Racconti (Hoffmann)/Il vaso d'oro/Veglia III

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Veglia III

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E. T. A. Hoffmann - Racconti fantastici (1814)
Traduzione dal tedesco di E. B. (1835)
Veglia III
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VEGLIA III

Nuove della famiglia dell’archivista Lindhorst. — Gli occhi azzurri di Veronica. — Il registratore Heerbrand.


Lo Spirito gettò uno sguardo sulle acque, ed esse si commossero; le loro onde spumanti muggirono e si precipitarono col rumore del tuono nei neri abissi che aperti le inghiottivano. Simili a vincitori inebbriati del loro trionfo, le grandi roccie di granito sollevavano le loro teste addentellate e proteggevano la valle fino al momento in cui il sole la ricevette nel suo seno paterno, e stringendola coi suoi raggi come con mille braccia fiammeggianti, versò sopra di essa dei torrenti di baci e di calore. [p. 36 modifica]Allora si svegliarono mille germi che dormivano nella sterile sabbia; essi gettarono dei rami e delle foglie davanti al loro padre, e, come fanciulli che sorridono nella loro culla di verdura, essi posavano nei loro bottoni di giovani, fiori che svegliandosi anch’essi si rivestirono della luce che il padre aveva screziata de’ più ricchi colori per rallegrarli. Ma in mezzo alla valle sorgeva una negra roccia che si gonfiava e si abbassava come il petto dell’uomo agitato da una violenta passione. — Dal fondo dell’abisso salivano in larghi giri i vapori, e condensandosi in masse potenti, si sforzavano ostilmente di oscurare il viso del loro padre; ma questi chiamò l’uragano in suo ajuto e le nuvole furono disperse come polvere. E quando il raggio puro del sole toccò di nuovo la negra roccia, in quel momento d’estasi di tutta la natura, nacque un bel giglio color di fuoco 1, i cui petali si [p. 37 modifica] come labbra incantevoli per ricevere i soavi baci del padre suo.

Allora una luce brillante discese nella valle; era il giovane Fosforo. Il giglio lo vide e sospirò con voce tenera ed appassionata: “Sii mio per sempre, bel giovanetto! poichè io ti amo, e morirò se tu mi abbandoni” Il giovane Fosforo rispose: “io voglio esser tuo, o amabile fiore; ma allora, come un figlio degenerato, tu lascierai tuo padre e tua madre, tu non conoscerai più le tue compagne, tu vorrai essere più grande e più potente di tutti quelli, che tuoi eguali si rallegrano adesso con te. Il desiderio, che sviluppa adesso in tutto il tuo essere un calore benefico, immergerà ben presto nel tuo cuore mille dardi acuti poichè il senso genererà i sensi, e la voluttà suprema che accende questa scintilla ch’io depongo in te, è il dolore senza speranza che ti farà perire, per germinare di nuovo sotto una forma straniera. — Questa scintilla è il pensiero! “— Ahimè! sospirò il fiore, con tuono lamentevole, nell’ardore che ora mi accende non potrò dunque esser tua? posso io dunque amarti più di quello che ti [p. 38 modifica]amo adesso? posso io contemplarti come faccio ora se tu mi annienti? «Allora il giovane Fosforo gli diede un bacio, e come se fosse stato penetrato da un raggio di luce, esso gettò delle fiamme dalle quali uscì un essere sconosciuto che fuggendo sull’ali da quella valle si librò nello spazio infinito, e non pensò più nè alle compagne della sua gioventù, nè al giovane adorato. Questi pianse la perdita della sua amata, poichè non era che il suo affetto per quel bel fiore, che lo aveva condotto nella valle, e le roccie di granito, inchinando le loro teste, presero parte al dolore del giovane. Ma una delle roccie si aperse, e uscì dal suo seno un drago nero, le cui ali producevano un sordo fremito, ed egli disse: «Fratelli miei, i metalli dormono là dentro, ma io, io sono sempre vigilante e disposto, e vengo al tuo ajuto.» Egli si innalzò e ridiscese molte volte, infine ei raggiunse l’essere che era uscito dal giglio, lo portò sulla collina e l'imprigionò sotto le sue ali. Allora esso ritornò fior di giglio, come prima, ma il pensiero gli restava, dono fatale!, e il suo amore pel giovane Fosforo si esa[p. 39 modifica]lava in sospiri lamentevoli, e i giovani fiori toccati da quel soffio che prima li faceva vivere, languivano adesso e morivano sui loro steli. Il giovane Fosforo rivestì un’armatura raggiante, e combattè il dragone, che percotendo colla sua ala nera la corazza, ne faceva uscire dei suoni romoreggianti: questi suoni potenti rianimarono i giovani fiori, che si misero a volare come uno sciame d’ api intorno al dragone: le sue forze lo abbandonarono; vergognoso e vinto, egli si nascose nelle profondità degli abissi. Il fior di giglio era liberato, il tenero adolescente Fosforo lo abbracciava con trasporto, i fiori, gli uccelli, anche le gigantesche roccie di granito intonarono un inno di gioja, e la salutarono regina della valle.

