Poesie (Eminescu)/XXV. Calin (pagine di leggenda)

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XXV. Calin (pagine di leggenda)

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Mihai Eminescu - Poesie (1927)
Traduzione di Ramiro Ortiz (1927)
XXV. Calin (pagine di leggenda)
XXIV. Lontano da te XXVI. Mortua est

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XXV.

CALIN

(PAGINE DI LEGGENDA).

                  
                                      Gazzella:L’autunno disperde le
                                        foglie, stride un grillo sotto una
                                        gronda, triste il vento batte ai
                                        vetri con un suono che trema.E tu,
                                        seduto accanto al fuoco stai
                                        aspettando che ti prenda il
                                        sonno.Perchè all’improvviso balzi
                                        nelle tenebre? Tu ascolti camminar
                                        nella tenda. È l’amata che viene a
                                        prenderti per la vita e davanti al
                                        tuo bel viso porrà uno specchio
                                        perchè tu vegga te stesso
                                        sorridente, sognante.
                                     


I.


Dietro il colle sorge la luna come un camino di brace,
arrossando i vecchi boschi col castello solitario,
 
e l'onde dei ruscelli che scintillano fuggendo in fretta,
mentre un suono di campana scende a valle lamentoso.

5Al disopra dei burroni sono mura di fortezze;
e, aggrappandosi alle rocce, un eroe le scala a fatica.

Ponendo ginocchio e mano ora sull’una ora sull’altra,
egli è giunto a romper le barre d’un cancello.

Entra in punta di piedi nella celata alcova,
10dove il muro di pietra ha la forma di un arco,

e, tra i fiori che s’intessono alle barre, la luna molle
pavida e blanda versa i raggi suoi.

Dov’essi giungono, mura e soffitti sembran d’argento,
dove no, l’ombra s’addensa più nera del carbone;
 
15ma su in alto, sotto la volta, un ragno ammaliato
ha tessuto la sua tela sottile, trasparente come una rete,

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che tremolando scintilla e pare che si rompa,
carica di goccioline minute, quasi polvere gemmata.

Sotto quel velo sottile dorme la principessa
20distesa sotto l’alcova, tuffata in un mare di luce;

pieno e bianco risalta il suo corpo, sì che puoi intravederlo
attraverso l’azzurro velo della veste sottile,

che, liberatasi dai fermagli, mostra qua e là senza veli
il corpo bianco e nudo nella sua purezza verginale.

25Sui guanciali disciolta la chioma d’oro si spande,
calme batton le tempie cinte d’ombra violetta,

e le arcuate sopracciglia le inquadran la candida fronte, [gna.
le arcuate sopracciglia che un sol tratto maestrevolmente dise-

Sotto le palpebre chiuse lievi battono i globi degli occhi,
30molle il braccio le pende giù dalla sponda del letto.

Dal calore della gioventù maturate son le fragole del seno,
e la bocca è disserrata dal fuoco del respiro.

Sorride ella e dolce muove le piccole labbra,
mentre una pioggia di rose le cade sul capo e sul letto.

35Ma l’eroe s’avvicina e strappa colla mano ardita
l’esile velo coperto d’una polvere gemmata.

Le grazie della nuda beltà che i sensi gli molce
i confini oltrepassano del pensiero mortale.

Tra le braccia egli stringe la vergine, sul viso di lei si china,
40sulle labbra sospirose pon la bocca sua rovente,

dal dito mignolo il ricco anello le toglie,
poi se ne va di nuovo alla ventura il misterioso eroe.

II.


L’indomani ella s’ammira che la tela di ragno sia rotta,
che nello specchio le labbra appaian livide e succhiate,
45e, con un triste sorriso, a guardarsi s’indugia e susurra:
«Certo il Vampiro dai neri riccioli vien di notte a derubarmi.»

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III.


Pensi ognun quel che gli pare del mistero verginale,
io vi dico ch’ella pare innamorata di sè stessa.

Anche a Narciso accadde, guardandosi alla fonte, suo specchio,
50d’esser al tempo stesso amante e amato.

E se qualcuno potesse sorprenderla, mentre
coi selvaggi occhi azzurri nello specchio si mira,

le dolci labbra protendendo e chiamandosi per nome,
cara a sè stessa cosi come nessuno le è caro;

55quegli allor con un solo sguardo il segreto le rapirebbe;
che cioè la bella vergine ha scoperto d’esser bella.

