Roma

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Fazio degli Uberti

XIV secolo Indice:Le Rime di Cino da Pistoia.djvu canzoni Letteratura Roma Intestazione 2 ottobre 2016 75% Da definire

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Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della raccolta Rime scelte di poeti del secolo XIV/Fazio degli Uberti


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ROMA


     Quella virtù che ’l terzo cielo infonde
Ne’ cuor che nascon sotto la sua stella
Servo mi fe di quella
Che ne’ belli occhi porta la mia pace;
5La qual nulla distanzia la me nasconde,
Sì nella mente Amor me la suggella;
E la dolce favella
Che udir mi pare ogn’or ch’ella più tace.
Ogni pensier fuor che di lei si sface,
10Prima che alla mente giunto sia,
Nella mia fantasìa;
Che senza lei non può punto durare.
Ma, perchè io veggio Italia devastare,
I’ prego Amor che per sua cortesìa
15Tanta grazia mi dia,
Ch’io possa in sua difesa recitare
Quello che in visïone udi’ narrare

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Ad una donna con canuta chioma,
La qual mi disse ch’era l’alma Roma.
20     Sol con amore un giorno a piccol passo
Della mia donna ragionando mossi.
Uscendo fuor de’ fossi
Tenni per un sentier d’un bel boschetto,
Per lo qual mille volte mi vo a spasso
25Purgando gli umor freddi secchi e grossi;
Poi montai gli alti dossi
De’ verdi colli per più mio diletto.
Quivi mi posi senza alcun sospetto
Tutto disteso in un prato di fiori;
30E poi a quelli odori
Sopra le braccia riposai la testa.
Così dormendo vidi in bruna vesta
Una donna venir tra più signori;
E quanti e quali onori
35Si posson far, tutti faceano a questa.
Ell’era antica solenne et onesta;
Ma povera pareva e bisognosa;
Discreta nel parlare e valorosa.
Ne’ suoi sospiri dicea lagrimando
40Con voce assai modesta e temperata:
— O lassa isventurata,
Come caduta son di tanta altezza,
Là dove m’avean posto trionfando
Gli miei figliuol, magnanima brigata!,
45Che m’hanno or visitata
Col padre loro in tanta gran bassezza.
Lassa!, ch’ogni virtù ogni prodezza
Mi venne men quando morir costoro,
I quai col senno loro
50Domaro il mondo e riformarlo in pace
Sotto lo splendor mio, ch’ora si face
Di greve piombo e poi di fuor par d’oro.
Or di saper chi fôro
Arde la voglia tua sì che no ’l tace.
55Ond’io farò come chi satisface
L’altrui voler nella giusta dimanda,
E perchè di lor fama ancor si spanda.

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     Quel biondo grande che sta sol da parte
Con reverenzia fra questi maggiori
60Ha in cielo quelli onori
Che l’opere sue belle gli acquistaro:
Egli è ’l mio genitor, figliuol di Marte.
E gli altri più reverenti signori
Son cento senatori,
65Che dopo lui sì ben mi nutricaro
Un anno e mezzo. E poi mi governaro
Dugento quarantanni e tre puntati
Quei sette coronati,
Fin che Tarquin fu da Bruto cacciato.
70Poi resse e governommi il consolato
Quattrocento sessanta e sette ornati
Anni ben numerati,
Essendo consol pria Bruto chiamato;
Ve’ Publicola ancor che gli è da lato.
75Ma, perchè forte a dir di tutti quanti,
Di loro e d’altri mostrerotti alquanti.
     Quel che tu guardi con tanto diletto
Per la real sembianza ch’e’ ritiene
È quel da cui conviene
80Prendere esemplo ognun che cerca onore:
Egli è ’l mio Cesar onde ogni altro è detto,
Cesar che mia corona in testa tiene,
Cesar di buona spene,
Cesar del mondo franco domatore.
85Quel che gli è dietro fu suo successore,
L’avventurato Augusto. E poi da lato
Gli vedi l’onorato
Pompeo Magno e l’ardito Affricano
E ’l savio Scipïone Emilïano
90E Scevola e Cammillo e Cincinnato.
Vedi Bruto e Torquato,
Rigidi padri colle scuri in mano.
L’altro è Orazio, colui che nel piano
Combattè co’ nimici a fronte a fronte,
95Facendo dietro a sè tagliare il ponte.
     Or volgi gli occhi al mio giusto Catone:
Ve’ la sua contenenza e ’l forte petto

