Orlando innamorato/Libro secondo/Canto ventesimoquinto

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Libro secondo

Canto ventesimoquinto

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Libro secondo - Canto ventesimoquarto Libro secondo - Canto ventesimosesto

 
1   Se mai rime orgogliose e versi fieri
     Cercai per racontare orribil fatto,
     Ora trovarle mi farà mestieri,
     Però che io me conduco a questo tratto
     Alla battaglia con duo cavallieri,
     Che questo mondo e l’altro avrian disfatto;
     Tra ferro e foco inviluppato sono,
     Ché l’altre guerre ancor non abandono.

2   Perché dove è il Danese e Serpentino,
     Ov’è Olivieri e Grandonio si geme;
     E il re Marsilio e il figlio di Pipino,
     Quanto se può, ciascun sopra se preme;
     Ranaldo e Feraguto il saracino
     Fan più lor duo che tutti gli altri insieme;
     Ed or di novo Orlando e Rodamonte
     Per più ruina son condutti a fronte.

3   Sì come a l’altro canto io vi ebbi a dire,
     Ciascun di loro avanti avea gran cazza;
     Cristian né Saracin potean soffrire,
     Perché l’un più che l’altro assai ne amazza.
     Quando la gente gli vide venire,
     Ognun a più poter fa larga piazza;
     Come avante al falcone e storni a spargo,
     Fugge ciascun cridando: - Largo! largo! -

4   E quei duo cavallier con gran baldanza
     Se urtarno adosso, senza più pensare.
     Avea prima ciascun rotta sua lanza,
     Ma con le spade ben vi fo che fare,
     Menando i colpi con tanta possanza,
     Che ciascadun che sta intorno a mirare
     Di trare il fiato apena non se attenta,
     Tanto al ferire estremo se spaventa.

5   Barbute e scudi e usberghi e maglie fine
     Ne porta seco a ogni colpo di spada,
     Come lo inferno e il cel tutto ruine,
     E mare e terra con fraccasso cada;
     E la piastra percossa a polverine
     Vola de intorno e non so dove vada,
     Ché ogni pezzo è sì minuto e poco
     Che non se trovarebbe in alcun loco.

6   E se non fosse per gli elmi affatati
     Che aveano in capo, e la bona armatura,
     Non vi seriano a quest’ora durati,
     Per la battaglia tenebrosa e scura;
     Ché tanto sono e colpi smisurati,
     Che pure a racontarli è una paura;
     Quando giongon e brandi in abandono,
     Par che ’l cel s’apre e gionga trono a trono.

7   Re Rodamonte, il quale ardea de andare
     Ove era il re Marsilio e Feraguto,
     Temendo forse che per dimorare
     Giongesse dapoi tardo a dargli aiuto,
     Ad ambe mano un colpo lascia andare,
     E tocca nel cantone in cima al scuto;
     Per lungo il fende a l’altra ponta bassa,
     Gionge a l’arcion e tutto lo fraccassa.

8   Quando se avidde di quel colpo Orlando,
     Turbato d’altro, forte disdegnoso,
     Ira sopra ira più multiplicando,
     Lascia a due mano un colpo tenebroso;
     Gionse nel scudo il furïoso brando,
     E più di mezo il manda al prato erboso,
     Né pone indugia e tira un gran roverso,
     E nel guanciale il gionse di traverso.

9   Fo il colpo orrendo tanto e smisurato,
     Che trasse di se stesso quel pagano,
     E fo per trabuccar da l’altro lato,
     E da la briglia abandona la mano.
     Il brando che nel braccio avea legato,
     Tirando drieto trasinava al piano,
     E sì gli avea ogni lena il colpo tolta,
     Che per cader fo assai più che una volta.

10 Poi che fu il spirto e l’anima venuta,
     Ne la sua vita mai fu tanto orribile;
     Di presto vendicarse ben se aiuta:
     Mena ad Orlando un gran colpo e terribile,
     Qual dileguò in tal modo la barbuta,
     Che via per l’aria ne volò invisibile,
     Più trita e più minuta che l’arena;
     Che ormai sia al mondo, non mi credo apena.

11 Lo elmo de Almonte, che tanto fu fino,
     Ben campò alora Orlando dalla morte,
     Avenga che a quel colpo il paladino
     Del morir corse fino in su le porte;
     Di man gli cadde il bon brando acciarino,
     Ma la catena al braccio il tiene forte:
     Fuor delle staffe ha i piedi, e ad ogni mano
     Spesso se piega per cadere al piano.