«Con buona licenza, questa è una gonfiezza di frasi tutta orientale, onoratissimo signor archivista! disse il registratore Heerbrand; e noi vi avevamo pregato, se non m’inganno, di raccontarci secondo il solito, qualche avventura della vostra meravigliosa vita, per esempio, uno dei vostri viaggi, ma noi vi domandavamo qualche cosa di [p. 40 modifica]simile. — Ebbene che cosa è dunque? disse l’archivista Lindhorst; quello che vi ho narrato or ora è tutto quello che si può dire di più verisimile, ed appartiene in qualche modo alla storia della mia vita. Poichè io cavo la mia origine dalla valle suddetta; e il fior di giglio che l’amore mise sul trono era la nonna della nonna della nonna di mia nonna, dal che risulta ch’io stesso son principe.

Tutti gettarono uno scoppio di risa.

«Ridete come vi piacerà, continuò 1’archivista Lindhorst, il magro racconto che vi ho fatto di tante meraviglie potrà forse sembrarvi inverisimile o stravagante; ma sappiate che lungi dall'essere una finzione o una allegoria, esso è letteralmente vero. Senza dubbio, se avessi saputo che la storia deliziosa di quest'amore al quale devo la vita, vi sembrasse sì poco degna della vostra attenzione, vi avrei invece comunicata qualche nuova che mio fratello mi diede jeri venendomi a visitare.» — «E come! voi avete un fratello, signor archivista? — Ov’è egli? ove sta dunque? — È egli come voi al servizio del re? — O sarebbe forse un dotto che conduce una vita privata? [p. 41 modifica] Queste domande arrivarono da tutte le parti. — «No!» — rispose l’archivista freddamente e con calma, e prendendo una presa di tabacco, egli ha presa una cattiva direzione, ed è andato a vivere tra i dragoni.»

«Che dite, di grazia, onoratissimo archivista?» disse il registratore Heerbrand «tra i dragoni? tra i dragoni?» Queste parole risonarono dappertutto come un eco. — «Sì, tra i dragoni, riprese l’archivista Lindhoret; in sostanza fu per disperazione. Voi sapete tutti, o signori, che mio padre è morto da poco tempo, saranno tutt’al più trecento ottantacinque anni, ed è perciò, che io porto ancora il lutto. Egli mi aveva lasciato, essendo io il suo favorito, un onice superbo, che mio fratello volle avere. Noi venimmo per tal motivo ad alterco presso al corpo di nostro padre, in maniera così inconveniente, che il defunto perdette ogni pazienza, si alzò dalla sua bara e gettò il rissoso mio fratello giù per la scala. Questa violenza gli dispiacque ed egli andò ad abitare tra i dragoni. Adesso egli dimora presso Tunisi in un bosco di cipressi, ov’egli custodisce un [p. 42 modifica]carbonchio meraviglioso invidiato da un diavolo di negromante, che abita durante la state una piccola casa di campagna in Lapponia. Egli è quando il negromante passeggia nel suo giardino, e visita i suoi nidi di salamandre, che mio fratello può mettersi in libertà per un quarto d’ora e venirmi a raccontare in fretta, tutto quello che si dice di nuovo presso alla sorgente del Nilo.

Per la seconda volta gli assistenti diedero in uno scoppio di risa; ma lo studente Anseimo si sentì tutto sconvolto, ed egli non poteva senza un fremito involontario sopportare lo sguardo fìsso e serio dell'archivista. Qualche volta anche il tintinnìo metallico della sua voce aveva qualche cosa di sì penetrante e singolare che il povero Anseimo ne tremava sino alla midolla delle ossa. Non era probabile che il registratore Heerbrand arrivasse quella sera allo scopo ch’egli si era proposto conducendo Anselmo al caffè.

In effetto, dopo la sua avventura davanti alla porta dell’archivista, non era più stato possibile di determinare il disgraziato studente a tentare una seconda [p. 43 modifica]visita, poichè egli era persuaso che il solo accidente, lo aveva preservato se non dalla morte, almeno dal pericolo di diventar pazzo. Il vicerettore Paulmann era passato per la strada, nel momento ch’egli era steso senza sentimenti davanti alla porta, e che una vecchia aveva deposto in un cantone il suo cesto di pomi e di pasticcetti ed era occupata a rianimarlo. Il vicerettore Paulmann aveva subito fatto venire una portantina e lo aveva accompagnato sino a casa sua.

