Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura/3976

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[p. 347 modifica] stoltissimo, benché d’uomini gravissimi, non lo ricordo se non per un segno di questo ch’io dico (12 decembre 1823).


*    Non è propria de’ tempi nostri altra poesia che la malinconica, né altro tuono di poesia che questo, sopra qualunque subbietto ella possa essere. Se v’ha oggi qualche vero poeta, se questo sente mai veramente qualche ispirazione di poesia e va poetando seco stesso, o prende a scrivere sopra qualunque soggetto, da qualunque causa nasca detta ispirazione, essa è certamente malinconica, e il tuono che il poeta piglia naturalmente o seco stesso o con gli altri nel seguir questa inspirazione (e senza inspirazione non v’é poesia degna di questo nome) è il malinconico. Qualunque sia l’abito, la natura, le circostanze ec. del poeta, pur ch’ei sia di nazione civile, cosí gli accade, e come a lui cosí a un altro che non avrà di comune con lui se non questo solo ec. Fra gli antichi avveniva [p. 348 modifica]tutto il contrario. Il tuono naturale che rendeva la loro cetra era quello della gioia o della forza, della solennità ec. La poesia loro era tutta vestita a festa, anche, in certo modo, quando il subbietto l’obbligava ad esser trista. Che vuol dir ciò? O che gli antichi avevano meno sventure reali di noi (e questo non è forse vero), o che meno le sentivano e meno le conoscevano, il che viene a esser lo stesso e a dare il medesimo risultato, cioè che gli antichi erano dunque meno infelici de’ moderni. E tra gli antichi metto anche, proporzionatamente, l’Ariosto ec. (12 decembre 1823).