12 La gente che de intorno era a guardare,
     Ed avea de tal colpi assai che dire,
     Subitamente cominciò a cridare:
     - Aiuto! aiuto! - e poi prese a fuggire;
     Perché, avendosi indietro a riguardare,
     Gran schiere sopra a lor vidder venire,
     E questo era Gualtier da Monlïone
     E Bradamante, la figlia de Amone.

13 Eran costor fuor dello aguaito usciti,
     Sì come avea commesso Carlo Mano:
     Ben diece millia cavallieri arditi,
     Che avuto impaccio quel giorno non hano.
     Per questo i Saracin son sbigotiti,
     Ciascuno a più poter spazza quel piano;
     E ben presto spaciarsi gli bisogna,
     Sì Bradamante a lor gratta la rogna.

14 Avanti a gli altri la donzella fiera
     Più de un’arcata va per la pianura,
     Tanto robesta e sì superba in ciera
     Che solo a riguardarla era paura;
     Là quel stendardo e qua questa bandiera
     Getta per terra, e de altro non ha cura
     Che di trovare al campo Rodamonte,
     Ché del passato se ramenta l’onte,

15 Quando in Provencia gli occise il destriero
     E fece di sua gente tal ruina.
     Ora di vendicarse ha nel pensiero,
     E di cercarlo mai non se rafina.
     Sprezando sempre ogni altro cavalliero,
     Via passa per la gente saracina,
     Né par pur che di lor se accorga apena,
     Benché de intorno sempre il brando mena.

16 Pur Archidante, il conte de Sanguinto,
     Ed Olivalto, il sir de Cartagena,
     L’un pose morto a terra, e l’altro vinto,
     Perché de intorno gli donavan pena;
     Ad Olivalto nel scudo depinto
     Una aspra ponta la donzella mena,
     E spezzò quello usbergo come un vetro;
     Ben più de un palmo gli passò di dietro.

17 Questo abandona e mena ad Archidante
     Ad ambe man, sì come era adirata,
     E ne la fronte li gionse davante:
     Per sua ventura se voltò la spata;
     E lui cadendo a su voltò le piante
     E rimase stordito ne la strata.
     La dama non ne cura e in terra il lassa,
     E ruïnando via tra gli altri passa.

18 E mena in volta le schiere pagane,
     Facendo deleguare or quelle or queste;
     Ove ella corre, il segno vi rimane
     E fa le strate a tutti manifeste,
     Che restan piene di piedi e di mane,
     Di gambe e busti e di braccie e di teste;
     E la sua gente, che alle spalle mena,
     È di gran sangue caricata e piena.

19 Veggendo tal ruina Narbinale,
     Conte de Algira, quel saracin fiero
     (Ben che abbia altro mestier, ché fu corsale,
     Era ancor destro e forte in su il destriero):
     Costui veggendo il gran dalmaggio e il male
     Che fea la dama per ogni sentiero,
     Con una lancia noderuta e grossa
     A lei se afronta e dàgli alta percossa.

20 Ma lei de arcion non se crolla nïente,
     E mena sopra a l’elmo a quel pagano,
     E calla il brando giù tra dente e dente;
     Quel cadde morto del destriero al piano.
     Quando ciò vidde la pagana gente,
     Ben vi so dir che a folta se ne vano,
     Chi qua chi là fuggendo a più non posso;
     Ma sempre e Cristïan lor sono adosso.

21 Tenne la dama diverso camino,
     Lasciando a man sinestra gli altri andare,
     E gionse dove Orlando il paladino
     Stava for dello arcion per trabuccare.
     Vero è che Rodamonte il saracino
     Non lo toccava e stavalo a mirare;
     La dama ben cognobbe il pagan crudo
     Al suo cimiero e alle insegne del scudo.

22 Onde se mosse, e verso lui se afronta.
     Or se rinova qui l’aspra battaglia
     E’ crudel colpi de taglio e di ponta,
     Spezzando al guarnimento piastra e maglia;
     Ma nel presente qua non se raconta,
     Perché Turpin ritorna alla travaglia
     Di Brandimarte e sua forte aventura,
     Sin che il conduca in Francia alla sicura.

