Storia d'Italia/Libro XI/Capitolo XII

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
Libro undicesimo
Capitolo dodicesimo

../Capitolo XI ../Capitolo XIII IncludiIntestazione 22 maggio 2008 75% Storia

Libro XI - Capitolo XI Libro XI - Capitolo XIII
I francesi, dopo vari assalti alla città, si accampano a due miglia da Novara. Parole di Mottino agli svizzeri per esortarli ad assalire gli alloggiamenti nemici. Vittoria degli svizzeri e copiosi frutti di essa. Vicende della guerra dei veneziani.


Non rimaneva piú niente al re di Francia, alla recuperazione intera degli stati perduti l’anno dinanzi, che Novara e Como; le quali due città sole si tenevano ancora in nome di Massimiliano Sforza in tutto il ducato di Milano. Ma era, con infamia grande di tutti gli altri, destinata la gloria di questa guerra non a’ franzesi non a’ fanti tedeschi non all’armi spagnuole, non alle viniziane, ma solamente a’ svizzeri: contro a’ quali l’esercito franzese, lasciato in Alessandria presidio sufficiente per sostenere le cose di là dal Po, si accostò a Novara; feroce per tanti successi, per la confusione degli inimici rinchiusi dentro alle mura, e per il timore già manifesto degli spagnuoli. Rappresentavasi, oltre a queste cose, alla memoria degli uomini quasi come una immagine e similitudine del passato: questa essere quella medesima Novara nella quale era stato fatto prigione Lodovico Sforza padre del duca presente; essere nel campo franzese quegli medesimi capitani... della Tramoglia e Gianiacopo da Triulzi, e appresso al figliuolo militare alcune delle medesime bandiere e de’ medesimi capitani di quegli cantoni che allora il padre venduto aveano. Onde la Tramoglia avea superbamente scritto al re che nel medesimo luogo gli darebbe prigione il figliuolo, nel quale gli aveva dato prigione il padre. Batterno i franzesi impetuosamente con l’artiglierie le mura, ma in luogo donde lo scendere dentro era molto difficile e pericoloso, e dimostrando tanto di non gli temere i svizzeri che mai patirno si chiudesse la porta della città di verso il campo. Gittato in terra spazio sufficiente della muraglia, dettono quegli di fuora molto ferocemente la battaglia, dalla quale si difesono con grandissimo valore quegli di dentro; onde i franzesi, ritornati agli alloggiamenti, inteso che il dí medesimo erano entrati in Novara nuovi svizzeri, e avendo notizia aspettarsi Altosasso, capitano di fama grande, con numero molto maggiore, disperati di poterla piú spugnare, si discostorno il dí seguente due miglia di Novara, sperando oramai di ottenere la vittoria piú per i disordini e mancamento di danari agli inimici che per l’impeto dell’armi. Ma interroppe queste speranze la ferocia e ardentissimo spirito di Mottino uno de’ capitani de’ svizzeri; il quale, chiamata la moltitudine in sulla piazza di Novara, gli confortò con ferventissime parole che non aspettato il soccorso di Altosasso, il quale doveva venire il prossimo dí, andassino ad assaltare gli inimici a’ loro alloggiamenti. Non patissino che la gloria della vittoria, la quale poteva essere propria, fusse comune, anzi diventasse tutta d’altri; imperocché, come le cose seguenti tirano a sé le precedenti, e l’augumento cuopre la parte augumentata, non a essi ma a quegli che sopravenivano si attribuirebbe tutta la laude.