“Si penserà di me quello che si vorrà, disse lo studente Anselmo, sarò preso per un pazzo se si vuole. — Basta! — Io ho veduto contorcersi nel battitojo la figura della maledetta strega della Porta Nera, e quanto a quello che è seguìto dappoi amo meglio di non parlarne; ma se riprendendo i miei sensi, avessi veduto quella esecrabile mercantessa di pomi (poichè la vecchia così premurosa verso di me non era che quella scelerata) io sarei stato sul momento, colpito d’apoplessia, o privato di ragione per sempre.

Tutte le rimostranze, tutti i buoni consigli del vicerettore Paulmann e del [p. 44 modifica]registratore Heerbrand non servirono a nulla, e la stessa Veronica dagli occhi azzurri non potè trarlo da quella specie di stupore penoso nel quale egli era immerso. Allora si credette che in fatti egli avesse il cervello guasto, e si cercava ogni mezzo di distrarlo, quando il registratore Heerbrand pensò che nulla sarebbe convenuto meglio al suo stato che il lavoro propostogli presso l’archivista Lindhorst. Non abbisognava più, che far conoscere favorevolmente Anselmo all’archivista, e il registratore, sapendo che se lo trovava tutte le sere in un caffè conosciutissimo, avea invitato lo studente a prendere ogni sera una bottiglia di birra ed a fumare una pipa a sue spese (a quelle del registratore), in quello stesso caffè, fino a che avesse fatto in un modo o nell’altro la conoscenza dell’archivista, e che si fosse inteso con lui per copiare i suoi manoscritti, cosa che lo studente Anselmo avea accettata con riconoscenza.

— Voi meriterete la benedizione del cielo, caro registratore, se voi riconducete questo giovine alla ragione, disse il vicerettore Paulmann. — “La benedizione del cielo! ripetè Veronica alzando [p. 45 modifica]divotamente gli occhi, e pensando in sè stessa quanto lo studente Anselmo era un bel giovane anche privo di ragione! Quando l’archivista Lindhorst prese la sua canna e il suo cappello, e volle uscire, il registratore Heerbrand prese vivamente Anselmo per la mano, e chiudendo il passo all’archivista, gli parlò così. — “Onoratissimo signor archivista privato, ecco lo studente Anselmo, che vi presento come calligrafo e disegnatore molto abile, e che si offre a copiare i vostri preziosi manoscritti.” — Questa è una cosa che mi riesce estremamente aggradevole, riprese l’archivista Lindhorst, poi egli gettò sulla sua testa il suo cappello a tre punte che gli dava un aria singolarmente marziale, e spingendo da una parte il registratore Heerbrand e lo studente Anselmo, discese rapidamente e con gran romore le scale, lasciando i suoi due interlocutori a guardare stupiti la porta che tremava ancora sui suoi cardini, tanto era stata serrata con violenza. — Ecco certamente un vecchio molto singolare, disse il registratore Heerbrand. — Un vecchio molto singolare, balbettò dopo di lui lo studente Anselmo. Il sangue si [p. 46 modifica]agghiacciava nelle sue vene, ed egli restava immobile come una statua di marmo; ma tutti i convitati si misero a ridere. L’archivista, dissero, era quella sera nel suo umore fantastico; ma ciò non dura più d’un giorno, domani non ve ne sarà più traccia; quando la burrasca è passata, egli resta seduto in un angolo delle ore intere, senza dire una parola, e segue cogli occhi le nuvole di fumo che manda fuori dalla sua pipa, o legge la gazzetta; quanto alle sue maniere brusche, non bisogna scandalezzarsene. — Questo è vero, pensò lo studente Anselmo; e chi vorrebbe scandalezzarsene? Il signor archivista non ha forse detto ch’egli era molto contento ch’io volessi copiare i suoi manoscritti? — E poi perchè il registratore Heerbrand gli ha egli chiuso il passo, quando voleva uscire? — No, no, in fondo è un uomo molto amabile il signor archivista Lindhorst e prodigiosamente liberale. — Solamente, egli ha qualche maniera di parlare un po’ strana... Ma che male può farmi? — Domani allo scocco del mezzo giorno io sarò da lui, se anche mille fruttaiuole a muso di bronzo volessero disputarmi l’entrata.


Note

  1. Il giglio che ha in quest'istoria una parte femminile, è di questo genere in tedesco. - l'emendo l'oscurità noi abbiamo creduto dovere questo schiarimento ai lettori scrupolosi.