Rime varie (Alfieri, 1903)/CCLXXVII. Teleutodia

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CCLXXVII. Teleutodia

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CCLXXVI. S'io nel comun dolore allor che tutti Appendice

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CCLXXVII.

TELEUTODIA.1


20 gennaio 1799.

ODE.

Strofe I.


Scorso è dal labro, e in un dal petto è scorso
Un mio solenne inesorabil giuro,
Per la tua chioma aurata
Cui tergi, o Apollo, entro il Castalio puro,
Di non più mai sciorre a mie rime il morso,
Tosto che saettata
Avrebbe il veglio dall’alato dorso
La freccia in me del cinquantesim’anno.
Ecco, teso ei già l’arco,
Per iscoccarla stassi: e in fuga vanno,
Sdegnosi già pria d’esser colti al varco,
Gl’immaginosi affetti e il fervid’estro
Cui forse un dì spiravi a me pur destro.

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Antistrofe I.


Ma, se innalzar vieppiù dolci canore
Suol (com’è fama) al bel Caístro in riva
Le finali sue voci,
Pria che dell’almo suon l’aura abbia priva,
Candido cigno che cantando muore;
Così, mentre veloci
Del mio canto omai fuggon le ultim’ore
(Pur che là, Febo, il vogli),
Fors’io nell’atto in che il tuo don ti rendo,
L’etrusca lira che tu a me non togli,
Forse ch’io pur vieppiù suonante ascendo
Ove non mai per sè giungean mie note,
Mercè il gran nume tuo che il tutto puote.

Epodo I.


Odo un muggito orribile:
Scosso nel delfic’antro il suol traballa:
Già mi si fa visibile
Dalla squarciata in duo sacra cortina
La Sibilla terribile,
Fonte del vero a chi costretta avralla.
Alma face divina
Le avvampa in fronte: l’alitante petto
Gonfio trabocca dell’ardente Iddio:
E il suo rabido aspetto
E infra frementi labbia il muto urlío
Mi perturba e m’infiamma
Sì, che fatto esser parmi e son più ch’io,
Nè in me di sano omai riman pur dramma.

Strofe II.


«Che vuoi?» Grida ella in spaventevol suono.
Non le rispondo io, no: bensì le afferro
Con ambe man la mano;
E tra minace e supplice mi atterro,
Qual uom che i di lei detti anéla in dono.

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Dibattesi ella in vano:
E all’atterrirmi invan si scaglia il tuono
Da quell’ignea voragine profonda,
Che col vapor suo fero
Di vaticinii il di lei labro inonda.
La tengo io salda: e vincitore, io spero
Ottener la fatidica risposta
Di mia intesa da lei muta proposta.

Antistrofe II.


«Quei che me tutta or di sè tutto invasa
«Nume tremendo Pizïo te pure
«Agita e sprona; io ’l veggio;
«Che sol dietro sua scorta orme secure
«Spinte aver puoi vêr la fatal mia casa.
«Non vo’ quind’io, nè il deggio,
«Far col mio niego appien tua speme rasa:
«Ma scarsi carmi entro a caligin densa
«Sol può darti il mio labro.
«Sovra ogni nube a volo aquila immensa,
«Le cui forti ali il raffrenar fia scabro,
«La eccelsa cima afferrerà dell’Alpe,
«Quand’occhi e ardir nel piano avran le talpe.»

Epodo II.


«Deh, Diva, aggiunger piacciati
«A dileguar gran nebbia, altri più carmi:
«Nè il mio dubbiar dispiacciati,
«Figlio in me di temenza e in un d’orgoglio,
«S’ei qui importuno allácciati.
«Dimmi or s’egli è, qual nel tuo oracol parmi,
«L’augel di Campidoglio
«Che rinnovar de’ un dì suo altero volo;
«O se in mistico senso intender oso
«Lo spiccarsi dal suolo
«Di alato egregio vate ardimentoso?»
La vergine si sferra
Da me gridando: «Il sol ti è dunque ascoso?»
Sacro un orror me tramortito atterra.

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Strofe III.


Qual se in tempesta orribile una calma,
Figlia dei Numi, a insignorir pur viensi
Dell’atre rugghianti onde;
Tale un sopor maraviglioso i sensi
Viene acquetando in me dell’ardent’alma,
Su cui latte diffonde;
E al par col sonno placido già un’alma
Visïon, ch’io da Giove uscir ben scerno,
In mia mente serpeggia.
La custode del folgore superno,
Che appiè del trono dell’Olimpio aleggia,
Parmi veder; che acuti occhi raggianti
Vibri in me, sprone a onnipossenti canti.