- Quanto la cosa disse Mottino - pare piú difficile e piú pericolosa tanto riuscirà piú facile e piú sicura, perché quanto piú sono gli accidenti improvisi e inaspettati tanto piú spaventano e mettono in terrore gli uomini. Niente meno aspettano i franzesi, al presente, che ’l nostro assalto: alloggiati pure oggi, non possono essere alloggiati se non disordinatamente e senza fortezza alcuna. Solevano gli eserciti franzesi non avere ardire di combattere se non aveano appresso i fanti nostri; hanno, da qualche anno in qua, avuto ardire di combattere senza noi ma non mai contro a noi: quanto spavento, quanto terrore, quando si vedranno furiosamente e improvisamente assaltati da coloro la virtú e ferocia de’ quali soleva essere il cuore e la sicurtà loro! Non vi muovino i loro cavalli, le loro artiglierie; perché altra volta abbiamo esperimentato quanto essi medesimi confidino in queste cose contro a noi. Gastone di Fois, tanto feroce capitano, con tante lancie con tanti cannoni, non ci dette egli sempre alla pianura la via quando, senza cavalli senza altre armi che le picche, scendemmo, due anni sono, insino alle porte di Milano? Hanno seco ora i fanti tedeschi, e questo è quello che mi muove, che mi accende: avendo in un tempo medesimo occasione di dimostrare a colui che, con tanta avarizia con tanta ingratitudine, dispregiò le nostre fatiche il nostro sangue, che mai fece, né per sé né per il regno suo, peggiore deliberazione; e dimostrare a coloro che pensorno l’opera loro essere sufficiente a privarci del nostro pane, non essere pari i lanzchenech a’ svizzeri, avere la medesima lingua la medesima ordinanza, ma non già la medesima virtú la medesima ferocia. Una sola fatica è, di occupare l’artiglierie, ma l’alleggerirà non essere poste in luogo fortificato, l’assaltarle all’improviso, le tenebre della notte. Assaltandole impetuosamente, è piccolissimo spazio di tempo quello nel quale possono offenderti; e questo, interrotto dal tumulto dal disordine dalla subita confusione. L’altre cose sono somma facilità; non ardiranno i cavalli venire a urtare le nostre picche; molto meno, quella turba vile de’ fanti franzesi e guasconi verranno a mescolarsi con noi. Apparirà in questa deliberazione non meno la prudenza nostra che la ferocia. È salita in tanta fama la nostra nazione che non si può piú conservare la gloria del nostro nome se non tentando qualche cosa fuora dell’espettazione e uso comune di tutti gli uomini; e poi che siamo intorno a Novara, il luogo ci ammunisce che non possiamo in altro modo spegnere l’antica infamia, pervenutaci quando con Lodovico Sforza militavamo alla medesima Novara. Andiamo adunque, con l’aiuto del sommo Dio, persecutore degli scismatici degli scomunicati degli inimici del suo nome. Andiamo a una vittoria, se saremo uomini, sicura e facile; della quale quanto pare che sia maggiore il pericolo tanto sarà il nome nostro piú glorioso e maggiore: quanto sono maggiore numero gli inimici che noi, tanto piú ci arricchiranno le spoglie loro. -

Alle parole di Mottino gridò ferocemente tutta la moltitudine, approvando ciascuno col braccio disteso il detto suo; e dipoi egli, promettendo la vittoria certa, comandò che andassino a riposarsi e procurare le persone loro, per mettersi, quando col suono de’ tamburi fussino chiamati, negli squadroni. Non fece mai la nazione de’ svizzeri né la piú superba né la piú feroce deliberazione: pochi contra molti, senza cavalli e senza artiglierie contro a uno esercito potentissimo di queste cose, non indotti da alcuna necessità, perché Novara era liberata dal pericolo, e aspettavano il dí seguente non piccolo accrescimento di soldati, elessono spontaneamente di tentare piú tosto quella via nella quale la sicurtà fusse minore ma la speranza della gloria maggiore che quella nella quale dalla sicurtà maggiore risultasse gloria minore. Uscirno adunque con impeto grandissimo, dopo la mezza notte, di Novara, il sesto dí di giugno, in numero circa diecimila, distribuitisi con questo ordine: settemila per assaltare l’artiglierie, intorno alle quali alloggiavano i fanti tedeschi; il rimanente per