Orlando innamorato/Libro secondo/Canto ventesimoquarto

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Libro secondo

Canto ventesimoquarto

../Canto ventesimoterzo ../Canto ventesimoquinto IncludiIntestazione 22 settembre 2009 75% Poemi epici

Libro secondo - Canto ventesimoterzo Libro secondo - Canto ventesimoquinto

 
1   Quando la tromba alla battaglia infesta
     Suonando a l’arme sveglia il crudo gioco,
     Il bon destrier superbo alcia la testa,
     Battendo e piedi, e par tutto di foco;
     Squassa le crine e menando tempesta
     Borfa le nare e non ritrova loco,
     Ferendo a calci chi se gli avicina;
     Sempre anitrisce e mena alta ruina.

2   Così ad ogni atto degno e signorile,
     Qual se raconti, di cavalleria,
     Sempre se allegra lo animo gentile,
     Come nel fatto fusse tuttavia,
     Manifestando fuore il cor virile
     Quel che gli piace e quel ch’egli disia;
     Onde io di voi comprendo il spirto audace,
     Poi che de odirme vi diletta e piace.

3   Non debbo adunque a gente sì cortese
     Donar diletto a tutta mia possanza?
     Io debbo e voglio, e non faccio contese,
     E torno ove io lasciai ne l’altra stanza
     Di Feraguto, che il monte discese,
     E Rodamonte con tanta arroganza
     Che de i lor guardi e de la orribil faccia
     Par che il cel tremi e il mondo se disfaccia.

4   Venian davanti a gli altri e duo baroni
     Più de una arcata per quella pianura.
     Sì come fuor del bosco duo leoni
     Che abbian scorto lo armento e la pastura,
     Così venian spronando e lor ronzoni
     Sopra la gente che de ciò non cura;
     Io dico e Cristïani e Carlo Mano,
     Che ben veduti gli han callare al piano.

5   Lo imperator gli vidde alla costiera,
     Dico e Pagani e il re Marsilïone,
     A benché allora non sapea chi egli era;
     Pur fece presto a ciò provisïone.
     Subitamente fece una gran schiera
     De cavallieri arditi e gente bone;
     Ove gli trova, senza altro riguardo
     Tutti gli aduna intorno al suo stendardo.

6   Poi mosse Carlo questa compagnia,
     Sopra a un destriero a terra copertato;
     Per quel furor la terra sbigotia,
     Tamburi e trombe suonan da ogni lato.
     Marsilio d’altra parte anco vien via,
     Ma son davanti, come io ve ho contato,
     Il franco Feraguto e Rodamonte;
     E duo de’ nostri a lor scontrarno a fronte,

7   Il conte Gano e lo ongaro Otachiero,
     Contra di lor spronando a gran baldanza;
     E Rodamonte, che gionse primero,
     Scontrò nel scudo al conte di Maganza.
     Tutto il fraccassa il saracino altiero,
     E usbergo e ’l fianco passa con la lanza.
     Turpino il dice, ed io da lui lo scrivo,
     Che Satanasso alor lo tenne vivo.

8   Questo servizio allor gli fie’ di certo,
     Per far dapoi dell’anima più straccio.
     Or Feraguto, il cavalliero esperto,
     Ben dette ad Otachier più presto spaccio;
     Usbergo e scudo tutto gli ebbe aperto,
     Dietro a le spalle andò di lancia un braccio.
     Caderno entrambi a grave disconforto:
     L’un mezo è vivo, e l’altro al tutto morto.

9   E dui pagan lasciâr costoro in terra,
     E dan tra’ nostri a briglia abandonata;
     Il conte Gano ben presto si sferra,
     E se nascose, l’anima dannata.
     Or chi me aiuta a ricontar la guerra
     Che fan color, crudele e disperata?
     Io non mi credo mai di poter dire
     L’aspre percosse e il lor crudo ferire.

10 Lingua di ferro e voce di bombarda
     Bisognarebbe a questo racontare,
     Che par che ’l cel de lampi e di foco arda,
     Veggendo e brandi intorno fulminare;
     E benché nostra gente sia gagliarda,
     Contra a’ duo saracin non può durare,
     Come iudichi il cel quel giorno a morte
     Lo imperatore e la sua real corte.

