Storia della decadenza e rovina dell'Impero romano/17

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CAPITOLO XVII

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Fondazione di Costantinopoli. Sistema politico di Costantino e de’ suoi successori. Disciplina militare. Corte e Finanze.

Il disgraziato Licinio fu l’ultimo rivale, che si oppose alla grandezza di Costantino, e l’ultimo prigioniero, che ne adornò il trionfo. Dopo un prospero e tranquillo regno, il conquistatore lasciò erede la sua famiglia del Romano Impero, di una nuova capitale, d’un nuovo governo, e di una nuova religione; e le innovazioni, che egli fece, furono adottate e riguardate con venerazione da quelli che gli succedettero. Il secolo di Costantino Magno e de’ suoi figli è pieno d’importanti avvenimenti; ma l’Istorico resterebbe oppresso dal numero e dalla varietà de’ medesimi, se diligentemente non separasse l’uno dall’altro i successi, che non hanno altra connessione fra loro che quella dell’ordine de’ tempi. Dovrà egli dunque descrivere quei politici stabilimenti, che dieder forza e consistenza all’Impero, avanti di procedere a riferir le guerre e le rivoluzioni, che ne accelerarono la decadenza. Dovrà far uso della divisione fra gli affari civili e gli ecclesiastici, non conosciuta dagli antichi: la vittoria poi e l’interna discordia de’ Cristiani somministreranno copiosi e distinti materiali, tanto d’edificazione quanto di scandalo. [A. D. 324] Dopo la disfatta e la deposizione di Licinio, il vittorioso di lui rivale s’applicò a gettare i fondamenti di una città destinata ad essere in futuro la dominante dell’Oriente, ed a sopravvivere all’Impero ed alla religione di Costantino. I motivi o d’orgoglio o di politica, che a principio indussero Diocleziano a ritirarsi dall’antica sede del governo, avevano acquistato maggior peso per l’esempio de’ suoi successori, e per la consuetudine di quarant’anni. Roma si era insensibilmente confusa co’ regni dipendenti, che ne avevano una volta riconosciuto il dominio; e la patria de’ Cesari si riguardava con fredda indifferenza da un Principe marziale nato nelle vicinanza del Danubio, educato nelle Corti ed armate dell’Asia, ed investito della porpora dalle legioni della Britannia. Gl’Italiani, che ricevuto avevano Costantino come loro liberatore, umilmente obbedivano agli editti, ch’esso qualche volta si compiaceva d’indirizzare al Senato ed al Popolo Romano; ma di rado venivan onorati dalla presenza del nuovo loro Sovrano. Nel vigore della sua età, Costantino, secondo le varie occorrenze di guerra o di pace, muovevasi ora con lenta dignità, ora con attiva diligenza lungo le frontiere de’ suoi vasti dominj; ed era sempre apparecchiato ad entrare in battaglia tanto contro gli esterni, che contro gl’interni nemici. Ma come egli giunse, di grado in grado, al sommo della prosperità e ad un’età più matura, incominciò a pensare di stabilire la forza e la maestà del Trono in una più durevole sede. Volendo scegliere una situazione vantaggiosa, preferì a qualunque altra quella, che serve di confine fra l’Asia e l’Europa, tanto per domare con potenti armi i Barbari, che abitavano tra il Danubio ed il Tanai, quanto per osservare con occhio geloso la condotta del Re di Persia, che di mal animo soffriva il giogo d’un ignominioso trattato. Con tali mire avea Diocleziano scelta per sua residenza, ed abbellita Nicomedia; ma la memoria di Diocleziano era con ragione abborrita dal protettor della Chiesa, e Costantino non era insensibile all’ambizione di fondare una città, che potesse perpetuar la gloria del proprio suo nome. Nel tempo delle ultime operazioni militari contro Licinio, ebbe bastante opportunità di esaminare, come soldato non meno che come politico, l’incomparabile posizione di Bizanzio, e di osservare quanto era fortemente guardato quel luogo dalla natura contro gli attacchi de’ nemici, mentr’era da ogni parte accessibile a’ vantaggi del commercio. Molti secoli prima di Costantino, uno de’ più giudiziosi Storici dell’antichità196 avea descritto i vantaggi di una situazione, dalla quale ad una debole colonia di Greci era provenuto il comando del mare e l’onore di una florida ed indipendente Repubblica197. Se consideriamo Bizanzio nell’estensione che acquistò coll’augusto nome di Costantinopoli, può rappresentarsene la figura come di un triangolo di lati disuguali. L’angolo ottuso, che s’avanza verso l’oriente ne’ lidi dell’Asia, affronta e rispinge i flutti del Bosforo Tracio. Il lato settentrionale della città è circondato dal porto, ed il meridionale è bagnato dalla Propontide o dal mar di Marmora. La base del triangolo è all’occidente, e serve di confine al continente d’Europa. Ma senza una più ampia spiegazione non può con sufficiente chiarezza intendersi l’ammirabile forma e divisione delle terre e delle acque, che sono all’intorno della città. Quel tortuoso canale, per cui con rapido e continuo corso le acque dell’Eussino scorrono verso il Mediterraneo, fu chiamato Bosforo, nome non meno celebre nell’istoria che nelle favole dell’Antichità198. Una gran quantità di tempj e di altari votivi, sparsi lungo quegli scoscesi e selvosi lidi non fa che dimostrar l’imperizia, i terrori e la devozione de’ Greci naviganti, che seguitando l’esempio degli Argonauti andarono esplorando i pericoli dell’inospito Eussino. Su quelle spiagge la tradizione conservò lungo tempo la memoria del palazzo di Fineo, infestato dalle oscene arpie199, e del silvestre regno di Amico, che sfidò il figlio di Leda alla pugna del cesto200. Lo stretto del Bosforo ha per termini gli scogli Cianei, che una volta, secondo la descrizione de’ Poeti, galleggiavano sulla superficie dell’acque; ed erano dagli Dei destinati a difendere l’ingresso dell’Eussino dalla profana curiosità201. Dagli scogli Cianei fino al capo ed al porto di Bizanzio la girevole lunghezza del Bosforo si estende circa a sedici miglia202, e la più comune di lui larghezza può computarsi circa un miglio e mezzo. Le nuove fortezze d’Europa e d’Asia furon fabbricate nell’uno e nell’altro continente su’ fondamenti de’ due celebri tempj di Serapide e di Giove Urio. Le antiche, le quali son opera degl’Imperatori Greci, dominano la parte più stretta del canale, in un luogo dove gli opposti lidi si accostan fra loro fino alla distanza di cinquecento passi. Queste fortezze furono restaurate e fortificate da Maometto II. quando meditava l’assedio di Costantinopoli203; ma il conquistatore Turco probabilmente ignorava che Serse, quasi duemila anni prima di lui, aveva scelto il medesimo luogo per unire, mediante un ponte di barche, i due continenti204. Ad una piccola distanza dalle antiche fortezze si scuopre la piccola città di Crisopoli, o Scutari, che può quasi risguardarsi come il subborgo Asiatico di Costantinopoli. Quando il Bosforo incomincia a farsi strada verso la Propontide, passa fra le due città di Bizanzio e di Calcedone. Quest’ultima fu fabbricata dai Greci, pochi anni avanti la prima; e la società de’ fondatori di essa, i quali non videro la più vantaggiosa situazione dell’opposto lido, ha dato luogo ad una proverbiale espressione di disprezzo verso di loro205. Il porto di Costantinopoli, che si può considerare come un braccio del Bosforo, nella più remota antichità ebbe il nome di corno d’oro. La curva, ch’esso descrive, si può assomigliare al corno d’un cervo, o verisimilmente con più proprietà a quello d’un bove206. L’epiteto d’aureo esprimeva le ricchezze, che qualunque vento portava dalle più distanti regioni nel sicuro ed ampio porto di Costantinopoli. Il fiume Lico, formato dall’unione di due piccioli torrenti, versa perpetuamente nel porto una quantità d’acqua nuova, che serve a purgarne il fondo, e ad invitare delle periodiche turme di pesci a ritirarsi in quel conveniente recinto. Siccome in que’ mari appena si sentono le vicende delle maree, la costante profondità del porto fa che le mercanzie possano scaricarsi ne’ magazzini senza aiuto di battelli; ed è stato osservato, che in