Novelle (Bandello, 1910)/Parte IV/Novella XXV

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Novella XXV - Ridicola e vituperosa beffa fatta da un Bergamasco a Fracassa da Bergamo, che credendo profumarsi la barba e capelli di odorata composizione, s’impiastriccio di fetente sterco
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IL BANDELLO

al molto illustre signore

il signore

berlingieri caldora

conte di Riso

e colonnello in Piemonte del re cristianissimo

salute


Essendo a la espugnazione e presa di Barge, fatta dal valente signore Cesare Fregoso, il gentilissimo signore colonnello, il signore Lelio Filomarino, ferito di una palla di arcobuso, instrumento diabolico, mentre a paro a paro del signor Cesare sotto la ròcca combattevano, io, per l’amicizia che con il detto Filomarino aveva, andava ogni di due volte a visitarlo, o se dagli affari era impedito, il mandava a vedere. Avenne una volta che, essendo io ito per visitarlo, trovai che tutti se ne uscivano fora di camera, perciò che, avendo la precedente notte molto male dormito, voleva alquanto riposare e ristorarsi dormendo uno poco. Era quivi tra gli altri il signor Berardino de li Gentili da Barletta, luogotenente del detto signor Lelio; il quale, come mi vide, salutandomi venne verso di me e mi disse: — Bandello, il signor Lelio ha travagliato tutta notte e ora si è messo per riposare uno poco. Andiamo a dare una volta per lo giardino di questi frati, — perché era il signor Lelio alloggiato in San Francesco. E cosí di brigata vi andassemo. Quivi diportandosi e con vari parlari passando il tempo, uno soldato napoletano disse al signore Berardino: — Io ho inteso, signore, come il Bandello si diletta di scrivere li vari accidenti che avengono, cosí in amore come in altre materie. Però mi persuado che tu li farai cosa grata a narrargli il caso che questi di narrasti al signor Lelio. — E aprendo io la bocca per [p. 270 modifica]pregarlo, egli, che cortese, e secondo il suo cognome, è molto gentile, non sofferse essere pregato, ma si offerse a dirlo; onde sotto uno pergolato postosi su le panche a sedere, egli molto leggiadramente il caso amoroso ci narrò. E tornato io a l’albergo, lo descrissi. Pensando poi, secondo il suo costume, cui donare il devesse, voi subito mi occorreste, perciò che spesso parlare di amore solete. Oltra poi che volontieri ne ragionate, non ostante che tutto il dì in questo nostro felicissimo esercito al caldo e al freddo, di notte e di giorno armato, cavalerescamente vi diportate, non vi può fatica né periglio alcuno levarvi le fiamme amorose fora del petto, né tôrvi che di continovo non siate in la schiera degli incatenati amanti sotto il vessillo de l’amore. State sano.

NOVELLA XXV (XXVI)

Ciò che facesse una ricca, nobile e forte bella gentildonna rimasa vedova. Né piú si volendo rimaritare né possendo contenersi, con che astuzia provide a li suoi bisogni.

