Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giovanni Antonio Sogliani

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Giovanni Antonio Sogliani

Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Giovanni Antonio Licinio da Pordenone e altri pittori del Friuli Le vite de' più eccellenti pittori, scultori e architettori (1568)/Girolamo da Trevigi IncludiIntestazione 23 gennaio 2010 50% Biografie

Giovanni Antonio Licinio da Pordenone e altri pittori del Friuli Girolamo da Trevigi
Giovanni Antonio Sogliani

VITA DI GIOVANNI ANTONIO SOGLIANI PITTOR FIORENTINO

Spesse volte veggiamo negl’esercizii delle lettere e nell’arti ingegnose manuali, quelli che sono maninconici essere più assidui agli studii e con maggior pacienza sopportare i pesi delle fatiche; onde rari sono coloro di questo umore, che in cotali professioni non rieschino eccellenti; come fece Giovanni Antonio Sogliani pittor fiorentino. Il quale era tanto nell’aspetto freddo e malinconico, che parea la stessa malinconia; e poté quell’umore talmente in lui, che dalle cose dell’arte in fuori pochi altri pensieri si diede, eccetto che delle cure famigliari, nelle quali egli sopportava gravissima passione, quantunche avesse assai comodamente da ripararsi. Stette costui con Lorenzo di Credi all’arte della pittura ventiquattro anni, e con esso lui visse onorandolo sempre et osservandolo con ogni qualità d’ufficii. Nel qual tempo fattosi bonissimo pittore, mostrò poi in tutte l’opere essere fidelissimo discepolo di quello et imitatore della sua maniera: come si conobbe nelle sue prime pitture, nella chiesa dell’Osservanza sul poggio di S. Miniato fuor di Firenze. Nella quale fece una tavola di ritratto, simile a quella che Lorenzo avea fatto nelle monache di S. Chiara, dentrovi la natività di Cristo, non manco buona che quella di Lorenzo. Partito poi dal detto suo maestro, fece nella chiesa di San Michele in Orto, per l’Arte de’ vinattieri, un S. Martino a olio in abito di vescovo, il quale gli diede nome di bonissimo maestro. E perché ebbe Gioanni Antonio in somma venerazione l’opere e la maniera di fra’ Bartolomeo di S. Marco, e fortemente a essa cercò nel colorito d’accostarsi, si vede in una tavola, che egli abbozzò e non finì, non gli piacendo, che egli lo imitò molto. La quale tavola si tenne in casa mentre visse, come inutile. Ma dopo la morte di lui, essendo venduta per cosa vecchia a Sinibaldo Gaddi, egli la fece finire a Santi Tidi dal Borgo, allora giovinetto, e la pose in una sua cappella nella chiesa di S. Domenico da Fiesole. Nella quale tavola sono i Magi che adorano Gesù Cristo in grembo alla madre, et in un canto è il suo ritratto di naturale, che lo somiglia assai. Fece poi per madonna Alfonsina, moglie di Pietro de’ Medici, una tavola che fu posta per voto sopra l’altar della capella de’ Martiri nella chiesa di Camaldoli di Firenze. Nella qual tavola fece S. Arcadio crucifisso et altri martiri con le croci in braccio, e due figure mezze coperte di panni et il resto nudo e ginocchioni con le croci in terra, et in aria sono alcuni puttini con palme in mano. La quale tavola, che fu fatta con molta diligenza e condotta con buon giudizio nel colorito e nelle teste, che sono vivaci molto, fu posta in detta chiesa di Camaldoli. Ma essendo quel monasterio, per l’assedio di Firenze, tolto a que’ padri romiti, che santamente in quella chiesa celebravano i divini ufficii, e poi data alle monache di S. Giovannino dell’Ordine de’ Cavalieri Ierosolimitani, et ultimamente stato rovinato, fu la detta tavola per ordine del signor duca Cosimo posta in San Lorenzo a una delle cappelle della famiglia de’ Medici, come quella che si può mettere fra le migliori cose che facesse il Sogliano. Fece il medesimo, per