Mio figlio ferroviere/VI

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VI. Donne

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V VII
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VI.

DONNE

[p. 106 modifica]DONNE. [p. 107 modifica]La signora Cencina è la moglie del sindaco, come lo chiamiamo per abitudine. Dicono che il sindaco, dopo il breve e avventuroso interregno comunista di cui dirò poi, s’iscriverà al partito popolare con la speranza di risalire al trono. M’auguro che questo partito lo accolga nel suo seno il quale sembra vasto e misericordioso quanto quello della signora Cencina; e m’auguro che gli elettori lo ricollochino súbito nella poltrona sindacale. Una nuova caduta recherebbe un sicuro danno alla sua salute che io medico devo porre innanzi tutto; e l’ozio continuato di lui sarebbe di grave impaccio agli svaghi di sua moglie che sono varii e continui ma che, a dir la verità, non m’hanno mai scandalizzato perchè mi sono sembrati tutti, almeno quelli che purtroppo ho veduti da vicino è quelli che m’è dato dalla voce pubblica conoscere, facili, lieti e salubri. La morale, lo so, mi proibirebbe un giudizio tanto benevolo; ma la signora Cencina è religiosa, si confessa, si comunica, segue i tridui, [p. 108 modifica]le novene e le processioni cogli occhi semichiusi e con una tanto puntuale assiduità e, quando è inginocchiata sul suo banco, è tanto contrita e graziosa e abbandonata che, a mettermi tra lei e il signor Iddio, io che non ho a mia disposizione l’assoluzione del confessore perchè non mi confesso, temerei di commettere un peccato d’orgoglio. Sarebbe ella in chiesa un così amabile esempio d’umiltà e di compunzione, se non peccasse tanto? E vederla assolta e rosea e felice allontanarsi dal confessionale coi piccoli passi silenziosi d’una gattina che sguscia via dalla credenza, e poi avvicinarsi senza titubare alla sacra mensa per riscuotere quel tanto di perdono come un suo indiscutibile avere, e, alla fine della messa, uscire dalla tepida penombra della chiesa sulla gradinata in pieno sole, bell’e nuova e ricomposta, immemore di tutto quel che le è capitato jeri e l’altro jeri, battendo gli occhi alla luce come se si svegliasse da un sogno: questo spettacolo non deve dare, alle altre donne che peccano più o meno di lei, una prova tangibile e seducente della religione cattolica, dell’umanità dei suoi riti, della potenza del suo perdono? Bisogna rispettare il peccato se si vuole onorare la virtù: almeno i peccati che come quelli della signora Cencina non fanno male a nessuno. Certo se il commendator Pópoli suo marito conoscesse le vicende della vita di sua moglie come deve conoscerle il confessore di lei, non sarei tanto indulgente. La pena o la tolleranza del marito turberebbero ugualmente la mia coscienza [p. 109 modifica]di giudice. Ma Pópoli non sa: Pópoli, per lo più, è sindaco; Pópoli è occupato dalla mattina alla sera e, quando gl’impiegati comunali scioperano, anche dalla sera alla mattina. Nè le dicerie sulla signora Cencina hanno mai nociuto alla carriera politica di lui. Le disgrazie conjugali sono state una tradizione degli uomini politici italiani più degni di pubblico monumento. E se, in genere, il nostro popolo con la sua indifferenza alle loro private traversie mostra il suo vecchio buon senso nel giudicare i suoi grandi, nel caso speciale bisogna confessare che la liberalità della signora Cencina ha piuttosto giovato alla nostra città. Ministri e generali, venuti qui tra due treni per inaugurare una statua o un ospedale, per assistere alle corse o alla rivista, candidati in giro elettorale, letterati in giro di conferenze, tutti appena arrivati chiedono di vedere la moglie del sindaco, al pranzo di gala la vogliono accanto a loro, la fissano, la fiutano cupidi e sorridenti, le versano da bere, le offrono i più profumati e carnosi fiori che adornano la mensa; e al brindisi, dopo il Re e dopo l’Italia, finiscono sempre a bere alla salute di lei. Ella siede a destra dell’ospite illustre, il marito a sinistra, e tutti noi convitati paganti, dai posti lontani, per più d’un’ora ammiriamo quel trio soddisfatti. Che ne sarebbe della nostra città rispetto ai potenti del capoluogo della provincia e della capitale del regno, se avessimo un sindaco scapolo, peggio un sindaco con una moglie brutta, vecchia, inelegante e scontrosa? Devo aggiungere che le più malediche lingue [p. 110 modifica]non hanno mai potato accusare la signora Cencina (che in quei giorni di cerimonia tutti torniamo a chiamare la signora Vincenza Pópoli, e anche donna Vincenza) d’una