11 Questo da quella e quel da questa banda
     Armi e persone tagliano a traverso;
     Il re Carlone a Dio si racomanda,
     Ché, come gli altri, di stupore è perso,
     Benché per tutto provede e comanda;
     Ma tanto è il crido orribile e diverso
     Di gente occisa e de arme il gran rumore,
     Che non intende alcun lo imperatore.

12 Ma ciascaduno, ove meglio far crede,
     Corre alla zuffa come disperato;
     Ben vi so dir, se Dio non gli provede,
     Che Carlo questo giorno è disertato,
     E rimarrà la Francia senza erede,
     Ché ogni barone a quel campo è tagliato,
     Ed è occiso anco il popol più minuto
     Da Rodamonte insieme e Feraguto.

13 Dal destro lato intrò re Rodamonte
     Col brando di Nembrot ad ambe mano,
     E partì Ranibaldo per la fronte,
     Duca de Anversa, che è bon cristïano.
     Da poi Salardo, che de Alverna è conte,
     Taglia a traverso e lascia morto al piano;
     Ugo e Raimondo trova il maledetto,
     L’un sino al collo e l’altro fende al petto.

14 Quel di Cologna, e questo era Picardo:
     Il Saracino a terra gli abandona,
     E gli altri occide senza alcun riguardo
     Quel re che di prodezza è la corona;
     Né di lui Feraguto è men gagliardo,
     Ché meraviglia fan de la persona:
     Ranier di Rana, il patre de Oliviero,
     Ferito a morte abatte del destriero;

15 E il conte Ansaldo, il quale era alemano,
     Ed è segnor de la città de Nura,
     Percote sopra a l’elmo ad ambe mano,
     E tutto il parte insino alla cintura.
     Tutta la gente fugge per il piano:
     Chi non avria di que’ colpi paura?
     Duca di Clevi, il duca di Sansogna,
     Ciascuno ha un colpo, e più non vi bisogna;

16 Però che il collo a l’un tagliò di netto,
     Volò via il capo e l’elmo col cimiero;
     L’altro divise da la fronte al petto,
     Poi dà tra gli altri quel saracin fiero.
     Re Carlo avea di ciò tanto dispetto,
     Che non capìa di doglia nel pensiero.
     Ecco Marsilio ariva e la gran gente:
     Non sa re Carlo che farsi nïente.

17 Nïun Ranaldo vi è, nïuno Orlando,
     Nïun Danese e nïuno Oliviero;
     Chi qua, chi là nel campo combattando,
     Ciascun di adoperarse avea mestiero;
     Onde il bon re, de intorno riguardando,
     Poi che non vede conte o cavalliero
     Che a’ soi nemici più volti la faccia,
     Fasse la croce e il forte scudo imbraccia,

18 Dicendo: - O Dio, che mai non abandoni
     Chiunque in te spera con perfetto core,
     Sì come fanno adesso e miei baroni,
     Che abandonano al campo il suo segnore:
     Meglio è morire e poter star tra’ boni,
     Che più campare al mondo in disonore;
     Aiutame, mio Dio, dammi baldanza:
     In te sol fido ed ho la mia speranza. -

19 Tra le parole una grossa asta aresta,
     Sempre chiamando a Dio del celo aiuto,
     E dove è la battaglia e più tempesta,
     Sprona il destriero e scontra Feraguto.
     Proprio alla vista il gionse nella testa,
     Poco mancò che non fosse caduto;
     Ma tal possanza avea il crudo barone,
     Che se mantiene a forza ne l’arcione.

20 La lancia volò in pezzi con romore,
     E Feraguto, che il colpo avea preso,
     Qual mai pigliato non avea il maggiore,
     Se rivoltò, de furia e de ira acceso;
     Gionse ne l’elmo al franco imperatore,
     E sopra al prato lo mandò disteso.
     Ciascun che ’l vidde, crede che ’l sia morto:
     Bene hanno e nostri e cruccio e disconforto.

21 Ma sopra agli altri il franco Balduino,
     Benché sia nato de la falsa gesta,
     Forte piangendo se chiama tapino,
     E via correndo di cercar non resta
     Per ritrovare Orlando paladino.
     Ugetto di Dardona ancora in questa
     Veggendo il fatto se partì di saldo,
     E va correndo per trovar Ranaldo.

