Storia d'Italia/Libro V/Capitolo XV

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro quinto
Capitolo quindicesimo

../Capitolo XIV ../../Libro VI IncludiIntestazione 20 maggio 2008 75% Storia

Libro V - Capitolo XIV Libro VI
Patti di pace stabiliti fra il re di Francia e l’arciduca Filippo come procuratore dei re di Spagna. La guerra continua nel reame di Napoli. Sfortuna delle armi francesi. Francesi e spagnoli a Cerignola. La sconfitta de’ francesi. Consalvo a Napoli.


Cosí liberato il re di Francia dalla guerra de’ svizzeri, non aveva nel tempo medesimo minore speranza di liberarsi dalla guerra che era nel reame di Napoli: perché, dopo molte pratiche di pace tenute vanamente tra l’uno e l’altro re, volendosene ritornare di Spagna in Fiandra Filippo arciduca di Austria e principe di Fiandra, deliberò, benché contro a molti prieghi de’ suoceri, ritornarsene per terra; da’ quali ottenne ampia facoltà e libero mandato di fare la pace col re di Francia, stata molto, mentre che era in Ispagna, procurata da lui, ma accompagnandolo due loro imbasciadori, senza la partecipazione de’ quali non voleva cosa alcuna né conchiudere né trattare. È incredibile con quanta magnificenza e onore fusse per ordine del re ricevuto per tutto il regno di Francia, non solo per desiderare di farselo propizio nella pratica dell’accordo ma per conciliarsi per ogni tempo l’animo di quel principe, giovane e in espettazione di somma potenza, perché era il piú prossimo alla successione dello imperio romano e de’ reami di Spagna con tutte le dependenze loro; e con la medesima liberalità furono raccolti e fatti molti donativi a quegli che erano grandi appresso a lui: alle quali dimostrazioni corrispose con magnanimità reale Filippo; perché avendo il re, oltre alla fede datagli che e’ potesse passare per Francia sicuramente, mandato per sua sicurtà a stare in Fiandra, tanto che e’ fusse passato, alcuni de’ primi signori del reame, Filippo, come e’ fu entrato in Francia, per dimostrare di confidarsi in tutto della sua fede, ordinò che gli statichi fussino liberati. Né a queste dimostrazioni di amicizia tanto grandi succederono, per quanto fu in loro, effetti minori; perché convenutisi a Bles, dopo discussione di qualche dí, conchiuseno la pace con queste condizioni: che il reame tutto di Napoli si possedesse secondo la prima divisione, ma lasciando in diposito a Filippo le provincie per la differenza delle quali si era venuto all’armi, e che di presente Carlo figliuolo suo e Claudia figliuola del re, tra’ quali si stabiliva lo sposalizio altre volte trattato, s’intitolassino re di Napoli e duchi di Puglia e di Calavria; che la parte che toccava al re di Spagna fusse in futuro governata dall’arciduca, quella del re di Francia da chi deputasse il re, ma tenendosi l’una e l’altra sotto nome de’ due fanciulli, a’ quali quando consumavano il matrimonio il re consegnasse, per dota della figliuola, la sua porzione. La quale pace fu solennemente publicata nella chiesa maggiore di Bles, e confermata con giuramento del re, e di Filippo come procuratore de’ re suoi suoceri: pace certamente, se avesse avuto effetto, di momento grandissimo, perché non solo si posavano l’armi tra re tanto potenti ma dietro a questa sarebbe seguitata la pace tra il re de’ romani e il re di Francia; onde contro a’ viniziani nascevano nuovi pensieri, e il pontefice, sospetto a tutti e in pessimo concetto di ciascuno, non rimaneva senza timore di concili e d’altri disegni a depressione della sua autorità. Ma avendo subito il re e Filippo mandato nel regno di Napoli a intimare la pace fatta, e a comandare a’ capitani che insino a tanto venisse la ratificazione de’ re di Spagna, possedendo come possedevano, s’astenessino dalle offese, offersesi il capitano franzese di ubbidire al suo re, ma lo spagnuolo, o perché piú sperasse nella vittoria o perché l’autorità sola di Filippo non gli bastasse, rispose che insino non avesse il medesimo comandamento da’ suoi re non poteva omettere di fare la guerra: alla continuazione della quale gli dava maggiore animo, che il re di Francia, sperando prima nelle pratiche e poi nella conclusione della pace e presupponendo per certo quel che ancora era incerto, aveva non solamente raffreddato l’altre provisioni ma sopratenuto tremila fanti che prima aveva ordinato che a Genova s’imbarcassino, e trecento lancie, destinate che sotto Persí andassino a quella impresa; e per contrario, a Barletta erano arrivati i duemila fanti tedeschi i quali, soldati con favore del re de’ romani e imbarcatisi a Triesti, erano con grave querela del re di Francia passati sicuramente per il golfo de’ viniziani. E però il duca di Nemors, non potendo promettersi la sospensione dell’armi e indebolito per i danni ricevuti poco innanzi, per essere sufficiente, se l’occasione lo invitasse o la necessità lo costrignesse, a combattere con gl’inimici, mandò a chiamare tutte le genti franzesi che erano divise in vari luoghi, da quelle in fuori che