Satire (Giovenale)/Satira IV

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Satira IV
Il Rombo; ossia la stolta superbia di Domiziano, e la pecoraggine de’ suoi cortigiani.

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Decimo Giunio Giovenale - Satire (I secolo)
Traduzione dal latino di Raffaello Vescovi (1875)
Satira IV
Il Rombo; ossia la stolta superbia di Domiziano, e la pecoraggine de’ suoi cortigiani.
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SATIRA IV


Il Rombo; ossia la stolta superbia di Domiziano, e la pecoraggine de’ suoi cortigiani.


     Ecco ancora Crispino:1 ed altre volte
Dovrò chiamarlo in scena. Egli è tal mostro,
Che nol ricompra da sì tanti vizi
Una sola virtù: tisico in tutto,
Ma di libidin prode alla sua foja
Solamente le vedove disdegna,
Troppo facil conquista. E che t’importa
Dunque dei lunghi portici, ov’ei stanca
Le sue giumente,2 e degli ombrosi parchi,
In cui va scarrozzando e meriggiando,
E dei tanti giardini e delle ville
Presso il Foro comprate? Uomo malvagio
No, non è mai felice: e molto meno

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L'incestuoso seduttor, che dianzi
Tirava alle sue voglie una velata
Sacerdotessa, che vivente ancora
Dovea scender sotterra.3 Ma per ora
Di sue colpe più lievi: e tuttavia
Se di fare altrettanto un altro ardisse,
Dei costumi il censor lo arriverebbe.4
Ma ciò che è turpe ai buoni, a Tizio e Sejo,
Era bello a Crispin. Dunque che farne
D'un cosaccio più brutto e più schifoso
Dello stesso peccato? Ei per un barbio
Di sei libbre - così dicon coloro
Che gonfiano le cose anche più grando -
Diè sei mila sesterzi: tante libbre,
Tante migliaja. Io certo loderei
Simil consiglio, chi con un regalo
Sì costoso un bel lascito strappasse
Da un vecchio senza eredi; o meglio ancora,
Chi quel mandasse alla potente Dama
Che va per Roma in bussola serrata
Con larghi vetri. Or quì ben altro è il caso:

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Ei lo comprò per sè. Si vedon cose
Da far parere un taccagno, una lesina
Lo stesso Apicio.5 Un pesce a questo prezzo
Tu, Crispino, che dianzi andavi attorno
Vestito di traliccio paesano?
Comprar poteasi forse anche per meno
Lo stesso pescator. Tanto in provincia
Costa un podere; e una tenuta in Puglia.
E se un giullar di corte imporporato,
Uno che da ragazzo andava in giro
Per i borghi bociando a squarciagola:
«Oh le belle sardine! io dolle a poco»6
Poi fatto general dei cavalieri
Tanti ruttò sesterzi con un pesce,
Che di sue cene ben poteva dirsi
Il piatto men costoso; immaginate
Or voi che razza di manicaretti
Dovea papparsi dell'Impero il Sire.
     Su, Calliope, siedi ed incomincia:
Uopo non v'è di tromba: il fatto è vero.
Voi lo narrate in luogo mio, voi stesse
Pieridi fanciulle; e al mio racconto
Acquistin maggior fede i detti vostri.7

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     Nel tempo che del mondo semivivo
Facea strazio l'ultimo dei Flavi;8
E sotto il giogo di Nerone il calvo
Si stava Roma; nell'Adriaco mare
Presso il tempio, che a Venere torreggia
Per la pietà della dorica Ancona,9
Fu preso, e tutta empì la rete un rombo
Maravigliosamente bello e grosso;
E per nulla inferiore a quei che il ghiaccio
Cuopre della Meotica palude;10
E che dal lungo accidioso inverno
Resi torpidi e grassi, son travolti
Per la corrente nel furioso Eussino,
Tosto che i soli han dimojato il gelo.
Una tal maraviglia è destinata,
Dal padron della barca e della rete,
Al Pontefice Massimo.11 E chi mai
Avrebbe ardito di metterlo in mostra
O comperarlo; mentre quella spiaggia

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Di spie formicolava, e i guardacoste,
Cile vanno su e giù, tosto un’accusa
Avrebber dato al pescator tapino.
Giurando a faccia tosta che quel pesce
Era un fuggiasco, il qual, negl’imperiali
Vivai pasciuto a lungo, aveva alfine
Disertato di là: quindi doversi
Riconsegnare al suo padrone antico?
Di più, se deve darsi alcuna fede
A Palfurio o Armillato, ’ ogni e qualunque
Cosa bella e di pregio in mar si trova,
Dovunque la si trovi, è di ragione
Del Fisco. " Dunque al Fisco la si doni
Prima ch’ei se la tolga. - Alle brinate
Ornai faceva posto il micidiale
Autunno, ed aspettavano i malati
Già la quartana: ’* e lo squallido inverno,
Soffiando, mantenea la fresca preda.
Ma quegli, ’ come fosse minacciato
Dallo scilocco, via, dassela a gambe.