22 Ma il re Marsilio intrò nella battaglia,
     Suonando trombe e corni e tamburini,
     E tanto è il crido de la gran canaglia,
     Che par che ne lo abisso il cel ruini.
     La nostra gente tutta se sbaraglia,
     Perché adosso gli sono i Saracini,
     Che gli tagliano tutti a pezzi e a fetta:
     Chi può fuggir, nel campo non aspetta.

23 Ma Balduin cercando atrovò il conte,
     Che pure alora occise Balgurano;
     Come di sangue là fusse una fonte,
     Fatto avea rosso tutto intorno il piano;
     E Balduin, battendosi la fronte,
     Conta piangendo come Carlo Mano
     È morto al campo, o sta con tal martìre
     Che in poco de ora converrà morire.

24 Orlando alle parole stette un poco,
     Per la gran doglia che gli gionse il core,
     Ma poi divenne rosso come un foco,
     Battendo i denti insieme a gran furore.
     Da Balduino avendo inteso il loco
     Ove abattuto è Carlo imperatore,
     Là se abandona quella anima fiera:
     Ciascun fa loco più che volentiera.

25 Chi non il fa ben presto, se ne pente,
     Ché lui non cegna, ma del brando mena,
     Ed è tanto turbato e tanto ardente,
     Che non discerne e soi da gli altri apena.
     Per quel camino occise una gran gente;
     Ma ritorno ad Ugiero di Dardona,
     Qual mai non posa cercando a ogni mano,
     Sin che ha trovato il sir di Montealbano.

26 Né il cognoscea, tanto era sanguinoso,
     Ché il scudo avea coperto e l’armatura;
     Poi che il cognobbe, tutto lacrimoso
     Gli racontò la gran disaventura,
     Come era andato il fatto doloroso,
     E che il re Carlo sopra alla pianura
     Era abattuto, de la vita in bando,
     Se non lo ha già soccorso il conte Orlando;

27 Perché venendo lo vidde passare,
     Ed era seco a lato Balduvino,
     Qual forse questo gli debbe contare,
     Però che anch’esso a Carlo era vicino.
     Quando Ranaldo odìa ciò racontare,
     Forte piangendo disse: - Ahimè tapino!
     Che se egli è ver ciò che costui favella,
     Perduta ho in tutto Angelica la bella.

28 Se di me prima là vi gionge Orlando,
     Io so che Carlo aiutarà di certo,
     Ed io serò, come fui sempre, in bando,
     Disgrazïato, misero e diserto.
     Almen potevi tu venir trottando!
     Venuto sei di passo, io il vedo aperto,
     Né me il faria discreder tutto il celo,
     Ché il tuo destrier non ha sudato un pelo. -

29 - A tutta briglia venni speronando, -
     Rispose Ugetto - e tu pur fai dimora;
     Or che sai tu se qualche impaccio Orlando
     Ha retenuto, e non sia gionto ancora?
     Tu provar debbi la ventura, e quando
     Venga fallita, lamentarti alora;
     Sì presto è il tuo destrier, che a questo ponto
     Prima de ogni altro ti vedo esser gionto. -

30 Parve a Ranaldo che il dicesse il vero,
     Però ben presto se pose a camino.
     Spronando a tutta briglia il suo destriero,
     A gran fraccasso va quel paladino;
     Qualunque trova sopra del sentiero,
     O voglia esser cristiano o saracino,
     Con lo urto getta a terra e con la spada,
     Né vi ha riguardo, pur che avanti vada.

31 Marcolfo il grande, che fu un pagano
     Che servia in corte il re Marsilïone,
     Il qual, seguendo e nostri in su quel piano,
     Scontrossi a caso nel figlio de Amone,
     Che de Fusberta lo gionse a due mano
     E tutto lo partì sino al gallone;
     E poco apresso truova Folvirante,
     Re di Navarra, di cui dissi avante.

32 Ranaldo de una ponta l’ha percosso,
     Dietro alle spalle ben tre palmi il passa,
     E de urto gli cacciò Baiardo adosso
     Percotendolo a terra, e quivi il lassa;
     E Balivorne, quel saracin grosso,
     Che avea rivolto al capo una gran fassa,
     De cotal colpo tocca con Fusberta,
     Che gli ha la faccia insino al collo aperta.

33 Ranaldo non gli stima tutti uno asso,
     Pur che se spacci a trovar Carlo Mano.
     Ecco uno abbate ch’è davanti al passo,
     Limosinier di Carlo e capellano:
     Grassa era la sua mula, e lui più grasso,
     Né sa che farsi, a benché sia nel piano:
     Questo avea tanta tema de morire,
     Che stava fermo e non sapea fuggire.