molti luoghi possono i più grossi vascelli appoggiare le prore alle case, mentre le loro poppe si stan movendo nell’acqua207. Questo braccio del Bosforo, dall’imboccatura208 del Lico fino a quella del porto, è lungo più di sette miglia. L’entratura è larga circa cinquecento braccia, e nelle occasioni vi si può tirare attraverso una forte catena per guardare il porto e la città dagli attacchi d’una flotta nemica209. Tra il Bosforo e l’Ellesponto, recedendo l’una dall’altra per ambe le parti le spiagge dell’Europa e dell’Asia, contengono fra loro il mar di Marmora, che dagli antichi si chiamava Propontide. La navigazione, dalla fine del Bosforo fino al principio dell’Ellesponto, è di circa cento venti miglia. Quelli, che fan vela verso ponente nel mezzo della Propontide, possono scorgere nel tempo stesso le alture della Tracia e della Bitinia, e non perdere mai di vista l’alta cima del monte Olimpo, coperta d’eterna neve210. A sinistra lasciano un profondo golfo, nel mezzo del quale era situata Nicomedia, Imperial residenza di Diocleziano; e prima di gettar l’ancora a Gallipoli, passano le piccole isole di Cizico e di Proconneso, dove il mare, che separa l’Europa dall’Asia, di nuovo si stringe in un angusto canale. I Geografi, che hanno esaminato con la più esatta intelligenza la forma e l’estensione dell’Ellesponto, assegnano a quel celebre Stretto la lunghezza di circa sessanta miglia di tortuoso corso, ed intorno a tre miglia d’ordinaria larghezza211. Ma la parte più stretta del canale si trova al settentrione delle antiche fortezze Turche, fra le città di Sesto e d’Abido. In questo luogo l’ardito Leandro s’espose al passaggio del mare per posseder la sua bella212. Qui fu parimente che in un luogo, dove la distanza fra gli opposti lidi non può eccedere i 500 passi, Serse costruì uno stupendo ponte di barche per trasportare in Europa un milione e settecentomila Barbari213. Un mare, contenuto dentro sì stretti limiti, male sembra, che meritar possa il singolar epiteto di largo, che Omero ugualmente che Orfeo hanno frequentemente dato all’Ellesponto. Ma le nostre idee di grandezza son relative: un viaggiatore, e specialmente un poeta, che naviga lungo l’Ellesponto, che va seguitando i giri del canale, e contempla quel teatro di campagne, che da ogni parte par che ne terminino il prospetto, insensibilmente perde la memoria del mare, e la sua fantasia gli dipinge quel celebre stretto con tutte le qualità d’un gran fiume, che scorre dolcemente in mezzo alle piante di una mediterranea214 campagna, e che finalmente per una larga bocca si scarica entro il mar Egeo, od Arcipelago215. L’antica Troia216, situata sopra un’eminenza a piè del monte Ida, dominava la bocca dell’Ellesponto, il quale appena dimostrava di ricevere un aumento d’acque dal tributo di quegl’immortali ruscelli del Simoenta e dello Scamandro. Il campo de’ Greci occupava dodici miglia lungo la spiaggia del promontorio Sigeo sino al Reteo; ed i fianchi dell’esercito eran guardati da’ più bravi capitani, che combattevano sotto gli stendardi d’Agamennone. Nel primo di que’ promontorj trovavasi Achille con gl’invincibili suoi Mirmidoni, e l’intrepido Aiace aveva piantate le sue tende sull’altro. Dopo che Aiace si fu sacrificato al suo orgoglio mal corrisposto ed all’ingratitudine de’ Greci, gli fu eretto il sepolcro in quel luogo, dove aveva difesa la flotta dal furore di Giove e d’Ettore; ed i cittadini della nuova città di Reteo celebravano la sua memoria con onori divini217. Costantino, prima che si risolvesse a dar giustamente la preferenza alla situazione di Bizanzio, avea concepito il disegno d’eriger la sede dell’Impero in quel celebre luogo, dal quale i Romani traevano la favolosa origine loro. A principio fu scelta per la nuova capitale quell’estesa pianura, che giace sotto l’antica Troia verso il promontorio Reteo ed il sepolcro d’Aiace, e quantunque tal impresa fosse tosto abbandonata, i grandiosi avanzi che vi restarono delle mura e delle torri non terminate, chiamarono la curiosità di tutti coloro che navigarono per lo Stretto dell’Ellesponto218. Adesso noi siamo in grado di conoscere la vantaggiosa positura di Costantinopoli, che sembra essere stata dalla natura formata apposta per riuscire la capitale ed il centro d’una gran monarchia. L’Imperial città, situata nel grado 41 di latitudine, dominava dai suoi sette colli219 i lidi opposti dell’Europa e dell’Asia; il clima era salubre e temperato; il terreno fertile; il porto sicuro e capace; e l’accesso dalla parte di terra di piccola estensione e di facil difesa. Il Bosforo e l’Ellesponto si possono risguardare come le due porte di Costantinopoli, ed il Principe, ch’era padrone di que’ passi tanto importanti, poteva sempre tenerli chiusi ai vascelli nemici ed aperti al commercio. Può in qualche modo attribuirsi la conservazione delle Province orientali alla politica di Costantino, in quanto che i Barbari dell’Eussino, che avanti di lui avevano sparse le loro armate navali nel cuore del Mediterraneo, ben presto desisterono dall’esercitar la pirateria, disperando di poter forzare quell’insormontabile ostacolo. Quando eran chiuse le porte dell’Ellesponto e del Bosforo, la capitale in tale spazioso recinto poteva sempre godere di tutti i prodotti, atti a supplire a’ bisogni, od a soddisfare il lusso dei numerosi suoi abitatori. Le coste220 marittime della Tracia e della Bitinia, che languiscono sotto il peso dell’oppressione de’ Turchi, presentano tuttavia un ricco prospetto di giardini, di vigne, e di abbondanti raccolte; e la Propontide è stata in ogni tempo famosa per l’inesauribile quantità del pesce più squisito, che si prende in certe determinate stagioni senza che vi sia bisogno d’arte veruna e quasi senza fatica221. Ma quando si aprivano al commercio i due passi dello Stretto, questi a vicenda accoglievano le naturali ed artificiali ricchezze del settentrione e del mezzodì, dell’Eussino e del Mediterraneo. Tutte le naturali produzioni, che si raccoglievano nelle foreste della Germania e della Scizia, fino alle sorgenti del Tanai e del Boristene; tutto ciò che si lavorava dalle arti dell’Europa e dell’Asia; il grano d’Egitto, le gemme e le spezierie dell’India la più remota, si trasportavano da’ diversi venti nel porto di Costantinopoli, che per molti secoli attrasse il commercio dell’antico mondo222. Il prospetto della vaghezza, della salubrità e della dovizia, raccolte in un sol luogo, era sufficiente a giustificar la scelta di Costantino. Ma siccome gli uomini hanno in ogni età supposto che una decente mescolanza di prodigio e di favola rifletta un maestoso decoro sopra l’origine delle grandi città223, così l’Imperatore desiderava d’ascrivere la sua risoluzione non tanto agl’incerti consigli dell’umana politica, quanto agl’infallibili ed eterni decreti della Divina Sapienza. Egli ha avuta la cura di far sapere alla posterità in una delle sue leggi, ch’esso gettò i sempre durevoli fondamenti di Costantinopoli per ubbidire a’ comandi di Dio224; e sebbene non abbia voluto riferire in qual maniera gli fosse comunicata l’inspirazione celeste, tuttavia è stato ampiamente supplito al difetto del suo modesto silenzio dall’ingenuità de’ posteriori scrittori, i quali descrivono la notturna visione, che presentossi alla fantasia di Costantino nel tempo che dormiva dentro le mura di Bizanzio. Il genio tutelare della città, vale a dire una venerabil matrona, cadente sotto il peso degli anni e delle infermità, venne trasformata ad un tratto, in una florida fanciulla, che fu dalle sue proprie mani adornata con tutti i simboli dell’Imperiale grandezza225. Destossi il Monarca, interpretò il fausto augurio, ed obbedì, senza esitare, al volere celeste. Da’ Romani si celebrava il giorno dell’origine d’una città o Colonia con tali ceremonie, quali si erano stabilite da una generosa superstizione226; e quantunque Costantino potesse ometter que’ riti, che troppo sapevano d’origine Pagana, pure vivamente desiderava di lasciare una profonda