sola reale debolezza verso quei forestieri. Sorrisi, languide occhiate, scollature da statua greca, strette di mano che pajono giuramenti, scambii di fiori solenni come consegne di bandiere, ai più audaci un colpo coi guanti o col ventaglio come a cagnolini troppo affettuosi che vogliano saltarle in grembo: e niente altro. Le sue passioni, capricci e liberalità sono tutte locali: non vanno oltre i confini del circondario. E ciò lusinga, alla fine, il nostro amor proprio, dà alla bellezza della signora Cencina un che d’uso civico, adatto ai tempi, democratici insieme e gelosi d’ogni diritto. Purtroppo a formarle questa rinomanza e questa gentile popolarità è occorso qualche anno: e ormai la signora Cencina scivola sui trentacinque e, a detta di chi se ne intende, s’ingrassa un po’ troppo. Ma non è donna da dolersene e da far cure per dimagrare. S’adatta anche a questa novità del suo corpo, sorridendo e sapendo per lunga esperienza che ella non potrà mai lottare contro di lui e che, quand’esso comanda e chiede un bacio o un gelato, una carezza o un’ala di pollo, a lei, Cencina, non spetta che obbedire, abbassando gli occhi. Come e quando le venne la curiosità di conoscere, per dirla in biblico, anche mio figlio Nestore? Mia moglie me lo annunciò, direi, ufficialmente l’estate scorsa, dopo i saccheggi e le [p. 111 modifica]requisizioni, spiegandomi così l’ospitalità che ella aveva dovuto concedere alle ricchezze della cantina del sindaco. Possedeva tre o quattro biglietti di lei a Nestore, brevi ma espliciti, su carta profumata, d’una calligrafia da educanda, con un frasario da corrispondenza a pagamento, tutto puntini ed esclamazioni, sia che la piena dell’affetto non permettesse a Cencina di camminare coi passi misurati della sintassi ordinaria, sia che ella tra tante e ansiose occupazioni non avesse mai potuto attendere allo studio del periodo e delle sue parti. Giacinta teneva quei biglietti nascosti nel suo canterano, non so perchè, sotto le sue camice, dentro un libretto della Cassa di Risparmio; e, appena me le ebbe mostrate, ve le richiuse e con la chiave nella toppa scosse il cassetto per assicurarsi che la serratura avesse fatto il suo dovere e niuno potesse rubarle quei documenti dell’ascensione di Nestore. Altro ella stessa non mi seppe o non mi volle dire; nè io, per raccogliere notizie più precise, potevo correre la città e interrogare i passanti. Il fatto si è che mia moglie ed io d’una cosa eravamo contenti: di vedere che Nestore socialista ufficiale restava borghese almeno in amore, che è poi quel che conta. La differenza era che Giacinta pensava che Nestore fosse stato il conquistatore; e io, che fosse stato il conquistato. Ma avemmo il buon senso di non perderci a discutere un problema che nemmeno i due amanti, al punto cui con reciproca soddisfazione erano giunti, avrebbero saputo risolvere. Io però continuavo a pormi un altro problema: [p. 112 modifica]Cencina, scegliendosi Nestore, aveva considerato che era un socialista ufficiale? Meglio: questa qualità di Nestore era stata una ragione della sua scelta? Di bei ragazzi sui ventiquattro o venticinque anni poteva, tra la città e i dintorni, trovarne altri molti. Àrroge: nelle donne, come lei, navigate, l’amore non comincia mai con la tragica indomabile necessità della passione, ma, sulle prime, tien sempre del capriccio e della curiosità. Può divenire passione più tardi, col tempo, l’abitudine, la gelosia, l’età, le vicende; ma è un fatto lento, non fulmineo come nelle donne giovani o caste o inesperte. Esclusa dunque la folgore dell’amore fatale, dovevo ammettere che Cencina avesse ben meditato su quella qualità di socialista che era la qualità più notoria e vistosa di Nestore. Pian piano, ragionandoci su con la benevolenza e, oserei dire, la gratitudine che avevo per lei ora che m’aveva salvato Nestore da chi sa quali donnáccole, miserie e volgarità, servendomi della conoscenza fino allora disinteressata che avevo di lei e delle sue abitudini, compilai addirittura una lista delle ragioni contradittorie ma convergenti che dovevano averla spinta a quella lodevole scelta. Primo; la novità e quasi direi la moda. Secondo, il brivido del pericolo che, piacevole o no, è sempre un brivido di più. Non si legge ormai e non si parla che di socialisti. Tra gli uomini validi a portata di mano nessuno doveva essergli sembrato, per quello scopo, paragonabile a Nestore che ella sapeva di famiglia [p. 113 modifica]borghese, bene educato, ben lavato, ben vestito e figlio d’un medico condotto, poco disposto cioè, per quanto socialista, a