Passando io per Milano, signori miei, intesi da uno amico mio come poco innanzi vi fu e ancora vi era una gentildonna vedova, la quale, essendo forte giovane, ricchissima e molto bella, deliberò piú non si rimaritare, ancora che non passasse ventidui anni. Aveva ella uno picciolo figliuolino in culla, che non era ancora uno anno che al marito partorito avea. E venendo il marito a morte, fece il suo testamento, lasciando il figliuolo erede universale. A la moglie accrebbe di dote cinque millia ducati, lasciandola, come dicono essi lombardi, donna e madonna del tutto, senza essere ubligata a rendere conto de l’amministrazione, eccetto che non voleva che potesse alienare beni immobili né per vendita né per pegno. Rimasa adunque vedova, attendeva a governare il suo figliuolino. Dimorava ella in uno soperbo palazzo, tanto bene fornito di bellissimi razzi e alessandrini tapeti e di ricchi e vaghi fornimenti di letti, quanto altro che in Milano ci fosse. Teneva anco una onoratissima carretta con quattro bravi corsieri, e ben che non tenesse [p. 271 modifica]NOVELLA XXV XXVI) tanta famiglia e servitori quanti ci erano vivendo il marito, nondimeno aveva molti che la servivano, e tra gli altri uno canzeliere assai vecchio che stato era col suocero suo e col marito, uno fattore fora a le possessioni e uno maestro di casa attempato, con dui stallieri e alcuni paggi. Avea anco al¬ cune donne con il balio e la balia. Voleva poi che ogni sera a competente ora tutti si retirassero a le loro camere; e come il palagio la sera si serrava, si faceva portare le chiavi de le porte a la sua camera, e tutta la notte le teneva. E cosi quie¬ tamente con grande onestà se ne viveva, né troppo pratticava con parenti, e meno con altri, facendo vita solitaria, con fermo proposito di piti non si legare a nodo maritale. Ella era nobile, avea buona dote e sovradote, era stata maritata molto altamente, e si teneva per fermo che in cassa non le mancassero molte migliaia di ducati, sapendosi le rendite grandi e la poca spesa che in casa teneva. Il perché una buona turba di gentiluomini se le posero dietro per far l’amore con lei, chi per godere quelle sue vaghe bellezze e chi per averla per moglie; ma il tutto era indarno, dicendo ella che aveva avuto per marito il piti gentile e il più cortese che potesse essere, e che da lui unicamente era stata amata, come egli ne la morte con chia¬ rissimo effetto aveva dimostrato. Onde non le pareva di tentar la fortuna, dubitando di non incappare in qualche marito fasti¬ dioso, geloso e sospettoso, di quelli che sono il giuoco de la contrada e la tribulazione de la casa, che le facesse poi mala compagnia. Con questa adunque deliberazione, nulla curando li corteggiamenti di questi e di quelli, che tutto il di le facevano il servitore e la ricercavano per moglie, se ne stava; di ma¬ niera che nessuno accorgere si poteva che ella a uno più che a l'altro facesse buono viso. Durò cerca dui anni senza mai prendere affezione a persona, anzi parea che sprezzasse tutto il mondo; né una volta mai le venne voglia né di innamorarsi né di sottoporsi al giogo maritale. Ma sdegnato Amore de la ri¬ gidezza di questa donna, deliberò per ogni modo farle rompere il suo casto proponimento e di quella trionfare. Avenne adun¬ que che, facendosi quello anno la festa de la Annunziazione de [p. 272 modifica]PARTE QUARTA la reina del cielo, che, per quanto mi fu detto, con i plenaria ordinariamente si suole fare uno anno a l’ospitale mag¬ giore e l’altro al domo; facendosi, dico, allora a l’ospitale, ella vide uno gentiluomo che ragionava quasi di rimpetto a e si trovò da ferventissimo amore presa, in si forte punto di stella apri gli occhi a rimirare quello gentiluomo, il quale in effetto era molto bello, forte vertuoso e ricco e di ottimi co¬ stumi