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Meditazioni sull'Italia/Seconda parte/Febbraio I

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FEBBRAIO

I

Del romanzo e della coscienza morale


     Il bisogno di creare invade gli uomini con le passioni. E quale passione ha un valore universale come quella della giustizia che è insomma il vero profondo substrato di ogni passione?

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Del romanzo e della coscienza morale


1 Febbraio

Ci sono dei paesi che hanno una splendida letteratura romanzesca e dei paesi che ne mancano. Di questo si è accorto chiunque si sia occupato un momento di materie letterarie; dico letteratura romanzesca e non già letteratura, perchè l’efflorescenza dei romanzi può mancare in un paese che è letterariamente grande per altro verso, poniamo per la lirica.

Questo fatto per sè pone un problema.

Se si vedono dei popoli che durante tutta la loro storia non hanno dato romanzi e dei popoli che ne hanno dati sempre (e per romanzo non intendo semplicemente quel genere letterario che è stato inventato più che altro dall’Ottocento, ma qualsiasi scritto narrativo in cui dei personaggi fantastici si muovono in un ambiente) vuol dire che il romanzo ha bisogno di una certa atmosfera per fiorire.

Che cos’è più precisamente questa atmosfera? Che terra, che acqua, che aria chiede, per allegare, [p. 88 modifica] questo albero letterario? Credo che il romanzo può fiorire solo tra i popoli che abbiano un profondo sentimento della giustizia appunto perchè il romanzo è la «creazione della coscienza morale».

2 Febbraio

Questa osservazione, frutto del più semplice buon senso, potrà meravigliare forse quegli esteti moderni che si sono avvezzati a non vedere più nell’arte che il problema della forma. Ma noi, che non siamo esteti e che discorriamo ora con un pubblico che legge semplicemente i romanzi e ne dà un giudizio emotivo, cercheremo, anche ragionando, di rimanere umani.

Che cos’è dunque, di che materia è fatto un romanzo?

Seguiamo, per esempio, la letteratura francese dalla fine del Settecento, in cui Rousseau e Voltaire inaugurarono la guerra al vecchio regime; dal principio dell’Ottocento in cui Balzac ricostruiva grandiosamente la storia della società francese; dal momento dei suoi grandi capovolgimenti, in cui Musset scriveva «Les confessions d’un enfant du siècle» e Victor Hugo «Les Misérables»; fino a Flaubert che faceva nel «L’éducation sentimentale» la critica sentimentale, e in «Bouvard et Pécuchet» la critica culturale della sua generazione; a Zola che con gli aspri «Rougon-Maquart» riempiva d’echi l’universo, a Anatole France, che in ogni libro rifaceva la storia di quel grandioso e tempestoso [p. 89 modifica] processo Dreyfus, in cui si erano gloriosamente impegnati tutti gli intellettuali; a Barrès che scriveva «Les Déracinés», quadro sociale e politico della Francia dopo il 70. Da tutti i punti di vista, incrociati come le striscie luminose di riflettori vaganti nella notte, questi romanzieri illuminano, criticano, attaccano, difendono, in un grande e fruttuoso tumulto, la vita sociale, politica, sentimentale, filosofica della Francia: vivono, crescono con il paese; partecipano, uomini come gli altri, alle sue lotte politiche, mettono la penna al servizio delle grandi idee morali e sociali, che si rinnovano nel corso della sua storia. Non tralasciano, per questo, l’esame psicologico, lo studio dei drammi privati e delle passioni individuali, ma li immergono nella grande tragedia del tempo. Anche un romanziere rigorosamente psicologico, come Maupassant, ha scritto i suoi capolavori, quand’era in balia di una passione nazionale; l’odio dei prussiani, passione concreta, sanguinante, che nessuno potrà coronare d’alloro, perchè non si pasce di ritmi.

6 Febbraio

La creazione, infatti, è quasi sempre il distendersi di una molla compressa: il bisogno di creare invade gli uomini con le passioni. E quale passione ha un valore universale come quella della giustizia, che è, insomma, il vero, profondo substrato di ogni passione politica?

A cominciare da Tacito — più romanziere che [p. 90 modifica] storico — che scriveva per vendicarsi, finiti i tempi solenni e terribili della tirannia, del dolore che aveva sofferto dirnanzi allo spettacolo del suo paese, fino a Gogol e a Cecov che animò la visione di una Russia moribonda nella sua sterile immensità — quasi tutti i più grandi romanzieri hanno sofferto del male che affliggeva il loro tempo e il loro paese, e i loro scritti non sono che una rivolta della coscienza, espressa in uno stile splendente.

