Lettere d'una viaggiatrice/«Alla montagna debbo ritornare»/La terza strofe

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La terza strofe

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LA TERZA STROFE

[p. 350 modifica] [p. 351 modifica] In un mattino piovoso di novembre, Wilhelm Meister ode la voce fresca e dolente di Mignon cantare, nella via, una sua bizzarra nenia, ove freme una ingenua e tenera nostalgia: la piccola danzatrice dei quadrivii entra nella camera dello studente, tutta lacera, tremante di freddo, portando nelle manine illividite un mazzolino di fiori selvaggi: e scuotendo la testolina dai capelli arruffati, ella canticchia, ancora, come in un sogno, i suoi versetti, strani, sovra una musica di tristezza. Vi rammentate la canzone di Mignon, come Wolfang Goethe la scrisse? Vi rammentate bene? La prima strofe, la strofe fatidica, parla di un paese ove fiorisce l’arancio, di quel paese pieno di sole biondo, dall’aria inebbriante, che è la [p. 352 modifica]nostra diletta, insuperabile plaga meridionale. La seconda strofe, è già diversa dalla prima: essa parla di un lago incantato, ove corrono mille schifi leggieri, parla di un magnifico edifizio ove persino le bianche statue tendono le braccia, in atto di pietà, in atto di amore, alla povera orfanella e le domandano che mai le abbiano fatto, i cattivi che la rapirono, povera Sperata: ed è già un’altra regione d’Italia, la soavissima e sontuosa regione dei bei laghi di argento, quella cui vibra il rimpianto, nella canzone di Mignon! Ma, veramente, ricordate voi la terza strofe della dolce e malinconica nenia, la terza strofe che così pochi hanno letta, fermandosi alle due prime, le più celebri, la terza strofe, che così pochi ricordano? Essa dice: Conosci tu il sentiero della montagna? La mula vi ascende con lentezza, scuotendo la sua campanella argentina: e gli antichi draghi, lassù, custodiscono gelosamente i tesori della terra! E se mai l’amore delle altitudini purissime vibrò nostalgicamente, in fondo al vostro cuore assetato di solitudine, come nella terza strofe della canzone di Mignon; [p. 353 modifica]se mai aspiraste invano, da anni, e sempre invano, a una liberazione completa e profonda dei sensi e dello spirito, e la realizzaste poco o giammai; se mai voi sentiste il desiderio urgente, invincibile della fuga, della disparizione, della elevazione alle cime supreme, lontane dagli uomini, vicine al Cielo, vicine a Dio che le dette a noi, per consolazione del corpo e dell’anima; se mai soffriste di questo male segreto che è l’amore della montagna, voi, leggendo la parola di Mignon, la terza domanda, più poetica, più nobile, più austera e più misteriosa, proverete il gusto delle lacrime pungervi gli occhi e amareggiarvi le labbra. Conosci tu il sentiero della montagna? Così canta Mignon: e la sua voce si smorza in un sospiro, in un singulto. Così voi, se mai poteste rompere i legami che vi avvincono alla città calda, opprimente, male odorante, piena di facce scialbe e di visi nemici che vi dan l’odio della umanità: così voi, se per una sola volta poteste svincolarvi e godere un bene schietto e semplice. Misteriosamente s’inchina, Mignon e chiede a Wilhelm Meister: Conosci tu il sentiero della montagna? [p. 354 modifica]Egli la guarda, sorpreso: non risponde: non sa. Ella si tace: a occhi bassi, sogna.