impressione di speranza e di rispetto negli animi degli spettatori. L’Imperatore stesso, a piedi, con una lancia in mano, conduceva la solenne processione, e dirigeva la linea che si tirava per limite della nuova capitale, fintanto che s’incominciò ad osservare con istupore dagli astanti la gran circonferenza di essa, ed essendosi alcuni di loro finalmente avventurati ad avvertirlo, che aveva già oltrepassato il più vasto circuito di una gran città, «Io proseguirò sempre avanti (replicò Costantino ) fintanto che Egli, l’invisibil guida, che cammina avanti di me, non crederà a proposito di fermarsi»227. Senza presumere d’investigar la natura o i motivi di questo condottiero straordinario, ci contenteremo della più umil cura di descrivere l’estensione ed i limiti di Costantinopoli228. Nello stato in cui presentemente si trova la città, il palazzo ed i giardini del Serraglio occupano il promontorio di levante, ch’è il primo de’ sette colli; e contengono circa cento cinquanta acri della nostra misura229. Si è costruita su’ fondamenti d’una Repubblica Greca la sede della gelosia e del dispotismo Turco, ma è da supporsi che i Bizantini fosser tentati, dalla comodità del porto, ad estendere le loro abitazioni da quella parte oltre i moderni confini del Serraglio. Le nuove mura di Costantino s’estesero dal porto fino alla Propontide, attraverso la maggior larghezza del triangolo, alla distanza di quindici stadi dalle antiche fortificazioni; ed inclusero nel loro recinto, insieme con la città di Bizanzio, cinque de’ sette colli, che agli occhi di quelli che s’avvicinano a Costantinopoli, par che in bell’ordine s’innalzino l’uno sopra dell’altro230. Circa un secolo dopo la morte del fondatore, le nuove fabbriche, slargandosi da un lato sul porto e dall’altro lungo la Propontide, già occupavano l’angusta cima del sesto e l’ampia sommità del settimo colle. La necessità di proteggere que’ sobborghi dalle continue incursioni de’ Barbari, impegnò Teodosio il Giovane a circondare la sua capitale con un conveniente e durevol recinto di mura231. La maggior larghezza di Costantinopoli, dal promontorio orientale alla porta d’oro, era di circa tre miglia Romane232. La circonferenza comprendeva fra le dieci e le undici miglia; e può considerarsene l’area come uguale a circa duemila acri Inglesi. Egli è impossibile di giustificare le credule e vane esagerazioni de’ viaggiatori moderni, che alle volte hanno esteso i confini di Costantinopoli ai circonvicini villaggi della costa d’Europa ed anche dell’Asia233. Ma i sobborghi di Pera e di Galata, quantunque situati fuori del porto, possono meritar di considerarsi come una parte della città234; e tal aggiunta può forse autorizzar la misura d’un Istorico Bizantino, che assegna per circonferenza della sua patria sedici miglia Greche (corrispondenti a circa quattordici delle Romane)235. Sembra che tal estensione non fosse indegna d’una sede Imperiale. Pure Costantinopoli dovè cedere in grandezza a Babilonia ed a Tebe236, all’antica Roma, a Londra, ed anche a Parigi237. Il dominatore del mondo Romano, che aspirava ad erigere un eterno monumento delle glorie del proprio regno, poteva impiegare, nell’eseguir quella grand’opera, le ricchezze, il travaglio, e tutto il gusto, che in quel tempo restava, di tanti milioni di sudditi. Si può formar qualche idea della spesa, che impiegò nella fabbrica di Costantinopoli la liberalità Imperiale, dell’essersi accordati circa due milioni e cinquecentomila lire per la costruzione delle mura, de’ portici e degli acquedotti238. Le selve, che adombravano i lidi del Ponto Eussino e le famose cave di marmo bianco della piccola isola di Proconneso, somministrarono una inesauribile quantità di materiali, facili ad esser trasportati per la comodità di un breve tragitto al porto di Bizanzio239. Da un gran numero di lavoranti e di artefici con travaglio continuo si faceva ogni sforzo per condurre a termine l’opera; ma l’impaziente Costantino ben presto conobbe, che nella decadenza delle arti la perizia ed il numero degli architetti, che aveva, eran troppo sproporzionati240 alla grandezza dei suoi disegni. Fu dunque ordinato a’ Magistrati delle più distanti province di erigere scuole, di stabilire professori, e d’impegnare, colla speranza de’ premj e de’ privilegi, allo studio ed alla pratica dell’architettura un numero sufficiente di giovani d’ingegno, educati liberalmente241. Le fabbriche della nuova città furono eseguite da quegli artefici, che potea dare il regno di Costantino; ma furono però decorate dalle opere dei più celebri maestri del tempo di Pericle e di Alessandro. Il poter far rivivere il genio di Fidia e di Lisippo sorpassava in vero la forza d’un Imperator Romano; ma le immortali produzioni, ch’essi lasciate avevano alla posterità, furono senza difesa esposte alla rapace vanità di un despota. Per ordine di esso le città della Grecia e dell’Asia spogliate vennero de’ più pregevoli loro ornamenti242. I trofei di memorabili guerre, gli oggetti di religiosa venerazione, le statue più perfette degli Dei e degli Eroi, dei Sapienti e dei Poeti dell’Antichità contribuirono allo splendido trionfo di Costantinopoli, e dieder luogo a quella riflessione dell’Istorico Cedreno243, il quale osserva con qualche entusiasmo, che niente altro pareva mancare, salvo gli animi degli uomini illustri, che da quegli ammirabili monumenti venivano rappresentati. Ma non è già nella città di Costantino, e nel decadente periodo d’un Impero, allorchè la mente umana trovavasi oppressa dalla schiavitù così civile, come religiosa, che cercarsi dovevano le anime d’un Omero e d’un Demostene. Nel tempo dell’assedio di Bizanzio aveva il conquistatore piantato la propria tenda sulla dominante eminenza del secondo colle. Per eternare pertanto la memoria del suo buon successo, destinò per il Foro principale244 quel medesimo vantaggioso luogo, che sembra essere stato di figura circolare o piuttosto elittica. Due archi trionfali ne formavano gli opposti due ingressi; i portici, che lo circondavano da ogni parte, erano pieni di statue; e nel centro del Foro s’alzava una sublime colonna, un mutilato frammento del quale indica ora la sua degradazione col nome di Colonna bruciata. Questa colonna posava sopra un piedistallo di marmo bianco, alto venti piedi, ed era composta di dieci pezzi di porfido, ciascuno de’ quali aveva l’altezza di circa dieci piedi, e la circonferenza di circa trenta tre245. Nella sommità della colonna, alla distanza di sopra 120 piedi da terra, fu collocata una statua colossale d’Apollo. Essa era di bronzo, ed era stata trasportata o da Atene o da qualche città della Frigia, supponendosi che fosse opera di Fidia. L’Artefice avea rappresentato il Dio del giorno, o come fu interpretato dipoi, l’Imperator Costantino medesimo con uno scettro nella destra, col globo del mondo nella sinistra, e con una corona di raggi lucenti sul capo246. Il Circo, o l’Ippodromo era una magnifica fabbrica, lunga circa quattrocento passi, e larga cento247. Lo spazio fra le due mete o guglie era pieno di statue e di obelischi; e possiamo ancora osservare un frammento molto singolare d’antichità, vale a dire i corpi di tre serpenti avviticchiati ad una colonna di rame. I loro tre capi una volta servivano a sostenere il tripode d’oro, che i Greci vittoriosi dopo la disfatta di Serse consacrarono nel tempio di Delfo248. La bellezza dell’Ippodromo è stata dopo lungo tempo sfigurata dalle rozze mani de’ conquistatori Turchi; ma tuttavia ritenendo il nome d’Atmeidan, che indica presso a poco l’istesso, serve di luogo d’esercizio pei loro cavalli. Dal trono, donde l’Imperatore godeva i giuochi circensi, per una scala a chiocciola249 scendeva esso nel palazzo, ch’era un edificio magnifico, il quale appena cedeva alla residenza dell’istessa Roma, ed insieme con i cortili, giardini o portici adiacenti occupava una considerabil estension di terreno su’ lidi della Propontide fra l’Ippodromo e la Chiesa di S. Sofia250. Dovremmo in simil guisa far