Lettere d'una viaggiatrice/«Alla montagna debbo ritornare»/Come si vive

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Come si vive

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COME SI VIVE

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Saint-Jean de Gressoney, luglio...


S’inganna chi crede Gressoney un ritrovo estivo mondano di belle signore, elegantissime nei loro molli e lievi vestiti di seta, finemente giapponesi nella forma, nei candidi vestiti di aeree battiste, coi grandi cappelli piumati, bizzarramente incurvati sulla pettinatura ondulata, irreprensibile, con le leggiere scarpette di capretto nero: s’inganna chi lo crede un ritrovo di giovanotti e di uomini maturi elegantissimi, che sfoggiano alla mattina i più fantastici tout-de-même dai colori tenuissimi o assolutamente bianchi, e che, alla sera, nel pranzo, indossino lo smocking. Qui fa freddo, fa freddo sul serio, come nella fine di autunno, nei paesi [p. 376 modifica]meridionali. Che sete morbide e che battiste evanescenti! La più elegante signora, qui, non può che vestirsi di lana grigia o di lana nera; e tutta la sua eleganza si manifesta in qualche gran mantello col cappuccio, o in qualche mantelletto con cappuccio, vera risorsa alpina contro il freddo e contro il vento che, quando spira di laggiù, da Aosta verso il Monte Rosa, è un vero turbine: qui spariscono i delicati, i deliziosi cappellini, e gli affascinanti, i seducenti cappelloni: un velo stretto sulla testa e attorno al collo: o un fazzoletto di seta, messo alla moda gressonese: o semplicemente il cappuccio sollevato sui capelli. Non parliamo di piccoli strascichi, ai vestiti: sarebbero una sventura nazionale, e, in quanto alle scarpette gentili, con esse non si farebbe un passo, non dico sulle montagne, ma semplicemente nella valle di Gressoney. Dove sono prati — prati smaglianti di fiori — l’erba è sempre bagnata: ogni più comodo sentiero è pietroso; quando piove, il fango è profondo; e se solamente il ghiacciaio richiede le scarpe chiodate, per camminarvi sopra, qui ci vogliono buone scarpe dalle [p. 377 modifica]suole resistenti. Cosi le antiche clienti della valle, quelle che ci vengono da anni, come la Regina Margherita, adottan subito il costume gressonese. che si son fatto fare da un bizzarro sarto locale, il Doucet, delle gonnelle rosse e dei giubbetti neri. Per gli uomini ci vogliono dei vestiti pesanti, dei grossi mantelli, dei cappelli di feltro, morbidi, le scarpe grevi e i calzettoni. Ah... la montagna è rude, la montagna è semplice, è forte, la montagna è austera: essa respinge tutte le leziosità graziose e squisite della pianura, essa respinge tutti coloro che vogliono passare l’estate come l’inverno, divertendosi al chiarore delle lampade elettriche, ballando, cenando, giuocando. L’alito della montagna è gelido: le sue vie sono scabre ed ella non dà il suo cuore che agi’ innamorati dal cuore schietto, rude, dai costumi semplici e dalle membra robuste: e chi sia debole o indebolito dalla vita cittadina, chi abbia ammalati i nervi, o inferma l’anima, chi porti in sé l’influenza corrompitrice delle città, deve, prima di salire quassù, fare come una purificazione morale, rinunziare a quello che [p. 378 modifica]egli fu, a quello che gli piacque, farsi semplice, farsi umile, e chiedere a Dio uno spirito, degno di vivere nelle altitudini e di amarle...


E come potrebbe esser mondano, questo poetico, leggiadro e piccolo Gressoney?.. Esso non conta, normalmente, più di novecento abitanti.