compromettere pubblicamente, con un gesto o con una parola marrana, proprio la moglie del signor sindaco. Che le avrebbe mai detto, anzi che le avrebbe mai fatto un socialista ufficiale, un anarchico, un comunista, un rivoluzionario, un bolscevico, un rosso, un “russo”? La rivoluzione al chiuso, la rivoluzione al bujo, la rivoluzione sopra un guanciale. In ogni cataclisma sociale, le donne, anzi le dame, sono state ghiotte di queste esperienze di gabinetto. E spesso ripetendole, hanno giovato alla causa dell’ordine, che un rivoluzionario soddisfatto è già un poco conservatore, un comunista riamato è già un proprietario: non vuole, cioè, con aperte rivolte ed attentati, correre il rischio di perdere quel che possiede e che gli piace di possedere. Più, essendo la donna la più instabile delle proprietà, egli súbito tenta di circondarla con quei tanti valli, bastioni, inferriate, catenacci, guardie e giuramenti che sono appunto la riconosciuta base della società costituita. L’anarchico più sincero, in quanto amante, è monarca, anzi despota. Oltre la novità, la moda e l’amor del pericolo, certo in Cencina, donna, come ho detto, prudente nell’imprudenza, pratica nella passione, e tra i più rosei peccati religiosissima, molto aveva potuto, in questi tempi instabili e convulsi, l’istinto della conservazione o meglio della difesa. I vecchi poteri, sindaco compreso, potevano servire finchè c’erano; ma in caso di [p. 114 modifica]barricate, bombe e sóvieti, era bene tenersi aperta una porticina sull’avvenire. Chi sa, Nestore poteva essere anche la salvezza di suo marito in un giorno di fucilazioni o impiccagioni. – Sappiate che mio marito è il migliore amico che io abbia al mondo e che sono sempre pronta a tutto sacrificargli, salvo il mio amante, – dice a Babùc la bella dama di Persepoli nella favola di Voltaire. Intanto ai primi tumulti ella era accorsa a nascondere nella casa del suo amante prosciutti e marmellate: il viatico verso il nuovo regime. In questa preparazione d’una possibile difesa, Cencina doveva provare anche il legittimo orgoglio di chi si sente superiore alle vicende storiche, e tiene nella destra l’oggi, nella sinistra il domani. Il suo letto era un ponte tra il passato e l’avvenire. Poteva cogli anni finire in un museo. In certi musei v’è di peggio. Ma anche senza salire a queste considerazioni storiche e filosofiche che potevano alla fine, senza superbia, essere più mie che sue, confrontando le date e le pubbliche voci, scoprii al capriccio della signora Cencina un’ultima causa od occasione che mi sembrò conclusiva. Nel giugno del 1918 quando noi si ributtò e si trattenne di là dal Piave l’assalto nemico, si annunciò la morte in combattimento del tenente Tocci, di qui, figlio del direttore della nostra fabbrica di concimi, il più nero dei bianchi, come lo chiamava suo padre, perchè bruno di natura, scurito dalle marce e manovre e giochi [p. 115 modifica]ginnastici all’aperto, sembrava davvero un mulatto. Ma in quella pelle abbronzata, gli splendevano due occhi così chiari e grandi e luminosi che ti conquistavano al primo sguardo. Nè t’ingannavi, che aveva l’animo franco e gioviale quanto aveva il corpo solido ed agile; e a vederlo camminare, danzare, correre, ridere era uno spettacolo che mi pareva bello quanto e più di tanti quadri e sculture da cartoline illustrate. Certo, io lo guardavo con l’occhio d’un vecchio medico che sa quanto rara sia la vera salute e la vera forza; pel quale anzi l’uomo normale è l’uomo malato. E mi sembrava un capolavoro, e mi riconciliava con la vita e anche con la vecchiezza. Come una bella musica o una bella architettura comunicano, a chi se ne intende, la loro serenità e grandezza, così a guardare il buon Tocci m’illudevo d’essere anche io valido e armonioso ed equilibrato com’egli era: e restavo fermo per non perdere al primo gesto l’illusione. I soldati, si diceva, lo amavano anche per la sua perizia e sicurezza in tutte le ginnastiche. E delle donne non parlo: prima, si capisce, la signora Cencina. Si narrava che ai primi approcci di lei egli non avesse titubato, ma anzi spalancando su tutto quel roseo i suoi grandi occhi tranquilli, avesse risposto preciso: – Niente fino al mese venturo. Mi preparo alla gara di salto in lunghezza. – Cencina aveva mostrato d’offendersi e gli aveva detto, sempre a quel che si narrava, ch’egli era un bel presuntuoso e maleducato. Tocci non s’era offeso; ma ai primi del mese [p. 116 modifica]seguente l’aveva trovata ai Giardini, l’aveva condotta in disparte e le aveva detto; – Pronto. Anche domani se