menzione dei bagni, che seguitarono a ritenere il nome di Zeusippo, dopo che dalla munificenza di Costantino arricchiti furono d’alte colonne di varj marmi, e di sopra sessanta statue di bronzo251. Ma devieremmo dal proposito di quest’istoria, se volessimo descriver minutamente le diverse fabbriche e quartieri della città. Servirà in generale avvertire, che nelle mura di Costantinopoli fu compreso tutto ciò che adornar poteva la dignità di una gran capitale, o contribuire all’utile o al piacere de’ numerosi di lei abitanti. In una particolar descrizione di essa, composta circa cent’anni dopo la sua fondazione, si trovano un campidoglio o scuola di studi, un circo, due teatri, otto bagni pubblici e cento cinquanta tre privati, cinquanta due portici, cinque granai, otto acquedotti o conserve d’acqua, quattro spaziose sale per le adunanze del Senato, o de’ Tribunali di giustizia, quattordici chiese, quattordici palazzi, e quattromila trecento ottantotto case, che per la loro struttura e bellezza meritavano d’esser distinte dalla moltitudine delle abitazioni plebee252. Il secondo, e più serio oggetto dell’attenzione del fondatore fu la popolazione della sua favorita città. Ne’ secoli tenebrosi, che successero alla traslazion dell’Impero, furono stranamente confuse fra loro le remote colle immediate conseguenze di quel memorabile avvenimento dalla vanità de’ Greci e dalla credulità de’ Latini253. Fu asserito e creduto, che tutte le famiglie nobili di Roma, il Senato, l’Ordine equestre con tutti i loro innumerabili dipendenti avean seguitato l’Imperatore alle spiagge della Propontide; che fu lasciata una razza spuria di stranieri e di plebei a posseder la solitudine della vecchia capitale; e che le terre d’Italia, che da gran tempo eran divenute giardini, restaron tutto ad un tratto spogliate di coltivatori e di abitanti254. Nel corso di quest’istoria tali esagerazioni si ridurranno al giusto loro valore; pure, siccome l’accrescimento di Costantinopoli non può attribuirsi al generale aumento dell’uman genere o della industria, conviene ammettere, che questa colonia artificiale s’innalzò a spese delle antiche città dell’Impero. Furono probabilmente invitati da Costantino molti opulenti Senatori di Roma e delle Province Orientali ad abbracciare per patria quella fortunata regione, che egli avea scelta per sua residenza. Gl’inviti d’un Principe difficilmente si posson distinguere da’ comandi; e la liberalità dell’Imperatore facilmente e di buona voglia fu secondata. Egli donò a’ suoi favoriti i palazzi, che avea fabbricati ne’ diversi quartieri della città, assegnò loro, per sostenere il proprio decoro, varie terre e pensioni255, ed alienò i fondi pubblici del Ponto e dell’Asia per concedere in vece stati ereditari, colla facile condizione di mantenere una casa nella capitale256. Ma ben presto tali obbligazioni ed incoraggiamenti divenner superflui, e furono a grado a grado aboliti. Dovunque si stabilisce la sede del Governo, ivi si spende una parte considerabile delle pubbliche rendite dal Principe stesso, da’ suoi Ministri, dagli Offiziali di giustizia e da’ Cortigiani. Vi sono attratti i provinciali più ricchi dai potenti motivi dell’interesse e del dovere, del divertimento e della curiosità. Si forma insensibilmente una terza classe anche più numerosa di abitatori da’ servi, dagli artefici, e da’ mercanti, che ritraggono la sussistenza dal proprio lavoro, e da’ bisogni o dal lusso delle classi più elevate. In meno d’un secolo Costantinopoli contendeva coll’istessa Roma intorno alla superiorità delle ricchezze e della popolazione. Nuovi edifizi, ammucchiati insieme con poco riguardo alla salute o alla decenza, lasciavano appena lo spazio di anguste strade per la perpetua folla di uomini, di cavalli e di carriaggi. Il terreno, in principio destinato per la città, non era più sufficiente a contenere il popolo che sempre cresceva, e le sole fabbriche aggiuntevi, che si avanzavano dall’una e dall’altra parte nel mare, potevan formare una città molto considerabile257. Le frequenti e regolari distribuzioni di vino e di olio, di grano o di pane, di danaro o di provvisioni avevano quasi liberato i cittadini più poveri di Roma dalla necessità di lavorare. Il fondator di Costantinopoli volle in qualche maniera imitar la magnificenza de’ primi Cesari258; ma per quanto la sua liberalità eccitasse l’applauso del popolo, essa è incorsa nella censura de’ posteri. Un popolo di legislatori e di conquistatori avea ben diritto alle raccolte dell’Affrica, la quale si era conquistata col di lui sangue; ed Augusto immaginò con grand’arte, che i Romani, godendo dell’abbondanza, perduta avrebbero la memoria della libertà. Ma non può scusarsi la prodigalità di Costantino per alcuna considerazione nè di pubblico, nè di privato vantaggio; e l’annuale tributo di grano, imposto sopra l’Egitto in pro della nuova sua capitale, impiegavasi a nutrire una pigra ed insolente plebaglia a spese degli agricoltori d’un’industriosa Provincia259. Vi sono alcuni altri regolamenti di quest’Imperatore meno biasimevoli, ma che non meritano che se ne faccia menzione. Esso divise Costantinopoli in quattordici rioni, o quartieri260, decorò col nome di Senato il Consiglio pubblico261, comunicò i privilegi d’Italia a’ cittadini262, e diede alla nascente città il titolo di Colonia, e di prima e più favorita figlia dell’antica Roma. La venerabile madre mantenne sempre la legittima e riconosciuta superiorità, che dovevasi all’età, alla dignità ed alla memoria della sua prima grandezza263. Costantino faceva proseguir l’opera con l’impazienza di un amante; onde in pochi anni, o come altri racconta, in pochi mesi264 fur terminate le mura, i portici ed i principali edifizi; ma tale straordinaria diligenza ecciterà meno la maraviglia, se rifletteremo che molte fabbriche furono finite così precipitosamente e con tali mancanze, che al tempo del successore si dovettero con difficoltà preservare dall’imminente ruina265. Si possono facilmente supporre i giuochi e le largità, che decorarono la pompa di questa memorabile festa; ma v’è una circostanza più singolare e permanente, che non deve interamente omettersi. Ogni anno, nel giorno natalizio della città, si collocava sopra un carro trionfale la statua di Costantino formata per suo ordine di legno dorato, che teneva nella destra una piccola immagine del Genio del luogo. Le guardie, vestite de’ loro più ricchi abiti e portando in mano dei bianchi ceri, accompagnavano la solenne processione, che girava per l’Ippodromo. Quando era giunta dirimpetto al trono dell’Imperatore regnante, questi si alzava, e con grata riverenza adorava la memoria del suo predecessore266. Nella solennità della dedicazione per mezzo d’un editto inciso in una colonna di marmo, si diede alla città di Costantino il titolo di Seconda o di Nuova Roma267. Ma il nome di Costantinopoli268 prevalse a quell’onorevole epiteto: e dopo il corso di quattordici secoli tuttavia continua la fama dell’autore di essa269. La fondazione di una nuova capitale è naturalmente connessa con lo stabilimento di una nuova forma di amministrazione sì civile che militare. Un distinto esame del complicato sistema di politica introdotto da Diocleziano, migliorato da Costantino, e perfezionato dagl’immediati di lui successori, può non solo dilettare la fantasia con la singolar pittura d’un grande Impero, ma servirà eziandio ad illustrare le segrete ed interne cause della rapida sua decadenza. Nella considerazione di altri rilevanti stabilimenti, possiamo essere spesso condotti a’ più antichi o a’ più moderni tempi della storia Romana; ma i limiti propri della presente ricerca saran compresi dentro il periodo di circa centotrent’anni, cioè dall’avvenimento al trono di Costantino, sino alla pubblicazione del Codice Teodosiano270; dal quale, ugualmente che dalla Notizia dell’Oriente e dell’Occidente271 trarremo le più copiose ed autentiche istruzioni dello stato dell’Impero. Questa varietà d’oggetti sospenderà per qualche tempo