Simpatie di Majano/V

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Cap. V

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IV VI

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V.

Le mie interminabili chiacchiere platoniche meritavano un castigo: ed Ella invece mi premia con una delle sue brillanti fosforescenze:

«C’è l’amore senza stima; c’è l’amore colla stima: c’è la stima senz’amore: e c’è l’amore di stima... Il quale ultimo sarebbe l’amor platonico, ossia un amore che non è amore; come i successi di stima conceduti agli autori, i quali non sono successi.»

È vero: l’amore di stima può figurare nel corteggio del trionfo d’amore, ma non è amore che trionfi. Lasciamo dunque le qualità ibride, e rivolgiamoci all’amore puro sangue. Un gran maestro di questa [p. 38 modifica]divina malattia, il Boccaccio, tiene il posto d’onore nelle memorie di Majano. Queste colline sono vive e palpitanti nelle sue opere. Si potrebbe disputare a lungo sul luogo della sua nascita; sul quanto di vero egli abbia messo nel paesaggio che serve di cornice al Decamerone; se nel battezzare i luoghi dove egli conduce a novellare le sue donne e i suoi giovani, si debba seguire Domenico Maria Manni, o l’inedito Gherardi, o qualunque altro interprete.

È vero che alcune particolarità del suo paesaggio non s’incontrano nei colli fiesolani, che egli, per esempio, abbellisce con abbondanza di acque superiore alla presente. Ma quando rifletto che egli scriveva pei contemporanei e che la comitiva novellatrice è da lui mandata nei dintorni a due miglia da Firenze, non mi pare verisimile che lì egli immaginasse una scena affatto indipendente dalla verità locale.

Mi pare probabile che egli abbia fatto [p. 39 modifica]come quei pittori del buon secolo, i quali nei loro quadri mettevano uno sfondo di paesaggio in cui si rileva l’impressione del vero a traverso la traduzione ideale.

Così i suoi personaggi parlano di solito in una forma convenzionale: ma i concetti sono presi dalla viva osservazione della società contemporanea: nei suoi periodi ciceroniani la verità è velata, ma si vede, si sente: la sua è commedia togata, ma la toga è trasparente come il velo coo d’una danzatrice.

Mi pare anche da tener conto che a quei tempi, come in generale per tutti i paesi dell’Appennino, le pendici erano molto più ricche di bosco che non al presente: quindi più abbondanti e perenni le acque, e ben nutriti quei pelaghetti e vivai, dei quali ora resta solo il nome a ville e poderi.

Se Ella fosse qui, nei quotidiani passeggi per i colli fra i torrentelli della Mensola e dell’Africo, vedrebbe montagnette, [p. 40 modifica]poggetti alquanto rilevati dal piano, viette non troppo usate e piene di erbette e di fiori, rivi d’acqua chiarissima discendenti fra vive pietre in valli ombrose di molti alberi; i poggi coronati di palagi in forma di castelletti, le vigne piene d’ulivi, di mandorli, di ciliegi, di fichi e d’altre maniere d’arbori assai fruttiferi senza spanna perdersene: i boschetti di quercioli, di frassini; i cipressi, gli allori, i pini; il fiumicello, il canaletto, il laghetto a modo di vivaio, profondo appena da arrivare al petto d’un uomo....

Questi motivi del paesaggio boccaccesco Lei li ritroverebbe tutti nel paese fra Majano e Fiesole: e i diminutivi usati dal Boccaccio nel designare le acque del suo paese sono così costanti, che non c’è quasi bisogno di ricorrere alle trasformazioni successive del terreno per ispiegare dopo cinque secoli diversità che a me sembrano più immaginarie delle pretese immaginazioni del Decamerone. La valletta dell’Africo fra [p. 41 modifica]Majano e Fiesole senza dubbio è il modello che ha servito al Boccaccio per la sua Valle delle Donne.

E non senza fondamento ci fu chi volle riscontrare dal vero anche i palagi dove il Boccaccio fa successivamente riposare le sue novellatrici: a me basta di osservare il carattere strettamente fiorentino di quelle abitazioni come sono descritte nel Decameron: le grandi sale, le pulite adornate camere, le vòlte piene di ottimi vini, i cortili circondati da logge, i giardini murati.


Non le pare del resto naturale che il paese dove il Boccaccio aveva lungamente abitato, nella prima gioventù, quando le impressioni diventano carne e sangue, gli si presentasse come spontaneo modello?

È certo che suo padre possedeva a Corbignano, appunto in questi colli, una villetta e un podere che furono venduti quando il Boccaccio aveva già passati i venti anni... [p. 42 modifica]Ella, cara Contessa, non conosce del Boccaccio che il Decamerone, e fa benone. Se qualche professore di letteratura glie ne movesse rimprovero, lasci dire: e non si lasci persuadere ad annoiarsi leggendo di Dante la Monarchia per rispetto alla Divina Commedia, leggendo del Petrarca l'Africa per rispetto al Canzoniere, o dell’Ariosto le Satire per rispetto all’Orlando.

Ella fa benone, ripeto, a non procurarsi dotti sbadigli leggendo le opere minori del nostro grande novelliere: ma può credermi in parola quando io l’assicuro che tutto il poemetto mitologico intitolato Ninfale Fiesolano è dedicato agli immaginari amori dell’Africo e della Mensola, i due torrenti che racchiudono la collina di Majano: e in esso descrive, o nomina, o designa così chiaramente le località, le selve, le fonti, che non c’è davvero bisogno d’interprete.

E nell’Ameto... mi contento d’una fotografia, che Ella può verificare senza muo[p. 43 modifica]versi di Firenze: ecco il Monte Ceceri, che si innalza tra Fiesole e Majano «nelle piagge del quale fra gli strabocchevoli balzi surgea d’alberi, di querce, di cerri, di abeti, un folto bosco e disteso fino alla sommità.»

E che cosa volete conchiudere? mi domanderà Lei che ama la logica con una rettitudine rara anche fra le donne che hanno il cervello non minore del cuore.

Già, se pur non avessi nulla da conchiudere, sarebbe già per me una gran conclusione quella di aver trovato argomento a discorrere con Lei. Ma questa volta ho da concludere dell’altro: e cioè che un paese così vivo nelle opere di uno scrittore come Boccaccio ha, oltre le sue naturali attrattive, un’attrattiva spirituale così potente da acquistare tutte le sue simpatie... E da Lei non domando di meglio per esso, né per me, suo devotissimo servo.