vuole. – Quella non sapeva se mostrare più offesa o meraviglia. Ma Tocci le aveva preso un polso e stringendolo più e più forte le aveva detto con tanta sincerità: – Mi piacerebbe tanto, anche a me, – che Cencina si sentì mancare di dolcezza. Basta: in un giorno del giugno 1918 andando al Circolo a leggere il bollettino del Comando Supremo, mi dissero che Tocci era morto sul Piave, alle falde del Montello. In tutta la città si dimenticarono anche le buone notizie sul nemico ricacciato oltre il fiume, sulle linee ristabilite, sui prigionieri fatti, sulla costernazione, di Budapest e di Vienna, per non pensare che alla morte di quell’uomo nostro tanto bello ed amato. Corsi dalla famiglia che abita poco lontano dalla fabbrica, fuori di porta, verso la stazione. Già s’incollavano alle cantonate manifesti a gran lutto. Dalla famiglia trovai il sindaco, il prefetto, il colonnello del Deposito. Non avevano altro che il telegramma d’un collega del Tocci: “Tenente Tocci morto gloriosamente nella battaglia di Nervesa”. E l’aveva indirizzato proprio al sindaco, chi sa magari pensando a Cencina e illudendosi che Cencina dopo tre anni di guerra pensasse ancóra al suo amico bruno. Il padre partiva la sera stessa per lassù. Due giorni dopo, messa solenne in duomo, e fiori e bandiere e drappelli d’onore di fanti con l’elmetto, e appeso al catafalco in un serto di quercia un ritratto di lui in uniforme, a testa scoperta, che [p. 117 modifica]sorrideva. Non se n’era trovati altri; e quell’ingrandimento, con la speranza di venderne molte copie, l’aveva donato il fotografo che è ai Giardini. C’era chi si scandalizzava per quell’effigie ridente nel centro d’un mortorio, sul catafalco. A me piaceva: ve lo ritrovavo sereno, possente, noncurante della morte, vivo. E la guardai durante tutta la cerimonia, e così me l’immaginavo trascorrente nel fumo e nel fragore della battaglia, perfetto, tutt’i muscoli in gioco concordi, dall’alluce alla nuca. A un punto tutti si volsero verso la navata di destra: entrava la signora Cencina in viola chiaro, d’una seta dura, tutta a falpalà. Pareva una grande violetta di Parma. Quando giunse in cima alla navata, ai piedi d’un altare, e le offrirono un inginocchiatoio, cadde genuflessa, abbassò il volto, e non si mosse più. Restò così anche quando fu finita la messa, e la chiesa si vuotò. Qualcuno (io fra gli altri) senza maligna intenzione si trattenne a guardarla. Poi sentimmo d’essere indiscreti; e anche noi uscimmo, lasciandoci dietro nel gran tempio vuoto, sotto le nuvole d’incenso ormai salite a velare i vetri delle finestre sotto la cupola, il catafalco e quella povera donna. Dolore sincero? Desiderio d’un po’ di gloria per riflesso? Certo, ella non poteva trovare un modo più gentile e, nello stesso tempo, più franco per confessare che Tocci era stato il suo amante. Ma ero appena uscito sulla piazza del duomo, quando una donna venne correndo a chiedermi [p. 118 modifica]d’andare in casa del conte Zatti-Cantelli perchè la contessina s’era sparato un colpo di rivoltella. La donna rossa ansimante mi raccomandava con voce soffocata di non dire nulla a nessuno, che forse la contessina poteva ancóra essere salvata. Ma avvicinandoci a casa incontravamo altri messaggeri, chi in cerca di me, chi in cerca d’un prete, chi in cerca d’ossigeno. La contessina s’era sparata al cuore; ma come avviene quasi sempre alle donne quando scelgono questo mezzo classico di suicidio, l’arma se l’era puntata troppo in basso per l’ingombro della mammella. Dico ingombro, ma potrebbe questa essere anche un’estrema forma di civetteria per offendere sì la propria vita, ma salvare la propria bellezza che ancóra medici e necrofori devono, dopo la morte, vedere, giudicare, chi sa, descrivere agli altri, magari fotografare: dato che nessuno è più vanesio dei suicidi. Il fatto si è che la pallottola di minimo calibro, e aguzza, le aveva soltanto forato due volte la pelle, in una ferita di sfriso lungo la sesta costa. Disinfettai, fasciai, riconfortai (– Mi lasci morire dottore....), e interrogai i genitori. Elena era la fidanzata del Tocci; nessuno lo sapeva. I parenti di lui avevano rifiutato il loro consenso perchè sognavano pel loro figliolo qualcosa di meglio d’un titolo squattrinato; e, in fondo, nemmeno i parenti di lei dovevano essere arcicontenti, con quella corona, di dare la loro figliola al figlio del direttore d’una fabbrica di concimi, chimici quanto si vuole, ma concimi. Insomma, un romanzetto dei soliti che la guerra aveva [p. 119 modifica]travolto nella tragedia. Quella mattina lei aveva supplicato la