il corso della narrazione: ma tal interrompimento sarà criticato soltanto da que’ lettori, che non sentono la importanza delle leggi e de’ costumi, quando con avida curiosità leggono gl’intrighi passeggieri d’una Corte o l’accidental evento d’una battaglia. Il virile orgoglio de’ Romani, contento della potenza effettiva, aveva lasciato alla vanità dell’Oriente la formalità e le ceremonie d’una fastosa grandezza272. Ma, quando essi perdettero anche l’ombra di quelle virtù, che nascevano dall’antica lor libertà, la semplicità dei costumi Romani restò insensibilmente corrotta dalla tumida affettazione delle Corti dell’Asia. Dal dispotismo degl’Imperatori abolite furono le distinzioni del merito e del carattere personale, che son tanto cospicue in una Repubblica, e così deboli ed oscure in una Monarchia; in luogo loro fu sostituita una severa subordinazione di gradi, e di uffizi, dagli schiavi titolati, che sedevano sugli scalini del trono, sino a’ più vili strumenti dell’arbitrario potere. Questa moltitudine di sudditi abbietti aveva interesse di assicurare l’attual governo dal timore d’una rivoluzione, che ad un tratto avrebbe potuto confonder le loro speranze, ed impedire il premio de’ lor servigi. In questa Divina Gerarchia (giacchè in tal modo essa è frequentemente chiamata) veniva indicato con la più scrupolosa esattezza ogni grado, e se ne spiegava la dignità con una quantità di frivole e solenni ceremonie, la cognizione delle quali richiedeva uno studio, ed era un sacrilegio l’ometterle273. Fu corrotta la purità della lingua Latina, ammettendosi nell’uso continuo della vanità e dell’adulazione un’abbondanza d’epiteti, che Tullio avrebbe appena intesi, e che Augusto avrebbe rigettati con isdegno. I primi uffiziali dell’Impero venivano salutati, anche dal Sovrano medesimo, co’ bugiardi titoli di vostra Sincerità, vostra Gravità, vostra Eccellenza, vostra Eminenza, vostra sublime ed ammirabil Grandezza, vostra illustre e magnifica Altezza274. Le lettere o sia Patenti del loro uffizio erano curiosamente ripiene di quegli emblemi, ch’eran più adattati a spiegarne la natura e la dignità; come sarebbero l’immagine, o il ritratto del regnante Imperatore, un carro trionfale, il libro delle costituzioni posto sopra una tavola, coperto d’un ricco tappeto, ed illuminato da quattro ceri, le allegoriche figure delle Province da governarsi, o i nomi e le insegne delle truppe, che si dovevan comandare. Alcuni di questi simboli d’uffizio erano realmente collocati nel luogo dove davasi udienza: altri precedevano il loro pomposo treno, allorchè comparivano in pubblico, ed ogni circostanza del lor portamento, dell’abito, degli ornati, e del corteggio era diretta ad ispirare una profonda venerazione per quelli, che rappresentavano la Maestà Suprema. Il sistema del governo Romano da un filosofico osservatore potrebbe prendersi per uno splendido teatro, pieno di attori di ogni grado e carattere, che ripetevano il linguaggio, ed imitavano le passioni del loro originale275. Furono accuratamente distinti in tre classi tutti quei magistrati, ch’erano di sufficiente importanza da meritar d’aver luogo nello stato generale dell’Impero. Questi erano gli Illustri, gli Spettabili o Rispettabili, ed i Clarissimi, che si possono esprimer dagl’Inglesi colla parola onorevoli. Ne’ tempi della Romana semplicità, quest’ultimo epiteto serviva solo per indicare una indeterminata espressione di deferenza, fin tanto che in progresso divenne il titolo particolare e proprio di tutti quelli, ch’erano membri del Senato276, ed in appresso di coloro, che da quel venerabil corpo venivano eletti per governar le Province. Molto tempo dopo si condiscese alla vanità di quelli, che in forza del loro grado ed uffizio potevan pretendere una maggior distinzione sopra il resto dell’ordine Senatorio col nuovo titolo di Rispettabili: ma quello d’Illustri fu sempre riservato ad alcuni personaggi eminenti, che dalle altre due classi si riverivano ed obbedivano come superiori. Esso fu comunicato soltanto 1. a’ Consoli ed a’ Patrizj; 2. a’ Prefetti del Pretorio, ed a quelli di Roma e di Costantinopoli; 3. a’ Generali di cavalleria e d’infanteria; e 4. a’ sette ufficiali del palazzo, ch’esercitavano le lor sacre funzioni intorno alla persona dell’Imperatore277. Fra quegl’illustri Magistrati, che si stimavano del medesimo grado, l’anzianità nel posto cedeva il luogo alla riunione di più dignità278. Gl’Imperatori, che desideravano di moltiplicare i loro favori, potevano alle volte coll’uso de’ codicilli onorarj soddisfare la vanità, ma non l’ambizione de’ cortigiani impazienti279. I. Fintanto che i Consoli Romani furono i primi magistrati d’uno Stato libero, dall’elezione del popolo nasceva il diritto ch’essi avevano d’esercitare la lor potestà; e fintanto che gl’Imperatori condiscesero a mascherare la servitù, che imponevano a Roma, i Consoli continuarono ad esser eletti da’ voti o reali o apparenti del Senato. Ma sino dal regno di Diocleziano furono aboliti anche questi vestigi di libertà, ed i felici candidati, che venivano insigniti degli annuali onori del Consolato, affettavan di deplorare l’umiliante condizione de’ loro predecessori. Gli Scipioni ed i Catoni eran ridotti a sollecitare i voti de’ plebei, a sostenere le gravi e dispendiose formalità d’una elezione popolare, e ad esporre la lor dignità alla vergogna di un pubblico rifiuto; laddove il loro più fortunato destino gli avea serbati ad un secolo e ad un governo, in cui si dispensavano i premj della virtù dall’infallibil sapienza di un grazioso Sovrano280. Dichiaravasi nelle lettere, cui l’Imperatore spediva a’ due Consoli eletti, ch’essi erano stati creati per la sola di lui autorità281. I loro nomi e ritratti, incisi sopra tavolette d’avorio dorate, si spargevano per l’Impero come presenti, che facevansi alle Province, alle Città, a’ Magistrati, al Senato ed al Popolo282. Si faceva la solenne loro inaugurazione dov’era la residenza Imperiale, e per lo spazio di centovent’anni Roma fu continuamente priva della presenza degli antichi suoi magistrati283. La mattina del primo di Gennaio, i Consoli assumevano le insegne della lor dignità. Si vestivano in tal occasione d’un abito di porpora con ricami di seta e d’oro, ed alle volte con ornati di sontuose gemme284. In questa solennità erano corteggiati da’ più eminenti uffiziali dello Stato e della milizia, in abito di Senatori; ed i littori portavano avanti di loro gli inutili fasci, armati colle, una volta, formidabili scuri285. La processione dal palazzo286 andava al Foro o piazza principale della città, dove i Consoli salivano sul lor Tribunale, e si assidevano sulle sedie curuli, fatte all’usanza degli antichi tempi. Essi esercitavano subito un atto di giurisdizione, manumettendo uno schiavo, ch’era loro presentato per quest’effetto; e tal ceremonia era diretta a rappresentare la celebre azione dell’antico Bruto, autore della libertà e del Consolato, allorchè diede la cittadinanza al fedel Vindice, che avea scoperta la cospirazione de’ Tarquinii287. La pubblica festa durava più giorni in tutte le città principali, in Roma per costume, in Costantinopoli per imitazione; in Cartagine, in Antiochia ed in Alessandria per amor del piacere, e per la sovrabbondanza delle ricchezze288. Nelle due capitali dell’Impero gli annuali giuochi del teatro, del circo e dell’anfiteatro289 costavano quattromila libbre d’oro, cioè intorno a trecento e ventimila zecchini; e se una sì grave spesa oltrepassava le forze e la volontà de’ magistrati medesimi, si suppliva dal tesoro Imperiale290. Tosto che i Consoli avevano adempiuto questi doveri di consuetudine, potevano ritirarsi all’ombra della vita privata, e godere nel rimanente dell’anno la tranquilla contemplazione della propria grandezza. Essi non presedevano più alle adunanze della nazione, nè più eseguivano le pubbliche determinazioni di pace o di guerra. Le loro facoltà (qualora non fossero impiegati in altri uffizi di maggior efficacia) erano di poco momento; ed