Oh visione soave, estasi dell’anima, vergine dagli occhi grandi e dalla chioma folta,
un bell’idolo ti sei scelto pel tuo cuor di verginella!

Che mai susurra ella in segreto, mentre dal capo alle piante
60l'immagin sua giovane e graziosa meravigliata contempla?

«Un bel sogno questa notte ho avuto: m’è apparso un Vampiro
e, forte tra le braccia stringendolo, ero per soffocarlo;

perciò, quando mi guardo nello specchio delle lucide rocce,
soletta in carnicina tendo a lui le mie bianche braccia

65e de’ miei capelli biondi mi vesto come di una veste leggera
e nel vedere il mio rotondo omero mi vien voglia di baciarlo,

ma di pudore allora il sangue m’imporpora il viso.
Perchè davvero non viene il Vampiro, perch’io sul petto gli cada?

Se voluttuosa fletto in arco la vita, se gli occhi miei mi piacciono,
70come queste cose potrebbero non piacere a lui?

E se a me stessa son cara, come a lui non dovrei esser cara?
Dunque tu, bocca, sta’ attenta a non dirlo a nessuno,

neppure a lui stesso, quando furtivo vien la notte al mio letto
desideroso come una donna e furbo come un bambino!»

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IV.


75Così il Vampiro seguita a venire ogni notte al suo letto
e, ammaliata da’ baci, si desta ella dal sonno d’un tratto.

Verso l'uscio egli allora si volge pronto alla fuga,
ma ella con gli occhi lo ferma e molto umilmente lo prega:

«Oh resta, resta con me, o tu dalla voce suadente di fuoco,
80o Vampiro dai neri riccioli, dolce ombra irrequieta!

No, non creder che, sperduto e soletto nel mondo,
mai non debba trovare un cuor di fanciulla che t’ami!

O dolce ombra fuggevole dagli occhi tristi e profondi,
soavi sono i tuoi occhi, Iddio te li conservi!»

85Accanto a lei egli allora s’asside e per la vita la prende,
mentr’ella parole di fuoco sussurra attinte al fuoco delle sue labbra.

«Oh susurrami egli dice «o tu dagli occhi pieni di malia,
dolci parole insensate e pur piene di senno!

Della vita il sogno d’oro come un lampo è, come un istante,
90ed io lo sogno sol quando palpo il braccio tuo rotondo,

quando il tuo capo appoggi sul mio cuore e i battiti ne numeri,
quando bacio con trasporto i tuoi omeri bianchi e nitidi.

E, quando il tuo respiro assorbo nel respiro della mia vita,
quando il cuore ci si gonfia di disio e dolce pianto,

95quando languida abbandoni il tuo volto sulla mia guancia ardente,
e la chioma bionda e morbida al collo mi s’avvolge,

se allora gli occhi socchiudi e le labbra mi tendi;
felice oh allora mi sento sovra tutti i mortali!

O tu, non vedi? Non riesco a pronunziare il tuo nome
100chè la bocca mi si lega, nè posso dirti quanto cara mi sei!»

Così d’amore susurrano e non san donde rifarsi,
chè molte cose si direbbero, ma le labbra son chiuse dai baci,

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quando a vicenda, tremanti, alla fonte d’amore s’abbeverano.
Solo l’occhio è loquace, ma la lingua tace ammaliata....

105A un tratto ella nasconde tra le mani il viso di fiamma,
e gli occhi in lagrime affonda nella chioma dell’amato.

V.


Pallido come di cera è divenuto il volto roseo come una mela,
e il corpo tanto sottile che un capello potrebbe tagliarlo.

Ahimè che la bionda tua treccia piangendo accosti agli occhi,
o cuor senza speranza, povera anima battuta dal pensiero!

Alla finestra te ne stai tutto il giorno senza dir nulla,
e, come sollevi le ciglia, così l’anima tua si eleva....

Seguendo pei cieli limpidi un’allodola che si culla
nell’azzurro, vorresti dirle di portargli il tuo. saluto,

115ma quella vola, e tu la segui con occhio errante,
e le labbra dischiuse a un doloroso sorriso.

Più non piangon gli occhi azzurri, dolci emuli del cielo,
quasi avessero obliato che nelle lagrime sta il segreto degli occhi azzurri,

rare cadon dall’alto le stelle quali gocce d’argento,
120ed anche il cielo azzurro è più bello quando làgrima.

