Novelle (Bandello, 1910)/Parte III/Novella XLVI

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Novella XLVI - Una Greca, veggendo un pescatore senza brache, si giace cun lui, tratta dal gran pendolone, che gli vide ondeggiare fra le gambe
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IL BANDELLO

a l’eccellente dottor di leggi

e poeta divinissimo

messer niccolò amanio

salute


Avendo scritto una novella che non è molto a Crema, patria vostra, avvenne, per quanto diceva il nostro dottissimo messer Andrea Navagero, che questi di a Marmiruolo a la presenza di madama di Mantova e de le signore duchesse d’Urbino la narrò, ho pensato non poterla meglio collocare che sotto il vostro cosí famoso nome, essendo voi oggidí quel poeta che in esplicar gli affetti amorosi non avete pari. E tuttavia nel governo de le terre di quei signori Pallavicini séte occupatissimo, rendendo sommaria e breve giustizia a ciascuno. Sovvienimi poi che piú d’una volta abbiamo insieme ragionato de la natura d’alcuni, che cosí volentieri beffano il compagno di qualche cosa, de la quale eglino meritano molto piú d’esser beffati, come vederete esser avvenuto al magnifico podestá di Crema. Vi piacerá adunque questo picciolo dono accettare, che mi rendo certo che vi fará ridere. State sano. NOVELLA XLVI Una greca, veggendo un pescatore senza brache, si giace con lui, tratta dal gran pendolonè che gli vide ondeggiare fra le gambe. Avendo i nostri signori veneziani deliberato di far purgare le fosse de la terra nostra di Crema, diedero licenza generale che ciascuno potesse in quelle come piú gli piaceva pescare, onde ci furono pur assai che, entrati ne le fosse, pigliarono gran [p. 404 modifica]404 PARTE TERZA quantità di pesce. Ed essendovi dentro di molte persone, chi scalze, chi ignude e chi d'un modo e chi d'un altro, una donna, moglie del contestabile de la porta di Ombriano, era assisa sovra il muro del ponte e si pigliava meraviglioso piacere a metter mente a quelli che pescavano, veggendo talora il pesce sguizzar di mano ai pescatori, ed il romore che tra loro facevano. Ella era greca ed assai bella donna, ma tanto baldanzosa che più essere non poteva. Sovravenne in quella Anteo da Bologna, nostro capo di fantaria, che insieme con Babone stava a la guardia di Crema. Ella, come lo vide, appresso di sé lo chiamò e gli disse, ché assai comodamente parlava italiano: — Capitano Anteo, mirate colui che gran tincone ha preso. — Era non molto lunge da quello che il tincone aveva, un giovine di circa ventiquattro anni, che senza brache pescava e s’aveva tirata la camiscia sul collo, mostrando tutto il suo mobile di casa, avendo una gran masserizia, che fra le gambe sonava le campane a doppio. Anteo, che s'imaginò che la greca lo vedesse ma fin¬ gesse di non vederlo, le disse: — Madonna, il tincone che colui ha preso è certamente bello, ma io ve ne mostrerò uno che è molto più bello. — Ed ove è egli? — soggiunse la donna. — Ve¬ dete là — rispose Anteo — quel giovine che ha la camiscia rivolta su le spalle? Mirate, mirate che bravo tincone è quello che fra le coscie gli pende. Al corpo..., non vo’ dire, egli è meglio fornito che uomo del paese ! Io penso che sia venuto a divisioni con gli asini, ma che fosse il primo a pigliar su. Io so che ha un gran baccalaro. — La greca fece cotal vista di vergognarsi, ma con la coda de l’occhiolino lo mirava, e disse: — Voi, capitano Anteo, sempre séte su le burle. — Ed avendo ben notato il gio¬ vine, entrò in altri ragionamenti, con desiderio di volere, come poteva, provare se quel tincone era cosi saporito come in appa¬ renza dimostrava, ed un anno le pareva mille di venir a questo cimento. Avvenne non molto dopo che, non essendo il marito in casa, la greca si trovò in porta e il giovine dal tincone grosso le passò dinanzi. Come ella lo vide, tantosto