Opere di scultura e di plastica di Antonio Canova/XXIX

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XXIX

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SOCRATE

VICINO A MORTE

ALLONTANA DA SE

LA SUA FAMIGLIA




basso rilievo in gesso


XXV.

E chi mai sarà il degno interprete dei sentimenti di questo sublime Prigioniero? Tu, o Canova, lo sarai; tu che in questa carcere, nell’animo di quel Grande in quell’epoca fatale e sublime, tu che con te medesimo mi trasporti. Io veggo Socrate nell’atto doloroso di allontanare la sua desolata famiglia. Una maestosa semplicità, un moto grave, e degno della mestizia del soggetto che rappresenta, regna in questo quadro mirabile. Si vede il sasso sopra cui sedeva il Filosofo, e da quello, con funesto presagio, sciolta e pendente la catena che prima stringevagli il piede. Xantippe, la moglie sua, facendo precedere il minore dei suoi figliuoli che piange, con la faccia tutta ricoperta, e lagrimando [p. 87 modifica]essa pure, già muove il passo per andarsene. La siegue mestissimamente una donna, al di cui manto s’attacca con la destra mano un secondo fìgliuolino di Socrate, mentre con la sinistra tiene quella di un suo fratello, mostrandosi in tale attitudine e con l’incerta fisionomia indeciso se debba seguir quella, o questo che mostra di volersene restare. Dietro di Socrate, che si vede allora allora uscito dalla vicina stanza del bagno, si presenta il desolato Critone, che spettatore di questa scena commovente, porta nel volto la dolorosa inquietudine di vederne la fine. Tre filosofi, inseparabili dal Maestro, sono atteggiati, quale nel compiangere la sorte di un sì grand’uomo, e quale nel!’ ammirarne la fermezza. Due giovinetti, a cui si vede spuntare il pianto sulle ciglia pietose, stanno a qualche distanza. Socrate solo sembra imperturbabile in tanto dolore. Ma che! Il commosso animo suo non seppe comandare che al solo suo volto. Un eloquente e spontaneo movimento delle mani lo tradisce; quella che preme il fianco a Lamprocleo, il maggiore dei suoi figli, nell’atto di persuaderlo ad allontanarsi, è languida e senza forza. L’altra, interprete più fedele del cuore che pur ritenerlo vorrebbe, appoggiata sopra la di lui spalla sinistra, è forte di tutto il sentimento naturale e represso del più tenero affetto. Tutto l’amor paterno, e gl’inviolati suoi dritti sembrano rifuggire a quella mano [p. 88 modifica]pietosa. Sensibilità santa, io t’adoro ovunque, chè sei dono puro del Cielo! Me fa raccapricciar d’orrore quella troppo lodata ferocia, che fece assister Bruto alla morte de’proprj figli, ed immergere al secondo Bruto il pugnale nel seno del suo benefattore. Non era già forse virtù più che umana nel primo il condannarli, e nel secondo il tacer la congiura?