23 Avendo occiso al campo Barigaccio,
     Come io contai, quel perfido ladrone,
     Con la sua dama in zoia ed in sollaccio
     Venìa sopra a Batoldo, il bon ronzone;
     E caminando gionse ad un palaccio,
     Che avea verso a un giardino un bel verone,
     E sopra a quel verone una donzella
     Vestita de oro, e a maraviglia bella.

24 Quando ella vidde il cavallier venire,
     Cignava a lui col viso e con la mano
     Che in altra parte ne dovesse gire,
     E che al palazzo passasse lontano;
     Ora, Segnori, io non vi saprei dire
     Se Brandimarte intese, o non, certano;
     Ma cavalcando mai non se ritiene
     Sin che a la porta del palazzo viene.

25 Come fu gionto alla porta davante,
     Dentro mirando vidde una gran piazza
     Con loggie istorïate tutte quante:
     Di quadro avea la corte cento brazza.
     Quasi a mezo di questa era un gigante,
     Qual non avea né spada né mazza,
     Né piastra o maglia, od altre arme nïente,
     Ma per la coda avea preso un serpente.

26 Il cavallier de ciò ben si conforta,
     Poi che ha trovata sì strana aventura;
     Ma in su quel dritto aperta è un’altra porta,
     Che del giardin mostrava la verdura,
     E un cavallier, sì come alla sua scorta,
     Si stava armato ad una sepoltura;
     La sepoltura è in su la soglia aponto
     Di questa porta, sì come io vi conto.

27 Ora il gigante stava in gran travaglia
     Con quel serpente, come io vi contai,
     Ma sempre a un modo dura la battaglia:
     Quel per la coda nol lascia giamai.
     Benché il serpente, che de oro ha la scaglia,
     Piegasse a lui la testa volte assai,
     Mai nol puote azaffare o darli pena,
     Ché per la coda sempre intorno il mena.

28 Mentre il gigante quel serpente agira
     Brandimarte alla porta ebbe veduto,
     Onde, soffiando di disdegno e de ira,
     Correndo verso lui ne fo venuto,
     E detro a sé il dragon per terra tira.
     Or doni il celo a Brandimarte aiuto,
     Ché questo è il più stupendo e grande incanto
     Che abbia la terra e il mondo tutto quanto.

29 Come è gionto, il gigante alcia il serpente,
     Con quello a Brandimarte mena adosso.
     Non ebbe mai tal doglia al suo vivente,
     Perché quel drago è lunghissimo e grosso;
     Pur non se sbigotisce de nïente,
     Ma quel gigante ha del brando percosso
     Sopra a una spalla, e giù calla nel fianco:
     Lunga è la piaga un braccio, o poco manco.

30 Crida il gigante e pur alcia il dragone,
     E gionse Brandimarte ne la testa,
     E tramortito lo trasse de arcione,
     E, il serpente menando, non se arresta;
     Anci gionse a Batoldo, il bon ronzone,
     E disteselo a terra con tempesta.
     Rivene il cavalliero, e in molta fretta
     È destinato a far la sua vendetta.

31 Col brando in mano il gran gigante affronta,
     E se accomanda alla virtù soprana;
     Ma quel mena del drago a prima gionta,
     E di novo il distese a terra piana.
     Già Brandimarte avea tratto una ponta,
     E passato l’avea più de una spana;
     Avendo l’uno e l’altro il colpo fatto,
     Quasi alla terra se ne andarno a un tratto.

32 Ma quel serpente fece capo umano,
     Sì come proprio avea prima il gigante,
     E collo e petto e busto e braccie e mano
     E insieme l’altre membre tutte quante;
     E quel gigante venne un drago istrano,
     Proprio come questo altro era davante,
     E, sì come era per terra disteso,
     Fo dal gigante per la coda preso.

33 E verso Brandimarte torna ancora
     Menando, come il primo fatto avia;
     Lui, che levato fu senza dimora,
     Già di tal cosa non se sbigotia,
     Anci menando del brando lavora,
     Dando e cogliendo colpi tuttavia;
     Tanto animoso e fiero è Brandimarte!
     Ferito ha già il gigante in quattro parte.

34 A benché anco esso pisto e percosso era,
     Tanto il feriva spesso il maledetto;
     E la battaglia assai fo lunga e fiera;
     Ma, per venire in ultimo allo effetto,
     Brandimarte lo agionse de Tranchera,
     E tutto lo divise insino al petto,
     Onde se fece drago incontinente,
     E fo gigante quel che era serpente.