sotto Obigní militavano in Calavria; e tutti gli aiuti de’ signori del regno: ma ebbe nel raccorle avversa la fortuna. Perché avendo il duca d’Atri e Luigi d’Ars, uno de’ capitani franzesi che avevano le genti loro sparse in Terra di Otranto, deliberato d’andare insieme a unirsi col viceré, perché presentivano che Pietro Navarra con molti fanti spagnuoli era in luogo da potere loro nuocere se fussino andati separati, accadde che Luigi d’Ars, avendo avuta opportunità di condursi sicuro da se stesso, partí senza curarsi del pericolo del duca d’Atri; al quale, rimasto solo, essendo pervenuta notizia che Pietro Navarra si era mosso verso Matera per andare a unirsi con Consalvo, si messe ancora esso in cammino con la sua gente. Ma non bastano i consigli umani a resistere alla fortuna: perché avendo gli uomini di Rutiliano terra in quello di Bari, i quali in quegli medesimi dí si erano ribellati dai franzesi, chiamato Pietro Navarra, e però egli volgendosi dal cammino cominciato di Matera verso Rutiliano, si scontrò nel duca d’Atri; il quale, spaventato di questo accidente, stette sospeso di quello che avessi a fare, pure, non essendo sicura in tutto la ritirata e confidandosi che se bene era inferiore di numero di fanti aveva piú cavalli, e stimando che la fanteria spagnuola per avere la notte fatto lungo cammino fusse stracca, appiccò la battaglia; nella quale essendosi da ogni parte combattuto valentemente, fu alla fine rotta la gente sua, morto Giovann’Antonio suo zio ed egli fatto prigione. E, come pare ch’il piú delle volte le avversità non vadino sole, quattro galee franzesi, delle quali era capitano Pregianni Provenzale cavaliere di Rodi, sorseno nel porto d’Otranto, con licenza dell’offiziale viniziano, che promesse non patirebbe fussino molestate dall’armata di Spagna, la quale sotto Villamarina volteggiava ne’ luoghi vicini; ma essendo poco dipoi entrata nel porto medesimo, Pregianni inferiore di forze, temendo non l’investissino, acciò che almanco il danno suo non fusse con guadagno degli inimici, liberata la ciurma e messe in fondo le galee, salvò sé e i suoi per la via di terra. Aveva il re di Francia commesso a’ suoi capitani che standosi in su le difese fuggissino il venire alle mani, perché arebbono presto o lo stabilimento della pace o soccorso grande. Ma era difficile, essendo potenti e vicini tutti gli eserciti, raffrenare la caldezza de’ franzesi e fargli stare pazienti a menare la guerra in lungo; anzi era destinato che, senza differire piú, si decidesse la somma delle cose. Di che nacque il principio in Calavria: perché, uniti che furono gli spagnuoli a Seminara, Obigní, raccolte tutte le genti sue e quelle de’ signori che seguitavano la parte franzese, alloggiò le fanterie nella terra di Gioia vicina a tre miglia a Seminara, e la cavalleria a Losarno lontano tre miglia da Gioia; e fortificatosi con quattro pezzi d’artiglieria in su la riva del fiume in sul quale è posta Gioia, stava preparato per opporsi agl’inimici se e’ tentassino di passare il fiume. Ma gli spagnuoli, fatto pensiero diverso dal suo, il dí che deliberorono passare, mossono per la strada diritta la vanguardia, condotta da Manuel di Benavida, alla via del fiume, il quale giunto alla riva cominciò a parlare con Obigní, che aveva condotto tutto l’esercito suo in su la riva opposita; e in detto tempo la retroguardia spagnuola, seguitata dalla battaglia, si volse per altro cammino a passare il fiume un miglio e mezzo di sopra a Gioia. Del qual tratto accorgendosi Obigní si mosse con grande celerità e senza artiglieria, per giugnergli innanzi che tutti avessino passato: ma erano già passati tutti; e ordinatisi, benché senza artiglierie, in ferma e stretta battaglia si mossono contro a’ franzesi, i quali, accelerando il cammino e avendo, come dicono alcuni, molto minore numero di fanti, andavano disordinati; in modo che presto gli roppeno, innanzi che passasse il fiume l’antiguardia spagnuola. Nel quale conflitto restò prigione Ambricort con alcuni altri capitani franzesi e il duca di Somma con molti baroni del regno; e Obigní, benché fuggisse nella rocca di Angitola, rinchiusovi dentro, fu costretto ad arrendersi prigione, rotto e preso in quegli luoghi medesimi dove pochi anni innanzi aveva con tanta gloria superato e rotto il re Ferdinando e Consalvo: tanto è poco costante la prosperità della fortuna. Né a lui, che fu de’ piú eccellenti capitani che Carlo conducesse in Italia, e di ingegno libero e nobile, aveva nociuto altro che il procedere con troppa caldezza alla speranza della vittoria. La qual cosa medesima nocette in Puglia al viceré, traportato forse a maggiore caldezza per avere intesa la rotta ricevuta in Calavria; perché Consalvo, essendogli incognita la vittoria de’ suoi, né potendo piú per la fame e per la peste perseverare in Barletta, se ne partí, lasciatavi poca guardia, e si dirizzò alla Cirignola, terra lontana dieci miglia e quasi in triangolo tra Canosa, dove era il viceré, e Barletta.

