Opere di scultura e di plastica di Antonio Canova/XXVIII

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XXVIII

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XXVII XXIX


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SOCRATE

CHE SALVA LA VITA

AD

ALCIBIADE




basso rilievo in gesso


XXVIII.

Socrate, quell’imperturbabile filosofo, che seppe mantener sempre la stessa tranquillità d’animo nella prospera, come nell’avversa fortuna; che credendo e dicendo di non saper nulla, era pura e ricca fonte di sapere; quello che nell’assedio di Potidea salvò la vita al più amabile e più corrotto degli Ateniesi, e nella battaglia di Delio ad uno dei più grandi uomini della Grecia; quello che riguardava come sacri gli ordini della Patria per quanto ingiusti si fossero, e che essendo stato accusato, rispose al suo dolente discepolo Ermogene, che lo scongiurava di occuparsi della propria difesa, «non me ne sono io forse occupato tutta la mia vita?» quest’essere straordinario eccitò fortemente [p. 84 modifica]l’immaginazione di Canova. Egli ce lo rappresenta in diverse circostanze della sua vita, con altrettanti bassirilievi, il primo de’ quali lo raffigura nell’atto di salvare i giorni al giovinetto Alcibiade, a quel singolare Ateniese, che educato nella splendida casa di Pericle, ed addottrinato da Socrate medesimo, fu la meraviglia dell’età sua, la delizia ad un tempo, ed il disprezzo della Grecia e dell’Asia. Nella battaglia di Potidea combattendo Alcibiade cadde a terra. L’elmo che gli vedi balzato fuori del capo, ed i capelli sparsi al vento denotano il grande impeto della caduta. Conserva ancora lo scudo; ma non potendosi rialzare, malgrado ogni suo sforzo, ferito essendo da una freccia, che gli sta ancora confitta nella coscia, inutile affatto gli sarebbe quella difesa contro ai colpi di un guerriero, che avendolo afferrato per il lembo della clamide con la mano sinistra, lo strascica verso di sè, e sta già con l’altra per immergerli ferocemente la spada nel petto. Alcibiade con quel suo fermo ed inalterabile coraggio lo guarda, ma in maniera da intimidirlo anzi che di mostrarsene intimidito, o di domandargli la vita. Lo sdegno ed il disprezzo pel suo nemico gli stanno maravigliosamente espressi nella fronte, nelle narici e nelle labbra. Sopraggiunge Socrate, ed oh! come si slancia con tutta la persona, e con tutto quel fervore che inspira il generoso e caldo sentimento dell’amicizia; ed oppone ai colpi [p. 85 modifica]dell’inimico lo scudo che tiene con la mano sinistra, mentre con la destra armata di brando sta per iscagliar un colpo contro di un altro terribile guerriero, che tiene alzata ferocemente la spada contro Alcibiade. Varie lancie, ch’escono dall’estremità del quadro rivolte contro il gruppo dei due amici, ed un corpo già steso morto ai loro piedi, ti renderebbero certo, che in quella pugna fatale perirono questi due illustri Personaggi, se la storia risvegliando in quel punto la tua memoria, non ti additasse nella gran pagina del suo libro immortale scritte queste terribili parole: Socrate fu condannato a morte dall’Areopago, Alcibiade fu per un ordine vile da un vile assassino trucidato in Frigia.