fermarsi, con le picche alte, all’opposito delle genti d’arme. Non erano, per la brevità del tempo e perché non si temeva tanto presto di uno accidente tale, stati fortificati gli alloggiamenti de’ franzesi; e al primo tumulto, quando dalle scolte fu significata la venuta degli inimici, il caso improviso e le tenebre della notte dimostravano maggiore confusione e maggiore terrore. Nondimeno, e le genti d’arme sí raccolsono prestamente agli squadroni e i fanti tedeschi, i quali furno seguitati dagli altri fanti, si messono subitamente negli ordini loro. Già con grandissimo strepito percotevano l’artiglierie ne’ svizzeri che venivano per assaltarle, facendo tra loro grandissima uccisione, la quale si comprendeva piú tosto per le grida e urla degli uomini che per beneficio degli occhi, l’uso de’ quali impediva ancora la notte; e nondimeno con fierezza maravigliosa, non curando la morte presente né spaventati per il caso di quegli che cadevano loro allato, né dissolvendo l’ordinanza, camminavano con passo prestissimo contro all’artiglierie: alle quali pervenuti, si urtorno insieme ferocissimamente, essi e i fanti tedeschi, combattendo con grandissima rabbia l’uno contro all’altro, e molto piú per l’odio che per la cupidità della gloria. Aresti veduto (già incominciava il sole ad apparire) piegare ora questi ora quegli, parere spesso superiori quegli che prima parevano inferiori, di una medesima parte in un tempo medesimo alcuni piegarsi alcuni farsi innanzi, altri difficilmente resistere altri impetuosamente insultare agli inimici: piena da ogni parte ogni cosa di morti, di ferite, di sangue. I capitani fare ora fortissimamente l’ufficio di soldati, percotendo gli inimici difendendo se medesimi e i suoi, ora fare valorosissimamente l’ufficio di capitani, confortando, provedendo, soccorrendo, ordinando, comandando. Da altra parte, quiete e ozio grandissimo dove stavano armati gli uomini d’arme; perché, cedendo al timore ne’ soldati l’autorità i conforti i comandamenti i prieghi l’esclamazioni le minaccie del la Tramoglia e del Triulzio, non ebbono mai ardire di investire gli inimici che aveano innanzi a loro, e a’ svizzeri bastava tenergli fermi perché non soccorressino i fanti loro. Finalmente, in tanta ferocia in tanto valore delle parti che combattevano, prevalse la virtú de’ svizzeri; i quali, occupate vittoriosamente l’artiglierie e voltatele contro agli inimici, con esse e col valore loro gli messono in fuga. Con la fuga de’ fanti fu congiunta la fuga delle genti d’arme, delle quali non apparí virtú o laude alcuna. Solo Ruberto della Marcia, sospinto dall’ardore paterno, entrò con uno squadrone di cavalli ne’ svizzeri per salvare Floranges e Denesio suoi figliuoli, capitani di fanti tedeschi, che oppressi da molte ferite giacevano in terra; e combattendo con tale ferocia che non che altro pareva cosa maravigliosa a’ svizzeri, gli condusse vivi fuori di tanto pericolo. Durò la battaglia circa due ore, con danno gravissimo delle parti. De’ svizzeri morirno circa mille cinquecento, tra quali Mottino, autore di cosí glorioso consiglio; percosso, mentre ferocemente combatteva, nella gola da una picca. Degli inimici, numero molto maggiore: dicono alcuni diecimila; ma de’ tedeschi fu morta la maggiore parte nel combattere: de’ fanti franzesi e guasconi fu morta la maggiore parte nel fuggire. Salvossi quasi tutta la cavalleria, non gli potendo perseguitare i svizzeri, i quali se avessino avuti cavalli gli arebbono facilmente dissipati: con tanto terrore si ritiravano. Rimasono in preda a’ vincitori tutti i carriaggi, ventidue pezzi d’artiglieria grossa e tutti i cavalli diputati per uso loro. Ritornorno i vincitori quasi trionfanti, il dí medesimo, in Novara; e con tanta fama per tutto il mondo che molti aveano ardire, considerato la magnanimità del proposito, il dispregio evidentissimo della morte, la fierezza del combattere e la felicità del successo, preporre questo fatto quasi a tutte le cose memorabili che si leggono de’ romani e de’ greci. Fuggirono i franzesi nel Piemonte; donde, gridando invano il Triulzio, passorno subitamente di là da’ monti.

