Lettere d'una viaggiatrice/«Alla montagna debbo ritornare»/L'alta parrocchia

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
L'alta parrocchia

../Come si vive ../L'orrido di Busserailles IncludiIntestazione 28 dicembre 2018 100% Da definire

«Alla montagna debbo ritornare» - Come si vive «Alla montagna debbo ritornare» - L'orrido di Busserailles
[p. 385 modifica]

L’ALTA PARROCCHIA

[p. 386 modifica] [p. 387 modifica]

Ayas, luglio...


Sparve la dolce valle di Gressoney, seducente di fresca lietezza, nella bionda luce del sole, seducente di glaciale tristezza, nelle fredde brume: resta come ricordo d’intima poesia, nella memoria, che di essa si piacerà più tardi, evocandola nelle scialbe e monotone giornate cittadine. Questa che da Verrès si innalza alla montagna, lungo il corso del fragoroso, del tumultuoso Evanson, è la valle di Challant. E a che domandare a sè stessi, per narrarlo in queste fuggevolissime impressioni, come si è qui venuti?..

Colui che è stato segretamente morso al cuore dall’appassionata e ostinata curiosità del vedere [p. 388 modifica]che è la montagna, in tutte le sue umili e superbe forme, non può dirvi quante volte egli salga e scenda dalla ferrovia, dalla carrozza, dal muletto o dal cavallo, non può dirvi, quante strade a piedi egli ha fatto, salendo o scendendo. Nella sua vibrante fantasia tutto ciò è così confuso e originalmente confuso, è così affannoso e anche così vittoriosamente affannoso, che, dopo essere apparso, come una visione affascinante e imprecisa, si evapora, in un gran sogno. La carrozza sale la valle di Challant, ecco tutto. Il bel nome che la poesia e l’arte hanno impresso nelle menti di quanti amano le antiche storie, tenere o brutali, il bel nome che risponde a non so quale interiore simpatia del Medio Evo, il nome è dato a una plaga meravigliosa di bellezza alpina: la bellezza dei grandi boschi, tutti sfrusciami al più lieve soffio di vento, che venga dalle bianche cime, dei grandi boschi odoranti di verde e che proteggono le piccole croci e le cappelline sparse sui ciglioni della strada. Ah! Gressoney è dolce, ma Challant, pur conservando una bellezza serena, non turbata da rocce e da [p. 389 modifica]burroni, ha una ampiezza di linee, una nobiltà di linee, una solennità di linee, che vi immerge in un silenzio lungo di contemplazione e di ammirazione.

La valle di Challant, maestosa e silente, non è forse anche quella dei castelli mediovali, che, sparsi in tutta la valle di Aosta, sono, qui, più belli, più saldi, più fantastici? Laggiù, prima di partire, nelle praterie, intorno a Verrès, noi abbiamo lasciato il {{w:Castello di Issogne|castello d’Issogne]]; più innanzi, salendo un poco nella valle, il castello di Verrès; a metà strada, dove già s’incomincia a vedere Brusson, sotto la bianca montagna che porta il nome di Becca di Torche, ecco il w:Castello di Grainescastello di Graines. Issogne deve la risurrezione al talento e all’amore di un pittore di gran talento; la rocca di Verrès sembra che ancora stenda i neri speroni delle sue fortificazioni, per garentire la città, sulle rive della Dora Baltea: il castello di Graines è così solingo, nell’alta valle, è così lontano, così battuto dagli aquiloni d’inverno e con l’eterno spettacolo delle nevi alpine, innanzi alle sue negre torri cadenti!... [p. 390 modifica]


Ma la meta del viaggio, su per la grandiosa e . superba valle di Challant, non è uno di quei bruni nidi di guerrieri e di dame: la meta è w:AyasAyas, lassù, lassù, dopo la graziosa stazione alpina di Brusson, dopo la traversata del colle di Joux, fatta da chi ha buone gambe e che non soffra di vertigini. Così bello questo colle... ha il suo sentiero stretto, senza riparo, ha da una parte un torrente e dall’altra un precipizio, dalla parete a picco; un immenso precipizio che i valligiani vi consigliano di non guardare. Anzi, semplicemente, vi consigliano di buttarvi nel torrente, se la gran manìa di gittarsi giù, che è il delirio della vertigine, vi sconvolga la mente e i nervi. Meglio il torrente che il precipizio... Quanto dura il sentiero? Chi lo sa... Per chi si fa prendere dal panico, è eterno. Chi vince il panico, ha già un buon punto, come alpinista: chi non lo soffre ed è un [p. 391 modifica]alpinista, può, senz’altro, salire sulla Dufourspitze, che pare sia la cima più alta e più perigliosa del Monte Rosa. Quando già tutto il cielo si tinge di un delicato grigio, dove delle sfumature di rosa fine, di verde quasi impercettibile e di lilla smorto, formano il quadro meraviglioso del tramonto alpino, Ayas appare a mezza costa, sovra una verde pendenza di prati irrigati, di rigagnoletti d’acqua. Ayas, Ayas.... Così, seduta fra il verde, dominante tutta la valle dell’Evanson e dominata da cinque o sei cime glaciali, fra cui il Breithorn, guardando la vallata, tutta già presa dalle prime ombre della sera, mentre ogni tinta alpina si addolcisce, per poi diventare freddissima, Ayas ha l’aspetto così pittoresco, cos eminentemente pittoresco, che voi dimenticate la lunga fatica della strada.