Che altro sentimento può animare un romanziere all’infuori del sentimento morale? Noi vediamo che dalla pura osservazione possono uscire, talvolta, dei gioielli, ma non mai una vasta opera, nè una grande letteratura; perchè il sentimento morale genera e regola le passioni dell’uomo, e ne misura la tragedia, e un romanziere deve essere, prima di tutto, un uomo.

La legge morale che offriva a Kant uno spettacolo grandioso come quello del cielo stellato è in verità l’architrave della vita umana. L’uomo soffre per la prima volta di una sofferenza pura di ogni interesse, quando vede calpestato in sè il senso della giustizia. Al di fuori del sentimento morale, che cosa può rivelargli la natura profonda del dolore, se non la mera disavventura fisica? Perchè, anche nel dolore sentimentale c’è uno scheletro morale e quando soffriamo di amore, sottintendiamo continuamente, forse errando, un principio di giustizia violato.

Uno scrittore che giudica del mondo senza avere [p. 91 modifica] il sentimento morale è come un pittore che giudichi dei colori senza avere gli occhi; e quando un romanziere rinunzia a essere un uomo, o, come si dice più decorosamente « si ritira nella sua torre d’avorio » non potrà fare più che delle preziose e inutili professioni di stile. Si può scrivere un romanzo mossi, come Gide, da un sentimento polemico di immoralità, non mai dall’indifferenza al giusto e all’ingiusto, al bene e al male.

Nessun romanzo può durare, essere inteso dagli uomini di tutti i tempi e paesi, se non è ispirato da un sentimento morale; perchè su questo sentimento soltanto si accordano e riconoscono gli uomini di una stessa civiltà. Possiamo già dire, d’altra parte, che nessun romanziere saprà dipingere gli uomini, in modo da appassionare tutti gli uomini, se non lo anima la più universale delle sofferenze: quella ispirata dal sentimento della giustizia ferito.

15 Febbraio

Una riprova dell’importanza della coscienza morale per la vitalità di una letteratura romanzesca si può avere confrontando gli scritti di Proust con quelli di Sant’Agostino.

Da quando fu scritta l’opera di Marcel Proust, si può pensare che tutta la letteratura a venire si dirà proustiana, perchè essendosi Proust preso una specie di privilegio di analizzare e mettere in luce certe zone di sentimenti, nell’uomo profondi e profondamente nascosti — e avendoli messi in circolazione [p. 92 modifica] — tutti quelli che riprenderanno, in altri campi, analisi simili saranno chiamati proustiani.

Né ciò basta: illuminati retrospettivamente dall’invadente opera moderna ci appariranno proustiani anche gli antichi. E quello che mi balza in mente leggendo S. Agostino, che mi è parso il primo proustiano della letteratura europea, quello forse che ha portato il Proustismo al suo più alto grado di perfezione e di utilizzazione.

Se si domandasse a un cinese, che avesse lette « Le confessioni » e « A la recherche du temps perdu » l’uno dopo l’altro senza conoscere la storia della nostra civiltà letteraria, chi gli sembrerebbe posteriore, il cinese risponderebbe a rigore S. Agostino.

Quell’analisi sottile infatti, che in Proust è solamente una montagna di materiale radunata a fondo perduto, che aspetta ancora dall’autore una forma, si ritrova in S. Agostino armoniosamente composta e sfruttata; quell’analisi sottile che in Proust si stende dappertutto ad esaminare ugualmente dei sentimenti di grande, di media, di minima importanza — come si costuma nell’infanzia dell’arte — si ritrova in S. Agostino posta a servizio di punti importanti essenziali dell’animo umano. E appunto per questa sua temperanza e castità d’effetti, quando S. Agostino l’usa è più forte.

La bellezza di Proust è, in fondo, più popolare. Perchè invece di essere saggiamente misurata e [p. 93 modifica] distribuita, si spande, con generosa ma anche con giovanile spensieratezza, su tutto; e appunto per questa sua equanime universalità, che impedisce ogni scelta giudiziosa, è di quelle che si scoprono al primo sguardo, che ti vengono incontro con troppa facilità e impudicamente si affermano.

« A la recherche du temps perdu » è il meraviglioso gioco di un equilibrista che balla sopra un filo; quando hai deciso, e nessuno può negarlo, che quel gioco è difficilissimo, e che l’equilibrista è molto bravo, devi ripetere questo giudizio fino che il giocoliere balla, senza trovare altro da dire.

