Leila/Capitolo XIV

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Capitolo XIV. Una goccia di sangue paterno

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Capitolo XIV. Una goccia di sangue paterno
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CAPITOLO DECIMOQUARTO.


Una goccia di sangue paterno.


I.


Lelia volle che il pranzo le fosse servito da Teresina invece che da Giovanni, le parlò di varie cose indifferenti molto affabilmente. La cameriera, vedendola così amabile, si arrischiò a un discorso delicato. Le riparlò della siora Bettina che aveva intenzione di fare un viaggetto a Monte Berico. Ah quanto sarebbe stata felice Teresina di potervi andare anche lei! La Fantuzzo le aveva parlato di un Padre Servita, confessore meraviglioso. Non l’avrebbe fatta volentieri essa pure, la signorina, questa giterella? Era poi anche un gran bel posto, Monte Berico. La siora Bettina sarebbe una eccellente compagna di viaggio. Tanto buona, povera siora Bettina. Potevano partire alle sei. Alle otto erano a Vicenza e salivano a Monte Berico. A rigore avrebbero potuto ripartire alle undici. Ma poi non c’era premura, non mancavano treni per ritornare a casa. Lelia tacendo sempre, Teresina si offerse di parlarne alla Fantuzzo.

Lelia la guardò, trasognata, pensando Dio sa che. [p. 362 modifica]Teresina non seppe leggere in quel misterioso viso se non questo, che vi era incertezza fra il sì e il no. Ne fu consolata. Entrato Giovanni con un telegramma, non giudicò prudente d’insistere, neppure dopo uscito Giovanni, per avere un sì immediato. Il telegramma era del sior Momi, atteso coll’ultimo treno. Annunciava il suo ritorno per l’indomani mattina. Verso le nove capitarono, credendo di trovarlo, l’arciprete e il cappellano. Entrarono in salone senza farsi annunciare, primo l’arciprete col suo strascicato «con permesso».

Lelia stava passando musica; non più “Aveu” ma tutta l’altra musica che ricordava di aver suonato presente Massimo. Si alzò dal piano, annoiata. A parte le sue ragioni speciali di avversione a quei due, non poteva soffrire l’arciprete per il suo tono di famigliarità, per le sue facezie grosse, per la scarsa pulizia della persona. Non poteva soffrire il cappellano per la sua guardatura, per il suo modo di portare il capo, di salutare, di parlare. Gli occhi dell’arciprete le lucevano di un’astuzia evidente, sincera, da sensale di buoi e di grano. Negli occhi acquosi di don Emanuele vedeva una ostentazione antipatica di ascetismo, un’astuzia subacquea, mal dissimulata dal guardar basso. E quel capo, non portato da collotorto volgare ma sempre leggermente chinato in avanti, quel salutare sommesso, quella voce untuosa, lenta, quel continuo atteggiarsi compunto come se andasse a processione tutto in sè raccolto sotto un baldacchino ideale, la irritavano. La sua accoglienza fu glaciale. Non fece accendere le lampade nè portare il solito caffè. L’arciprete avendo accennato al dispiacere di sua cognata per non essersi potuta trattenere con lei, non ebbe una parola di scusa. Il cappellano parlò di certa puerpera di Lago, miserabile, ch’egli desiderava fosse visitata dalle due signore. Lelia si accontentò di domandare dove propriamente abitasse questa donna, [p. 363 modifica]senza dire se l’avrebbe visitata o no. L’arciprete consigliò allora di affrettare la visita perchè sua cognata aveva intenzione di allontanarsi presto, forse per un giorno, forse per due. Lelia parve sorpresa. Per due giorni? Sì, forse per due giorni. Don Tita osservò che il cappellano doveva venire l’indomani a celebrare in Santa Maria. Egli avvertirebbe la cognata di trovarvisi, le due signore si sarebbero intese. Chiuso il discorsino, lo suggellò con un «sipo sipo». I «sipo sipo» dell’arciprete significavano congedo. Se diceva «sipo sipo» in casa sua, il visitatore doveva intendere che non c’era più ragione di trattenersi. Se lo diceva in casa d’altri, era egli stesso che dava il segno così, strofinandosi le coscie a mani spiegate, della propria partenza. Stava infatti alzandosi dalla sedia quando una inattesa domanda di Lelia lo fece ridiscendere a sedere. Lelia gli domandò improvvisamente quale viaggio intendesse fare sua cognata. Il viso dell’arciprete, alquanto congelato fino a quel momento, si soffuse di tepida bonarietà. Gli occhi acquosi del cappellano che indagavano inutilmente alcuni libri sul tavolo vicino, si alzarono al viso di Lelia, vi si fermarono mentre l’arciprete spiegava, con grande abbondanza di parole, che la cognata desiderava da molto tempo fare le proprie divozioni al Santuario di Monte Berico, che aveva anche in mente di spingersi poi fino a Castelletto del Garda per una visita alle monache della Sacra Famiglia; che però a quest’ultimo viaggio, se non trovasse compagnia, rinuncerebbe.

«Ho domandato per sapere» disse Lelia. «Forse andrei volentieri anch’io, almeno al Santuario di Monte Berico.»

«Oh!» esclamò l’arciprete, tutto contento. «Niente di meglio, niente di meglio.»