Era già stato disputato prima nel consiglio del viceré se era da cercare o da fuggire l’occasione della giornata, e molti de’ capitani avevano detta questa sentenza, che essendo gli spagnuoli accresciuti di gente e i suoi diminuiti, e cominciati a invilire per i disordini succeduti prima a Rubos e a Castellaneta e poi in Terra di Otranto e ultimatamente in Calavria, non fusse da commettersi alla fortuna ma, ritirandosi in Melfi o in qualche altra terra grossa e abbondante, aspettare che di Francia venisse o nuovo soccorso o lo stabilimento della pace; al quale modo di temporeggiarsi astrignergli anche il comandamento ricevuto nuovamente dal re: ma aveva questo consiglio avuto molti contradittori, a’ quali pareva pericoloso l’aspettare che l’esercito vincitore di Calavria si unisse con Consalvo, o si voltasse a qualche impresa importante, dove non troverebbono chi resistesse. Ricordavansi che frutto avesse partorito l’avere eletto, l’esercito di Mompensieri, piú tosto il ritirarsi nelle terre che ’l combattere, e gli esempli passati gli ammonivano di quello che de’ soccorsi lunghi e incerti di Francia sperare potessino; e se, essendo le cose ambigue, né Consalvo aveva consentito di levare le offese né i re di Spagna accettata la pace, tanto manco essere per farlo ora che erano in tanta speranza della vittoria. Non essere l’esercito loro inferiore di forze e di virtú a quello degl’inimici, né doversi arguire da’ disordini ricevuti per propria negligenza a quello esperimento che col ferro e col valore dell’animo, non con l’astuzia o con gli inganni, si farebbe in campagna aperta; ed essere piú sicuro e piú glorioso partito fare, con speranza almanco eguale, esperienza della fortuna che, fuggendola e lasciandosi a poco a poco consumare, concedere agl’inimici la vittoria senza sangue e senza pericolo; e i comandamenti del re, che era lontano, doversi piú presto per ricordi che per precetti ripigliare, i quali erano fatti prudentemente se fussino stati seguitati da Obigní, ma essendo variato per quel disordine lo stato della guerra essere necessario che medesimamente le deliberazioni si variassino. Era prevaluta nel consiglio questa sentenza; e però, come ebbono notizia dalle spie che le genti spagnuole, o tutte o parte, erano uscite di Barletta, prese similmente Nemors il cammino verso la Cirignola, cammino all’uno e all’altro esercito molto incomodo; perché, per essere quegli paesi sterilissimi d’acqua, e la state sopravenuta molto piú tosto che non suole essere al principio di maggio, è fama che quel dí ne perirono nel camminare, di sete, molti di ciascuna delle parti: né sapevano i franzesi se quel che si era mosso era tutto o parte dello esercito spagnuolo, perché Fabrizio Colonna co’ cavalli leggieri non lasciava penetrare a loro notizia alcuna, e le lancie ritte degli uomini d’arme, e i gambi de’ finocchi che in quel paese sono altissimi, impedivano loro la vista. Arrivorono prima gli spagnuoli alla Cirignola, che si guardava per i franzesi; e ponendosi ad alloggiare tra certe vigne, allargorono per consiglio di Prospero Colonna un fosso che era alla fronte del loro alloggiamento. Sopragiunseno poi i franzesi mentre che l’alloggiamento si faceva, ed essendo già vicina la notte stettono dubbi o d’appiccare subito il fatto d’arme o di differire la battaglia al dí seguente; e consigliavano Ivo d’Allegri e il principe di Melfi che si indugiasse al dí seguente, nel qual dí speravano che gli spagnuoli, necessitati dal mancamento delle vettovaglie, avessino a muoversi, onde fuggirsi oltre alla propinquità della notte il disavvantaggio di assaltargli nel proprio alloggiamento, non sapendo massimamente la disposizione di quello; ma, disprezzando impetuosamente Nemors il consiglio piú salutifero, assaltorono gli spagnuoli con furore grande; combattendo con la medesima ferocità i svizzeri. Ed essendosi, o per caso o per altro, attaccato il fuoco alla munizione degli spagnuoli, Consalvo, abbracciato l’augurio, con franco animo gridò: - Noi abbiamo vinto; Iddio ci annunzia manifestamente la vittoria, dandoci segno che non ci bisogna piú adoperare l’artiglieria. -