34 Ranaldo l’urta a mezo del camino,
     Lui cadde sotto, sopra è la sua mulla;
     Quel che ne fosse, non scrive Turpino,
     Ed io più oltra ve ne so dir nulla.
     Sopra a lui salta il franco paladino,
     E ben col brando intorno se trastulla,
     Facendo braccie e teste al cel volare:
     Ben vi so dir che largo se fa fare.

35 Ecco davanti vidde una gran folta,
     Ma che sia in mezzo non pô discernire.
     Questa è gente pagana, che era involta
     De incerco a Carlo per farlo morire;
     E dietro tanta vi ne era aricolta,
     Che ad alcun modo non ne potea gire;
     Ben che lui mostri arditamente il viso
     E si diffenda, pur l’avriano occiso.

36 Ranaldo adosso a lor sprona Baiardo,
     Avenga che non sappia di quello atto,
     Ma, come dentro al cerchio fie’ riguardo,
     Subitamente se accorse del fatto.
     Qui vi so dir che se mostra gagliardo,
     Onde il re Carlo il cognobbe di tratto,
     - Aiutami, - dicendo, - filiol mio,
     Ché al mio soccorso te ha mandato Iddio! -

37 Parlava Carlo, e tuttavia col scuto
     Stava coperto e la spada menava,
     E veramente gli bisogna aiuto,
     Tanta la gente adosso gli abondava.
     Di Corduba era il conte qua venuto
     (Partano il saracin se nominava),
     Qual mai non lascia che Carlo se mova;
     Per dargli morte pone ogni gran prova.

38 Ma gionto da Ranaldo all’improviso
     Non se diffese, tanto impaurì;
     A benché in ogni modo io faccia avviso
     Che il fatto serìa pur gito così.
     Ranaldo dà ne l’elmo, e fesse il viso,
     E ’l mento e il collo, e il petto gli partì.
     Lascialo andare, e mena a più non posso
     A un altro, che al re Carlo è pure adosso.

39 Questo era il conte de Alva, Paricone:
     Ranaldo lo tagliò tutto a traverso
     E prestamente prese il suo ronzone.
     Però che quel de Carlo era già perso;
     E tanto se sostenne il fio de Amone,
     Dando e togliendo in quel stormo diverso,
     Che a mal dispetto de ciascun pagano
     Sopra al destrier salì re Carlo Mano.

40 Né bisognava che fosse più tardo,
     Perché non era apena in su la sella,
     Che Feraguto, il saracin gagliardo,
     E ’l re Marsilio gionse proprio in quella.
     Venian quei duo pagan senza riguardo,
     Ciascaduno a due man tocca e martella;
     Come tra gente rotta e dissipata,
     Venian ferendo a briglia abandonata.

41 La nostra gente avante a lor non resta,
     Ma fugge in rotta, piena di spavento;
     Chi avia frappato il viso e chi la testa:
     Non fu veduto mai tanto lamento.
     Ma quando Carlo e i baron di sua gesta
     Al campo se voltâr con ardimento,
     Ed apparbe Ranaldo in su Baiardo,
     Chi più fuggiva, più tornò gagliardo.

42 Suonâr le trombe e il crido se rinova,
     E la battaglia più s’accende e aviva.
     Ciascuno intorno a Carlo se ritrova,
     Né mostra de esser quel che mo fuggiva,
     Anci per amendar pone ogni prova.
     Marsilio, che sì ratto ne veniva,
     E Feraguto ancor da l’altro canto,
     A ciò mirando, se affermarno alquanto.

43 Ciascun di loro in su la briglia sta,
     Già non temendo che altri se gli appressi;
     Or l’uno e l’altro a furia se ne va
     Ove e nimici son più folti e spessi.
     E’ si suol dir che Dio gli uomini fa,
     Poi se trovano insieme per se stessi,
     Sì come Carlo al re Marsilïone
     Trovosse, e Feraguto al fio de Amone.

44 Oh colpi orrendi! oh battaglia infinita!
     Che chi l’avesse con gli occhi veduta,
     Credo che l’alma tutta sbigotita
     Per tema avria cridato: "Aiuta! aiuta!’
     E, poi che fosse for del corpo uscita,
     Mai non serebbe in quel loco venuta,
     Per non vedere in viso e due guerrieri
     De ira infiamati e de arroganza fieri.