35 Sì come in prima, per la coda il prese,
     E verso il cavalliero anco se calla,
     Tornando pur di novo alle contese;
     Ma Brandimarte il gionse in una spalla
     Ed a terra mandò quanto ne prese,
     Né già per questo il brando se aristalla,
     Ma giù callando a gran destruzïone
     Tutto lo fende insin sotto al gallone.

36 Come davanti se fôr tramutati,
     Questo è gigante e quello era dragone,
     E ben sei volte a ciò fôrno incontrati,
     Crescendo sempre più la questïone.
     Sei volte Brandimarte gli ha atterrati,
     Né trova più rimedio quel barone,
     Onde dolente e con gran disconforto
     Senza alcun dubbio estima de esser morto.

37 Pur, come quel che molto era valente,
     Non avea al tutto ancor l’animo perso,
     Anci con gran ruina arditamente
     Mena un gran colpo orribile e diverso,
     E gionse a mezo il busto del serpente
     Dietro da l’ale, e tagliollo a traverso.
     Quando il gigante vide quel ferire,
     Trasse via il resto e posese a fuggire.

38 Verso la porta, ove è la sepoltura,
     Fugge il gigante forte lamentando,
     Ché di quel che gli avenne avea paura.
     Il cavallier gli pose in testa il brando,
     E partil tutto insino alla cintura,
     Onde lui cadde alla terra tremando;
     Poi che in tal forma del compagno è privo,
     Moritte al tutto e non tornò più vivo.

39 Non era a terra quel gigante apena,
     Che il campïon che a l’altra porta stava,
     Ver Brandimarte venne di gran lena,
     Onde la zuffa qua se cominciava,
     E de gran colpi l’uno a l’altro mena,
     Ma sempre Brandimarte lo avanzava;
     E per conclusïone in uno istante
     Morto il distese apresso a quel gigante.

40 E Fiordelisa, quale era seguita
     Dentro alla loggia il cavallier soprano,
     Veggendo la battaglia esser finita
     Dio ne ringrazïava a gionte mano.
     Or la porta ove entrarno, era sparita,
     E per vederla se riguarda in vano;
     Ben per trovarla se affannarno assai,
     Ma non se vede ove fusse pur mai.

41 Onde si stanno, e non san che si fare,
     E solo una speranza li assicura:
     Che quella dama che gli ebbe a cennare,
     Gli mostri a trarre a fin questa ventura.
     Ma, stando quivi in ocio ad aspettare,
     Cominciarno a mirar la depintura
     Che avea la loggia istorïata intorno
     Vaga per oro e per color adorno.

42 La loggia istorïata è in quattro canti,
     Ed ha per tutto intorno cavallieri
     Grandi e robusti a guisa de giganti,
     E con lor soprainsegne e lor cimieri.
     Sopra allo arcione e armati tutti quanti
     Sì nella vista se mostravan fieri,
     Che ciascadun che intrava de improviso,
     Facean cambiar per meraviglia il viso.

43 Chi fu il maestro, non saprebbi io dire,
     Il quale avea quel muro istorïato
     De le gran cose che dovean venire,
     Né so chi a lui l’avesse dimostrato.
     Il primo era un segnor di molto ardire,
     Benché ha lo aspetto umano e delicato,
     Qual per la Santa Chiesa e per suo onore
     Avea sconfitto Rigo imperatore.

44 Apresso alla Ada ne’ prati Bressani
     Se vedea la battaglia a gran ruina,
     E sopra al campo morti li Alemani,
     E dissipata parte gibillina.
     L’acquila nera per monti e per piani
     Era cacciata misera tapina
     Dal volo e da gli artigli de la bianca,
     A cui ventura né virtù non manca.

45 Era il suo nome sopra alla sua testa,
     Descritto in campo azurro a lettre d’oro;
     Benché la istoria assai la manifesta,
     Nomar se debbe di virtù tesoro.
     Molti altri ivi eran poi de la sua gesta;
     E de’ gran fatti e de le guerre loro
     Tutta era istorïata quella faccia,
     Che è da man destra a lato alla gran piaccia.

46 Ne la seconda vi era un giovanetto,
     Che natura mostrò ma presto il tolse;
     Per non lasciar qua giù tanto diletto,
     Il cel, che ne ebbe invidia, a sé lo volse;
     Ma ciò che puote avere un om perfetto
     De ogni bontate, in lui tutto se accolse:
     Valor, beltate e forza e cortesia,
     Ardire e senno in sé coniunti avia.