dotato. Parve a la donna non aver veduto in vita sua il più gentile e il più aggraziato giovane di quello già mai, e non sapeva né poteva di addosso a lui rivoltare la vista altro "I Ma il gentiluomo, che a lei non pensava, non le metteva met Desiderava ella infinitamente che egli verso lei si rivolgesse,* parendole che da la vista di lui ella devesse ricevere uno me¬ raviglioso piacere. In quello lo speziale, a la cui speziaria la donna si serviva cosi de le cose medicinali come di confett si accostò al giovane e seco cominciò a ragionare. E andaa il loro ragionamento assai in lungo, accennò al suo balio, che accompagnata l’aveva, che a lei venisse; il che egli riverì mente fece. Onde ella con sommessa voce il dimandò se egli conosceva il gentiluomo il quale con lo speziale parlava. E di-| cendo egli di no, la donna li commise che destramente ve¬ desse di sapere il nome e cognome. Né molto dopoi il gio- ~| vane si parti, cui dietro a lento passo il balio andava. E cosi | seguendolo, si scontrò il balio in uno facchino assai suo di-1 mestico. E perché i facchini sogliono essere prattichi di tutte | le case de la città e conoscere quasi ciascuno, il dimandò chi era colui che con tre servitori innanzi andava, e se lo cono¬ sceva. — Come ! — rispose il facchino. — Io sono assai dime-j stico in casa sua e vi faccio mille servigi la settimana. — E disse il nome e cognome e in quale contrada era la di quello sta; Disse allora l’accorto balio, acciò che il facchino di nulla so-j spettasse: — Vedi quanto io m’ingannava! Io lo credeva essere; uno altro al quale forte rassimiglia. — E il tutto poi a la pa-j trona referi, come fu a casa. Onde ella, avendolo più volte al! marito, quando viveva, sentito ricordare per molto nobile e ricco: lei. Era la donna ita al perdono per pigliar l’indulgenzia [p. 273 modifica]NOVELLA XXV (XXVI) 273 e costumato giovane, cominciò assai sovente mettersi a le fine¬ stre, per vedere se il giovane per quella contrada passava già mai. Onde ella in questo ebbe la fortuna assai favorevole, per¬ ché il giovane non poteva per la via dritta andarsene al palagio del podestà, ove aveva una lite e' sovente vi andava, che non passasse dinanzi la casa di essa vedovella; del che ella, poi che se ne accorse, ne ebbe piacere grandissimo. 11 perché, assai spesso veggendolo andare e ritornare per quella strada, si ac¬ corse che se talora egli non era in compagnia di uno suo avvo¬ cato e uno procuratore, ne le cui mani era posta la sua lite, che mai di brigata con altri noi vedeva. Medesimamente, caval¬ cando per la città, sempre solo cavalcava. Cosi se ella in carretta a diporto per la terra andava, come è generale costume di tutte le gentildonne, sempre solo l’incontrava, ché seco non menava per l’ordinario se non uno paggio e dui o tre servitori, avendo nondimeno egli in casa numerosa famiglia. Quando il giovane incontrava la vedovella, o fosse in carretta o vero a piede, egli sempre con la berretta in mano e uno onesto chinar il .capo le faceva riverenza, come è lodevole costume ogni gentiluomo riverire e onorare le gentildonne. Ella medesimamente non a lui solo, ma a tutti quelli che se le inchinavano, con onestissimo abbassar di testa e, secondo li gradi de le persone, con basse riverenze, rendeva loro il debito onore; ma di tal maniera si governava, che nessuno si poteva accorgere che a uno più che a uno altro ella fosse affezionata. Amava ella non mediocremente il giovane; ma, come saggia e molto prudente, in veruno atto il suo amore non discopriva. Piacevale senza fine la beltà e mode¬ stia che il giovane ne l’andare e atti suoi dimostrava, e tanto più le aggradiva quanto che non pratticava quasi con nessuno. Ardendo dunque e languendo di questa maniera, e desiando fore di misura essere da lui amata, e non osando con lettere