Scritti sulla storia della astronomia antica - Volume II/XIII. - Rubra Canicula. Nuove considerazioni sulla mutazione di colore che si dice avvenuta in Sirio/IX. - Gemino

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IX. - Gemino

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IX. GEMINO.


Questo scrittore, del quale si ritiene comunemente che vivesse sul principio del secolo che precedette l’èra volgare, [p. 222 modifica]ha nel Capitolo XIV dei suoi Elementi d’astronomia il seguente passo, che riferiamo sull’edizione datane dal Petavio1 nel suo Uranologion: ὅσοι μέντοι γε τῶν ποιητῶν καὶ φιλοσόφων τὴν δύναμιν τῆς ἐπιστάσεως τῶν καυμάτων τῷ κυνὶ προσάπτουσι, πολὺ τῆς ἀληθείας καὶ τοῦ φυσικοῦ λόγου πεπλανημένοι εἰσίν. ὁ γὰρ ἀστὴρ οὗτος τῆς αὐτῆς οὐσίας κεκοινώνηκε πᾶσι τοῖς ἄστροις. εἴ τε γὰρ πύρινά ἐστιν, εἴ τε αἰθέρια τὰ ἄστρα, τὴν αὐτὴν ἔχει δύναμιν πάντα, καὶ ὀφείλει κατακρατεῖσθαι ὑπὸ τοῦ πλήθους τῶν ἄστρων ἡ ἀπὸ τοῦ κυνὸς ἀποφορά. La versione latina di Edone Ilderico dice: Verumtamen qui ex poetis atque philosophis vim intensionis aestuum Cani adscribunt, hi multum a veritate et naturali doctrina aberraverunt. Haec enim stella candem naturam sortita est cum omnibus stellis. Sive enim ignea sunt, sire aetherea astra, candem omnia habent vim, et debet vinci a multitudine astrorum defluxus a Cane.

Da questo luogo vorrebbe inferire il dott. See, che al tempo di Gemino Sirio fosse rosso, ed a ciò tende col seguente ragionamento: «Egli è evidente che πύρινα si riferisce alle stelle rosse ed αἰθέρια alle stelle bianche. Gemino quindi afferma indirettamente, ma in modo deciso (emphatically), che Sìrio è πύρινος, mentre la moltitudine delle altre stelle sono αἰθέρια. Ma tutte le stelle hanno il medesimo potere; ed egli conclude giustamente che una stella rossa come Sirio non esercita sulla Terra una influenza maggiore che una bianca. Il contrasto fra il colore di Sirio e quello della moltitudine è perfettamente distinto, e poiché le parole qui sopra citate sono di un astronomo di professione, non si può dubitare che elle non siano degne di fede. A mio avviso questo passo basta da sè solo per dare una prova concludente dell’antico rosseggiare di Sirio».

Non credo che molti sottoscriveranno a questo modo d’interpretazione; tuttavia bisogna dire che ha qualche cosa in suo favore. Infatti l’ultima frase di Gemino in cui si dice che l’influsso di Sirio dovrebbe esser soprafatto da quello di tutte le altre stelle, sembra supporre che questi due influssi siano di natura diversa. Ma due linee prima Gemino afferma che Sirio ha una natura comune a tutte le altre stelle. Se la natura è comune, dev’esser anche uguale l’influsso: se Sirio è causa [p. 223 modifica]di maggiore intensità di calore, molto maggiore aumento di quest’intensità deve produrre l’azione complessiva di tutte le altre stelle2.

Quindi segue che non dobbiamo interpretare il κατακρατεῖσθαι come se l’influsso di Sirio fosse superato dall’influsso contrario delle altre stelle; invece è da intendere, che l’influsso di Sirio come stella unica, è tanto dominato dalla somma di tutti gli influssi uguali al suo delle altre stelle, da non contare per niente. Leggasi con attenzione tutto il Capitolo XIV di Gemino, e si vedrà che la cosa non può essere intesa diversamente.

Rispetto alle qualificazioni πύρινα, αἰθέρια sarà utile ricordare che ai tempi di Gemino due erano le opinioni predominanti fra i fisici sulla natura delle stelle. Gli uni con Platone e con la maggior parte dei filosofi più antichi le supponevano di natura ignea: gli altri con Aristotele e con Posidonio le supponevano formate dal quinto elemento, cioè dall’etere3. Quando pertanto Gemino dice che gli astri possono essere, o di natura ignea, o di natura eterea, non dobbiamo intendere che parte di essi sian dell’una e parte dell’altra natura, ma che tutti sono dell’una o tutti dell’altra; e quando si dice tutti, s’intende compreso anche Sirio: ὁ γὰρ ἀστὴρ οὗτος τῆς αὐτῆς οὐσίας κεκοινώνεκε πᾶσι τοι῀ς ἄστροις. Non si pone qui alcuna diversità di natura o d’influssi, anzi si afferma con forza che una tale diversità non esiste.

Finalmente è da notare, che le parole πύρινος, αἰθέριος non possono aver alcuna relazione col colore rosso o bianco delle stelle. Infatti se così fosse, ne dovremmo concludere che a Platone le stelle sembravan tutte rosse, e che Aristotele e Posidonio ignoravano l’esistenza di stelle non bianche; delle quali cose la prima è assurda, la seconda inverosimile.

Nulla dunque il Capitolo XIV di Gemino ci può insegnare rispetto al colore di Sirio.

    Dies, 685): Euripide (Hecuba, 1080): Apollonio Rodio (Argon. II, 517): Arato (Phaen. 331): Virgilio (Georg. IV, 325): Orazio (Od. I, 18 e III, 13): Manilio (Astron. V, 17 e 208): Columella (De cultu hort. 286): Plinio (H. N. II, 47 e VIII, 63). Vi si può aggiungere: {{Sc|Esiodo (Scut. Here. 153 e 397): Arato (Phaen. 596): Quinto Smirneo (Paralip. VIII, 30): Nonno Panopolita (Dionys. XLVII, 254): Tibullo (I. Eleg. IV, 6 e 42): Properzio (II. Eleg. XXVIII, 4): Persio (Sat. III, 5): Lucano (Phars. X, 211): Silio Italico (Pun. I, 256): Stazio (Sylv. lib. I, III, 5: lib. II, 1, 216: lib III, 1, 54): Seneca tragico (Herc. Oet., 68): Columella (De cultu hort. 400): Marziale (Epigr. IV, 66): Palladio (De Re Rust. XI, 12): Nemesiano (Laudes Herc., 124): Rutilio Namaziano (Itiner. I, 479 e 638): Ausonio (Eclog. III, 10 e Eydill. VIII, 16): Claudiano (Eidyll. VI, 33 e VI, 92 e parecchi altri luoghi). Nè la lista è completa: ma a che può servire il prolungarla?

  1. L’Uranologion del Petavio forma il III volume della sua notissima opera intitolata Doctrina temporum. Ho avuto sott’occhio le due edizioni che se ne fecero a Parigi nel 1630 e a Venezia nel 1736.
  2. Ciò risulta indicato manifestamente da Gemino nel progresso del suo discorso: Quod autem haec stella non sit causa intensionis aestuum, ex iis quae dicentur erit manifastum. Primum euim saepe caoriuntur cum Sole et plures et maiores stellae, et nullam efficiunt sensibilem varietatem, sed interdum in ortibus et occasibus earum tempestates fiunt, et venti frigidi spirant, tanquam hi ortus et accasus nihil conferant ad intensionem aestuum.
  3. Vedi su ciò Diels, Doxographi Graeci: Berolini, 1879, pp. 341-343 e 466.