Antistrofe III.


Nè il dardeggiar dell’aquilino sguardo
Basta: vi aggiunge altro ammirabil mostro,
L’articolata voce
Che intento io bevo dal divin suo rostro.
«Dell’arte tua sublime ond’io tutt’ardo
«L’immaginar veloce,
«Appo il quale il mio fulmine par tardo,
«Già in un attimo solo ha in sè compreso
«L’È stato, l’È, ed il Fia:
«Quindi hai l’oracol pienamente inteso,
«L’una accoppiando all’altra gloria mia;
«D’aspro coraggio le indomabili arti;
«E d’acuto intelletto i maschi parti.»

Epodo III.


«Carmi v’ha che fien l’organo
«Di pura e sacra libertà; che impera
«Vili del par si scorgano
«E gli Spartachi e i Cesari, perch’almi
«Catoni un dì risorgano.

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«Regenerar Roma seconda e vera,
«Se gl’infiammati salmi
«Pria nol potran di un libero Tirtéo,
«L’aste forse il potran di armati servi?
«O il conciliabol reo
«D’altri inetti più ancor schiavi protervi?
«Nascon del forte i forti.
«Germe il leon fu mai d’imbelli cervi?
«Molti eroi, sì, da un vate sol fian sorti.»

Strofe IV.


Inebriato di quei caldi accenti,
Desto hammi già dal mio sonno superbo
L’intumidito cuore.
Ma il po’ di senno ch’io teneami in serbo,
Perchè al tacersi in me dei carmi ardenti
Del calvo capo fuore
Tutti ei sgombrasse poi gli erronei venti,
Tetro canuto un refrigerio spira
Che mia febbre ristaura,
Ma ogni baldanza a un tempo in pianto gira;
Ora vana esser tutte e instabil aura
Le umane imprese asseverando il crudo,
D’inganni al par che di pietade ignudo.

Antistrofe IV.


Ma e che? Vorresti or tu gelido Senno,
Tronche non sol del poetar le vie,
Farmi aver anco a vile
Le dianzi scritte tante opre ben mie?
Se stesso ei spregi chi di sè niun cenno
(A spuma vil simíle)
Dopo sè lascia a quei che viver denno:
Non così, no, chi inestinguibil fuoco
Dall’alma traboccava
Forse a pro d’altri: abbenchè ognor pur poco
Giovi altrui l’alto dire in terra prava.
Poco è l’uom sempre: ma più molto è assai
Pur del Ciclope chi cantonne i lai.

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Epodo IV.


Ah sì, per quanto labile
Sia l’esser nostro, io pur gli sguardi addentro
Nell’avvenir palpabile:
E scerno (o spero) la più tarda gente
(Poichè sol uno e stabile
Sempre fia ’l ver dell’uman cuore in centro)
Al mio pianger piangente,
Se avverrà mai che in denso ampio teatro
Una qualch’abil Mirra o Elettra o Alceste
Scolpisca il dolor atro,
Ond’io forse impregnai lor voci meste.
Ma di mia cetra orbato,
Pago di sogni or fia che intanto io reste,
Muto aspettando il non lontan mio fato.



Note

  1. L’autore prega i begli spiriti di non volerlo a bella prima tacciar di pedante, perch’egli abbia un pocolin grecizzato nella distribuzione di questa sua ultima ode e nell’intitolarla Teleutodia. E l’autore supplica anche più caldamente i pedanti di non lo tacciare nè di bello spirito, nè di saccentello, perch’egli abbia fatto di queste due voci greche un raccozzamento che finora non si trova registrato nei lessici greci. Vagliano quasi scudo a questa povera Teleutodía le voci ben note di Palinodía, Trenodía, e tante altre così legittimamente già prima da altri formate. E vaglia poi anche ad iscusare l’autore l’evidenza e brevità di questa parola, che così perfettamente viene a definire un agonizzante poeta ed un nascente pedante . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Sigillai la lira, e la restituii a chi spettava, con un’ode sull’andare di Pindaro, che per fare anche un po’ il Grecarello, intitolai Teleutodía (Vita dell’Alfieri. parte II, pag. 245-46).