il conobbe e gli disse: — Ove vai tu a quest’ora? — E’ poteva esser da merigge. — Io me ne vo — disse egli — fin qui di fuori a dir una parola [p. 405 modifica]NOVELLA XLVI 405 a l’oste. — Levossi la donna in piè ed entrò in casa, dicen¬ dogli: — Vien meco, ch’io vo’ un servigio da te. — Il buon gio¬ vine, che andava a la carlona, entrò in casa dicendo: — Madonna, che volete voi che io faccia? — Io vorrei — rispose la greca — che tu mi portassi giù dal solaro un sacco di grano. — Era il giovine contadino con un giubbone e calze di tela a la villane¬ sca vestito. Ed essendo salito sovra il solaro e la donna seco: — Ov’ è — disse, — madonna, il sacco? — Alora la buona greca, che voleva esser quella che un altro peso portasse, gli diede de le mani dinanzi sovra i calzoni e ridendo gli domandò che cosa era là dentro ascosa. Il contadino, che aveva de l’accorto, s’accorse che la donna voleva sonare e disse: — Madonna, questa è la mia piva, con che io faccio ballare le nostre femine in villa. — E si mise anco egli su le risa. — Io vorrei — sog¬ giunse la greca — che tu me la mostrassi, per vederla come è fatta. — Oh! — disse egli — che mi darete voi se io ve la mostro? — Che ti darò? — rispose la greca. — Lasciamela un poco ve¬ dere, e poi qualche cosa sarà. — Il buon compagno, che vedeva che ella moriva di voglia di danzare sotto la piva, la cominciò a basciare e riversolla suso un sacco e le diede la piva in mano; e quella essendo messa al suo luogo ed egli sonando e la greca amorosamente ballando, fecero dui balli senza mai riposarsi. E parendo a la greca non aver mai sentito il più gagliardo né cosi dolce suono, volle la terza volta entrar in danza. Onde il giovine, che era di buona lena ed aveva gran fiato, s’appa¬ recchiò, e subito gonfiata la piva, fecero gagliardamente la terza danza. Temendo poi la greca che il marito non sovravenisse, per poter de l’altre volte danzare, diede alcuni « mozzenighi » al sonatore e lo pregò che egli volesse talora lasciarsi vedere, a ciò che potessero a loro agio ballare. Era già in casa arri¬ vato il marito, il quale, non veggendo la moglie di sotto e sen¬ tendo parlare di sopra, domandò chi fosse là su. La donna conobbe il marito e subito rispose : — Io era venuta qui per far portar giù questo sacco di grano a questo contadino, ma egli noi può da per sé levare, ed io meno aiutare noi posso. Voi avete fatto bene a venire. Salite su e ci aiutarete. — Egli, che [p. 406 modifica]4o6 PARTE TERZA altro male non pensò, sali in solaro ed aiutò a metter il sacco in spalla al contadino, che lo portò a basso, ove la donna, che sapeva del ballo fatto, volle alquanto ristorar il giovine de la fatica e gli diede un bicchiero di buon vino a bere, e lasciollo andare. Stava su le possessioni il contadino di messer Salmone da Vimercàto, gentiluomo molto ricco ed onorato, che è marito de la signora Ippolita Sanseverina. Come il contadino fu partito, se n’andò a la casa di messer Salmone, ove quasi ogni di veniva, recando da le possessioni ora una cosa, or un'altra. E ragio¬ nando con alcuni servidori di casa, mostrò loro i mozzenighi guadagnati e disse il modo con che acquistati gli aveva. La cosa fu detta a messer Salmone. Egli più compitamente dal contadino saper la volle, che il tutto minutamente gli narrò. Messer Sal¬ mone, che è gentiluomo piacevole, non ebbe mai bene fin che non disse tutta l'istoria al magnifico podestà di Crema, nostro gentiluomo veneziano, il quale nel vero aveva un poco del tondo e, come voi lombardi costumate di noi dire, teneva del berga¬ masco in magna quantitate. Quando il podestà, il cui nome non voglio per ora dire, intese questa comedia, non si puoté conte¬ nere che non desse la baia al contestabile, di maniera ch'egli ne fu a gran romore con la moglie. Ma ella, negando il vero e facendo buon volto, seppe