le monache della Crocetta, un cenacolo colorito a olio, che fu allora molto lodato. E nella via de’ Ginori, a Taddeo Taddei dipinse in un tabernacolo a fresco un Crucifisso con la Nostra Donna e San Giovanni a’ piedi, et alcuni Angeli in aria che lo piangono molto vivamente. La quale opera certo è molto lodata, e ben condotta per lavoro a fresco. Di mano di costui è anco nel reffettorio della badia de’ monaci Neri in Firenze un Crucifisso con Angeli che volano e piangono con molta grazia, et a basso è la Nostra Donna, S. Giovanni, S. Benedetto, S. Scolastica et altre figure. Alle monache dello Spirito Santo, sopra la costa a S. Giorgio, dipinse in due quadri, che sono in chiesa, S. Francesco e S. Lisabetta reina d’Ungheria e suora di quell’Ordine. Per la Compagnia del Ceppo dipinse il segno da portare a processione che è molto bello: nella parte dinanzi del quale fece la visitazione di Nostra Donna, e dall’altra parte S. Niccolò vescovo e due fanciulli vestiti da Battuti, uno de’ quali gli tiene il libro e l’altro le tre palle d’oro. Lavorò in una tavola in S. Iacopo sopr’Arno, la Trinità con infinito numero di putti e S. Maria Maddalena ginocchioni, S. Caterina e S. Iacopo, e dagli lati in fresco due figure ritte, un S. Girolamo in penitenza e S. Giovanni. E nella predella fece fare tre storie a Sandrino del Calzolaio suo creato, che furono assai lodate. Nel castello d’Anghiari fece in testa d’una Compagnia in tavola un cenacolo a olio con figure di grandezza quanto il vivo, e nelle due rivolte del muro, cioè dalle bande, in una Cristo che lava i piedi a gl’Apostoli, e nell’altra un servo che reca due idrie d’acqua; la quale opera in quel luogo è tenuta in gran venerazione, perché invero è cosa rara, e che gli acquistò onore et utile. Un quadro che lavorò d’una Giuditta, che avea spiccato il capo a Oloferne, come cosa molto bella fu mandata in Ungheria; e similmente un altro, dove era la decollazione di S. Giovanni Battista con una prospettiva nella quale ritrasse il difuori del capitolo de’ Pazzi che è nel primo chiostro di S. Croce, fu mandato da Paulo da Terrarossa, che lo fece fare, a Napoli per cosa bellissima. Lavorò anco per uno de’ Bernardi altri due quadri, che furono posti nella chiesa dell’Osservanza di S. Miniato in una cappella, dove sono due figure a olio grandi quanto il vivo, cioè S. Giovanni Battista e S. Antonio da Padoa. Ma la tavola, che vi andava nel mezzo, per essere Giovanni Antonio di natura lunghetto et agiato nel lavorare, penò tanto, che chi la faceva fare si morì. Onde essa tavola, nella quale andava un Cristo in grembo alla madre, si rimase imperfetta. Dopo queste cose, quando Perino del Vaga, partito da Genoa, per aver avuto sdegno col prencipe Doria, lavorava in Pisa, avendo Stagio scultore da Pietrasanta cominciato l’ordine delle nuove cappelle di marmo nell’ultima navata del Duomo, e quella apparato che è dietro l’altare maggiore, il quale serve per sagrestia, fu ordinato che il detto Perino, come si dirà nella sua vita, et altri maestri cominciassero a empier quegli ornamenti di marmo di pitture. Ma essendo richiamato Perino a Genoa, fu ordinato a Giovanni Antonio che mettesse mano ai quadri che andavano in detta nicchia dietro l’altar maggiore e che nell’opere trattasse de’ sacrifizii del Testamento Vecchio, per figurare il sacrifizio del Santissimo Sagramento, quivi posto in mezzo, sopra l’altar maggiore. Il Sogliano adunque nel primo quadro dipinse il sacrifizio che fece Noè et i figliuoli, uscito che fu dell’Arca, et appresso quel di Caino e quello d’Abel, che furono molto lodati, e massimamente quello di Noè, per esservi teste e pezzi di figure bellissime. Il qual quadro d’Abel è vago per i paesi, che sono molto ben fatti, e per