Ottenuta la vittoria, Milano e l’altre terre che si erano aderite a’ franzesi mandorno a dimandare perdono, il quale fu conceduto, ma obligandosi a pagare quantità grande di danari; i milanesi dugentomila ducati, gli altri secondo le loro possibilità; e tutti si pagavano a’ svizzeri, a’ quali della vittoria acquistata colla virtú e col sangue loro si doveva giustamente non meno l’utilità che la gloria. I quali, per ricôrre tutto il frutto che si poteva, entrorono poi nel marchesato di Monferrato e nel Piamonte, incolpati d’avere ricettato l’esercito franzese; dove, parte predando parte componendo i miseri popoli, ma astenendosi da violare la vita e l’onore, feciono grandissimi guadagni. Né furno del tutto gli spagnuoli privati de’ premi della vittoria: perché essendo ricorsi al viceré, dopo il fatto d’arme, Ianus prossimamente cacciato di Genova e Ottaviano Fregosi, de’ quali ciascuno ambiva di essere doge, il viceré, preposto Ottaviano, per il quale s’affaticava sommamente, per l’antica amicizia, il pontefice, e ricevuta da lui promessa di pagare, come fusse entrato in Genova, [cinquanta] mila ducati, gli concedette tremila fanti sotto il marchese di Pescara; esso col resto dell’esercito andò a Chiesteggio, dimostrando, se fusse necessario, di passare piú innanzi; ma come il marchese e Ottaviano si appropinquorno a Genova, i fratelli Adorni conoscendosi impotenti a resistere se ne partirono: e Ottaviano, entrato dentro, fu creato doge di quella città. La quale nell’anno medesimo vedde preposti al suo governo i franzesi, Ianus Fregoso, gli Adorni e Ottaviano.

Ma Bartolomeo d’Alviano, come ebbe sentita la rotta dell’esercito del re di Francia, temendo di non essere subito seguitato dagli spagnuoli, si ritirò senza dilazione a Pontevico; lasciati, per non perdere tempo, per la strada alcuni pezzi di artiglieria che si conducevano piú tardamente. Da Pontevico, lasciato Renzo da Ceri in Crema e abbandonata Brescia, perché era inutile diminuire l’esercito, nel quale erano rimasti secento uomini d’arme mille cavalli leggieri e cinquemila fanti, procedendo colla medesima celerità, e con tanto timore e disfavore del paese che qualunque piccola gente gli avesse seguitati si sarebbono rotti da loro medesimi, si condusse alla Tomba presso all’Adice, non si essendo mai riposato in luogo alcuno se non quanto lo costrigneva la necessità del ricreare gli uomini e i cavalli. Fermossi alla Tomba, essendo cessata la paura perché niuno lo seguitava, dove dette opera di fare condurre a Padova e a Trevigi quanta piú quantità potette di biade del veronese; e nel tempo medesimo mandò Giampaolo Baglione, con sessanta uomini d’arme e mille dugento fanti, a Lignago. Il quale, ricevuto subito dagli uomini della terra ove non era presidio alcuno, dette la battaglia alla rocca guardata da cento cinquanta fanti tra spagnuoli e tedeschi, battutala prima con l’artiglierie, da quella parte che è volta in verso la piazza. Nel quale assalto non so che potesse piú, o la virtú o la fortuna: perché mentre si combatteva, cominciata per sorte ad ardere la munizione per alcuni instrumenti di fuochi artificiati gittati da quegli di fuora, abbruciò una parte della rocca; nel qual tumulto entrati dentro, parte per il muro rotto parte con le scale, i fanti che davano la battaglia, preso il capitano spagnuolo, ammazzorno o feciono prigioni tutti quegli che vi erano dentro. Preso Lignago, gittò l’Alviano il ponte in sull’Adice; e dipoi, essendogli stata data da alcuni veronesi speranza di tumultuare contro a’ tedeschi, andò ad alloggiare alla villa di San Giovanni distante quattro miglia da Verona; donde accostatosi la mattina seguente