Questo, questo è il segreto delle escursioni alpine. La strada è bella, ma è lunga nel primo tratto che si fa in carrozza; è quasi sempre scabra e anche lunga, nel secondo tratto; e se il mulo è un obbediente e cauto animale, se non mette piede in fallo, vuol sempre [p. 392 modifica]camininare sull’orlo estremo della via: è la sua idea, quella, egli sfida l’abisso, ma lo ama; e spesso, è sotto il sole che brucia, che voi salite a piedi, per queste viottole tutte pietre, e sono, infine, otto o dieci ore che avete impiegato, per arrivare alla meta. Ma ecco la meta, ecco Ayas grigiastra coi suoi bruni tetti, piccola, dall’alto campanile ancora scintillante d’oro, regnante sulla valle, ecco lo scopo ideale e pittoresco della vostra fatica. E, nell’incanto della visione, quietamente la fatica sparisce dalle vostre gambe, così, come per un potere magico. Il potere magico è in questo piacere degli occhi e della immaginazione; è in questo contatto, lungo e solitario, con paesaggi mai visti, nuovi, o diversi; è in queste dimore altissime, lontane dagli uomini sempre visti e dalle case sempre abitate; è in questo senso di pace grandiosa, che solo qui, solo qui, vi conquide e vi cheta. [p. 393 modifica]


Perchè, infine, Ayas non è che una delle più alte parrocchie del regno. Esistono alberghi più alti; esistono capanne di rifugio altissime: ma a mille ottocento metri, Ayas, nelle albe domenicali, chiama i valligiani alla messa, e salgono, a frotte, per l’erta, le contadine delle alpi, dalle sonore e crocchianti scarpe di legno, dal nero cappello rotondo. Non ha neppure un albergo, Ayas Ha una bizzarra osteria de l’Ours, dove un bizzarro oste, il Rolandino, gran lettore di giornali e di libri, vi dà delle uova, del burro, del salame, del miele, il più frugale e il più saporito cibo alpino. Già scendeva la sera intorno alla terrazzina, dove il bizzarro e simpatico oste girava, con la sua gran barba nera, portando da mangiare, e la candela dava strane luci, con la fiammella sottile piegantesi al vento della montagna: qualche ombra discendeva la viottola [p. 394 modifica]principale di Ayas, conducente alla chiesa e al presbiterio. E là che si dorme, in casa del curato, in Ayas, come nei vecchi romanzi che tanto ci piacquero, nell’infanzia, e di cui ora, ahimè, così crudelmente ridiamo...

Ayas non ha albergo, poiché sono rari i viaggiatori, ma il curato ha una grande casa, e ha cinque o sei stanze, a disposizione di coloro che volessero dormire, nell’alta parrocchia. Così, guidati da un fioco lume, come nei vecchi romanzi, chi ci avrebbe detto, che ne saremmo stati gli eroi, noi consunte creature modernissime?... Siamo ascesi per una stradetta, incespicando, non vedendo dove andavamo; la serva del parroco ci ha accolti taciturnamente, ma sorridendo, sulla porta del vano oscuro. Non vi era il parroco; vi era il vice-parroco, un giovinetto dal volto esangue e dai capelli biondissimi. Egli ci ha salutati, dandoci il benvenuto, ed è sparito. Eravamo in una grande sala, dove appena distinguevamo un largo tavolino, nel mezzo. Profondo silenzio. Poi ognuno ha cercato, guidato da una vacillante candela, la stanza dell’ospitalità, che il buon parroco ci [p. 395 modifica]offriva: o fantastico giro, di notte, in una casa ignota, in un paese ignoto, in un ambiente sacerdotale, dove niuno osava parlare ... Fantastica contemplazione di queste stanzette pulite e non senza eleganza, ma che, nella notte e nell’ignoto, assumevano un aspetto di segreto sgomento e di non ispiacevole sgomento, infine, poiché chi non ha invocato un fantasma alpino, in quella notte? L’ombra del vecchio prete, fondatore della casa di ospitalità, l’ombra di qualche donna, morta senza poter narrare la sua pena, l’ombra... un’ombra qualunque... E, a un tratto, mentre ognuno si apprestava alla notte dei molto antichi romanzi, rivissuti mirabilmente in Ayas, poco lontano, un suono grave e dolce ci ha richiamati nel salone. Vi era un harmonium, oltre il tavolino, in questo salone: forse il più alto, il più lontano harmonium... Qualcuno lo aveva scoperto e ne traeva gli accordi mistici più intonati alla gran notte alpina, dove, così presso a noi, scintillavano le stelle. Musica ignota, ma così grave e solenne, come la bianca cima fredda e sinistra nelle ombre notturne, ma così tenera ed [p. 396 modifica]emozionante, in quella immensa solitudine, in quella casa sconosciuta, dove ognuno ha potuta desiderare il grande e soave terrore, l’apparizione di un’ombra amata ...