né ambasciate manifestargli il suo ferventissimo amore, e meno con guardi e atti farlo di quello accorto, perseverò alcuni giorni amando, ardendo e tacendo, non si sapendo risolvere come si devesse governare. A la fine, da Amore aiutata, pensò uno nuovo modo di godere il suo giovane, senza essere da lui conosciuta Mi Bandello, Novelle. iS [p. 274 modifica]PARTE QUARTA né vista; cosa clic forse mai più non fu fatta. Ma udite, signori miei, l’astuzia e accortezza di costei. Prima ella al suo balio e a la balia si discoperse, e mostrò loro con persuasibili ragioni che deliberata era di non volersi a patto veruno più maritarsi, ma che trovandosi giovane e delicatamente nodrita, era dagli stimoli de la carne fieramente combattuta, a li quali lungo tempo avea fatto resistenza, e che a la fine, vinta, non voleva più vivere di quello modo, ma provedere a li casi suoi. Onde intendeva con quella maggior segretezza che fosse possibile, acciò che l’onestà sua intiera si conservasse, trovarsi uno amante giovane e costu¬ mato, che la notte le tenesse compagnia. E cosi di quanto vo¬ leva che il balio facesse, diligentemente lo instrusse. Perciò, avendo tra sé conchiuso che il giovane del quale vi ho parlato fosse colui che la godesse, lo manifestò al balio. Erano i licen¬ ziosi giorni del carnevale, ne li quali, come sapete, è lecito a cia¬ scuno mascherarsi. Era stata la vedova cerca uno anno, dopo che il giovane ne l’ospitale tanto le piacque, sempre su questo suo amore pensando e ripensando, e non si sapeva risolvere. A la fine uno di, dopo l’avere ammaestrato il balio, volle che quello si mascherasse e andasse a parlare con il giovane; il che il di¬ ligente balio fece. E preso uno ronzino da vettura, tanto andò per la città in qua e in là che scontrò il giovane, che a cavallo senza compagnia su uno ginnetto si andava per la città diportando. Onde il balio se gli accostò e li disse: — Signore mio, io vi voglio, piacendovi, parlare. — Il giovane gli rispose che volontieri l’ascol¬ terebbe, pregandolo che li dicesse chi era. — Chi io sia, signore inio, non vi posso io dire; ma ascoltate quanto vi dirò. In que¬ sta città è una bellissima e nobilissima donna, di beni de la fortuna molto ricca, la quale si trova si ardentemente accesa del vostro amore, come mai fosse donna al mondo di quale si voglia uomo. Ella vi stima per uno de li galanti, costumati e prudenti giovani de la città; e se tale di voi openione non avesse, per tutto l’oro del mondo non vorrebbe la vostra prattica. Ma perché molti giovani portano il cervello sopra la berretta e hanno poco sale ne la zucca, e come hanno uno buon viso o una buona guardatura da le loro innamorate subito ne fanno la grida per [p. 275 modifica]NOVKLLA XXV (XXVl) le chiese e per le piazze, ella vuole ¡sperimentare la vostra con¬ stanzia e segretezza e fede. Vuole poi che di notte vi troviate con lei. ma di maniera che voi non la possiate né vedere né co¬ noscere. Per questo la notte che vieije, piacendovi, voi vi ritro¬ verete, tra le tre e quattro ore de la notte, al tale cantone de la contrada, e io mascherato verrò per voi. Voi, se vi pare, potrete essere armato di quella sorte di arme che vi aggradirà. Come io giunga, vi porrò uno cappuccio in capo, perché non possiate ve¬ dere ove io vi conduca. Ben vi assicuro che non vi bisogna temere di inganno veruno, perché io vi metterò a lato la più gentile e la più bella giovane di Lombardia. Pensatevi bene sopra, e fate v0; _ Detto questo, il balio si parti e andò per vie disusate a casa. Rimase il giovane con mille pensieri ne la mente, tutto confuso, e non sapeva imaginarsi ciò che fare si devesse in cotale caso, dicendo tra sé: — Che so io che alcuno mio nemico non sia, che sotto questa esca non abbia posto il veleno e mi voglia farmi con¬ durre come uno semplice