Sotto il velame/Le tre fiere/III

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Le tre fiere - III

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III.


Dante, nel ragionamento intorno all’ordine dei peccati nell’ inferno1, ha due autori avanti al pensiero: Cicerone, per la divisione della malizia in violenza e frode, Aristotele per la triplice disposizione che il ciel non vuole. Egli le fonde insieme, facendo un po’ forza, a dir vero, alla dottrina d’Aristotele; e pareggia la matta bestialità dell’Etica alla malizia, anzi ingiustizia, con forza (vis) del de Officiis. Ora questo è il luogo di Cicerone, che Dante poteva leggere ancora nel Tesoro di Brunetto e nel Moralium dogma2: "Poichè in due modi, cioè o con violenza (vi) o con frode, si commette ingiuria, la frode par [p. 120 modifica]come di volpe (vulpeculae), la violenza, di leone: l'una e l'altra alienissima dall'uomo (cioè straniera all'uomo, disumana); ma la frode è degna di maggior odio. C'e qui la divisione della malizia, come Dante chiama quella che Cicerone chiama iniustitia, in violenza (vim) e frode, e anche il cenno della maggior gravità della frode. E nel medesimo trattato leggeva anche la ragione di questa maggior gravità:3 "in ogni ingiustizia corre molto divario, se l'ingiuria si commetta per un qualche turbamento dell'animo (animi), turbamento che per lo più è breve e lì per lì, o a bella posta e a caso pensato. Che sono più leggeri i torti che accadono per qualche repentino moto, di quelli che si fanno dopo premeditazione e preparazione". Ebbene chi dirà che Dante non abbia preso a Tullio quel simbolo del leone per la violenza o malizia di cui ingiuria è il fine, cioè ingiustizia con forza? Ma poi trovava la vulpecula per rappresentare la frode. E sì, avrebbe presa anche quella, come se ne ricordò per Guido da Montefeltro, di cui dice le opere "non leonine ma di volpe", e "le volpi si piene di froda"4, come se ne ricordò per la "cuna del trionfal veiculo", 5 quando dopo l'aquila, a simboleggiare la persecuzione dei tiranni, cioè la violenza contro la chiesa, pone la volpe a simboleggiare l'eresia, la cauta e fraudolenta nemica; avrebbe presa anche la volpe, se cosi piccolo e vile animale, che Cicerone stesso abbassava con quel diminutivo di spregio, non gli fosse dispiaciuto. Dopo il ruggito del leone, il guaito [p. 121 modifica]della volpe! questo più spaventevole di quello! E far la volpe assetata di sangue umano, divoratrice di genti, porgitrice di gravezza con la paura che usciva di sua vista! Dante cercò un'altra bestia; e ne trovò, ne' bestiarii del suo tempo, una adatta anche più della volpe a significare la frode. Trovò la lupa.6

II lupo, per limitarci a qualche cosa di ciò che se ne diceva, il lupo7 è "crudele; spia l'assenza dei cani e dei pastori; insidia i chiusi delle pecore; ulula orrendamente; veduto prima che egli veda, non nuoce; vedendo egli per primo, toglie la voce". E' antica questa ultima storiella; e mi pare sia ricordata da Dante:

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch'uscìa di sua vista...


Sono quelli occhi che gravano su tutto l'essere del passeggero. E si veda come la lupa convenientemente simboleggi la frode, poichè ella è astuta e insidiosa; e, sopra tutto, "veduta prima, non nuoce". Inoltre8 "si dice ch'esso (lupo) viva, a volte, di preda, a volte di terra, anche di vento". Come non ricordare il veltro, che della lupa è il nemico contrapposto, e non ciberà terra...? Non ciberà terra, viene a dire il poeta, come costei. E il peltro, che certo significa la ricchezza, è la preda, cui il veltro non vorrà e [p. 122 modifica]cui cerca la lupa. Tralascio tante astuzie, vere e supposte, che del lupo si raccontano in cotali libri: mi basta ora riferire queste tre cose: che si sapeva a quei tempi che "le meretrici le chiamiamo lupe, perchè devastano i beni degli amadori"; s'imaginava a quei tempi che i lupi erano così chiamati "quasi leopedi", perchè nei piedi e la loro virtù, come dei leoni è altrove;9 si affermava a quei tempi "che figura di lupo porta il diavolo, che sempre invidia il genere umano". Con queste tre cose, noi ci possiamo spiegare come Dante dica che la lupa si ammoglia a molti animali; e, che ella è come un leone vigliacco, poichè al leone è simile nella rapacità e terribilità, e peggiore, ma viene, innanzi a poco a poco, e poi fugge avanti il veltro; e che infine e ciò monta più, dall'inferno "invidia prima dipartilla". E pensiamo che il diavolo porta figura di lupo, perchè il lupo insidia i chiusi delle pecore come il diavolo le chiese dei fedeli; e sapete come il lupo si appressa ai chiusi delle pecore, e perciò il diavolo alle chiese dei fedeli? "Se ha bisogno di predare di notte, come un cane mansueto a poco a poco (sensim) si avanza verso l'ovile"; e tante altre astuzie trova!10 A poco a poco:ricordiamo!

Rifiutando la vulpecula ciceroniana, Dante trovò una bestia non solo, per l'astuzia, consimile alla volpe, non solo più della volpe spaventevole e rapace; ma più atta, come leopede, a far compagnia al leone, e, come solito simbolo del diavolo, più atta a significare quella, direm così per ora, generale corruzione [p. 123 modifica] da cui doveva liberare l'umile Italia un veltro che si nutrisse di "sapienza e amore e virtute"; veltro di ben alta natura, eppure non d'altra natura che di cane quale è interpretata da quei mistici: "Medico molto è detto il cane (salute, almeno, degli ammalati dunque) perchè chi gli altri regge (qui praeest aliis), deve vegliare agli studi della sapienza ed evitare a ogni modo la crapula"11: già deve cibare sapienza, non terra nè peltro.

E qui basti concludere che Dante ha sostituita la volpe con la lupa, non per esprimere un pensiero diverso da quello di Cicerone, ma per esprimerlo più fortemente. La volpe insidia i pollai, come il lupo gli ovili; ed avida è quella, come è questo; eppure a nessuno verrebbe in mente, se qui fosse volpe e non lupa, di dire che la volpe non significasse la frode, e significasse, mettiamo il caso, l'avarizia.

Note

  1. Inf. XI 16 segg.
  2. De off. I 13, 41. Nel Moralium dogma: La truculenza si divide in violenza (vim) e frode: la frode par quasi di volpe (vulpeculae) etc. Il Moralium dogrma è nell’ed. italiana del Brunetto Latini del Sundby.
  3. De off. I 8, 27.
  4. Inf. XXVII 75; Purg. XIV 53
  5. Purg. XXXII 109-120.
  6. Rimando per illustrazione maggiore allo studio "Per una nuova interpretazione dell'allegoria del Primo canto" del bravo quanto modesto prof. L.M. Capelli.
  7. Questo è nell' Appendix delle opere di Hugo de Sancto Victore, Ed. Migne III p. 131.
  8. ib. L. c.p.67.
  9. L. c.p. 67: quod ut leoni ita sit illis virtus in pedibus. Lezione guasta.
  10. L.c. p. 67 e 68.
  11. L.c. p.87. E di ciò più avanti.