Delatore forent? dispersi protinus algae
Inquisitores agerent cum remige nudo,
50Non dubitaturi fugitivum dicere piscerà
DepastunKjue din vivaria Caesaris inde
Elapsum veterem ad dominum debere reverti.
Si quid Palfurio, si credimus Armillato,
Quidquid conspicuum pulchrumque est aequore toto,
55Res fìsci est, ubicumque natat: donabitur ergo,
Ne pereat. lam letifero cedente pruinis
Autumno, iam quartanam sporantibus aegris,
Stridebat deformis hiems praedamque recentem
Servabat: tamen hic properat, velut urgeat auster.
60Utque lacus suberant, ubi quamquam diruta servat
Ignem Troianum et Vestam coiit Alba minorem,

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Note

  1. [p. 197 modifica]Chi fosse questo figuro, vedilo alla nota 10 della prima Satira. Tacito, con quel suo pennello michelangiolesco, ne fa questo ritratto: «Uomo che prese un mestiero, venuto poscia in gran credito per le miserie de’ tempi, per le sfacciatezze degli uomini: il quale povero, sconosciuto, inquieto, col fare lo spione segreto, tendendo trabocchetti ai più chiari, divenuto potente presso alcuni, odioso a tutti, lo stendardo alzò a coloro che seguitandolo, di poveri fatti ricchi, di abietti tremendi, trovarono lo altrui, e al fine il loro precipizio».
  2. [p. 197 modifica]Molti palazzi a Roma avevano dei lunghi porticati da potervi passeggiare anche a cavallo, quando faceva cattivo tempo. V. Sat. VII. v. 178.
  3. Una vestale, che avesse peccato di carnalità, doveva per una antica legge esser sepolta viva. Il modo di questa esecuzione vedilo in Plutarco, Vita di Numa. - Che poi Crispino si rendesse reo d'una simil colpa, è confermato anco dagli storici.
  4. È questa una sferzata a Domiziano, accennato sotto il nome di censore dei costumi, perchè aveva usurpato anche i diritti della censura: e mentre aveva punito la vestale Cornelia Massimilla ed il suo seduttore Celere, non si era dato per inteso della medesima colpa commessa da Crispino, suo cagnotto.
  5. Vi furono in Roma tre Apici, gran dilettanti di tutti i punti della gola. Il primo fu contemporaneo di G. Cesare; il secondo visse sotto Tiberio; e il terzo ai tempi di Trajano. Più famoso di tutti è il secondo, che dette pubblicamente lezioni di ghiottoneria, e scrisse un libro sulla maniera di aguzzar l'appetito: De gulae irritamentis. Si dice che poi si avvelenasse, perchè essendogli rimasto soltanto qualche milione di rendita, avea paura, meschinello! di morir di fame.
  6. Ricorda a Crispino la sua vile provenienza di pescivendolo.
  7. Le parole prosit mihi vos dixisse puellas, secondo me, non sono state intese a dovere dai commentatori e traduttori che ho visti: i quali, spiegandole mi valga l'avervi chiamato fanciulle, mi pare che facciano dire a Giovenale una spiritosaggine fuori di luogo e insipida; e che la frase e il contesto si porgano meglio alla mia interpretazione.
  8. La famiglia Flavia avea dato a Roma tre imperatori; Vespasiano, Tito e Domiziano. Quest'ultimo avea la testa pelata, ed era perciò soprannominato Nerone il calvo, come ci fa sapere anche Ausonio in quel verso: quem dixit calvum sua Roma Neronem. Dice Svetonio che Domiziano era grandemente mortificato di questo suo difetto, e pigliava a traverso qualunque allusione ad esso.
  9. Ancona è detta dorica, perchè secondo Strabone fu fondata da una colonia di Dori o Greci, fuggita da Siracusa sotto la tirannìa di Dionisio il vecchio.
  10. Questa palude formata dal Tanai è tra l'Asia e l'Europa, e si scarica nel Mar Nero.
  11. A Domiziano. Anche la dignità di sommo sacerdote era stata presa dagl'Imperatori. Di più Domiziano aveva fondato un collegio di sacerdoti in Alba, dove passava molto tempo e dove accadde il fatto che forma il soggetto di questa satira.