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Che sempre fu recetto
D’ogni virtù et onorato ostello;
100Egli ha da lato il savio Cicerone.
Fabio Massimo è quel c’ha dirimpetto,
Che tien per mano stretto
Il dignitoso e nobile Marcello.
Mira due scogli, Fabrizio e Metello;
105Mira le man callose per l’arare
D’Attilio consolare
Che abbattè trionfando tante schiere.
L’altro è Siccio Dentato il battagliere
Che fu veduto nello stormo entrare
110E con onor tornare
Cento venti fiate a mie bandiere.
O figliuol mio, ornai leva il pensiere
In far mia voglia, e pensa se t’è briga;
Chè mal s’acquista onor senza fatiga.
115     Onor ti sarà grande et a me stato,
Se per tuo operar son consolata,
Essendo abbandonata
Da tutti que’ che mi dovrìeno aitare.
Raccomandar mi volli al mio senato
120Che m’ha con le sue man dilacerata:
La porta era serrata,
E trovai la ragion di fuora stare;
In su la soglia vidi, per guardare,
Superbia invidia et avarizia ria,
125E vietârmi la via;
Sì che miei passi indarno fer lor corso.
Or come avrò dal buon Carlo soccorso,
Che m’ha lasciata avendomi in balìa,
E non per mia follìa?
130O buon principio, dove se’ trascorso!
Nè spero da’ Pugliesi aver soccorso
Che fan contento ogni uomo a cui diletta
Giusto giudicio e divina vendetta.
     Però surgi gridando, o figliuol mio!
135Desta gl’Italiani addormentati,
D’amore inebriati
Delle triste guardiane ch’or nomai.

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Di’ lor come a figliuoli il mio desìo,
Che sempre fûr compagni de’ miei nati.
140Non sien pigri nè ingrati
A pormi nel gran seggio ond’io cascai.
Un sol modo ci veggio, e quel dirai;
Che piglino quel buono uom che ’l può fare,
Che mi debbe donare
145Un virtuoso re che ragion tegna
E la ragion dello impero mantegna;
Sicchè, com’è in pensier passi oltremare,
Facendo ognun tremare
Ch’arme pigliasse contro alla sua ’nsegna;
150Perchè a tanto signor par che s’avvegna
La destra fiera e la faccia focosa
Contro a’ nemici, e agli altri grazïosa.
     O figliuol mio, da quanta crudel guerra
Tutti insieme verremo a dolce pace,
155Se Italia soggiace
A un solo re che al mio voler consenta!
Poi quando Iddio ce lo torrà di terra,
Gli altri non sien chiamati a ben ti piace;
Ma, come ogni re face,
160Succederà il figliuolo o il più parente.
Di che seguiterà immantinente
Che ciascun rio pensier di tirannìa
Al tutto ispento fia
Per la succession perpetuale.
165E quando il suo vessillo imperïale
Menerà il padre santo a casa mia,
Vedrai di mercanzìa
Tutto adornato il paese reale.
Or vedi la grandezza dove sale
170Questa ch’è donna delle altre province,
Se ’l suo peccato stesso non la vince. —
     Canzon mia, cerca l’italo giardino
Chiuso da’ monti e dal suo proprio mare;
E più là non passare,
175Chè più non disse chi mi die la ’mposta.
E guarda ad ora ad or da costa a costa
Gli atti che vedi a chi t’ascolta fare;

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Chè si vuol giudicare
Tal’or di for l’intenzion nascosta.
180E se trovi la gente mal disposta,
Se dagli orbi superbi sei derisa,
Lascia pur fare; e vedrai belle risa.


(Dai Codd. Ricc. 1126, 1156, 735.)