Non è così facile capire la bellezza delle « Confessioni » perchè tutti i misteriosi segreti di prospettive e di equilibrii che formano una grande architettura si rivelano, dopo lungo studio, solo agli esperti; mentre il pubblico li scambia per naturali e istintivi.

16 Febbraio

C’è però fra Proust e S. Agostino un movimento comune, « l’introspezione », la quale a sua volta viene da un mondo comune ai due scrittori « il cristianesimo ». Proust sarebbe forse stato stupefatto se gli avessero detto che la sua prodigiosa facoltà d’analisi gli è venuta indirettamente dal cristianesimo.

Dal cristianesimo, il quale ha volgarizzato la Bibbia, in cui sono espressi e analizzati tanti profondi sentimenti umani. [p. 94 modifica]

Dal cristianesimo, che ha fatto l’uomo responsabile verso Dio delle sue azioni e ha dato a questa responsabilità una sanzione non solo terrestre ma ultramortale.

Dal cristianesimo, che ha collocato il peccato non solo nelle azioni ma anche nelle intenzioni; che ha fatto del peccato la base stessa della grazia; che avendo basato l’assoluzione del peccato sopratutto nel pentimento, «Et primo oportuit quod homo relinqueretur sibi in statu veteris legis ut in peccatum cadendo, suam infirmitatem cognoscens, recognosceret se gratia indigere (S. Thom. Quest. CVI — Ar. 3)» ha obbligato l’uomo a guardar dentro di sè.

Dal cristianesimo che coll’esame di coscienza, e più ancora colla confessione ha obbligato l’uomo a discendere nelle profondità del proprio io, ad esaminarsi, a controllarsi, ad analizzarsi, facendo della introspezione uno dei principali doveri.

Quando gli muore un amico, S. Agostino descrive il suo stato d’animo tumultuoso e straziante, in cui «era annoiato di vivere», ma aveva una gran paura di morire, perchè tanto più amava il suo amico, e tanto più odiava e temeva come atroce nemica la morte che glielo aveva tolto; e in quell’ore gli sembrava naturale che, essendo riuscita a distruggere l’amico, la morte avrebbe d’un tratto distrutti tutti gli uomini. «Mi meravigliavo, scrive, che gli altri mortali potevano vivere, poiché era morto quello che avevo amato, quasi che non potesse morire mai. Bene disse quel tale che chiamó [p. 95 modifica] un amico «metà dell’anima sua», perchè io sentivo che l’anima mia e l’anima di quell’amico fossero un’anima in due corpi, e perciò la vita mi era in orrore, perchè non volevo vivere a mezzo; e pure temevo di morire, anche perchè non morisse con me, pienamente, colui che avevo tanto amato».

Altrove, a proposito delle lodi, osserva: «Non avrei voluto essere lodato e amato come i commedianti, benché anch’io li lodassi e li amassi; ma avrei prescelto di essere ignoto, piuttosto che di essere noto cosí, e di essere odiato, che amato cosí.»

«Ma dove sono distribuite, in un’anima sola, tante misure di si vari e si diversi amori? E come mai amo in un altro ciò che detesterei e allontanerei da me, se non l’odiassi, quando siamo ambedue uomini? Perchè non si può dire lo stesso di un cavallo, come si dice di un attore, che è della nostra natura? Dunque io amo in un uomo ciò che non vorrei essere pur essendo uomo?»

«Del resto — aggiunge poche frasi appresso, a mó di conclusione — io godo, è vero, di essere ammirato, ma godo assai più della verità che mi sembra dar soggetto giustamente alle lodi, che delle lodi stesse, poiché se avessi la scelta di essere lodato da tutti essendo ignorante e stupido, o di essere biasimato essendo istruito e intelligente, saprei bene io quale cosa sceglierei... poiché spesso mi irrito delle lodi che ricevo, sia che i lodatori facciano caso in me di qualità che mi dispiacciono, sia che stimino delle virtù mediocri assai più di [p. 96 modifica] quanto lo meritino.... il che dipende da ciò, forse, che non posso soffrire che colui che mi loda, abbia su me un’opinione differente da quella che ho io stesso.»