la testa di lui che pare la stessa bontà; sì come è tutta il contrario quella di Caino, che ha cera di tristo da dovero. E se il Sogliano avesse così seguitato il lavorar gagliardo come se la tranquillò, arebbe per l’Operaio, che lo faceva lavorare, al quale piaceva molto la sua maniera e bontà, finite tutte l’opere di quel Duomo; là dove, oltre ai detti quadri, per allora non fece se non una tavola che andava alla cappella, dove aveva cominciato a lavorare Perino e quella finì in Firenze: ma di sorte che ella piacque assai ai Pisani e fu tenuta molto bella. Dentro vi è la Nostra Donna, S. Giovanni Battista, S. Giorgio, S. Maria Madalena, S. Margherita et altri Santi. Per essere dunque piacciuta gli furono allogate dall’Operaio altre tre tavole, alle quali mise mano, ma non le finì, vivente quell’Operaio: in luogo del quale essendo stato eletto Bastiano della Seta, vedendo le cose andar a lungo, fece allogazione di quattro quadri, per la detta sagrestia, dietro l’altar maggiore, a Domenico Beccafumi sanese, pittor eccellente, il quale se ne spedì in un tratto, come si dirà a suo luogo, e vi fece una tavola, et il rimanente fecero altri pittori. Giovan Antonio dunque finì, avendo agio, l’altre due tavole con molta diligenza, et in ciascuna fece una Nostra Donna con molti Santi attorno. Et ultimamente, condottosi in Pisa, vi fece la quarta et ultima, nella quale si portò peggio che in alcun’altra, o fusse la vecchiezza o la concorrenza del Beccafumi o l’altra cagione. Ma perché Bastiano Operaio vedeva la lunghezza di quell’uomo, per venirne a fine allogò l’altre tre tavole a Giorgio Vasari aretino, il quale ne finì due che sono a lato alla porta della facciata dinanzi. In quella che è verso Camposanto è la Nostra Donna col Figliuolo in collo, al quale S. Marta fa carezze. Sonovi poi ginocchioni S. Cecilia, S. Agostino, S. Gioseffo e S. Guido romito, et innanzi San Girolamo nudo e S. Luca Evangelista con alcuni putti che alzano un panno et altri che tengono fiori. Nell’altra fece, come volle l’Operaio, un’altra Nostra Donna col Figliuolo in collo, S. Giacopo interciso, S. Matteo, S. Silvestro papa e S. Turpè cavaliere; e per non fare il medesimo nell’invenzioni che gl’altri, ancor che in altro avesse variato molto, dovendovi pur far la Madonna, la fece con Cristo morto in braccio e que’ Santi, come intorno a un Deposto di croce. E nelle croci, che sono in alto, fatte a guisa di tronchi, sono confitti due ladroni nudi, et intorno cavalli, i crucifissori con Giuseppo e Nicodemo e le Marie, per sodisfare all’Operaio che, fra tutte le dette tavole, volle che si ponessero tutti i Santi, che erano già stati in diverse cappelle vecchie disfatte, per rinovar la memoria loro alle nuove. Mancava alle dette una tavola, la quale fece il Bronzino, con un Cristo nudo et otto Santi. Et in questa maniera fu dato fine alle dette cappelle, le quali arebbe potuto far tutte di sua mano Giovan Antonio, se non fusse stato tanto lungo. E perché egli si era acquistato molta grazia fra i Pisani, gli fu, dopo la morte d’Andrea del Sarto, data a finire una tavola per la Compagnia di S. Francesco, che il detto Andrea lasciò abbozzata; la quale tavola è oggi nella detta Compagnia in sulla piazza di S. Francesco di Pisa. Fece il medesimo, per l’Opera del detto Duomo, alcune filze di drappelloni, et in Firenze molti altri, perché gli lavorava volentieri e massimamente in compagnia di Tommaso di Stefano pittor fiorentino amico suo. Essendo Giovanni Antonio chiamato da’ frati di S. Marco di Firenze a fare in testa del loro reffettorio in fresco un’opera a spese d’un loro frate converso de’ Molletti, ch’aveva avuto buone facultà di patrimonio al secolo, voleva farvi quando Gesù Cristo con cinque pani e due pesci