i loro nomi non servivano che di legittima data per l’anno, in cui avevano essi occupato il seggio di Mario e di Cicerone. Contuttociò per altro si sentiva, e si confessava negli ultimi tempi della schiavitù Romana, che questo vuoto nome poteva paragonarsi, ed anche preferirsi al possesso della sostanzial potenza. Il titolo di Console fu sempre l’oggetto più splendido dell’ambizione, ed il premio più nobile della virtù e della fedeltà. Gli stessi Imperatori, che disprezzavano la debole ombra della Repubblica, conoscevano di acquistare maggior maestà e splendore ogni volta che assumevano gli annuali onori della dignità consolare291. La più superba e perfetta divisione, che possa trovarsi in ogni tempo o paese fra i nobili e la volgar gente, è forse quella de’ patrizi e de’ plebei, quale fu stabilita ne’ primi tempi della Repubblica Romana. I primi possedevano quasi esclusivamente le ricchezze e gli onori, le cariche dello Stato e le ceremonie della religione: e con la più insultante gelosia292 conservando essi la purità del lor sangue, tenevano i loro clienti in una specie di coperto vassallaggio. Ma queste distinzioni, tanto incompatibili con lo spirito d’un popolo libero, furono dopo lungo dibattimento abolite, mediante i continui sforzi de’ Tribuni. I più attivi e fortunati fra’ plebei accumulavano ricchezze, aspiravano agli onori, meritavano Trionfi, contraevano parentele, e dopo alcune generazioni assumevano l’orgoglio dell’antica nobiltà293. Le famiglie patrizie, per lo contrario, il primitivo numero delle quali non era stato accresciuto fino al termine della Repubblica, o mancarono secondo l’ordinario corso di natura, o furono estinte in tante guerre di fuori e domestiche, o per mancanza di merito o di fortuna insensibilmente si frammischiarono con la massa del popolo294. Ben poche ne rimanevano, che potesser dimostrare pura e genuina l’origine loro fin dal principio della città o anche da quello della Repubblica, quando Cesare ed Augusto, Claudio e Vespasiano dal corpo del Senato prescelsero un numero competente di nuove famiglie patrizie, colla speranza di perpetuare un ordine, che si considerava sempre come onorevole e sacro295. Ma questi artificiali supplementi (ne’ quali era sempre inclusa la casa regnante) furono rapidamente tolti di mezzo dal furore de’ tiranni, dalle frequenti rivoluzioni, dal cangiamento de’ costumi e dalla mescolanza delle nazioni296. Quando Costantino salì sul trono, poco più vi restava che una indeterminata ed imperfetta tradizione, che i Patrizi erano stati una volta i primi fra’ Romani. Formare un corpo di nobili, l’influenza de’ quali può restringere l’autorità del Monarca nel tempo che l’assicura, sarebbe stato molto incoerente al carattere ed alla politica di Costantino; ma quand’anche si fosse da lui nutrito seriamente questo pensiero, avrebbe oltrepassato i limiti del suo potere il ratificare con un editto arbitrario una instituzione che aspettar dee la conferma dal tempo e dall’opinione. Egli richiamò, è vero, a nuova vita il titolo di Patrizi; ma lo richiamò come una distinzione personale non ereditaria. Essi non cedevano che alla passeggiera superiorità de’ Consoli annuali; ma godevano la preeminenza sopra tutti i grandi uffiziali dello Stato col più famigliare accesso alla persona del Principe. Fu dato loro quest’onorevole dignità a vita; e siccome per ordinario essi erano favoriti e ministri, che avevano invecchiato nella Corte Imperiale, così dalla ignoranza e dall’adulazione fu pervertita la vera etimologia di quel nome, ed i Patrizi di Costantino furono venerati come i padri adottivi dell’Imperatore e della Repubblica297. II. Le vicende de’ Prefetti del Pretorio furono totalmente diverse da quelle de’ Consoli e de’ Patrizi; questi videro la loro antica grandezza ridursi ad un vano titolo, quelli a grado a grado innalzandosi dalla condizione più bassa, furono investiti dell’amministrazione sì civile che militare del mondo Romano. Dal regno di Severo fino a quello di Diocleziano si confidavano alla loro soprantendenza le guardie del palazzo, le leggi e le finanze, le armate e le province; e come i Visir dell’Oriente, con una mano essi tenevano il sigillo, e coll’altra la bandiera dell’Impero. L’ambizione de’ Prefetti sempre formidabile, e qualche volta fatale a’ signori medesimi a’ quali servivano, era sostenuta dalla forza delle truppe Pretoriane; ma dopo che quel superbo corpo fu indebolito da Diocleziano, e finalmente soppresso da Costantino, i Prefetti che sopravvissero alla caduta di quello, senza difficoltà si ridussero alla condizione di utili ed obbedienti ministri. Quando essi non furono più responsabili della sicurezza della persona Imperiale, dimisero la giurisdizione, che avevano fino a quell’ora preteso d’avere, e s’esercitarono in tutti i dipartimenti del palazzo. Tosto che cessarono di condurre alla guerra sotto i loro ordini il fiore delle truppe Romane, furono spogliati da Costantino d’ogni militar comando; ed in ultimo i capitani delle guardie, per una singolare rivoluzione, trasformati furono in civili magistrati delle province. Secondo il sistema di governo stabilito da Diocleziano, ciascheduno de’ quattro Principi aveva il suo Prefetto del Pretorio, e dopo che la Monarchia si fu di nuovo riunita nella persona di Costantino, egli continuò a creare l’istesso numero di quattro Prefetti, ed alla lor cura affidò le stesse province, ch’essi già amministravano, 1. Il Prefetto dell’Oriente stendeva l’ampia sua giurisdizione alle tre parti del globo, che eran sottoposte a’ Romani, dalle cateratte del Nilo ai lidi del Fasi, e dalle montagne della Tracia fino alle frontiere della Persia; 2. Le importanti province della Pannonia, della Dacia, della Macedonia e della Grecia riconoscevano una volta l’autorità del Prefetto dell’Illirico; 3. La potestà del Prefetto dell’Italia non si ristringeva soltanto al paese da cui prendeva il titolo, ma s’estendeva di più al territorio della Rezia fino alle sponde del Danubio, alle dipendenti isole del Mediterraneo ed a tutta quella parte del continente dell’Affrica, che trovasi fra’ confini di Cirene e quelli della Tingitania: 4. Il Prefetto delle Gallie, sotto questa plurale denominazione, comprendeva le contigue province della Britannia e della Spagna, ed era obbedito, dalla muraglia d’Antonino fino al forte del monte Atlante298. Dopo che i Prefetti del Pretorio furono dimessi da ogni militar comando, le civili funzioni, che fu ordinato loro d’esercitare sopra tante soggette nazioni, erano adequate all’ambizione ed all’abilità de’ più consumati ministri. Alla lor saviezza fu commessa l’amministrazione suprema della giustizia e delle finanze; oggetti che in tempo di pace comprendono quasi tutti i respettivi doveri del Sovrano e del popolo; del primo per difendere i cittadini, che sono ubbidienti alle leggi; del secondo per contribuire quella porzione di lor sostanze, che si richiede per le spese dello Stato. Dall’autorità de’ Prefetti del Pretorio si regolavano il conio delle monete, le pubbliche strade, le poste, i granai, le manifatture e tutto ciò, che interessar potea la pubblica prosperità. Come immediati rappresentanti della maestà Imperiale avevan la facoltà di spiegare, di ampliare, o qualche volta di modificare gli editti generali per mezzo delle prudenziali loro dichiarazioni. Invigilavano essi sulla condotta de’ Governatori delle province, deponevano i trascurati, e punivano i delinquenti. In ogni affar d’importanza o civile o criminale si poteva appellare da qualunque inferior tribunale a quello del Prefetto; ma le sentenze di esso eran finali ed assolute, e gl’Imperatori medesimi ricusavano d’ammettere alcuna querela contro il giudizio, o l’integrità di un magistrato, ch’essi onoravano di tanto illimitato potere299. Il suo stipendio era conveniente alla sua dignità300; e se era dominato dalla passione dell’avarizia, gli si presentavano frequenti occasioni di fare una doviziosa raccolta di gratificazioni, di presenti e di profitti d’ogni