E poco dopo, a proposito di un certo oratore Equierre Romano, di cui si era invaghito al punto da dedicargli un libro, senza mai averlo veduto nè aver letto nulla di lui: «Come può avvenire che noi amiamo un uomo che non conosciamo solo perchè è lodato da quelli che sono presso di noi? Forse che questo amore passa dalla bocca di chi lo loda nel cuore di chi lo intende? E come sono io riuscito a capire che io l’amavo più per le lodi che gli facevano che per le cose stesse per cui era lodato? Perchè se quegli stessi invece che lodarlo ne avessero sparlato, e sparlandone e disprezzandolo avessero narrate quelle stesse cose, non mi sarei acceso per lui.»

Questi passaggi non sono che la dialettica dei sentimenti, che seppure annunziata da Platone, entra nelle letteratura autobiografica col Cristianesimo e si sviluppa giù giù fino a Proust.

Dalle prime pagine delle «Confessioni» in cui si analizzano i sentimenti feroci dei poppanti e dei bambini, attraverso allo studio febbrile dell’adolescenza, sino alle grandi pagine della conversione, le «Confessioni» sono un tessuto di questa dialettica.

Ma S. Agostino non si annicchia in questa analisi, come più tardi cercherà di fare Proust, che per [p. 97 modifica] questa volontaria attitudine rivela una preoccupazione di attore; non fa dell’arte per l’arte, mira a un fine, si compisce nel mezzo del libro, come Proust farebbe con un suo personaggio. Si segue nelle Confessioni uno spirito che servendosi delle proprie esperienze per guardare gli altri, concerta intorno a sè un mondo.

17 Febbraio

Le Confessioni di S. Agostino artisticamente, sono dunque come un libro di Proust, in cui si veda il legame che unisce l’autore al suo mondo. Se Proust non ha potuto farlo, e ci ha presentato questo io misterioso, che non si sa bene come sia mescolato all’umanità e in quanta parte sgrondi nei suoi personaggi, è perchè ha voluto o dovuto assumere quell’assurda posizione di contemplativa indifferenza.

L’uomo è unito a un mondo in quanto lo giudica, non in quanto lo riproduce con l’equanimità sterile di un Dio, trattandolo come se tutte le sue miserie o grandezze fossero del genere di un terremoto o di una primavera. E per giudicarlo bisogna avere una misura, per guardarlo nel suo insieme bisogna avere una torre.

Se Proust ha attraversato la vita in automobile, vedendola a frammenti successivi, S. Agostino dalla torre formidabile della dottrina cattolica ha potuto contemplare e riassumere l’umanità senza staccarsene. E mentre l’assenteismo di Proust finisce per [p. 98 modifica] dar noia a un indifferente, la passione cattolica di S. Agostino ammalia un ateo.

18 Febbraio

Interessarsi al mondo vuol dire patirne; tutte le letterature e più ancora le romanzesche, sono il frutto di sofferenza morale.

I romanzi dovranno essere ormai — se tutti gli scrittori non sono insopportabili letterati, insensibili a tutto quello che non è della preziosa accademia di stile — romanzi per metà sociali, in cui il tumulto del popolo e del mondo si mescoli grandiosamente al dramma dei personaggi, in cui eroi nuovi entrino in considerazione e nuovi abbominî sieno additati all’odio e all’esecrazione.

I romanzi sono sempre in ritardo sulla loro età. Ma un dramma dell’età nostra in cui il caso psicologico sia presentato isolato dal mondo in cui viviamo, in cui l’eroe si muova in una terra in cui i treni arrivano in orario, in cui la giustizia, le leggi, i cambi, la moneta, i governi, i partiti, funzionino silenziosamente con tanta disinvoltura, che non si sentano, che siano come un sottinteso del racconto, non interesserà più nessuno.

19 Febbraio

Quanti scrittori ed artisti vedo in Italia delle penultime generazioni chiusi nelle loro città illustri, splendenti e morte, nei loro caffè venerabili e lumacosi, attorniati da pochi amici di mestiere, [p. 99 modifica] coi quali nonostante il loro commercio, non hanno litigato, vivere in mezzo agli uragani che hanno devastato l’Europa in questi tredici anni, una vita tranquilla che una guerra turba meno di una recensione maligna! Il mondo per loro è un misterioso e vastissimo buio, in cui scintilla ogni tanto il lampione di un editore, in cui di quando in quando si sentono rullare le macchine tipografiche di una gazzetta. Liberi dalle angoscie maestose, sono in balia di una meschina infelicità; indifferenti e pettegoli, si sono accampati nel più raffinato dei continenti come in mezzo al deserto.