45 Or de Marsilio e de lo imperatore
     Vi lasciarò, ch’io non ne fo gran stima,
     E contarò la forza e il gran valore
     De gli altri duo, che son de ardire in cima.
     A cominciarla mi spaventa il core:
     Che debbo io dire al fin? che dirò in prima?
     Duo fior di gagliardia, duo cor di foco
     Sono a battaglia insieme a questo loco.

46 E cominciarno con tanta ruina
     L’aspra baruffa e con tanto fraccasso,
     Che già non sembra che da la mattina
     Sian stati in arme al sol che era già basso.
     Ciascun stare al suo loco se destina,
     Né se tirâr dal campo a dietro un passo,
     Menando colpi di tanto furore
     Che a’ riguardanti fa tremare il core.

47 Ranaldo gionse in fronte a Feraguto,
     E se non era quello elmo affatato,
     Lo avria fiaccato in pezzi sì minuto,
     Che ne l’arena non se avria trovato.
     Callò Fusberta e giù colse nel scuto,
     Che era di nerbo e di piastra ferrato;
     Tutto lo spezza e tocca ne lo arcione:
     Mai non se vidde tal destruzïone.

48 E ben responde il saracino al gioco,
     Ferendo a lui ne lo elmo di Mambrino,
     E quel se divampava a fiamma e foco,
     Ma nol puote attaccar, cotanto è fino.
     Il scudo fraccassò proprio a quel loco
     Che a lui avea fiaccato il paladino,
     E gionse ne lo arcione a gran tempesta:
     Più de tre quarti en porta a la foresta.

49 Né pone indugia, ché un altro ne mena,
     E gionse pur ne lo elmo di traverso.
     Pensàti se egli avea soperchia lena:
     Quasi Ranaldo a terra andò roverso,
     E se sostenne con fatica e pena;
     La vista aveva e lo intelletto perso.
     Baiardo il porta e nel corso se serra,
     Ciascun che ’l guarda, dice: - Eccolo in terra! -

50 Ma pur rivenne, e veggendo il periglio
     A che era stato e la vergogna tanta,
     Tutto nel viso divenne vermiglio
     Dicendo: - Un Saracin di me si vanta?
     Ma se mo mo vendetta non ne piglio,
     La vita vo’ lasciarvi tutta quanta,
     E l’anima allo inferno e il corpo a’ cani,
     Se mai de ciò se vanta tra’ Pagani. -

51 Mentre che parla, ponto non se aresta,
     Ma mena a Feraguto invelenito,
     E gionse il colpo orribile alla testa,
     Tal che alle croppe il pose tramortito.
     Ferir non fu giamai di tal tempesta:
     Ben stava il saracino a mal partito,
     Per uscir da ogni lato dello arcione;
     Quasi mezza ora stette in stordigione.

52 Il sangue gli uscia fuor di bocca e naso,
     Già ne avea lo elmo tutto quanto pieno.
     Or lasciar me il conviene in questo caso,
     Ché la istoria ad Orlando volge il freno.
     Dietro a Ranaldo è il paladin rimaso,
     Però che ’l suo destrier corre assai meno,
     Io dico Brigliador, che non Baiardo;
     Però qua gionse il conte un poco tardo.

53 Quando fu gionto e vidde il re Carlone
     Fuor di periglio in su lo arcion salito,
     Che avea afrontato il re Marsilïone,
     Anci in tre parte già l’avea ferito;
     E d’altra parte il franco fio de Amone
     Conduce Feraguto a mal partito:
     Quando ciò prese il conte a rimirare,
     - Ahimè! - diceva, - qua non ho che fare!

54 A quel che io vedo, le poste son prese;
     Male aggia Balduino il traditore!
     Qual bene è de la gesta maganzese,
     Che in tutto il mondo non è la peggiore.
     Per lui son consumato alla palese,
     Perduta è la speranza del mio amore;
     Persa è mia gioia e il mio bel paradiso
     Per lui che tardo gionse a darmi avviso.

