da fargli cader di mano la forchetta; e quando parlava, lo interrompeva: — Ma, prima di parlare, hai domandato il permesso a Lauretta? Un giorno, finalmente, stando solo con Lauretta nella stanza da lavoro (era arrivato il maggio e dalle finestre aperte veniva con l’aria tepida una sonnolenza dolce dolce), egli tornò alle antiche audacie e baciò la cugina sopra i capelli neri, odorosi come le piume dei passeri che cantavano sopra una grande magnolia del cortile vicino. Pronto, dopo il bacio, si ritrasse impaurito, aspettando [p. 47 modifica]la solita punizione violenta. Ma lo schiaffo non venne, e Lauretta placidamente alzò gli occhi dal lavoro e si voltò con tanta grazia a guardarlo. Allora egli con lo sguardo annebbiato si chinò ancóra ancóra a baciarla, ed ella lo baciò; ed essendo il ricamo caduto per terra, non fu raccolto che alla sera, quando Gigi entrò pauroso ed umile nella stanza di Lauretta rosea sorridente e ormai sola. Passarono altri due mesi, e si arrivò al luglio. Un pomeriggio Lauretta discinta sonnecchiava sul letto, quando udì una voce adirata chiamarla dalla stanza vicina: — Lauretta! Era la voce del marito? Le parve impossibile, tanto ella era ormai assuefatta a udirla monotona e sbiascicata come la voce d’una beghina. — Lauretta! — Che vuoi? Sei matto? Gigi entrò, a fronte alta, rosso, stendendole con una mano una carta: — Di chi è questa lettera? Lauretta capì, ma non si turbò e, senza nemmeno sollevare il capo dai cuscini, rispose: — Sarà di mio cugino. — [p. 48 modifica]Ma allora tuo cugino è il tuo amante! – affermò Gigi con gesto melodrammatico. — Pare. — Ma io.... — Che vuoi, che vuoi tu? Vuoi sapere perchè l’ho fatto? Perchè finissi di fare lo straccio di casa. Siamo pari adesso. Adesso non ti lagnerai più. E si voltò dall’altro lato, allontanando con una mano i capelli sciolti di sotto alla guancia. L’ALTRA.