diede mangiar a cinquemila persone, per far lo sforzo di quello che sapeva fare; e già n’aveva fatto il disegno con molte donne, putti et altra turba e confusione di persone, ma i frati non vollono quella storia, dicendo voler cose positive, ordinarie e semplici. Laonde, come piacque loro, vi fece quando San Domenico, essendo in reffettorio con i suoi frati e non avendo pane, fatta orazione a Dio, fu miracolosamente quella tavola piena di pane, portato da due Angeli in forma umana. Nella qual opera ritrasse molti frati che allora erano in quel convento, i quali paiono vivi, e particolarmente quel converso de’ Molletti che serve a tavola. Fece poi nel mezzo tondo sopra la mensa S. Domenico a piè d’un Crucifisso, la Nostra Donna e S. Giovanni Evangelista che piangono, e dalle bande S. Caterina da Siena e S. Antonino arcivescovo di Firenze e di quell’Ordine, la quale fu condotta, per lavoro a fresco, molto pulitamente e con diligenza. Ma molto meglio sarebbe riuscito al Sogliano se avesse fatto quello ch’aveva disegnato, perché i pittori esprimono meglio i concetti dell’animo loro che gl’altrui. Ma dall’altro lato è onesto che chi spende il suo si contenti. Il quale disegno del pane e del pesce è in mano di Bartolomeo Gondi, il quale, oltre un gran quadro che ha di mano del Sogliano, ha anco molti disegni e teste colorite dal vivo, sopra fogli mesticati, le quali ebbe dalla moglie del Sogliano, poi che fu morto, essendo stato suo amicissimo. E noi ancora avemo alcuni disegni del medesimo nel nostro libro che sono belli affatto. Cominciò il Sogliano a Giovanni Serristori una tavola grande, che s’aveva a porre in S. Francesco dell’Osservanza, fuor della porta a S. Miniato, con un numero infinito di figure, dove sono alcune teste miracolose e le migliori che facesse mai, ma ella rimase imperfetta alla morte del detto Giovanni Serristori. Ma nondimeno, perché Giovanni Antonio era stato pagato del tutto, la finì poi a poco a poco e la diede a Messer Alamanno di Iacopo Salviati, genero et erede di Giovanni Serristori, et egli insieme con l’ornamento la diede alle monache di S. Luca, che l’hanno in via di S. Gallo posta sopra l’altar maggiore. Fece Giovanni Antonio molte altre cose in Firenze, che parte sono per le case de’ cittadini e parte furono mandate in diversi paesi, delle quali non accade far menzione, essendosi parlato delle principali. Fu il Sogliano persona onesta e religiosa molto, e sempre attese ai fatti suoi senza esser molesto a niuno dell’arte. Fu suo discepolo Sandrino del Calzolaio, che fece il tabernacolo ch’è in sul canto delle Murate, et allo spedale del Tempio un San Giovanni Battista che insegna il raccetto ai poveri. E più opere arebbe fatto e bene, se non fusse morto, come fece, giovane. Fu anco discepolo di costui Michele, che andò poi a stare con Ridolfo Ghirlandai, dal quale prese il nome. E Benedetto similmente, che andò con Antonio Mini discepolo di Michelagnolo Buonarroti in Francia, dove ha fatto molte bell’opere. E finalmente Zanobi di Poggino, che ha fatto molte opere per la città. In ultimo, essendo Giovanni Antonio già stanco e male complessionato, dopo essere molto stato tormentato dal male della pietra, rendé l’anima a Dio d’anni cinquantadue. Dolse molto la sua morte per essere stato uomo da bene e perché molto piaceva la sua maniera, facendo l’arie pietose et in quel modo che piacciono a coloro che senza dilettarsi della fatiche dell’arte e di certe bravure, amano e cose oneste, facili, dolci e graziose. Fu aperto dopo la morte, e trovatogli tre pietre grosse ciascuna quanto un uovo, le quali non volle mai acconsentire che se gli cavassino, né udirne ragionar mentre che visse.

FINE DELLA VITA DI GIOVANNI ANTONIO SOGLIANI, PITTOR FIORENTINO