madre di lasciarla andare alla messa funebre. Madre e padre, inesorabili a dire no. E lei aveva pensato d’uccidersi, lasciando una lettera in cui, al solito, povera figlia, memore delle tante cronache e cinematografie d’innamorati “uniti nella vita e nella morte”, chiedeva d’essere sepolta accanto al suo fidanzato appena la salma fosse tornata in patria. Ed era una ragazza fiorosa, dalle spalle quadre, dallo labbra tumide, dalle braccia sode che avrebbe saputo tener ferma sulla sua spalla la testa del suo bel ginnasta. Un’ora dopo tutta la città sapeva del tentato suicidio. La signora Tocci andò a trovare la fidanzata del suo Giovanni. I giornali narrarono ogni particolare della scena. Nessuno pensò più a Cencina se non per sorriderne. Fu attribuita a lei e al suo dispetto la diceria che súbito corse fra gli scettici: essersi la ragazza spinta a quell’estremo perchè l’ultima volta che il Tocci era venuto in licenza gli si era abbandonata senza quelle cautele con cui devono abbandonarsi agli uomini le ragazze di buona famiglia. Il padre di Giovanni tornò dopo cinque giorni. Non gli avevano permesso d’andare oltre Montebelluna; ma molti generali e colonnelli gli avevano promesso d’avvertirlo appena nel groviglio delle macerie, dei reticolati e dei cadaveri, sarebbe stato rinvenuto il corpo di suo figlio. E appena tornato, sospinto dall’onda di commozione che agitava il cuore di tutti, ricchi e poveri, neutralisti e interventisti, anch’egli salì [p. 120 modifica]le scale del vecchio tarlato palazzo Zatti-Cantelli, e andò con le lagrime agli occhi a baciare la convalescente, e la chiamò “figlia mia”. Era passata meno d’una settimana da queste effusioni le quali avevano attirato sulla nostra città l’attenzione di tutte le anime sensibili (tu, lettor mio, se hai tempo, puoi constatarlo leggendo, ad esempio, la collezione del Giornale d’Italia di quei giorni e la grande inchiesta da esso fatta sulla proposta d’un suo lettore che alle fidanzate dei morti in guerra venisse per legge concesso il diritto di portare il nome del loro fidanzato come se lo avessero sposato in tempo), quando una mattina a colazione giunse all’ingegner Tocci un telegramma di suo figlio che annunciava il suo arrivo fra tre giorni. Risuscitato? Giovanni era stato fatto prigioniero e, durante la battaglia, rinchiuso con altri dei nostri in una casa di Nervesa che aveva ancóra a terreno una camera in piedi. Nel cortile di quella casa egli aveva trovato il cadavere d’un ufficiale nemico, della sua statura; s’era vestito con la divisa di lui; e nella ritirata, anzi fuga degli austriaci aveva traversato il Piave sotto le raffiche dei nostri projettili, incolume. Di là, nella confusione della disfatta era riuscito a correre fino a Susegana, a Conegliano, a Vittorio, per raccogliere notizie; e una notte sotto il ponte di Vidòr crollato per metà era tornato di qua nelle nostre linee. Ora, proposto per una medaglia d’argento (anzi dicevano d’oro) e per la promozione a capitano, tornava sano e salvo a casa, in breve licenza. [p. 121 modifica]Lo vidi, gli feci raccontare quella sua avventura miracolosa. Era una delizia udirlo parlare breve, chiaro, pacato come se l’avventura fosse stata d’un altro o, meglio, gli fosse indifferente, perchè, parlando d’un altro, almeno l’avrebbe lodato, da buon commilitone. Giovanni era di quelli uomini sani e imperturbabili ai quali sembra che morti, nascite, sconfitte, disastri, vittorie sieno tanti omaggi e doni personali della natura o della provvidenza per farli più felici. Non sto a dire le feste, gl’inni, le lagrime, gli entusiasmi: ed erano davvero, caro Giovanni, feste meritate. Il fidanzamento come nei drammi a lieto fine fu solenne quanto un matrimonio. Medico curante, fui presente all’incontro suo con Elena. Dopo un gran bacio, Giovanni le disse tranquillo tenendole una mano sulla testa: – Hai fatto due belle sciocchezze, prima a pensare sul serio che fossi morto io, poi a pensare sul serio di voler morire tu. Che cosa? Il telegramma? Come? Dopo tre anni di guerra una persona sensata crede ancora ai telegrammi che vengono dal fronte? – E le si sedette accanto, e ci guardò con l’aria di chiederci che cosa stavamo a far lì. Pareva beato, se m’è lecito scrivere una frase che può sembrare sconveniente, di trovarsi la sua innamorata così a letto per lui. Ma lo scrivo perchè sono sicuro che quella diceria contro Elena era una calunnia. In tutte le feste e banchetti e ricevimenti di quei giorni la signora Cencina non comparve mai. Il sindaco Pópoli si presentò sempre solo. Le donne, come certi