cosi fare che gli fece credere che queste erano ciancie che Babone ed Anteo avevano per male- voglienza levate, perciò che ella non gli voleva dar orecchie; e tanto disse che il buon contestabile non dava orecchie al podestà, lasciandolo dire ciò che voleva. Avvenne indi a pochi giorni che, essendo il podestà in sala con la moglie ed altre gentildonne, vi si trovò anco messer Salmone. Ed in quel tempo la signora Ippolita moglie di messer Salmone mandò una tazza di bellis¬ sime pesche duracine a la magnifica podestaressa, e mandolle per mano del contadino del grosso tincone. Come messer Sal¬ mone lo vide, subito disse al podestà : — Magnifico messere, eccovi il compagno che ha fornito la greca del contestabile de la porta d’Ombriano. — Il podestà, non avendo riguardo a la moglie ed altre donne che seco erano, comandò al contadino che devesse narrare il fatto come era stato. Egli, che altra lingua [p. 407 modifica]NOVELLA XLVI 407 che la cremasca apparata non aveva e non averia saputo altri- mente il suo concetto esplicare che con le semplici e naturali parole, disse il tutto, e tanto fece ridere il podestà e gli altri gen¬ tiluomini, che ancora ridono. La podestaressa e l’altre donne non risero cosi largamente, perché mostrarono per onestà aver ver¬ gogna, sentendo nominare cosi naturalmente le cose. Né bastando questo, volle il podestà che il buon compagno mostrasse il suo bel tincone, non pensando che quella medesima voglia poteva a madonna podestaressa venire che a la moglie greca del con¬ testabile era venuta, e ch'egli potrebbe poi cosi di leggero esser beffato come beffava altrui. In somma il contadino, che aveva bisogno di poca levatura, sentendo ciò che il podestà gli coman¬ dava, per téma di non esser bandito o andare in prigione, sfoderò gagliardamente a la presenza d'uomini e donne la sua squarcina, che fece meravigliare tutti gli uomini che quivi erano, vedendo si gran baccalaro, e fece nascer desiderio a molte de le donne di provare come ella ben tagliava. Le risa degli uo¬ mini furono grandi. Le donne si mettevano le mani agli occhi, ma tenevano i diti larghi l'uno da l'altro per meglio contem¬ plar l'armi del dio degli orti. Il podestà, ridendo tuttavia, disse: — A le vangele di san Marco, che la.¡ greca ha fatto molto bene, se s'è provista di cosi bel mescolo. — E su questo ciascuno diceva la sua. Madonna la podestaressa, ch'era donna di pelo rosso, ben compressa ed assai giovane, veggendo che il marito, che era uomo di più di sessanta anni, lodava la greca, disse tra sé: — Certo io provederò a' casi miei. Messere è vecchio e non mi tocca di tre mesi una volta. Costui supplirà, se io potrò. — Onde seppe col mezzo di certa buona donna si ben fare, che ella entrò in possesso del tincone, ed ancor che, meno che discre¬ tamente col contadino domesticandosi, fosse cagione che per Crema se ne parlasse, nondimeno nessuno ardi mai farne motto al podestà; ed ella, trovando nel tincone buon pasto, ogni volta che poteva se ne empiva il corpo. Il podestà, come vedeva il contestabile, gli era sempre dietro a morderlo de la moglie che aveva preso il tincone. Tutti quelli che l'udivano, più di lui che del contestabile ridevano, sapendo come il fatto andava. Avvenne [p. 408 modifica]4o8 PARTE TERZA anco spesse volte che dando il podestà la berta a colui, che ma¬ donna la podestaressa, che era presente, anco ella se ne beffava, pensando che nessuno s'accorgesse che, se la greca per un di aveva banchettato col tincone, ella già più di sessanta volte l'aveva posto a lesso, a guazzetto, in pasticcio e a rosto, essendo ferma openione di tutti che ella usasse quel bel tincone innanzi e dopo pasto. Ma il buon podestà, che di questo niente sapeva, s’era messo su questo umore di non lasciar vivere il povero contestabile, non s’accorgendo che tutta Crema di lui si beffava.