47 Contra di lui, di là dal Po nel piano,
     Eran Boemi ed ogni gibillino,
     Con quel crudel che il nome ha di Romano,
     Ma da Trivisi il perfido Azolino,
     Che non se crede che de patre umano,
     Ma de lo inferno sia quello assassino;
     Ben chiariva la istoria il suo gran storno,
     Ché ha dame occise e fanciullini intorno.

48 Undeci millia Padovani al foco
     Posti avea insieme il maledetto cane,
     Che non se odì più dire in alcun loco
     Tra barbariche gente o italïane;
     Poi se vedeva là nel muro un poco
     Con le sue insegne e con bandiere istrane
     Di Federico imperator secondo,
     Che la Chiesa de Dio vôl tor del mondo.

49 Di là le sante chiave, e in sue diffese
     L’acquila bianca nel campo cilestro,
     E quivi eran depente le contese
     E la battaglia di quel passo alpestro;
     Ed Azolin se vedia là palese,
     Passato di saetta il piè sinestro
     E ferito di mazza nella testa,
     E’ soi sconfitti e rotti alla foresta.

50 E la faccia seconda era finita
     De la gran loggia con lavor cotale.
     Ma ne la terza è lunga istoria ordita
     De una persona sopranaturale,
     Sì vaga nello aspetto e sì polita,
     Che non ebbe quel tempo un’altra tale;
     Tra zigli e rose e fioretti d’aprile
     Stava coperta la anima gentile.

51 Essendo in prima etate piccolino,
     In mezo a fiere istrane era abattuto,
     E non avea parente né vicino
     Qual gli porgesse per pietate aiuto.
     Duo leoni avea in cerco il fanciullino,
     E un drago, che di novo era venuto;
     E l’acquila sua stessa e la pantera
     Travaglia gli donâr più d’altra fiera.

52 Il drago occise ed acquetò e leoni,
     E l’acquila cacciò con ardimento;
     A la pantera sì scurtò li ungioni,
     Che se ne avede ancor, per quel ch’io sento.
     Poi se vedea, da conti e da baroni
     Accompagnato, con le velle al vento
     Andar cercando con devozïone
     La Santa Terra ed altre regïone.

53 Indi se volse e, come avesse l’ale,
     Tutta la Spagna vidde e lo occeàno;
     È recevuto in Francia alla reale,
     Forse come parente e prossimano.
     Error prese il maestro, e fece male,
     Ché non dipense come egli era umano,
     Come era liberale e d’amor pieno;
     Non vi capia, ché ’l campo venne meno.

54 La terza istoria in quel modo se spaccia;
     La quarta somigliava a questo figlio,
     Che, essendo fanciullin, fortuna il caccia,
     Vago e dipento e bianco come un ziglio,
     Di pel rossetto ed acquillino in faccia;
     Ma lui sol a virtute diè di piglio,
     E quella ne portò fuor di sua casa;
     Ogni altra cosa in preda era rimasa.

55 Là se vedea, cresciuto a poco a poco
     Di nome, de sapere e di valore,
     Or con arme turbate ed or da gioco
     Mostrar palese il generoso core;
     E quindi apresso poi parea di foco
     In gran battaglia e trïonfale onore.
     In diverse regioni e terre tante
     Sempre e nemici a lui fuggon davante.

56 Sopra del capo aveva una scrittura
     Che tutta è de oro, e tale era il tenore:
     ’ Se io vi potessi in questa dipentura
     Mostrare espressa la virtù del core,
     Non avria il mondo più bella figura,
     Né più reale e più degna de onore;
     A dessignarla non posi io la mano,
     Però che avanza lo intelletto umano.’

57 Or Brandimarte ciò stava a mirare,
     Tanto che quella dama venne giù,
     La dama che al veron gli ebbe a cennare.
     Come fo gionta, disse: - Che fai tu,
     Perdendo il tempo a tal cosa guardare,
     E non attende a quel che monta più?
     A te bisogna quel sepolcro aprire,
     O qua rinchiuso di fame morire.

58 Ma, poi che quel sepolcro serà aperto,
     Ben ti bisogna avere il core ardito,
     Perché altrimenti seresti deserto,
     E te con noi porresti a mal partito. -
     Or, bei segnori, io mi credo di certo
     Che abbiate a male il canto che è finito,
     Ché non aveti al fine il tutto inteso;
     Ma a l’altra stanza lo dirò disteso.