Varia è la fama del progresso della battaglia. I franzesi publicorono, le genti loro avere nel primo congresso rotta la fanteria spagnuola, arrivati alla artiglieria avere arsa la polvere ed essersene insignoriti; ma che, sopravenuta la notte, le genti d’arme avevano percosso per errore nella fanteria propria, per il quale disordine gli spagnuoli essersi rifatti. Ma dagli altri fu publicato che, per la difficoltà di passare il fosso, i franzesi cominciando ad avvilupparsi tra loro medesimi si messeno in fuga, non meno per disordine proprio che per virtú degl’inimici; essendo massime spaventati per la morte di Nemors, il quale combattendo ferocemente tra i primi, e riscaldando i suoi a passare il fosso, cadde percosso d’uno scoppio. Altri, piú particolarmente, che Nemors, disperato di spuntare il fosso, volendo girare la gente al fianco del campo per fare pruova d’entrare da quella banda, fece gridare: - a dietro, a dietro, - la qual voce a chi non sapeva la cagione dava segno di fuggire; e la morte sua, che essendo nel primo squadrone nel medesimo tempo sopravenne, voltò tutto l’esercito in fuga manifesta. Rimuovono alcuni altri dal viceré la infamia d’avere contro al consiglio degli altri combattuto, anzi la trasferiscono in Allegri che, essendo inclinato il viceré a non combattere quel dí, riprendendolo di timidità lo indusse a contrario consiglio. Durò la battaglia per brevissimo spazio; e ancora che gli spagnuoli, passato il fosso, gli seguitassino, ne fu, per essere già notte oscura, presi e morti pochissimi, specialmente di uomini a cavallo; tra’ quali fu morto monsignore di Ciandeu: il resto, perduti i carriaggi perduta l’artiglieria, si salvò con la fuga, spargendosi i capitani e i soldati in varie parti. È fama che, essendo già cacciati per tutto gli inimici, che Consalvo, non vedendo in luogo alcuno Prospero Colonna ne dimandava con instanza, dubitava non fusse stato ammazzato nel fatto d’arme; e che Fabrizio, volendo tassarlo di timidità, ridendo gli rispose non essere da temere che Prospero fusse entrato in luogo pericoloso. Acquistossi questa vittoria otto dí dopo la rotta di Obigní; e l’una e l’altra in venerdí, giorno osservato per felice dagli spagnuoli.

Feciono i franzesi, come furono raccolti dalla fuga, vari disegni, o di unirsi con le reliquie dello esercito in qualche luogo opportuno a impedire a’ vincitori l’andare a Napoli o di fermarsi alla difesa di Napoli; nondimeno, come nelle cose avverse diventano ogni dí maggiori il timore e le difficoltà di chi è stato vinto, niuno di questi partiti si messe a esecuzione, perché e in altri luoghi aveano difficoltà di fermarsi, e Napoli giudicavano non potere difendere per la carestia delle vettovaglie: alla quale per provedere aveano prima i franzesi fatto comperare a Roma quantità grande di frumenti, ma il popolo romano impedí non si traessino, o per conservare Roma abbondante o per suggestione occulta (come molti credettono) del pontefice. Però Allegri, il principe di Salerno e molti altri baroni si ritirorno tra Gaeta e Traietto, ove si raccolse dietro al nome loro la maggiore parte delle reliquie dell’esercito. Ottenuta Consalvo tanta vittoria, non allentando il favore della fortuna, si dirizzò con l’esercito a Napoli; e passando da Melfi offerse al principe la facoltà di ritenersi il suo stato in caso volesse seguitare la divozione spagnuola: il quale, accettando piú tosto d’essere lasciato partire con la moglie e co’ figliuoli, andò a congiugnersi con Luigi d’Ars che s’era fermato a Venosa. Avuto Melfi, seguitò Consalvo il cammino a Napoli; ove come cominciò ad accostarsi, i franzesi che v’erano dentro si ritirorno in Castelnuovo, e i napoletani abbandonati, il quartodecimo dí di maggio, riceverono Consalvo: come feceno, nel tempo medesimo, Aversa e Capua.