castrone al macello? Ma io, che mi sappia, non ho nemico veruno, non avendo mai offesa persona né grande né picciola. Io non posso imaginarmi chi possa essere colui che debbia bramare il sangue mio. E chi meco ha parlato, mi ha detto che io, se voglio, posso andare bene armato. Ancora che io di armi sia fornito, se sarò incappucciato, come potrò vedere chi mi vorrà offendere? Chi udi mai più una tale novella, che una donna fosse ardentemente innamorata di uno e non vo¬ lesse essere da lui veduta? Che so io, se pensando abbracciar una delicata c morbida giovane, non ini ritrovi in braccio di alcuna poltrona e male netta meretrice, che del corpo suo, pro¬ diga, abbia indifferentemente fatto copia a quanti mascalzoni e facchini ci sono in la città? Potria anco essere alcuna piena di male francese, che mi desse la sua livrea e tenermi storpiato tutta la vita mia, onde io non sarei mai più uomo. — Con questi e altri pensieri, andava tra sé discorrendo il giovane tutto ciò che avenire potrebbe, e sino a la notte altro non fece che farne¬ ticare, non si sapendo risolvere. Cenò egli a le due ore, ma poco poco mangiò, tuttavia pensando su ciò che fare devesse. Deli¬ beratosi a la fine di mettersi a la prova di questa impresa, a le [p. 276 modifica]276 PARTE QUARTA tre ore, armatosi, se ne andò a l’assignato luoco. Né guari quivi stette, che il balio, secondo l'ordine posto, vi arrivò, e salutatolo li pose il cappuccio in capo. Poi li disse: — Signore, appiglia. ! tevi a la mia veste di dietro con una mano, e seguitatemi. — Andò | poi per diverse strade in qua e in là, tornando talora indietro •.• e spesso a posta errando il camino, di modo che il balio me¬ desimo non averia una altra volta saputo rifare quello viaggio. Al fine lo condusse in casa de la vedovella e lo menò in una camera terrena ricchissimamente apparata, con uno letto tanto attillatamente adornato e di ricchissime cortine attorniato, con dui bellissimi origlieri, di seta porporina e di fila d'oro tra¬ punti con si dotta e maestra mano che ogni grandissimo re se ne sarebbe tenuto onoratamente appagato. La camera poi, d’ogni intorno profumata, oliva soavissimi odori. Ardeva in camera il fuoco, e sovra uno tavolino vi era uno candeli di argento con uno torchietto acceso di cera candidissima, era anco uno drappo di vari colori intessuto, e maestrevole di oro e seta a la alessandrina ricamato, sovra il quale bellissimo ordine erano pettini di avorio e di ebeno per pel nare la barba e il capo, con cuffie bellissime e drappi da porsij su le spalle pettinandosi e da asciugarsi le mani, sovra modo belli. Ma che dirò de l’apparato attorno a le mura de la ca¬ mera? In luoco di razzi eranvi fornimenti di panni di oro sovra rizzi, ne li quali in ciascuno di loro erano le inse: del parentato del morto marito e di essa vedova. Ma la pruj dente vedovella, acciò che l’amante per quelle insegne venisse in cognizione chi ella si fosse, con altri vaghi e ri lavori gli aveva con bella arte fatti coprire, e si bene accoi che meglio stare non potevano. Gli era anco apparecchiata ì finissimi vasi di maiolica una delicata e soperba collezione d| ottime confetture, con odorati e preziosi vini del Montebri Come egli fu dentro, il balio li cavò il cappuccio di testa e disse: — Signore mio, voi devete avere freddo: scaldatevi qu; volete. — Li presentò poi la collezione. Ma il giovane, ringi tolo e non volendo né mangiare né bere, attese a scaldarsi contemplare quello ricchissimo adornamento. Restava egli, pieno] [p. 277 modifica]NOVELLA XXV (XXVl) 277 di infinita meraviglia, quasi fora di sé, considerando molto mi¬ nutamente si nobile e regio apparato; e giudicò la padrona del luoco essere una de le prime gentildonne di Milano. Come fu scaldato, il discreto balio con lo scaldaletto d'argento scaldò