filosofi, tendono a generalizzare: [p. 122 modifica]il tradimento di Giovanni vivo e di Giovanni morto dovette indurla a giudicare poco fido tutto l’esercito italiano. E pochi mesi dopo ella trovò la sua vendetta o almeno il suo compenso nell’amore di Nestore socialista, antimilitarista e, secondo lei, per la teoria del libero amore, incapace di nascosti fidanzamenti da borghese. Insomma, non c’è da dubitarne, il socialismo di Nestore come aveva elevato me, all’improvviso, fino alla Corona d’Italia, aveva anche elevato lui fino alle braccia di donna Vincenza Pópoli. Ora se questi fatti sieno derivati dal fascino del socialismo o dallo spavento della borghesia, tu, lettore, potrai fra cinquant’anni giudicare più facilmente di me, guardandoti attorno, e considerando se i socialisti dei tempi miei sieno, alla seconda generazione, diventati tutti borghesi, o viceversa, tutti i borghesi socialisti. Certo se dopo tante lotte, processioni, tumulti, barricate, congressi, scioperi neri e scioperi bianchi, ordini del giorno e disordini della notte, i socialisti d’oggi sono destinati ad essere borghesi domani, è segno che questa povera e spelacchiata borghesia alla quale io appartengo e m’onoro d’appartenere anche perchè non potrei ormai alla mia età fare a meno d’appartenervi, aveva la pelle ben dura. E posso dirtelo io che l’ho veduta, scrivendo questi ricordi, ridotta proprio in soffitta e al lumicino; e a chi picchiava e tempestava alla porta, dal suo abbaino, dissimulando la sua voce, rispondeva di non essere in casa. Quelli entravano e s’accomodavano; [p. 123 modifica]e lei zitta, lassù, a battere i denti e a rammendarsi i cenci. Poi, prudente, mandò giù i suoi ragazzi a vedere che succedeva. E i ragazzi, o fascisti che dir si voglia, si dettero a gridarle: – Mammà, vieni giù, non c’è più nessuno. Mia moglie m’aveva dunque fatto quella confidenza anche perchè non fossi l’ultimo ad aver notizia di quelli amori, nell’ambito del Comune: cose che cápitano a padri e mariti non perchè il prossimo voglia tacendo difendere la loro pace, ma perchè teme parlando d’interrompere con uno scandalo il loro scorno. Di fatto (e lo ripeto senza rossore) la notizia mi fece piacere perchè m’assicurò che almeno il cuore di Nestore restava borghese. Pure mi pose in un certo disagio perchè, o qua o là, in un paese piccolo come questo, m’imbattevo sempre nel sindaco o in sua moglie: e questa mi fermava anche in pieno passeggio e s’indugiava a parlarmi del più e del meno, e a dimostrarmi anche una deferenza timida e giovanile che mi provava una volta ancóra la facile bontà e sincerità del suo animo; e quello, il sindaco, ogni sera, al Circolo, continuava a intrattenersi anche con me, domandandomi senza ambagi le intenzioni della Camera del Lavoro, e oggi dei tranvieri che avevano presentato un ultimatum, e domani dei contadini che non volevano seminare, e posdomani dei meccanici che volevano la proprietà delle officine, e un altro giorno degl’infermieri che negli ospedali abbandonavano gl’infermi; nè poteva persuadersi che [p. 124 modifica]Nestore e i suoi compagni d’ogni arte non mi confidassero i loro più nascosti propositi per l’indomani e anche pel lontano avvenire. Io gli ripetevo che mio figlio non mi rivelava mai i misteri del suo partito e che io non glieli chiedevo, anzi ne sapevo meno di chiunque perchè non leggevo nemmeno l’Avanti! che pei più dei borghesi ha in questi anni preso il posto dell’antico Barbanera o Pescatore di Chiaravalle. Egli mi faceva l’onore di non credermi, e ripeteva guardando i presenti: – Se il dottore ci raccontasse tutto quel che sa.... – Non sapeva di dire una gran verità; ma questa verità non riguardava la Camera del Lavoro. Io sorridevo per non passare da imbecille; egli restava convinto che io ero il depositario dei segreti di tutti i rivoluzionarii d’Italia; e gli ascoltatori sorridevano più di me. Il sindaco Pópoli non era un imbecille, ma aveva il torto di credersi intelligente. Alto e magro e quasi canuto, era l’uomo più accuratamente raso e ravviato di tutta la città, non solo perchè si faceva la barba fin negli orecchi una volta al giorno (e magari in Municipio, per non perder tempo), ma anche perchè si faceva due volte la settimana tagliare i capelli, spuntare i baffi che portava corti, come si diceva fino a poco tempo fa, all’americana, e, alla fine dell’operazione, s’avvicinava alla faccia uno specchietto e aprendo le narici cercava anche lì dentro qualche pelo fuori rango da far súbito decapitare. Avevamo ed abbiamo lo stesso barbiere, e questi dati storici li ho dunque da