Lelia si affrettò a dire che non prendeva alcun [p. 364 modifica]impegno che ci avrebbe pensato, che occorreva, in ogni caso, interrogare suo padre. Preso congedo, l’arciprete uscì col cappellano esprimendo sottovoce la propria soddisfazione: «ben ben jà jà.» Fatti pochi passi, ritornò indietro per trovarsi solo con Lelia, dirle cautamente che l’ispirazione di andare a Monte Berico le veniva proprio dalla Madonna e che, se andava, doveva assolutamente conoscere il padre.... Nominò quel Servita, del quale la Fantuzzo aveva cantate le lodi a Teresina.

Raggiunto il compagno che l’attendeva a mezza costa, l’arciprete si allontanò con lui di buon passo, da uomo soddisfatto e pieno di belle speranze. A lui bastava che la ragazza andasse spontaneamente ai Sacramenti. Era forse desiderabile che l’arciprete servisse Iddio e la Chiesa con maggiore intelligenza, con maggior sapere, con un cuore più caldo di sentimento evangelico, ma non si poteva negare ch’egli fosse un servitore onesto e fedele. A immagine e similitudine di alquanti altri suoi colleghi di servizio e di divisa, egli non conosceva per gli erranti nella fede altra carità che di parole, li avrebbe volontieri buttati nell’Astico dallo scoglio di Mea, chiamandoli poveretti e poverini; ma per gli errori di altro genere aveva parole burbere e cuore benefico, penetrato di quell’antica tradizione che non erige in teoria nè morale troppo rigida nè morale troppo lassa, che si regola colle anime peccatrici secondo un sapiente concetto delle fragilità umane e della bontà del Padre. Il suo pensiero era che Lelia fosse una testolina stramba, che in fatto di religione fosse ignorante, capacissima di mettere assieme spropositi di condotta e pratiche; ma che, in fin de’ conti, quando si mettesse in regola colla Chiesa, ci fosse da confidare nella paterna indulgenza di Chi le aveva dato quel cervello di puledra selvatica. Rideva in cuor suo di don Emanuele che sperava farne una monaca. Per don Emanuele il pellegrinaggio [p. 365 modifica]a Monte Berico non era che una prima tappa e non si poteva rallegrarsene troppo, a fronte dell’azione continua esercitata sulla fanciulla da donna Fedele. Gli era inoltre noto un fatto grave, tale, se Lelia lo venisse a conoscere, da spingerla sempre più verso il villino delle Rose. La Gorlago non era a Cantù, era a Padova, nascosta in casa Camin. La continuata tresca, per sè colpevole, ma colpevolissima perchè malcauta, gittava discredito sugli ecclesiastici amici del reo. E chi ne approfitterebbe se non donna Fedele? La mira di donna Fedele era indubbiamente un matrimonio Camin Alberti. Per fortuna Lelia vi ripugnava tuttavia, prova il tentativo di suicidio, e per fortuna donna Fedele era costretta di lasciare il paese durante qualche tempo. Ciò era risaputo in canonica. Don Emanuele s’interdiceva di sperare qualche cosa di peggio che un’operazione e una lunga convalescenza. Anzi voleva ammettere che la signora, contro i suoi meriti, guarirebbe, per trarne la necessità di una azione vigorosa durante il suo soggiorno a Torino. Era necessario anzi tutto piegare la fanciulla verso Dio e poi trovar modo di rinnovarle quel disgusto sdegnoso del mondo che l’aveva spinta al suicidio, offrirle allora salute e pace in una vita religiosa fatta per lei. Non a Castelletto del Garda. Quella era un’idea della povera siora Bettina. Lelia non era fatta per tenere una scuola nè un asilo e nemmeno per l’assistenza degli ammalati. Ci voleva un Ordine contemplativo. Tutte queste riflessioni don Emanuele le rimasticò trottando verso Velo a fianco dell’arciprete e le tenne per sè.


Lelia, ritornando al piano, pensò: «forse, una goccia del sangue di mio padre ce l’ho bene.»

Non volle che si accendessero le lampade. Si ritirò presto nella sua camera, si pose alla finestra. L’oriente [p. 366 modifica]luceva d’infinite stelle e sopra il gran culmine del nero bosco sovrano i denti acuti di dolomia ferivano il sereno. Lelia non guardava nè il cielo, nè il nero culmine del bosco, nè le guglie del Summano. Fermo il pensiero in un segreto disegno, teneva fissi gli occhi vitrei nelle prossime ombre, battendole a furia il cuore, guizzandole tremiti e sussulti per la sottile persona.


II.


L’indomani, don Emanuele venne a celebrare in Santa Maria mezz’ora prima del solito, verso le sette e mezzo. La siora Bettina, che lo aveva preceduto, lo avvertì che Lelia era fuori. La cameriera Teresina la credeva al villino delle Rose. Era invece al deserto dei rododendri. Don Emanuele, molto compunto, pensò un poco e poi pregò la siora di trattenersi, dopo la messa, fino a che egli uscisse di sagrestia. Celebrò con gran divozione. Quindi, curvo sull’inginocchiatoio della sagrestia col capo chino fra le mani, non finiva più di chiedere a Dio aiuto e lume contro il demonio che gli contrastava i disegni per la eterna salute di Lelia, suscitandogli contro due sue ancelle: una creatura di superbia, donna Fedele, e una creatura di lussuria, la Gorlago. Pregò e pregò colla fiducia dell’Inferiore ch’è in termini di relativa confidenza col Superiore pregato, e per la lunga consuetudine e per qualche servigio resogli. Dalla preghiera mentale passò inavvertitamente, sempre fluendogli per le labbra un rivoletto di pio latino, a moti diversi di riflessioni e d’idee intorno a un altro girare incessante, a un comparire, scomparire e ricomparire continuo, nella sua mente, dei fatti che più lo turbavano, delle possibilità minacciose. Un moto gli s’implicava, gli s’ingarbugliava nell’altro. Per qualche momento [p. 367 modifica]egli non vedeva, non capiva più niente e allora il pio rivoletto latino gli s’inaridiva sulle labbra ferme. Finalmente dal peggior garbuglio gli spuntò un filo. Tira e tira, il filo veniva a meraviglia, come se la Provvidenza avesse lavorato un garbuglio delle sue proprie fila per don Emanuele, perchè il pescatore di anime si facesse il merito di trovarne il capo buono, di svolgerlo e svolgerlo fino alla pratica dimostrazione che tutto l’arruffio di groppi, di occhielli, di pendagli si scioglieva in un divino filo da reti di pesca. Così almeno pensò il pescatore.