benissimo il letto, e subito aiutò a dispogliare il giovane e farlo andare a letto. Non era a pena coricato, che la vedova intrò dentro con una maschera al volto. Ella era in una giubba di da¬ masco morello, fregiata in gran parte con cordoni piccioli di fino oro e seta cremesina, e sotto aveva una sottana di tela d’oro, tutta recamata con bellissimi lavori. Era con lei la sua balia, mascherata ancora ella, la quale aiutò a spogliare la padrona; di modo che l’aventuroso giovane contemplava con intento e ingordo occhio la persona de la donna, snella e ben formata, di giusta misura, con uno candidissimo petto decentemente rile¬ vato, e due tonde e niente pendenti mammelle, che pareano pro¬ prio da maestra mano formate. Vedeva anco le belle e morbide carni da minio nativo colorite. Come ella fu spogliata, si coricò appresso al giovane, senza perciò toccarlo, e tuttavia con la ma¬ schera su il volto. Il balio con la balia coprirono di maniera il fuoco che niente di luce poteva rendere, si diligentemente era stufato e coperto. Medesimamente poi ammorzarono il torchietto e via se n’andarono, fermando l’uscio de la camera. La vedo¬ vella allora, levatasi dal volto la maschera e quella dopo il ca¬ pezzale riposta, disse umanamente al giovane: — Signor mio, datemi la mano vostra. — Il che il giovane riverentemente fece, e sentendo la morbidezza e delicatura de la bellissima mano, tutto si senti smovere per ogni sua vena il sangue, attendendo ciò che ella voleva dire. La quale cosi disse: — Signore mio, a me vie piti de le pupille degli occhi miei caro, io credo che forte vi siate meravigliato del modo che qui fatto vi ho condurre; ma per¬ ché il messo mio so che la cagione vi ha scoperta, ogni vostra meraviglia deve cessare. Pertanto io vi dico che, fin che io non sia fermamente assicurata de la vostra costanza, taciturnità e se- cretezza, voi chi io mi sia non saperete già mai. Vi bisogna adunque avertire a non dire mai motto del modo che qui condutto vi séte, perché ogni minima paroluzza che voi ne diceste e me [p. 278 modifica]27» PARTE QUARTA fosse riferita, voi subito sareste privato di non tornarci più mai I.’altra cosa che da voi voglio è che voi non ricercate sapere chi 10 mi sia. Servando questo, io sempre sarò vostra, né altro uomo al mondo amerò già mai che voi. — Promise il giovane serbare intieramente il tutto, e di più anco, se ella degnava altra cosa commandargli. Ella allora in braccio al suo amante si abbandonò; onde tutta la notte, con infinito piacere di amendue le parti, insieme amorosamente si trastullarono. E se il giovane piacque a la donna, non meno a lui la donna sodisfece, di modo che dire non si potrebbe chi di loro più si contentasse. Di una buona ora, dopoi, innanzi a l’alba venne il balio; e fatto accendere da la balia il fuoco, essendo tutti dui mascherati, vestirono il giovane. La donna, come senti aprire la camera, prese la sua maschera e al volto se la pose, e a l'amante disse: — Su su, signore, ché tempo è di levare. — Il giovane, vestito e armato, e detto a la donna addio, fu dal balio, per giravolte condutto al luoco dove fu levato; e il balio, levatogli il cappuccio, a casa per diverse strade ritornò. Durò questa prattica forse sette anni con grandissimo piacere degli amanti, nel quale tempo il gio¬ vane si reputava il più beato e lieto amante che mai fosse. Ma la malvagia fortuna, che non può soffrire che gli amanti lungo tempo felicemente vivano, separò con la morte del gio cosi ben governato amore, perché una ardentissima di maligna sorte gran febre assali il detto gentiluomo, non le trovando mai 11 medici con lor arte compenso o rimedio alcuno; di modo che in sette giorni se ne mori, con inestimabile e gravissimo dolore de la sua donna, che ancora con amarissime lagrime non fa che di e notte piangerlo.