55 Ben dirà Carlo ch’io venni in gran fretta
     Per dargli aiuto, come io debbo fare!
     Ma tu, gente pagana maledetta,
     Tutta la pena converrai portare;
     Sopra di voi serà la mia vendetta,
     E, se io dovessi il mondo ruïnare,
     Farò quanto Ranaldo questo giorno,
     O che davanti a Carlo mai non torno. -

56 Così dicendo in dietro si rivolta,
     Torcendo gli occhi de disdegno e de ira.
     Sì come un tempo oscuro alcuna volta,
     Che brontolando intorno al cel se gira,
     E il tristo villanel che quello ascolta,
     Guarda piangendo e forte se martira;
     E quel pur viene ed ha il vento davante,
     Poi con tempesta abatte arbori e piante:

57 Cotal veniva col brando a due mano
     Il conte Orlando, orribile a guardare.
     Non ebbe tanto ardire alcun pagano
     Che sopra al campo osasse de aspettare;
     Tutti a ruina e in folta se ne vano,
     Ma il conte altro non fa che speronare,
     Dicendo a Brigliador gran villania,
     Dandoli gran cagion del mal che avia.

58 Il primo che egli agionse in suo mal ponto,
     Fu Valibruno, il conte de Medina,
     E tutto lo partì, come io vi conto,
     Dal capo in su lo arcion con gran ruina.
     Poscia Alibante di Toledo ha gionto,
     Che non avea la gente saracina
     Di lui maggior ladrone e più scaltrito;
     Orlando per traverso l’ha partito.

59 Poi dà tra gli altri e trova Baricheo,
     Che ha il tesor di Marsilio in suo domino;
     Costui primeramente fu giudeo,
     E da poi cristïan, poi saracino,
     Ed in ciascuna legge fu più reo,
     Né credeva in Macon né in Dio divino.
     Orlando lo partì dal zuffo al petto:
     Non so chi se ebbe il spirto maledetto;

60 Non so se tra’ Giudei o tra’ Pagani
     Giù ne lo inferno prese la sua stanza.
     Il conte il lascia, e tra’ Saracin cani
     Ferisce ad ogni banda con baldanza.
     Sì come in Puglia ne gli aperti piani
     Ponesse il foco alcun per mala usanza,
     Quando tra’ il vento e la biada è matura,
     Ben faria largo e netto alla pianura;

61 Cotal tra’ Saracini il sir de Anglante
     Tagliando e dissipando ne veniva.
     Ecco longi cernito ebbe Origante,
     Ma nol volse ferir quando fuggiva;
     Anci correndo gli passò davante,
     E poi se volta e nel scudo lo ariva,
     E taglia il scudo e lui con Durindana,
     Sì che in duo pezzi il manda a terra piana.

62 Di Malica segnore era il pagano
     Qual v’ho contato che è in duo pezzi in terra;
     Orlando tocca Urgino ad ambe mano,
     E in due bande aponto lo disserra.
     A Rodamonte, il quale era lontano
     E facea in altro loco estrema guerra,
     Fu aportato il furore e ’l gran periglio
     Nel quale è Feraguto e il re Marsilio.

63 Incontinente lascia Salamone,
     Quel di Bertagna, che era rimontato;
     E mal per lui, però che nel gallone
     E in faccia Rodamonte l’ha piagato;
     E già lo trabuccava de lo arcione,
     Che tutto il mondo non lo avria campato,
     Quando quel messo ch’io dissi, giongia;
     Lui lascia Salamone e tira via.

64 Ne lo andar trovò il duca Guielmino,
     Sir de Orlïense, de gesta reale;
     Insino ai denti il parte il saracino,
     Ché la barbuta, o l’elmo non vi vale.
     Quanto più andando avanza del camino,
     Più gente urta per terra e fa più male;
     Ovunque passa quel pagano ardito,
     Qual morto abatte e qual forte ferito.

65 Missère Ottino, il conte di Tolosa,
     E il bon Tebaldo, duca di Borbone,
     Per terra abatte in pena dolorosa,
     E via passando con destruzïone
     Trovò la terra tutta sanguinosa,
     E un monte de destrieri e di persone,
     L’un sopra a l’altro morti e dissipati:
     Il conte è quel che gli ha sì mal menati.

66 Quivi le strida e il gran lamento e il pianto
     Sono a quel loco ove se trova Orlando,
     Quale era sanguinoso tutto quanto,
     E mena intorno con ruina il brando.
     Ma già finito nel presente è il canto,
     Che non me ne ero accorto ragionando;
     Segue lo assalto di spavento pieno,
     Qual fo tra il conte e il figlio de Ulïeno.