Intanto la siora Bettina, seduta in faccia all’altare, sentendosi inaridire la devozione in cuore, durando fatica a non distrarsi dietro il gorgoglio della fontana del vestibolo, a non pensare di dove venisse quell’acqua e dove andasse a finire, se fosse pura o no, fresca o no; temendo anche di certa macchia del tappeto verde sul gradino dell’altare, dove troppo spesso ritornavano i suoi occhi e il suo mal combattuto desiderio di sapere se fosse vecchia macchia di unto o macchia recente di bagnato, si domandò se non le convenisse di mettere la punta del naso in sagrestia. No, sarebbe stata una sconvenienza. Cercò liberarsi dalle tentazioni della fonte e della macchia pensando, a propria edificazione, la santità di don Emanuele, il rapimento mistico che lo tratteneva così a lungo.

Egli si alzò dall’inginocchiatoio, non più chiaro affatto in viso di quando vi si era piegato, mandò il chierichetto a vedere se Lelia fosse rientrata, uscì dietro a lui e fe’ cenno alla siora Bettina di seguirlo nel portichetto. Il chierico vi ritornò a dire che la signorina non era rientrata.

Allora don Emanuele riferì alla Fantuzzo il dialogo seguito la sera prima fra Lelia e l’arciprete. La Fantuzzo, che non aveva ancora veduto suo cognato dopo [p. 368 modifica]quel dialogo, n’ebbe l’impressione di una grazia ottenuta per le preghiere del cognato, del cappellano e anche un poco per le sue proprie. Domandò che dovesse fare. Intanto aspettare Lelia, dirle che l’arciprete le aveva riferito com’ella non fosse lontana dall’accompagnarsi a lei per una visita al santuario di Monte Berico e forse anche per il viaggio a Castelletto del Garda. La siora Bettina corresse quello che le pareva un errore di lingua. Non l’arciprete le aveva riferito, ma don Emanuele. Questi le impose di tacere il suo nome, di metter fuori quello dell’arciprete. «Veramente» osservò la siora Bettina timida timida, «da mio cognato non ho...». «Non importa» interruppe don Emanuele «il Signore vuole ch’Ella dica quello che Le suggerirò io.» La bugia suggerita da don Emanuele aveva un’anima di verità superiore, inaccessibile a lei se non per fede. E la siora Bettina promise, con umile fede, la piccola bugia: «quando lo dice Lei!».

Ma le istruzioni superiori non finivano lì. Probabilmente la signorina le direbbe, come lo aveva detto all’arciprete, ch’era necessario avere il permesso di suo padre. Ora il permesso era da chiedere anche per Castelletto sul Garda. La siora Bettina si rallegrò tutta. Era felice di andare a Castelletto e, sola, non avrebbe osato intraprendere un tale viaggio. Un’altra compagnia, quella di Teresina per esempio, le sarebbe stata molto più gradita, ma per amore della sua guida spirituale accettava volontieri il piccolo guaio di viaggiare con Lelia. N’era felice anche per il cognato, che pensava già alle suore della Sacra Famiglia da collocare in qualche asilo della sua futura diocesi e desiderava attingere alla fonte certe informazioni necessarie. Don Emanuele, vistala tanto contenta, pensò alquanto e poi le propose di continuare la conversazione camminando verso Lago. La siora sentì confusamente ch’egli aveva qualchecosa [p. 369 modifica]di più grosso a dirle e che voleva dirglielo in un posto più sicuro da interruzioni sgradite. Infatti, appena toccata, sulla strada di Lago, l’ombra dei grandi castagni, don Emanuele, ora figgendo gli occhi in terra, ora voltandosi a guardare se qualcuno venisse loro alle spalle, mise fuori un preambolo sull’assoluta necessità che la siora Bettina tenesse per sè quanto egli aveva risoluto di dirle. Le fece comprendere, senza nominar l’arciprete, che doveva tacere anche con lui. La Fantuzzo, all’idea di nascondere qualche cosa a don Tita, si sentì dare un tuffo nel sangue; ma poi, siccome don Emanuele parlava, non con ragionamenti ma con autorità, di una via indicatagli dalla Provvidenza per la salute di due anime, si persuase che la via fosse tanto stretta da non potervisi passare in tre persone, si compiacque di essere l’eletta e attese il Verbo. Il Verbo fu questo. Poichè la signorina Lelia aveva accennato alla necessità di ottenere il permesso paterno, la siora Bettina poteva fare a meno, adesso, di parlare alla ragazza. Poteva invece affrontare addirittura il sior Momi che arrivava da Padova al tocco, chiedergli la facoltà, anche a nome dell’arciprete, di proporre alla signorina il pellegrinaggio a Monte Berico e il viaggio a Castelletto. Poi conveniva fare la proposta, fissare il giorno. «Domani sarà troppo presto» disse don Emanuele. «Fissi posdomani.» Se fosse stato egli stesso la Provvidenza, non avrebbe disposto con maggiore sicurezza dell’avvenire, di eventi che, in fine, dipendevano anche dalla volontà altrui.