Fra il grazioso, ma piccolo albergo Delapierre, fra il meno grazioso ma anche piccolo albergo del Monte Rosa, è impossibile che vi si alloggino più di sessanta villeggianti: a mille anime Gressoney non arriva mai. La colonia più importante, quella del Delapierre, varia da venticinque a trentacinque persone questo è tutto. L’accesso, se non difficile, è lungo: quattro ore di mulo, da {{w:Issime|Issime]], qui sgomentano, dopo tre ore di carrozza da {{w:Pont-Saint-Martin (Italia)|PontSaint Martin]] a Issime, dopo tre ore di ferrovia da Torino a Pont-Saint Martin. La gente [p. 379 modifica]che ama i suoi grandi comodi, le ampie strade, gli alberghi all’uso inglese o svizzero, i saloni di lettura forniti di tutti i giornali del mondo, non vi capita, a Gressoney. Vengono quassù solamente i ricercatori di salute e di pace. Portano molti libri, molta carta da scrivere, e sovra tutto un desiderio di dormire molto, andando a letto prestissimo, tornando a casa cariche le braccia di fiori alpini, stanchi, igienicamente stanchi, trovando saporito il pranzo e delizioso il letto. Alla mattina si formano piccole comitive, per queste passeggiate; o sono coppie taciturne e serene; o esseri solitari; e, dalle sette alle otto, comitive, coppie, anime solinge, spariscono per le viottole, si allontanano su per le balze, scendendo, salendo; talvolta le comitive s’incontrano; ma l’albergo è vuoto, non un passo si ode sulle sonore scalette di legno. Ritornano, tutti, a casa alle undici: si vedono riapparire, di qua, di là, le signore con le gonne rosse e il fazzoletto di seta, gli uomini avvolti nei mantelli o chiusi nei soprabiti. Dopo colazione, un po’ di conversazione sul prato, innanzi alla casa poi, su, nelle piccole stanze, a far la [p. 380 modifica]rispondenza, o a dormire. Alcuni più accaniti a camminare escono di nuovo, nel pomeriggio e sono alle sei, in casa, pel pranzo: dopo, qualche chiacchiera, una sigaretta fumata e per chi ha dormito, nel pomeriggio, una passeggiatina intorno al villaggio, nelle prime ombre della notte.’ A casa... aspettano i buoni libri, fedeli amici, preziosi amici, nella montagna; aspettano per gli uomini i due sani liquori, il {{w:Genepì|Genepy}} e l’Iva, e, sovra tutto, aspettano le gambe stanche, i buoni letti fragranti degli odori alpini. Una nuova occhiata ai pochi giornali scambiati fra i villeggianti, ancora una lettura di qualche lettera, giunta di lontano; poi, lentamente, intorno, ogni rumore tace, tutti dormono. La montagna non dà nevrotiche insonnie, non dà esaltazioni tormentose, essa dà ai suoi innamorati il gran sonno pacifico della stanchezza sana... [p. 381 modifica]


Credete voi che questa esistenza, lontana da tutte le più lusinghiere e attraenti rafinatezze cittadine, sia solamente grossolana nelle sue marce forzate, nel suo ritorno ai costumi primitivi, nel suo silenzio?... No: essa contiene tutto un segreto fascino; il più semplice amante della montagna vi dirà che non si tratta solo di camminare molto, di mangiare sanamente e di dormire assai. No. Colui che è abituato alle grandi vie popolose della città, non può non sentire la poesia di questi sentieri deserti, ignoti, per cui, insieme alla persona, si slancia anche lo spirito: la poesia di queste acque cadenti, su per i macigni, e dove si riflettono nella limpidezza le nuvole del cielo: la poesia di queste cime brulle e nere, oltre le quali si elevano le cime glaciali, le cime delle nevi eterne; la poesia di questa flora alpina, delizia umile degli occhi e della fantasia. [p. 382 modifica]Al vento che scende quasi roteando, ondeggiano sui prati le più belle, le più larghe margherite che io abbia mai viste e la campanula color lilla apre i suoi mille calici delicati. Ai greppi si arrampica la rosa, la piccola rosa delle Alpi, tutta pallida e tutta fredda, e la nigritilla suavis odora teneramente. Essa è la vainiglia delle Alpi, la nigritilla suavis, dal dolce nome, così gentile nel suo bruno colore. Se bene cercate, voi troverete, ora, fra le erbe, sulle rupi, ancora le picciole e saporose fragole di montagna; voi troverete, ora. nei prati di trifogli, se cercate avidamente, il fatale trifoglio a quattro foglie, quello che dovrà portare la fortuna a voi e a chi lo donate. Ah! grande, quieta, mite e pur profonda poesia di un ambiente, dove tutto è naturale e dove lo spirito, nel riposo e nella solitudine, riprende la sua libertà... Quando una settimana abbia trasformato il vostro essere, voi acquistate la sensibilità a tutte le poesie della montagna, voi sentite le tristezze della giornata di nebbia scendente dalle cime sui prati; e il gran rombo del vento notturno, che si precipita dalle Alpi [p. 383 modifica]nella valle; e le lunghe malinconie della silenziosa pioggia; e i luminosi chiarori delle belle mattinate bionde; e al lume della luna, il fantomatico aspetto delle rupi e dei monti. Allora, in questa crescente squisitezza, tutto vi fa una tenera e lieta, o una tenera e triste sensazione. E allora, al passaggio di una fila di viaggiatori a piedi o a cavallo, che vanno, vanno sulla via maestra, dirigendosi al colle di Olen; al grave passo notturno degli alpinisti che vengono a dormire e che ripartiranno il mattino, senza che li abbiate visti; ai canti del tramonto, quando la falciatura del fieno è finita; al trillo di un uccelletto, il vostro pensiero va, la vostra fantasia sogna un lungo sogno bizzarro. L’altra sera, nel gran silenzio, un suono di pianoforte veniva di lontano, ma così chiaro e suggestivo; mani ignote, mani leggiadre femminili sonavano il duetto di amore di {{w:Lohengrin (opera)|Lohengrin]] e di Elsa. Una calma immensa nella valle e un nitido cielo stellato. Forse, colei che suonava, sentiva la suggestione del silenzio, poiché, sul povero e scordato pianoforte, la sua musica aveva un’armonia ineffabile. Poi suonò l’addio [p. 384 modifica]di Lohengrin, quel triste addio rassegnato, fatale, serenamente rassegnato; e poi, null’altro. Null’altro venne a turbare il silenzio della notte. E solo, nel fondo, vegliava la bianca alpe terribile.