alla porta che si dice di San Massimo, piantò con grandissimo furore l’artiglierie alla torre della porta e al muro congiunto a quella, attendendo se in questo tempo nascesse dentro qualche tumulto. Rovinate circa quaranta braccia di muraglia oltre alla torre, la quale cadde di maniera che fece uno argine fortissimo alla porta, dette molto ferocemente la battaglia. Ma in Verona erano trecento cavalli e tremila fanti tedeschi sotto Roccandolf, capitano di molto nome, i quali valorosamente si difendevano; dalla rottura del muro al discendere in terra era non piccolo spazio di altezza; né per i veronesi si faceva, secondo le speranze date, movimento: onde l’Alviano, vedendo la difficoltà dell’espugnarla, ritirò i fanti suoi dalle mura, e già aveva cominciato a discostare l’artiglierie. Ma mutata in un momento sentenza (credettesi per imbasciata ricevuta da quegli di dentro), fatti ritornare i fanti alla muraglia, rinnovò con maggiore ferocia che prima l’assalto. Ma erano le medesime che prima le difficoltà dell’ottenerla, la medesima tiepidezza in coloro che l’aveano chiamato; in modo che disperata del tutto la vittoria, ammazzati nel combattere piú di dugento uomini de’ suoi, tra’ quali Tommaso Fabbro da Ravenna conestabile di fanti, levate con maravigliosa prestezza dalle mura l’artiglierie, ritornò il dí medesimo allo alloggiamento dal quale la mattina si era partito: non lodata in questo dí né per il consiglio né per l’evento, ma celebrata sommamente per tutta Italia, la sua celerità, che in un giorno solo avesse fatto quel che con fatica gli altri capitani in tre o quattro giorni sogliono fare. Dette poi il guasto al contado, tentando se con questo timore poteva costrignere i Veronesi ad accordarsi. Ma già veniva innanzi lo esercito spagnuolo: perché il viceré, intesa che ebbe la perdita di Lignago, né ritardato piú, per il prospero successo, dalle cose di Genova, dubitando che, o per timore del guasto o per la mala disposizione de’ cittadini, Verona non aprisse le porte a’ viniziani, deliberò soccorrere senza dilazione le cose di Cesare. Però passato alla Stradella il fiume del Po, e arrendutesegli senza difficoltà le città di Bergamo e di Brescia e similmente la terra di Peschiera, si pose a campo alla rocca guardata da dugento cinquanta fanti; la quale, con tutto che secondo l’opinione comune si fusse potuta difendere ancora qualche dí, venne per forza in sua potestà, rimanendo prigione il proveditore viniziano e i fanti che non furno ammazzati nel combattere. Ritirossi l’Alviano, per l’approssimarsi degli spagnuoli, ad Alberé di là dallo Adice; richiamati, per riempiere il piú poteva l’esercito, non solamente alcuni fanti che erano nel Polesine di Rovigo ma quegli ancora che aveva lasciati in Lignago. E poco dipoi, essendosi i fanti tedeschi uniti a San Martino col viceré, e andando, recuperato Lignago, a Montagnana, i viniziani, a’ quali in quelle parti non rimaneva piú altro che Padova e Trevigi, intenti a niuna altra cosa che alla conservazione di quelle città, ordinorno che l’esercito si distribuisse in quelle: in Trevigi dugento uomini d’arme trecento cavalli leggieri e dumila fanti sotto Giampaolo Baglione, appresso al quale erano Malatesta da Sogliano e il cavaliere della Volpe; in Padova l’Alviano col rimanente dell’esercito. Il quale, attendendo a fortificare, i bastioni fatti ristaurando e a molte opere imperfette perfezione dando, faceva, oltre a questo, acciò che gli inimici non potessino accostarvisi se non con gravissimo pericolo e difficoltà, e con moltitudine grandissima di guastatori, spianare tutte le case e tagliare tutti gli alberi, per tre miglia dintorno a Padova.