«Andranno a Monte Berico» diss’egli, «e Lei osserverà le disposizioni della signorina Lelia nell’accostarsi ai Sacramenti. Scenderanno direttamente alla stazione. Allora Ella dirà alla signorina che non si sente bene, che Le è venuta l’idea di non andare più a Castelletto, di andare invece ad ascoltare una messa al Santo. Partiranno per Padova col treno delle undici. [p. 370 modifica]Dopo la messa Ella persuaderà la signorina della convenienza di passare da casa Camin, per un riguardo a suo padre. Vi potrebbero essere lettere, giornali, carte di visita. Adesso in quella casa c’è una persona che non ci dovrebbe essere perchè qui è stato annunciato pubblicamente che andava in Lombardia, che si separava dal signor Camin. È necessario che la signorina Lelia s’incontri con questa persona. Necessario! Non Le dico altro.»

La povera siora Bettina, presa da sgomento, si fermò su due piedi.

«Dio Dio Dio, don Emanuele!» diss’ella. Pazienza rinunciare a Castelletto, pazienza il mucchio di bugie; ma le scenate che potevano succedere! Delle relazioni fra la Gorlago e il sior Momi ell’aveva un’idea vaga. Si era proibito di pensarvi, per uno scrupolo di coscienza. Ora che don Emanuele le aveva aperto gli occhi, l’aspettazione d’incontrarsi con quella donna le dava brividi di orrore. In astratto le peccatrici le ispiravano pietà, in concreto le ispiravano ribrezzo. Se ne avesse trovato alla sua porta una moribonda di freddo e di fame, l’avrebbe lasciata fuori, per pentirsene solo quando la disgraziata fosse morta. Domandò a don Emanuele se proprio volesse da lei una cosa simile. Egli rispose senza parole, con un piegar del capo e un congiungere pio delle mani, che parvero ossequio alla Volontà Superiore cui erano tenuti ambedue di obbedire: prima egli e poi la siora Bettina.

«Dica che sono ignorante, don Emanuele! Dica che sono stupida!» La siora Bettina non osò procedere oltre questo esordio patetico, confessare che non capiva il perchè di una tale macchinazione. Don Emanuele intese ma non rispose. Vi erano nel suo disegno certi imponderabili che non pativano la veste greve della parola. Se lo avesse esposto, lo avrebbe guastato agli [p. 371 modifica]occhi suoi propri. La sua fede era nell’imponderabile, nella impressione che avrebbe fatto alla signorina Lelia un contatto schifoso e tale da lordare schifosamente tutto il suo ambiente. S’ella si rifugiasse nel Signore, in tali circostanze, ne seguirebbe una conseguenza ponderabile: le ricchezze di casa Trento non andrebbero ad alimentare i vizi del padre. Il povero sior Momi venne così segretamente buttato a mare dall’alleato cappellano, il quale teneva però conto di un altro imponderabile, della speranza che lo scandalo di Padova giovasse all’anima sua.

Invece di rispondere alla tacita domanda della siora Bettina, egli le chiese soavemente se intendesse ritornare a casa rifacendo la via percorsa o proseguendo per Lago e Sant’Ubaldo.

«Io reciterò l’ufficio» diss’egli, cavando il breviario.

La siora Bettina sapeva che don Emanuele evitava sempre di mostrarsi alla gente in compagnia di donne. Scelse il giro di Lago e Sant’Ubaldo per timore di un incontro con Lelia reduce dal villino. Posto l’ordine di parlare prima col sior Momi, quell’incontro l’avrebbe imbarazzata. Il cappellano aveva pensato ch’ella fosse per scegliere l’altra via, più breve. Siccome neppure a lui garbava d’incontrare Lelia, non gli restò altro partito che fermarsi, aprire il breviario e dire:

«Allora...»

E alla siora Bettina, per quanto desiderasse supplicare ancora che le fosse risparmiato quel tale calice, non restò altro partito che mormorare malinconicamente «serva sua» e allontanarsi verso Lago.