fonte [p. 125 modifica]diretta. Trattava nello stesso modo il bilancio del Comune; e più i debiti, come è giusto e frequente e naturale, crescevano, più sorvegliava la contabilità, nè usciva dal Municipio se non portava con sè lo stato di cassa, ogni sera. Per dieci lire di diminuzione nel dazio sui broccoli, in questa o in quella porta, chiedeva spiegazioni per un’ora. A scrivere molte volte le cifre dei debiti, doveva certo sperare che diminuissero, quasi si logorassero. Io osavo paragonare quella sua mania ed illusione all’illusione di sua moglie che, raccontando più volte al confessore i suoi peccati, finiva sul serio a credere di non averli commessi. Questa scrupolosa meticolosità gli dava, tra gli elettori anche di parte avversa, la fama d’amministratore esemplare ed inesorabile. Del resto era un pauroso, noto per avere a casa sua impiantato tutti i più originali sistemi di difesa contro i ladri, dalle tartarughe di ferro con una soneria nella corazza da appoggiare la notte contro i due battenti dell’uscio, ai cordoni elettrici da tendere attraverso alle finestre così da far squillare al minimo colpo un campanello a capo del suo letto e un altro a capo del letto del suo casiere. Pauroso di tutto, era però anche tanto educato che recatosi una volta d’estate per ragioni del suo ufficio, a cercare del vescovo nella villa del Seminario, fu, da dietro al cancello, ricevuto da due mastini furenti e rampanti; ed egli, di qua, teneva il cappello in mano e inchinandosi parlava loro in terza persona: – Si calmino. Sono il sindaco. Loro si sbagliano. [p. 126 modifica]Aveva insomma rese meccaniche tutte le sue difese contro il prossimo suo: cifre, statistiche, sonerie d’allarme. E dentro queste trincee viveva sicuro. Mi dava l’idea di quegli scienziati che passano la vita a schedare tutto quello che leggono e pensano e, sicuri d’aver chiuso l’universo in quella cassaforte delle loro schede, non lo vedono più; nè s’avvedono di non vederlo. Così la signora Cencina poteva tranquillamente e continuamente tradir suo marito; ed egli essere felice. Io, invece, da quando avevo saputo, avrei voluto che nessun altro sapesse, anche per la mia delicata posizione verso il capo dell’amministrazione comunale dalla quale, come medico condotto, dipendevo. Dopo l’armistizio avevo chiesto, secondo il mio diritto, d’andare in pensione. Con un pretesto o con un altro mi si pregava ancóra d’aspettare; e per lo più erano ragioni che soddisfacevano il mio amor proprio o si rivolgevano alla mia responsabilità professionale: massima, quella dei rischi mortali che adesso si corrono ad affidare la salute del pubblico ai laureati di guerra ai quali non è stato nemmeno insegnato l’elementare pudore di non ordinare niente ai malati o di ordinare solo quelle innocue medicine le quali ajutano, se non il malato, la speranza (remedia ut aliquid fiat videatar, come dicono con buon senso i vecchi trattati). Ora tenere proprio la moglie del sindaco incatenata così alla mia famiglia, mi ripugnava. Non ne avevo colpa io, è vero; nè d’altra parte potevo ritirare la mia domanda [p. 127 modifica]di pensione, in attesa che Nestore avesse lasciato in pace Cencina o meglio Cencina avesse lasciato in pace Nestore. Il peggio si era che mia moglie non la intendeva così. Non dico che ella andasse a diffondere per le piazze la lieta novella; ma insomma ne era lusingata. Un giorno, entrando nel salotto, la trovai che mostrava le famose lettere alla moglie del medico provinciale la quale, a dire la verità, ci si divertiva un mondo. Finsi di non accorgermene, ma uscendo dall’altra porta trovai nascoste dietro l’uscio la cuoca e un’altra nostra servetta che se ne stavano lì a braccetto, felici anch’esse di godersi la confidenza. Ma le cose, senza colpa mia, precipitarono. L’aprile scorso sotto Pasqua, in un giorno di relativa libertà (com’è noto, anche le malattie rispettano le feste comandate, e un medico ha la domenica di Pasqua o il giovedì grasso meno chiamate che nei giorni feriali) m’ero messo a ordinare le mie carte: ricette, note di letture, appunti d’ospedale, memorie di colleghi, e quelli opuscoli di pubblicità che annegano sotto la carta le case dei medici più modesti e più ignorati. E avendone fatti due grossi pacchi ben legati, salii in soffitta per deporveli insieme a molte altre carte e pacchi che vi ho accumulati da anni non so perchè o, più sinceramente, con l’illusione di rivederli negli ozii forzati della vecchiaja e d’estrarne chi sa quali tesori. E poi si muore, e gli eredi quelle carte le vendono a peso. La soffitta di questa