genere. Quantunque gl’Imperatori non avessero più timore dell’ambizione de’ loro Prefetti, avevano però l’avvertenza di contrabbilanciare il potere di questa gran carica con l’incertezza e la brevità della sua durata301. Le sole città di Roma e di Costantinopoli, per causa della somma loro dignità ed importanza, erano eccettuate dalla giurisdizione de’ Prefetti del Pretorio. L’immensa grandezza della città, e l’esperienza della tarda ed inefficace azione delle leggi aveva somministrato alla politica d’Augusto uno specioso pretesto d’introdurre in Roma un nuovo Magistrato, che solo potesse tenere in freno una servile e turbolenta plebaglia col forte braccio del potere arbitrario302. Per primo Prefetto di Roma fu destinato Valerio Messala, affinchè la sua riputazione favorisse un atto sì odioso; ma in capo a pochi giorni quel buon cittadino303 dimise il suo uffizio, dichiarando con un animo degno dell’amico di Bruto, ch’egli si riconosceva incapace d’esercitare un potere incompatibile colla pubblica libertà304. Quando incominciò a divenir più debole il sentimento di libertà, si videro con più chiarezza i vantaggi del buon ordine; ed al Prefetto, che sembrava esser destinato solo per terrore degli schiavi e de’ vagabondi, fu permesso d’estendere la sua civile e criminale giurisdizione sulle famiglie nobili ed equestri di Roma. I Pretori, che ogni anno creavansi come giudici della legge e dell’equità, non poterono contrariar lungo tempo il possesso del Foro ad un Magistrato vigoroso e permanente, che ordinariamente ammettevasi alla confidenza del Principe. I lor tribunali erano abbandonati, il loro numero, che altre volte era stato variamente fra i dodici e i diciotto305, fu appoco appoco ridotto a due o tre, e le loro importanti funzioni si ristrinsero alla dispendiosa obbligazione306 di dare i giuochi per divertimento del Popolo. Dopo che l’uffizio de’ Consoli Romani si cangiò in una vana pompa, che rare volte si sfoggiava nella capitale, i Prefetti presero il vacante lor posto in Senato, e furono ben presto riconosciuti come i Presidenti ordinari di quella augusta assemblea. Ricevevano essi gli appelli fino alla distanza di cento miglia, e risguardavasi come un principio di giurisprudenza, che da loro soli dipendeva tutta l’autorità municipale307. Nell’esecuzione del suo laborioso impiego, era il Governatore di Roma assistito da quindici uffiziali, alcuni de’ quali in origine erano stati uguali o anche superiori di esso. Le principali sue incumbenze si riferivano al comando di una copiosa guardia, stabilita per difender la città dagli incendi, da’ rubamenti e da’ notturni disordini; alla custodia e distribuzione del grano e delle provvisioni pubbliche; alla cura del porto, degli acquedotti, delle comuni cloache, della navigazione e del letto del Tevere; ed all’inspezione sopra i mercati; i teatri e le opere sì private che pubbliche. La lor vigilanza risguardava i tre principali oggetti di una regolar polizia, vale a dire la sicurezza, l’abbondanza e la mondezza della città; ed era destinato un particolare inspettore per le statue in prova dell’attenzione del governo a conservar lo splendore e gli ornamenti della Capitale: questi era come un custode di quell’inanimato popolo, che secondo lo stravagante computo d’un antico Scrittore, appena era inferiore di numero a’ viventi abitatori di Roma. Circa trent’anni dopo la fondazione di Costantinopoli, fu creato anche in quella Capitale nascente un magistrato simile al Prefetto di Roma per i medesimi usi, e colle medesime facoltà; e fu stabilita una perfetta uguaglianza fra la dignità de’ due Prefetti municipali, e de’ quattro del Pretorio308. Quelli, che nell’Imperial gerarchia distinguevansi col titolo di Rispettabili, formavano una classe intermedia fra gl’Illustri Prefetti e gli Onorevoli Magistrati delle Province. In questa classe i Proconsoli dell’Asia, dell’Acaia, e dell’Affrica pretendevano la preeminenza, che accordavasi alla memoria dell’antica lor dignità; e l’appello dal lor tribunale a quello de’ Prefetti era quasi l’unico segno di lor dipendenza309. Ma il governo civile dell’Impero era distribuito in tredici ampie Diocesi, ognuna delle quali uguagliava la giusta estensione di un potente Regno. La prima di queste diocesi era sottoposta alla giurisdizione del Conte d’Oriente; e si può formare un’idea dell’importanza, e del numero delle sue funzioni col solo riflettere che per l’immediato di lui uso erano impiegati seicento apparitori, che ora si direbbero segretari, giovani assistenti o messi310. Non era più occupato da un Cavalier Romano il posto di Prefetto Augustale d’Egitto: ma ne fu ritenuto il nome, e furon continuate nel Governatore di quella diocesi le straordinarie facoltà, che una volta la situazione del paese ed il temperamento degli abitanti rendettero indispensabili. Le altre undici diocesi dell’Asia, del Ponto e della Tracia; della Macedonia, della Dacia, e della Pannonia o sia dell’Illirico occidentale; dell’Italia e dell’Affrica; della Gallia, della Spagna, e della Gran-Brettagna erano governate da dodici Vicari o Viceprefetti311, il nome de’ quali spiega abbastanza la natura e la dipendenza del loro uffizio. Può aggiungersi ancora, che i luogotenenti generali degli eserciti Romani, ed i Conti e Duchi militari, de’ quali dovremo da qui avanti parlare, goderono la dignità ed il titolo di Rispettabili. A misura che prevaleva ne’ consigli degl’Imperatori lo spirito di gelosia e d’ostentazione, attendevano essi a dividere con diffidente sollecitudine la sostanza, ed a moltiplicare i titoli del potere. I vasti paesi, che i conquistatori Romani avevan uniti sotto la medesima semplice forma di governo, furon senz’avvedersene sminuzzati in piccioli frammenti; finchè in ultimo tutto l’Impero fu diviso in cento sedici Province, ognuna delle quali aveva un dispendioso e splendido stabilimento. Tre di queste eran governate da Proconsoli, trentasette da Consolari, cinque da Correttori, e settantuna da Presidenti. Diversi erano i nomi di questi magistrati, disposti in successivo ordine i loro gradi, ingegnosamente variate le insegne della lor dignità, e la lor situazione secondo le accidentali circostanze diveniva più o meno piacevole o vantaggiosa. Ma tutti (eccettuati solo i Proconsoli) erano ugualmente compresi nella classe degli onorevoli, ed era ugualmente affidata loro in ogni rispettivo distretto l’amministrazione della giustizia e delle finanze, finattanto che piacesse al Principe, sotto l’autorità però de’ Prefetti o de’ lor deputati. I ponderosi volumi de’ Codici e delle Pandette312 darebbero gran materia per una minuta ricerca di quanto fosse migliorato il sistema del governo provinciale dalla saviezza de’ Romani Politici e Giurisconsulti nello spazio di sei secoli. Sarà però sufficiente per un Istorico lo scegliere due singolari e salutevoli provvedimenti, diretti a restringer l’abuso dell’autorità. 1. Per mantener la pace ed il buon ordine i Governatori delle Province erano armati colla spada della Giustizia. Essi infliggevano pene corporali, e trattandosi di delitti capitali avevano il potere di vita e di morte. Ma non avevan la facoltà di concedere al condannato la scelta del supplizio, nè di condannare a veruna delle più miti ed onorevoli specie d’esilio. Queste prerogative si riservavano ai Prefetti, i quali soli potevano imporre la grave ammenda di cinquanta libbre d’oro, mentre i loro Vicari non potevan passare la piccola quantità di poche once313. Tal distinzione, la quale par che accordi un maggior grado d’autorità nel tempo stesso che ne toglie un minore, si appoggiava sopra un motivo assai ragionevole. Il grado più piccolo di potenza era infinitamente più soggetto all’abuso. Le passioni d’un Magistrato Provinciale potevano spesso indurlo ad atti di oppressione, che non attaccassero che la libertà o le sostanze dei sottoposti; ma per un principio di prudenza, e forse anche d’umanità, sempre avrebbe avuto orrore a versare un sangue innocente. Può in simil guisa riflettersi che l’esilio, le considerabili pene pecuniarie, o la scelta d’una morte più mite, si riferiscono particolarmente a’ ricchi ed a’ nobili; e perciò le persone più esposte all’avarizia, o alla collera di un provincial Magistrato si toglievano all’oscura di lui persecuzione per soggettarle al più augusto ed imparzial tribunale del Pretorio. 