Don Emanuele non si mosse prima ch’ella fosse uscita della sua vista. Quindi si avviò pian piano. Giunto nella lettura alla prima fermata lecita, chiuse e rintascò il libro. Era sbucato allora allora dai casolari di Lago sulla via che gira in basso il liscio cumulo verde [p. 372 modifica]coronato in punta dalla chiesina bianca di Sant’Ubaldo. Pensò don Aurelio e la propria segreta potenza. Era egli che aveva riferito a Roma, quasi giorno per giorno, fatti, detti e ommissioni del prete sospetto, tutto colorendo in modo da corrispondere non alla realtà grossa, superficiale, ma bensì alla realtà recondita da lui divinata, col suo zelo per la Chiesa, nelle intenzioni del poco degno sacerdote. Così era opera sua il prossimo vescovado dell’arciprete. Era egli che aveva informato lo zio Cardinale sul conto di don Tita, che ne aveva fatto conoscere l’intemerato carattere sacerdotale, l’avversione ai novatori, la bonarietà scherzosa e la piacevolezza che potevano facilmente renderlo popolare. L’idea di riuscire ora nella conquista sul mondo, per il chiostro, di un’anima preziosa in pericolo, gli faceva correre formicolii, spume di letizia nel sangue. Invece di erigere al vento la testa contento del proprio valore, l’abbassò idealmente davanti a Dio, come buon cameriere che il padrone copra di stupefatte lodi per qualche miracoloso servigio. Poi, facendosi tutt’uno col Padrone, componendosi nel cuore una verità divina a santificazione di ogni altro sentimento, trionfò dolcemente di donna Fedele, si appropriò, in certo modo, il decreto provvidenziale che la colpiva d’infermità grave perchè le fosse più difficile di porre ostacolo ai disegni di lui, perchè riconoscesse, nel soffrire, le proprie colpe. La via ch’egli faceva, così pensando, era stata il passeggio quotidiano di don Aurelio. Tutte le innocenti anime delle erbe, delle viti, degli alberi si aprivano all’anima pura e umile di lui che vi sentiva Iddio presente nella sua sapienza e nel suo amore, vi sentiva francescane dolcezze di fraternità, si confondeva con quelle anime in una sola muta adorazione di servo inutile. Il povero don Emanuele, benchè si credesse onorare debitamente San Francesco, passava in mezzo [p. 373 modifica]al pio verde senz’alcun sentimento francescano, senza dolcezze mistiche, senza degnare di uno sguardo nè fiori nè foglie. Non sentiva luce divina che nelle tenebre delle proprie architetture di bugie e di male arti in servizio di Dio. Davanti a lui tutte le innocenti anime delle erbe, delle viti, degli alberi si chiudevano. Egli andava per mezzo ad esse come uno sterpo morto, cacciato dal vento, ancora potente a trasmutarsi in erba, in vite, in albero, ma solo passando per la fiamma o, meglio ancora, per la putredine.


III.


Il sior Momi, quando Giovanni gli annunziò la siora Bettina, stava scrivendo alla Gorlago dalla quale si era separato in burrasca per le gelosie di lei a proposito di Teresina. La chiamava il suo «bòcolo» la sua «còcola» la sua «matona» la sua «morbinosa» e anche, scherzando, la sua «sorzona». Le diceva che la famosa Teresina gli aveva lasciato la stanza in disordine e non gli si era ancora fatta vedere, che in quel paese della noia, senza la sua Moma, si sentiva morire. La siora Bettina entrò dietro il domestico che la stava annunciando; per cui il sior Momi ebbe appena il tempo di voltare il foglietto nascondendo la Moma e mostrando il candore di una pagina immacolata. Scattò in piedi, desolato per l’anarchia deplorevole dei propri indumenti, si profuse in deprecazioni alla visitatrice, in rimproveri al domestico. «Per carità! Per carità! Ma Giovanni! Giovanni! In sta figura! In sta figura!» Non avendo nè panciotto nè cravatta, si abbottonò in fretta la palandrana, ne rialzò il bavero. La siora Bettina, al primo vederlo così scollato e con una gran cascata di camicia in vista, era rimasta assai male; ma poichè il [p. 374 modifica]bavero e l’abbottonatura ebbero dato al sior Momi l’aspetto di una figura simbolica del Pudore moderno, la buona donna tornò sufficientemente in pace, confessò che la colpa era sua, che aveva seguito il domestico perchè, dovendo parlare al sior Momi da sola a solo, desiderava esserne ricevuta nello studio.

«Ben ben ben, sissignora sissignora sissignora» fece il sior Momi.

Le disposizioni della siora Bettina verso di lui si erano alquanto modificate dopo l’ultimo colloquio con don Emanuele. Era venuta per obbedire a quest’ultimo, non senza ribrezzo dell’uomo dal segreto pasticcio. Ella tutta raccolta e stretta nel mantelletto nero, egli abbottonato fino alla gola, difeso il volto dalle due punte protese del bavero, si stavano a fronte come due verecondie verginali in mutuo sospetto e in difesa.

Cominciò la Fantuzzo a dire timidamente ch’era venuta per chiedere un gran favore. Il sior Momi battè molto le palpebre, non sapendo quale seccatura potesse venir fuori.

«Quel che posso» diss’egli senza molto zelo, «quel che posso.»

La siora Bettina fece uno sforzo di amabilità, sorrise, disse che desiderava da tempo, per tante cose, certo viaggetto, che il momento di farlo sarebbe proprio quello per alcune ragioni che riguardavano suo cognato arciprete, ma che c’era un ostacolo. Ammutolì, sorridendo con intenzione più visibile, fissando il sior Momi.

«Schei?» pensò costui. Soldi? E diventò rosso.

«Son sola» ripigliò la siora Bettina. «La capisse, o Dio, viagiar sola!»

«Ocio che vegno!» pensò il sarcastico sior Momi balenandogli ch’ella fosse per chiedergli di accompagnarla.

«Me rincresse» diss’egli «ma...» E restò a bocca [p. 375 modifica]aperta con una faccia tanto eloquente che la siora Bettina capì, si rannicchiò, con pudico sgomento, in se stessa, si tirò sul viso inorridito il manico dell’ombrellino. La supposizione trasparente dal viso giallo-rossiccio era tanto enorme, tanto sconcia, ch’ella non avrebbe saputo protestare contro di essa, come non avrebbe saputo proferire una parola poco pulita.