nostra casetta è divisa [p. 128 modifica]in tre stanze. Io ero entrato, un pacco per braccio, nella seconda, senza far rumore che ero in pantofole, quando mi parve d’udire un sospiro nella terza stanza la quale comunica, come ho detto nel capitolo precedente, con le soffitte di Rosina la sarta. Pensai a un gatto e deposi tranquillo i miei due pacchi. Ma i sospiri si ripetevano e io corsi alla porta. Era chiusa, ma con uno di quei saliscendi nei quali si suol ficcare una zeppa quando si vuole che non s’alzino e la porta non s’apra. Con una spallata la aprii. In piedi presso la finestrella spalancata sul cielo, Nestore e Cencina mi guardavano, incerti, ma non mostravano nessuna intenzione di volersi gittare disperati da quell’altezza. Poichè non sapevo niente dell’arrivo di Nestore, scelsi questo tema più innocuo per rompere il silenzio: — E tu quando sei venuto? — Un’ora fa. È il mio turno di riposo. Cencina si sforzava di sorridere e, alzando le braccia nude, di ricomporsi le chiome. Le prime parole che riuscì a pronunciare appena le si calmò il respiro, furono: — Mi sono levata il cappello, – ma non continuò la lista di quel che s’era tolto di dosso. Anche Nestore s’affannava a ravviarsi i capelli che portava lunghi sull’alto, secondo la moda. Se li ravviava con le due mani cercando di ficcare le ciocche più lunghe sotto le altre e non ci riusciva. Cencina lo guardò, e rise. C’era tanto affetto in quel lungo sguardo che pian piano le si spense il riso. Parve che cogli occhi ella volesse proteggerlo e confortarlo in quell’ [p. 129 modifica]attimo di turbamento; e poichè da lui lo sguardo della donna fatto così grave e lento passò su me e si fissò sui miei occhi, parve che ella mi dicesse: – La colpa è tutta mia. Non se la prenda con questo ragazzo. Io ho trentacinque anni e lui ventiquattro. Forse a confessare proprio d’avere trentacinque anni Cencina non sarebbe arrivata nemmeno in un frangente come quello, ma è certo che quello sguardo mi disarmò. E poi di che avrei potuto armarmi io? Solo del diritto del padrone di casa a non volere che certi giochi giovanili si compiano nell’austerità del santuario domestico. Ma erano argomenti da notajo. S’aggiunga che io stesso mi trovavo in pantofole e maniche di camicia: veste inadatta a qualunque giudice o notajo. Tutte le quali belle considerazioni, sguardi, affetti, constatazioni ed ipotetiche dichiarazioni durarono, si capisce, pochi secondi. Cencina abbassò gli occhi, poggiò la destra sulla palma della sinistra, e si guardò le unghie. Aveva l’aria di dire: – Questo signore quanto tempo resterà qui? Infatti me ne andai. Ma con lo scossone dato alla porta avevo fatto cadere da un attaccapanni la veste di Cencina, proprio quella veste color di pallida viola con cui ella era apparsa tanto bella e tanto compunta ai funerali di Tocci che non era morto. Me la trovai fra i piedi uscendo e la raccattai e la riappesi, alla meglio. Appena fui sulle scale, quel gesto involontario mi dispiacque, m’umiliò, m’avvelenò la soddisfazione d’orgoglio che ha sempre chi sorprende [p. 130 modifica]uno più colpevoli e, insieme, le prove della loro colpa, e si ritrova così superiore a questi suoi simili senza che loro sia lecito discutere o solo dubitare della superiorità di lui. Ho sempre pensato che un marito, scoprendo sua moglie nel più profondo dell’infedeltà, prova, prima del dolore, una soddisfazione d’amor proprio. – In mia mano alfin tu sei, – come si dice nei melodrammi. Revolverate, pugnalate, strangolamenti ed altri correnti mezzi d’uxoricidio sono l’effetto, anzi la continuazione di quello stato d’animo, di quell’amor proprio risorto e di quell’ebbrezza d’orgoglio: in breve, di quella momentanea felicità nell’infelicità. È vero che in questo caso quei due lassù potevano anche infischiarsi della mia scoperta e superiorità; ma non potevano negarla. Ed era già qualche cosa. Di fatti Nestore non si degnò d’apparire a pranzo, e io a mia moglie nulla dissi per timore che ella finisse a divulgare la mia confidenza; e, chi sa, che ella non fosse anche al corrente dell’uso cui Nestore destinava le soffitte della casa paterna. Ma comprai due solidi lucchetti e quattro occhielli di ferro; con un lucchetto chiusi la porta verso la soffitta della sarta; con l’altro la porta verso la stanza delle mie vecchie carte. E, legate le due chiavi a uno stesso spago, le riposi in un cassetto della mia scrivania. Questo fu il mio atto d’imperio. E ne rimasi contento anche perchè, limitato alle cose le quali per fortuna non hanno lingua, esso non mi costò nè discussioni nè contrasti.