Come tutte le passioni ideali, l’amore della montagna è pieno di difficoltà: per appagarlo, quanti sforzi morali e materiali! Spezzare, volontariamente, le consuetudini di un anno, di anni, e alcune di esse molto care, e alcune di esse fatte sacre dal tempo; dividersi da ogni persona e da ogni cosa, totalmente, per mettersi nello stato di grazia particolare a una comunione perfetta con le altezze agognate; fare della propria nostalgia, della propria aspirazione, tutta la vita interiore: e crearvi, fuori, tutta una novella vita, assolutamente diversa dall’altra, fin allora vissuta. Ah che le montagne sono molto lontane e molto alte! Bisogna divorare chilometri e chilometri di ferrovia, in estate, in vagoni carichi di viaggiatori, in sleeping-cars, ove si soffoca di caldo, alla mattina. [p. 355 modifica]mentre si è avuto freddo la notte; bisogna trascinarsi dietro un carico di bauli e di valige, come per un viaggio di esplorazione, in paesi deserti; bisogna passare per grandi città e per paeselli, là fermarsi, qui passare avanti, seguire un itinerario minuzioso e non scevro d’intoppi. Esse sono così lontane e così alte, le montagne, bisogno del nostro sangue smorto, dei nostri nervi frizzanti, dei nostri muscoli torpidi: e per raggiungerle, bisogna bruciarsi il sangue, tendere i nervi, chiedere uno sforzo ai muscoli: alte, alte, lontane, lontane! Quando l’ultimo treno ferroviario vi ha deposto ai loro piedi, o, al più, alle loro prime falde, in un piccolo paese già fresco, già pieno di soffii alpestri, vi tocca aspettare qualche ora, colà, in un mondo d’iniziazione che, ancora, non vi seduce: e, più tardi, per lunghe ore monotone, una carrozza vi deve trasportare, in su, in su, per vie singolari, fra contrafforti di rocce, ora brulle, ora coperte di verdura; lungo i torrenti ora raramente attraversati da un filo d’acqua, ora spumanti sul greto, lungo il corso bizzarro di un fiume, ora largo e imponente, ora sottile [p. 356 modifica]e limpido come un ruscello, ora bianco di spuma, sui macigni, come le nevi da cui scende; a traverso paeselli di montagna, oscuri, stretti, tristi, dalle case metà di legno, metà di ciottoli, a traverso paesaggi sconosciuti. L’iniziazione è lenta; l’ora è lunga; e il corpo affaticato, l’anima annoiata vi fan diventare un essere infastidito, snervato, gittato in fondo a una carrozza, senza più occhi per vedere, senza più orecchi per udire. Talvolta, bisogna lasciare la carrozza e salire a piedi o a cavallo, ancora, per una lunga tappa, ancora per un pomeriggio, finché la notte, quasi, vi sorprenda nell’alta vallata e finisca per condurvi, nella sera, stanco, sfinito, sovra il letto ospitale, nella cameretta semplice, di cui nulla notate, esausto!


Ma la primissima ora mattinale, vi dice la sua parola di risurrezione e di vita. Essa vi mostra, nell’orizzonte terso, visibili, quasi [p. 357 modifica]tangibili ai vostri occhi mortali, le nevi eterne, biancheggianti fantasticamente nell’alba, le nevi che migliaia di uomini prima di voi contemplarono con stupore ed ammirazione, che migliaia di uomini contempleranno, dopo di voi e che niuno vide o vedrà mai liquefatte: essa vi mostra le altissime, audacissime punte che sembra un sogno di mente inferma poter raggiungere e che, pure, esseri umani, pieni di valore, pieni di coraggio, sfidanti la morte, toccarono; essa vi mostra, intorno a voi, le vaste praterie, tutte molli di rugiada, tutte cosparse di fiori alpini, dai colori deliziosi, dai profumi freschi e silvestri, le vaste praterie ove s’immergeranno i vostri passi nelle peregrinazioni poetiche e donde le vostre mani porteranno via i fasci di fiori, che renderanno fragrante la vostra cameretta; essa vi mostra, poco lontani da voi, degni delle vostre gite, i boschi chiaramente verdi dei larici eleganti, i boschi oscuramente verdi degli abeti severi: e strappati ad essi vi arrivano gli aromi vegetali che ristoreranno i vostri polmoni e il vostro cervello. O primissima ora mattinale, [p. 358 modifica]nella montagna, che sei la risurrezione e la vita, nell’aria non fresca, ma fredda, fra i primi cinguettii degli uccellini, fra le prime strida dei piccioli grilli, fra il ronzìo ancora sottile dei mosconi che diventerà grave, nell’ora più calda meridiana! L’aria ha tale una finezza, tale una leggerezza, essa è così deliziosa, che non solo voi la respirate profondamente, sino ad ineb briarvene, ma la sentite penetrare in voi, nel cuore, nel cuore, per rinfrescarlo, per sollevarlo, per guarirlo, per dargli l’energia e per dargli la forza. E andate, andate, nei prati ove le genziane ammiccano con le loro delicate tinte violette, ove ride la vainiglia delle Alpi, ove il timo esala fragranze delicate, ove il fieno è stato pur adesso tagliato, lasciandovi i suoi odori vivificanti: andate, sotto i boschi, per l’alto sentiero che vi conduce sempre in su, sempre; guardate l’alta volta del cielo, fra i rami, guardate ogni apertura, i ghiacciai candidissimi sotto il sole e andate, ancora, in su! Siete voi o è un altro, colui che sale? Chi vi fece così più giovane, così più lieto, così più lieve, come se vi spuntassero le ali, per [p. 359 modifica]volare? Chi vi diede questo corpo nuovo, saldo, vibrante di movimento, desioso di ascendere ancora, di mescolarsi all’erba, di abbracciarsi ai vecchi tronchi, di superare ogni inciampo, ogni difficoltà di pietra, di roccia? Chi vi diede questo spirito ilare, oblioso, bonario, semplice, infantile, oblioso, sovra tutto, oblioso? Ricordate la terza strofe, nella canzone di Mignon ? Gli antichi draghi, lassù, conservano gelosamente il tesoro della terra... ed ecco, il tesoro appartiene a chi seguì il sentiero della montagna, a chi si elevò, stanco, ma trionfante, sulla cima. Ed è il tesoro della salute, la salute dello spirito e del corpo. [p. 360 modifica]