«Spero» diss’ella «nella signorina Lelia. Sono venuta per domandarle il permesso di avere con me la signorina Lelia, se sarà contenta.» E ripensando la faccia eloquente del sior Momi, rifece, con qualche lieve mitigazione, la mimica dell’allarme pudibondo. Il sior Momi, confortato, si ripigliò il suo «me rincresse» e lo adattò, non troppo felicemente, alle nuove circostanze.

«Me rincresse che no so se la vorrà vegner.» Si fece indicare la mèta e l’itinerario del viaggetto. Fu molto contento di Monte Berico. Ricordò che anni addietro vi si era recato in pellegrinaggio, in qualità di socio di un Circolo. Non raccontò che era con lui un suo socio di altri affari, uso coprirli egli pure del manto clericale ed espulso egli pure da quel Circolo quando il manto era diventato troppo scarso. Non raccontò che un tale, vedendoli passare sull’erta, aveva detto al suo vicino: «Vèdela quel pelegrin là? Quelo xe una droga!», che allora l’amico aveva mormorato «te si ti» e lui ribattuto «no ciò, te si ti» che avevano continuato «ti ti ti» l’uno «ti ti ti» l’altro, fino alla metà dei portici. Di Castelletto il sior Momi neppure conosceva l’esistenza. Udito della Sacra Famiglia, notato l’imbarazzo della siora Bettina, che per verità non aveva pratica d’infinocchiar la gente e neppure ci aveva gusto, interpretò le sue titubanze come un indizio che il viaggio era coordinato ai pii disegni comunicatigli dall’amico Molesin. Presa l’aria sua più cretina, si gorgogliò un risolino in gola «bona ocasion, bona ocasion, [p. 376 modifica]aho aho» col proposito che il risolino e le parole potessero tirarsi a qualunque senso; di favore, di scherzoso scetticismo, d’ironia.

Domandò se Lelia sapesse. La signorina Lelia non sapeva. Se il sior Momi fosse disposto di permettere... Qui il sior Momi piegò il capo in avanti sibilando un lungo «sss!» un estratto di «sì» concentrato nell’ossequio. Poichè il sior Momi permetteva, sarebbe stato bene d’interrogare subito la signorina. Anche l’arciprete desiderava che la signorina approfittasse di questa occasione per andare al Santuario di Monte Berico. Avrebbe piacere che la signorina si decidesse presto, che non si consultasse con certe persone pericolose. «Eh rason po!» fece il sior Momi. «Rason, rason.»

Dato così, ellitticamente, ragione all’arciprete e anche alla siora Bettina contro le persone pericolose, il sior Momi suonò il campanello, ordinò a Giovanni di accompagnare la visitatrice al salone e di avvertire la signorina.

«La fazza ela» diss’egli, congedando la siora Bettina. «Tuto ben fato, tuto ben fato.»

Rimasto solo, suonò per Teresina. A Teresina il padrone metteva nausea ogni giorno più. La Gorlago, certi atti licenziosi ch’egli si era permesso da principio con lei malgrado l’età piuttosto matura della cameriera, quel contemporaneo consumo di ginocchi e di acqua santa, le continue spilorcerie, la sporcizia della persona gliel’avevano reso odioso. Egli poi, saggiate ripetutamente le ribellioni sdegnose di lei ai suoi istinti lascivi, aveva cambiato strada, era diventato mellifluo, rispettoso, mostrava di tenerla in gran conto. E poichè si era presto accorto della sua devozione a Lelia, le parlava come a un grammofono di Lelia.

Ora le confidò la proposta della siora Bettina. Le [p. 377 modifica]disse che per parte sua non aveva fatto difficoltà perchè non intendeva imporsi in alcun modo a sua figlia, ma che temeva si tendesse a mettere la ragazza sopra una via che a lui non piaceva niente affatto. Il suo desiderio era di trovare a Lelia un buon marito. Gli avrebbe consegnata la sostanza, sarebbe ritornato a Padova, alle sue vecchie abitudini. Gli occorreva di conoscere le inclinazioni della ragazza. Buona persona, la Fantuzzo. Santa persona, l’arciprete. Se Lelia fosse veramente chiamata a diventar santa anche lei, oh Dio, si dovrebbe piegarsi alla volontà del Signore; ma se invece fosse chiamata a restar nel mondo, il suo dovere paterno sarebbe di vegliare su questi pellegrinaggi e queste visite a monache.

«Me capissela?» conchiuse il sior Momi. Egli aveva molto battute le palpebre durante la sua orazione artificiosa, ma senza prendere l’aria cretina che prendeva parlando cogli eguali.

«Senta» disse Teresina, «Ella può permettere alla signorina Lelia di andarne a visitare anche cento dei conventi di monache. Non gh’è pericol no. E se andrà a fare le sue devozioni a Monte Berico, sarà una bella cosa.»

«Ah ben, po!» esclamò stupefatta nell’apprendere più tardi, che Lelia aveva accettato di partire fra due giorni, colla siora Bettina, per Monte Berico e Castelletto. Anche il sior Momi parve sorpreso. Mandò all’arciprete, al cappellano e alla Fantuzzo un invito a pranzo per l’indomani. La sera, prima di ritirarsi, pregò Lelia timidamente, rispettosamente, di trattenersi un poco a parlare con lui. Le parlò sottovoce, le fece intendere con qualche tocco serio e qualche «aho aho» mescolati alla rinfusa che forse i preti di Velo e la [p. 378 modifica]Fantuzzo avevano certi disegni sopra di lei, ch’egli si credeva in dovere di avvertirnela perchè stesse in guardia. Soggiunse molto gravemente che di quei disegni egli non era persuaso per nulla, che gli sarebbe stato doloroso di vederla piegare a quelle suggestioni. Lelia lo ascoltò, gelida.