Ma sé tutte le versasse, rimarrebbe senza stelle,
nè più godresti a fare cogli occhi il giro dell’etra,

poi che la notte del cielo, con le stelle, la luna e i pianeti
non è triste e deserta come quella del sepolcro.

125Bene ti stan le lagrime se di tanto in tanto le versi,
ma se la fonte ne secchi, come ti ridurrai?

Con le lagrime scorre il colore del tuo viso di rosa
e con esso la neve violetta delle guance tue delicate;

e poi.... come facilmente si guasta nel pianto
130l’azzurra notte degli occhi virginei e il lor dolce mistero!

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Bruci pare tra i carboni il mentecatto il suo prezioso smeraldo
e ne riduca in vana polvere l’eterno splendore!

Tu ti bruci gli occhi, o fanciulla! l’eterna lor notte si spegne
nè sai die perda il mondo. Non piangere, non pianger più!

VI.


135Tu, re dalla barba arruffata come la stoppa grezza,
tu in cipo non hai cervello, ma polenta e pan cotto!

Di’, sei contento d’esser solo, vecchio re rammollito,
a fumar la tua pipa col pensiero alla figliuola?

d’esser solo a passeggiar per la stanza e contare i travicelli del soffitto?
140Molto ficco fosti un tempo, povero in canna sei rimasto!

Non ricordi d’aver sbandito tua figlia, perchè lungi dai genitori,
nella capanna diasprata, ti generasse un figlio di Re?

Inutilmente a cercarla pel mondo ora mandi ambascerie:
nessuno troverà più il rifugio misterioso dov’ella s’asconde!


VII.


143Grigia è la sera d’autunno; grigia l’acqua sui laghi
affonda il suo moto increspato tra i cespugli della diga,

e la selva lene sospira, e, tra le fronde secche,
di tanto in tanto passa un brivido che tutta la scuote,

mentre il bosco, il caro bosco, ammucchiando le sue foglie
150rivela le sue profondità misteriose, perchè la luna le illumini.

Triste è la natura; un vento lugubre spezza i ramicelli,
e fontane solitarie cantano un canto funebre.

Per il sentiero che il bosco traversa, chi mai discende?
È un eroe dagli occhi d’aquila che a gran passi la valle percorre!

155Sette anni son passati, o Vampiro dalla nera chioma,
da quando partisti immemore della bella, innamorata fanciulla!

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Per la pianura deserta ora egli vede un fanciulletto scalzo
che cerca raccogliere insieme una frotta d’anitróccoi.

— Buon giorno, bambino! — Buon giorno, ardito straniero!»
160— Come ti chiami, bambino? — «Come mio padre: Călin!

La mamma talvolta mi dice s’io le domando di chi son figlio:
Tuo padre è il bel Vampiro e si chiama Călin.

Quand’egli ciò ascolta, egli solo sa quello che soffre,
giacché il bimbo dagli anitroccoli è il suo bimbo in persona.

165Entra allora nella capanna, e, sul coperchio d’una cassapanca
accende con un tizzone un moccolo rosso in un coccio.

Si cocşvan sul focolare grigio due schiacciate sotto la cenere,
una pantofola giace sotto il letto e un’altra dietro l’uscio;

tutto ruggine e ammaccature giace nella polvere il macinino,
170nell’alcova il gatto fa le fusa e si lava con le zampe un orecchio.

Sotto l'icona affumicata di un santo colla mitria,
palpita nella lampada una fiammella piccola come un seme di papavero;

sulla mensola dell’icona basilico e menta secca
empion la stanza oscura di un aroma pungente;

sul forno intonacato d’argilla e sulle pareti in rovina
175il bambino ha disegnato, con un carbone nella mano sagace,

porcellini dalla coda come un viticcio e quattro stecchi al posto delle zampe,
quali si conviene d’avere a un porcellino perbene;

un’impannata chiude, al posto dei vetri, il finestrino
180e una piega floscia e giallastra l’attraversa nel mezzo.

Su d’un letto di rozze tavole dorme la giovine sposa
nella lugubre tenebra, col volto verso la finestra.

Egli siede accanto a lei, la fronte colla mano le sfiora,
la carezza tristemente, e, sospirando, la chiama con dolci nomi.

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185Chino all’orecchio di lei, blando per nome la chiama,
ed ella solleva assonnata il lungo velo delle ciglia.

