Sonetti burleschi e realistici dei primi due secoli (1920)/XXIII. Tenzoni di rimatori perugini/VII. Tenzone tra Gilio Lelli, Trebaldino Manfredino e ser Cecco Nuccoli

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VII. Tenzone tra Gilio Lelli, Trebaldino Manfredino e ser Cecco Nuccoli

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VII. Tenzone tra Gilio Lelli, Trebaldino Manfredino e ser Cecco Nuccoli
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VII

TENZONE
TRA GILIO LELLI, TREBALDINO MANFREDINl
E SER CECCO NUCCOLI


I — GILIO
Invita Trebaldino a ricambiar l’amore di ser Cecco.

O tu, che l’amorosa fiamma prove,
la qual nel tuo bel dir si manifesta,
coni’è che tu non hai la voglia presta,
4ed a servire Amor non ti retrove?
Ché chi dal dir l’efTetto suo rimove,
non sente amor, ma vanitá di testa;
e vói’che sappi ch’è maggiore inchèsta,
8che quella, dove Artús fe’ cose nove.
Tu credi ad un, che ti pasce di vento,
ché non può aver per sé pur de lo scoglio;
11e lasce quel, che ti può far contento.
Ma tu vuol’esser un tuo cirafoglio,
dicendo poi ch’avesse el gioco vènto?
14Questo mi tolgo e de me’ non ti voglio.
Se tu noi fai, ten puoi lavar le mano.
Che vai tu piú cercando? Si dico, ecco:
io servo te, se tu serve ser Cecco.

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2 — TREBALDINO
Non vuol saperne di chi gli scrive, mentre si profferisce affezionato al Nuccoli.

Egli è ben ver che sotto Amor mi trove,
e provo spesso in me com’è molesta
la vita degli amante, e che lor pesta;
4ma, se provato hai, fa’ che riprove.
Se io servo ad Amore, e saper fòve
ch’io non so’al mondo só’l’altrui podestá;
onde par la mia vita disonesta
8piú, ched è in onne donna, De’ vi giove?
Ma tu dice si spesso ch’io mi pento
d’aver detto del si, che si mi spoglio
11d’ogne mia volontade, e piú non sento
de te en me, si come sentir soglio;
e d’engannare altrui non n’ho talento,
14ma’ te, che dice: — Voglio, — e poi: — Disvoglio.
Al mio signor ser Cecco tutto sano
libero glie me do, e verde e secco,
poi che se dice ch’io del suo ben lecco.

3 — SER CECCO
Si accende di passione per le parole di Trebaldino.

E1 tuo bel dir liggiadro ver’me piove
si spesso, ch’él convèn ch’io prenda in presta
de le tuoi dolce rime, e faccia festa
4teco, bel frate, puoi ch’a ciò ti move.
Ond’io ti prego che me diche dove
tu vuol’ch’io vegna o da terza o da sesta,
che mill’anni me par ch’io só’ tua vesta
8dimore quanto vói’: non penso altrove.
Però ti prego che tu non sie lento
a far quel, che v’è scritto in questo foglio,
11da po’ che io servirte non pavento.

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Ma io del tempo perduto mi doglio,
per ch’io non t’ho servito volte cento,
14tu grane sempre dov’io gioglio.
Vostro mi fo en monte, en cost’e en piano,
da poi che col bel dir teco m’attecco;
dimme ove vegna, e sucheraime ’l becco.