«C’è altro?» diss’ella quand’egli ebbe finito. «Grazie.»

E se ne andò.


IV.



L’arciprete, richiamato a Vicenza dal Vescovo per la comunicazione ufficiale della sua nomina, non potè venire al pranzo del sior Momi. Vennero il cappellano e la siora Bettina. Questa, che precedeva l’altro di cento passi, si fermò alla scalinata della chiesina. Allora il cappellano si fermò pure. La siora Bettina si voltò a guardarlo, arrischiò una mimica ch’egli non comprese, si decise, con sorpresa e corruccio di lui, ad andargli incontro. Era venuto in mente, proprio allora, alla povera donna, che lo scopo preciso del pellegrinaggio a Monte Berico non fosse stato da lei ben fatto capire a Lelia. Ella le aveva parlato di un Padre Servita, tanto bravo confessore, ma la ragazza non aveva detto parola dalla quale si potesse arguire che fosse disposta a confessarsi. Non si poteva aspettare a riparlargliene l’indomani mattina, in viaggio. Come fare? Ella doveva pure consultare l’oracolo.

«Vada vada!» rispose l’oracolo. «Non pensi, non pensi!»

Ella ritornò sui proprii passi, un po’ mogia, un po’ contrita. Nel portichetto della chiesa incontrò Teresina che ve la trattenne con un pretesto fino a che sopraggiunse e passò, duro duro, il cappellano. Quand’egli [p. 379 modifica]si fu allontanato alquanto, la cameriera, che aveva un peso sul cuore, si sfogò. Dov’era questo Castelletto? Quanto lontano? Quanti giorni intendeva la siora Bettina di trattenersi colà? La Fantuzzo arrossì forte e rispose, quasi balbettando, che vi avrebbero fatto semplicemente una visita. Ella si vide, mentre rispondeva così, nel Santuario di Monte Berico, inginocchiata al confessionale. Era da confessare, la bugia impostale, o da non confessare? Assorta in questo dubbio, non udì le prime parole di Teresina, che, ancora più turbata, diceva di non sapersi raccapezzare perchè la signorina parlava, sì, di ritorno prossimo, ma le faceva mettere nella valigia tanta biancheria e anche libri di pietà, immagini sacre ch’erano in casa, cose che le erano sempre state indifferenti. Essa le pareva aver persino cambiato fisonomia da quando si era deciso questo viaggio. Si era procurato un orario delle ferrovie e non faceva che studiarlo. Quella stessa mattina, mentre, coll’orario in mano, si faceva pettinare, aveva esclamato all’improvviso: «Teresina! Se mi tagliassero i capelli, ne avrebbe dispiacere?». Teresina le aveva risposto: «si figuri! Ma cosa si sogna che Le taglino i capelli?» - «Eh, sa bene, qualche volta li tagliano per rubarli.» - E poco dopo: «Teresina! Le è mai venuto in mente, a Lei, di farsi monaca?». «Capisce!» conchiuse la cameriera. «Questo è un riscaldo di testa, una febbre. Per amore del cielo, non s’illudano, non credano che abbia la vocazione! Non l’ha, non l’ha, non l’ha!»

Gesummaria! pensò la Fantuzzo, senza tener conto affatto degli scetticismi di Teresina. E non si va più a Castelletto! E don Emanuele non sa niente! Non potè trattenere un gemito: «ohi ohi ohi ohi!». Le gambe le mancarono sotto, dovette sedersi sopra un trave posto lì per panca. «Ohi ohi ohi ohi!» Teresina non poteva comprendere il senso reale di questi ohi.

[p. 380 modifica]«Niente» diss’ella. «Basta che Lei stia ferma di ricondurla a casa!»

«Eh sì» ripeteva la siora Bettina. «Eh sì.» E ricominciava: «ohi ohi ohi». Finalmente si alzò e si avviò sulla salita. Lelia le venne incontro per domandarle, in gran premura, se avesse scritto alle monache di Castelletto per annunciare il loro arrivo. La povera siora Bettina aveva tanto smarrita la testa, era tanto presa dalla infezione delle prime bugie, che ne mise fuori un’altra senza necessità, rispose di sì. Avrebbe voluto disdirsi immediatamente, non n’ebbe la forza, non sapeva più in che mondo si fosse.

A pranzo non aperse quasi bocca nè per parlare nè per mangiare, malgrado i rispettosi incoraggiamenti del sior Momi e quelli chiassosi del nuovo curato di Lago, un giovine prete grasso e rubicondo, pieno di buon umore, di barzellette che non tutte piacevano, per buone ragioni di serietà e di decoro, a don Emanuele. La conversazione si aperse e si mantenne a lungo sui meriti di Sua Eccellenza don Tita la cui elezione a Vescovo era oramai conosciuta dal pubblico. Don Emanuele, che si teneva certo di essere il futuro segretario di S. E. e poi invece fu piantato in asso dalla furba Eccellenza che lo lusingava pur non vedendo l’ora di sbarazzarsene, fece con untuosa solennità il panegirico del nuovo Vescovo, da lui stimato, nel cuore, un dappoco, un Superiore da menare facilmente per il naso. Invece il proprio suo naso si trovava spesso in mano di S. E. Non lo lodò per le virtù che possedeva, per la purezza della vita, la solidità della fede, l’abbondanza delle elemosine, ma proprio per quelle che non possedeva, per la dottrina e l’eloquenza. La siora Bettina lo guardava con occhi tristi, inquieti, che dicevano: «vorrei parlarle». Don Emanuele credette leggervi un ritorno agli angustiati dubbi espressigli prima di entrare nella villa e non se ne curò.