Spaurita lo guarda nel volto.... e le par di sognare,
vorrebbe sorridere e non osa, vorrebbe gridare e non osa.

Dal letto ei la solleva e sul petto se la reca,
190forte le batte il cuore e par che la vita le manchi.

Ed ella guarda, guarda e una parola non dice,
ride soltanto, cogli occhi in lagrime contemplando il miracolo,

poi i capelli gli avvolge al suo dito bianco e sottile
e il volto di fiamma nasconde su quel petto affettuoso di sposo.

195Egli il velo le slaccia e a terra leggermente lo gitta,
sui capelli la bacia, sui capelli di morbido oro,

e il mento le solleva, e negli occhi in lagrime si specchia
ed a vicenda le labbra si toccano, quando alla fonte d’amor si dissetano.

VIII.


Se passi i boschi di rame, tu vedrai di lontano
200un altro bosco d’argento al vento susurrare.

Ivi accanto alla sorgente l’erba pare di neve,
fiori azzurri di rugiada brillan nell’aria imbalsamata.

Par che i tronchi secolari ninfe ascondan sotto la scorza,
che sospirin tra i rami con lor voci d’incantesimo,

205e, tra il poetico intrico della selva d’argento,
vedi fonti cristalline tra le pietre luccicare

Scorron fresche in onde rapide e sospiran tra i fiori,
mentre in dolce trotto scendono dalla costa dirupata,

saltano in fluidi spruzzi sulle rocce del lor letto
210poi s’allargano in bacini sii cui la luna si riflette.

Mille farfalle azzurre, mille biondi sciami d’api
scorron, lucidi ruscelli, sui fior stillanti miele

ed empion l’aria estiva di profumo e di freschezza,
le susurranti danze d’un popolo di mosche.

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215Accanto al lago che in tremolio lene ondeggia,
una gran mensa è imbandita da mille fiaccole illuminata,

poiché Re e Regine dai quattro cardini del mondo
son venuti a ornar le nozze della sposa gentile,

con reucci dalle chiome d’oro, draghi dalle scaglie d’acciaio,
220indovini che leggon nelle stelle ed il giocondo Pépele.

Nel gran trono sprofondato, ecco il Re, il vecchio suocero
colla, barba pettinata e sul capo la corona.

Sui molli cuscini rigido siede ed ha lo scettro in mano
e con frasche i paggi lo difendono dal caldo e dai tafani.

225Ora ecco che dal bosco esce anche Calin, lo sposo,
nella sua mano tenendo la mano della sposa;

secco fruscia sulle foglie lo strascico della bianca veste,
rosso qual mela ha il viso, gli occhi vividi di gioia,

fino a terra le giunge la chioma di molle oro,
230che sulle braccia e i nudi omeri le si riversa.

Tale svelta procede e il bel corpo le ondeggia,
fiori azzurri ha nei capelli, e sulla fronte una stella.

Prega il suocero che a capo tavola voglian ora prender posto
il padrino: (il sole fulgido) e la madrina: (la bianca luna),

235poi seggon tutti a tavola secondo gli anni e la dignità;
lene suonano i violini e la cobza tien bordone.

Ma qual rumor mai s’ode? Qual ronzio quasi d’api?
Tutti guardano stupiti e non san donde provenga,

finché veggono un ragnatelo fra due tronchi come un ponte,
240su cui passa con rumore una gran calca di popolo.

Passan formiche portando in bocca grandi sacchi di farina
per farne ciambelle e schiacciate da regalare agli sposi,

e le api portan miele, portan polver d’oro fino
perchè il tarlo, esperto orefice, possa farne orecchini.

245Ecco appar tutto il corteo: battistrada è un verde grillo
cui davanti saltan pulci in zoccoletti d’acciaio.

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In paramenti di velluto un panciuto calabrone
sonnolento canta col naso le preghiere rituali;

due locuste passan tirando una scorza di nocciuola,
250in cui siede un farfallino arricciandosi i mustacci;

farfallini di mille specie dietro lui vengono in fila
tutti facili all’amore, tutti mondani e galanti,

vengono i musicisti: zanzare, scarabei e maggiolini
e la sposa, la violetta, li attende dietro l’uscio.

255Svelto araldo infine un grillo salta sulla mensa regale,
sui piè di retro s’erge, s’inchina, batte gli sproni,

tossisce, s’abbottona la casacca ad alamari:
«Ci permettete, Signori, di far le nozze accanto a voi?»