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Il sior Momi, interrogata Lelia con uno sguardo umile, invitò gli ospiti a prendere il caffè sulla spianata davanti alla villa. La siora Bettina mandava sempre occhiate supplichevoli a don Emanuele. Seccato di tanta insistenza e sicuro di conoscerne la ragione, egli chiese a Lelia di poter adempiere un incarico affidatogli per lei da Sua Eccellenza. Le fece intendere che desiderava parlarle un poco in disparte. Non si allontanò però tanto da non poter essere udito dalla Fantuzzo mentre consegnava, con acconce parole, alla fanciulla, un rosario benedetto perchè lo tenesse nell’accostarsi, l’indomani mattina, ai Sacramenti. Lelia disse «grazie» e prese il rosario.

Spinta dallo stesso sior Momi, la conversazione volse alle monache di Castelletto. Il sior Momi, navigando con arte fra la figliuola Scilla e i preti Cariddi, si disse molto lieto che la sua Lelia andasse a visitarle. Il prete faceto, che stimava poco le monache e non conosceva queste, brontolò: «le sarà muneghe anca ele. Tute compagne!». Don Emanuele gli diede sulla voce. Il sior Momi approvò modestamente la censura, e, volto alla figliuola, tirò in campo, coll’usato laconismo cretino, l’antica parente tanto esaltata da Molesin. «La zia, ciò! La zia munega!» Il prete faceto, che sapeva qualche cosa dell’intimo sior Momi, si esclamò in cuore: «fiol de na pipa!», ma colle labbra sostenne che aveva inteso dire «tutte buone, tutte sante». Don Emanuele, che aveva udito egli pure dal dottor Molesin le lodi della «zia munega» felicitò il sior Momi per la memoria che ne serbava. «Vede» diss’egli «quale benedizione in una famiglia, la memoria di una tale parente! È come l’ala di un angelo distesa sopra i familiari!» Il sior Momi si compose il viso, sotto l’ala ideale, a modestia.

[p. 382 modifica] Don Emanuele non ritornò a Velo colla siora Bettina, preferì fare il giro di Lago col nuovo curato. Ma essa lo aspettò di piè fermo sulla porta della canonica col cuore grosso del discorso di Teresina. Lo versò, affannosa, sulla impassibile compunzione del cappellano e parve che ne fluisse via come acqua sul marmo.

«È tanto più necessario andare prima a Padova» diss’gli. «Poi si regoli. Se vedrà la ragazza volonterosa di andare a Castelletto, da Padova vada a Castelletto.»

Il dialogo fu interrotto e chiuso dal suono festoso delle campane che annunciavano il ritorno di Sua Eccellenza e chiamavano il popolo a incontrarlo alla stazione di Seghe.



IV.



Salita nella sua camera, Lelia scrisse una brevissima lettera a donna Fedele, la pose nella sua piccola borsa di rete d’argento. Aperse la valigia preparata la mattina coll’aiuto della cameriera, ne tolse i libri ascetici e le immagini sacre che chiuse in un cassetto della scrivania, vi pose una parte dei rododendri, il caro fascicolo di Schumann. Tratta una poltrona davanti all’armadio a specchio, vi si gittò a sedere si guardò nelle profondità scure del cristallo, male illuminate dalla lontana lampadina elettrica.

Un piccolo colpo all’uscio; Lelia scatta in piedi. È papà che domanda di entrare, apre l’uscio a mezzo, porge, allungando il collo, la testa.

«Bezzi? Te occorre bezzi? No, vero? Le hai quelle cinquecento lire?»

Ella fu per rispondere che ne aveva spese o perdute [p. 383 modifica]una parte, per chiedere altro denaro. Le ne corse nel sangue un brivido di ribrezzo. Una goccia del sangue paterno l’aveva nelle vene; due, no. Rispose che non le occorreva nulla. Il sior Momi ritirò il capo ma poi lo rificcò dentro, disse sottovoce:

«Non le porterai mica via tutte? Vuoi lasciarmene in custodia? Ben ben, no no no!» Vista la faccia della figliuola ripiegò nelle tenebre esteriori e, chiuso l’uscio, soffiò dal corridoio:

«Del resto ci vediamo, domani mattina!»

E per Lelia incominciò il silenzio. Si spogliò pian piano, palpitando, tremando. A un tratto, mezzo vestita, sentendosi mancare il respiro, sedette sul letto, abbandonò per un momento, a fiore della volontà, i suoi disegni segreti. Fu un attimo di debolezza, che, avvertito subito, la fece sobbalzare come un colpo di frusta. No no, nessuna viltà! Ell’andrebbe a lui come una schiava, come una cosa sua, senza pensare all’indomani, senza pensare ad altro che ad essere schiava e cosa da gittare o da prendere. Spogliatasi rapidamente, si coricò, spense la luce.

Febbrili fantasmi della immaginata fuga l’agitavano, la torturavano. Si trasse giù a due mani i rododendri che le pendevano sul guanciale, domandò loro i fantasmi dell’amore per cacciare gli altri. [p. 384 modifica]