2. Poichè a ragione temevasi che si potesse corrompere l’integrità del giudice, se vi poteva entrare il proprio di lui interesse, o impegnarvisi le sue affezioni, si fecero i più rigorosi regolamenti per escludere, senza una special dispensa dell’Imperatore, ogni persona dal governo di quella Provincia, dov’era nata314, e per impedire al Governatore o a’ suoi figli di contrar matrimonio con alcuna nazionale o abitante315, o di comprare schiavi, terre, o case dentro i limiti della propria giurisdizione316. Nonostanti queste rigorose precauzioni, l’Imperator Costantino, dopo venticinque anni di regno, deplora la venalità e l’oppressione, che s’usava nell’amministrar la giustizia, ed esprime col più ardente sdegno, che l’udienza del Giudice, la spedizione o la dilazion degli affari e la diffinitiva sentenza eran pubblicamente vendute o dal giudice medesimo, o da’ ministri del suo tribunale. La ripetizione di leggi impotenti e di minacce inefficaci dimostra la continuazione, e forse anche l’impunità di questi delitti317. Tutti i Magistrati civili erano tratti dal ceto de’ Professori di legge. Le famose Istituzioni di Giustiniano son dirette alla gioventù de’ suoi dominj, che s’era data allo studio della giurisprudenza Romana; ed il Sovrano si compiace di animare la loro diligenza con assicurarli, che la loro perizia ed abilità sarebbe a suo tempo premiata con aver parte, in proporzion del loro merito, nel governo della Repubblica318. S’insegnavano gli elementi di questa lucrosa scienza in tutte le città considerabili dell’Oriente e dell’Occidente; ma la più celebre scuola era quella di Berito319 sulle coste della Fenicia, che fioriva da più di tre secoli fin dal tempo d’Alessandro Severo, autor forse di uno stabilimento sì vantaggioso al suo paese nativo. Dopo un regolare corso d’educazione, che durava cinque anni, gli studenti si spargevano per le province, andando in cerca di ricchezze e di onori: nè poteva loro mancare un’infinita quantità di affari in un grand’Impero già corrotto dalla moltiplicità delle leggi, delle arti e de’ vizi. Il solo tribunale del Prefetto del Pretorio d’Oriente poteva somministrar impiego a centocinquanta Avvocati, sessantaquattro de’ quali erano distinti con particolari privilegi, ed ogni anno due se ne sceglievano con l’onorario di sessanta libbre d’oro per difendere le cause del fisco. Si faceva il primo esperimento dei loro talenti rispetto alle materie giudiciali con destinarli ad agire, secondo le occasioni, come assessori dei magistrati; quindi erano spesso innalzati a presedere in quei tribunali, avanti ai quali avean patrocinate le cause; ottenevano il governo d’una Provincia, e coll’aiuto del merito, della riputazione, o del favore successivamente a grado a grado salivano alle illustri dignità dello Stato320. Nella pratica del Foro questi uomini avevan considerata la ragione come un istrumento di disputa; interpretavano essi le leggi secondo i dettami del privato interesse; e le medesime perniciose abitudini restavano sempre inerenti al loro carattere nella pubblica amministrazione dello Stato. L’onore in vero d’una profession liberale si è sostenuto da molti antichi e moderni avvocati, che hanno occupato i più importanti posti con grand’integrità e costumata saviezza; ma nel declino della giurisprudenza Romana l’ordinaria promozione de’ Giureconsulti era piena d’inganno e d’infamia. Quella nobile arte, che s’era una volta mantenuta come la sacra eredità dei Patrizi, era caduta nelle mani de’ liberti e de’ plebei321, che piuttosto colle astuzie che col sapere ne facevano un sordido e pernicioso commercio. Alcuni di loro s’insinuavano nelle famiglie ad oggetto di fomentare le differenze, di promuover le liti, e di preparare una messe di guadagno per loro medesimi, o pe’ lor confratelli. Altri, chiusi ne’ lor gabinetti, si davano l’aria di gran Professori di legge, somministrando ad un ricco cliente delle sottigliezze per confondere la più patente verità, o degli argomenti per colorire le pretensioni più ingiuste. La classe più copiosa e popolare si componeva dagli avvocati, ch’empivano il Foro col suono della lor turgida e loquace rettorica. Non curanti della riputazione e della giustizia, per la maggior parte ci vengono rappresentati come guide ignoranti e rapaci, che conducevano per un labirinto di spese, di dilazioni, e di ostacoli i loro clienti, dai quali, dopo un tedioso corso di anni, finalmente venivano abbandonati, quando eran quasi esaurite la pazienza e le sostanze di essi322. III. Nel sistema politico introdotto da Augusto, i Governatori, almeno quelli delle Province Imperiali, erano investiti del pieno potere, che aveva il Sovrano medesimo. Da loro soli dipendevano i ministri sì di pace che di guerra, essi distribuivano i premj e le pene, e comparivano su’ lor tribunali con gli abiti della civile magistratura, dopo che tutti armati si eran trovati alla testa delle Romane legioni323. L’influenza del danaro, l’autorità della legge ed il comando della milizia concorrevano a rendere il lor potere supremo ed assoluto; o quando essi eran tentati di violare la loro fedeltà verso il Principe, la provincia fedele, che restava avvolta nella lor ribellione, appena sentiva nel suo stato politico alcun cangiamento. Dal tempo di Commodo fino al regno di Costantino, potrebbero contarsi cento Governatori, che con vario successo innalzarono la bandiera della ribellione; e quantunque troppo spesso venisser sacrificati degl’innocenti, si potevano alle volte anche prevenire de’ colpevoli dalla sospettosa crudeltà del lor Signore324. Costantino, per assicurare il suo trono e la pubblica tranquillità da questi formidabili servitori, risolvè di dividere l’amministrazione civile dalla militare, e di stabilire, come una distinzione permanente e di professione, una pratica che non era stata adottata che come un accidentale espediente. La suprema giurisdizione ch’esercitava il Prefetto del Pretorio sugli eserciti dell’Impero, fu trasferita in due Maestri Generali, ch’egli creò, uno per la cavalleria, l’altro per l’infanteria; e sebbene ciascheduno di quest’Illustri ufficiali fosse più specialmente mallevadore della disciplina di quelle truppe, ch’erano sotto l’immediata di lui direzione, pure ambidue promiscuamente comandavano in campo i diversi corpi di cavalli o di fanti, che trovavansi uniti nella medesima armata325. Il loro numero tosto fu raddoppiato, attesa la divisione dell’Oriente dall’Occidente, e furon distribuiti come Generali separati, del medesimo titolo e grado fra loro, nelle quattro importanti frontiere del Reno, dell’alto e del basso Danubio, e dell’Eufrate: e finalmente fu commessa la difesa del Romano Impero ad otto Maestri generali di cavalleria e d’infanteria. Sotto i lor ordini eran disposti nelle varie province trentacinque comandanti militari: tre nella Britannia, sei nella Gallia, uno nella Spagna, uno nell’Italia, cinque sull’alto Danubio, e quattro sul basso, otto nell’Asia, tre nell’Egitto, e quattro nell’Affrica. I titoli di Conti e di Duchi326, per mezzo de’ quali venivano essi propriamente distinti, hanno un significato così diverso negl’idiomi moderni, che l’uso di essi può recar qualche maraviglia. Ma converrebbe rammentarsi che il secondo di questi nomi non è che la corruzione d’una parola Latina, che distintamente applicavasi a qualunque capo di milizia. Tutti questi Generali dunque delle Province eran Duchi; ma non ve n’eran che dieci fra loro, i quali fossero decorati del grado di Conti o compagni; titolo d’onore, o piuttosto di favore, che s’era di fresco inventato nella Corte di Costantino. L’insegna, che distingueva l’uffizio dei Conti e dei Duchi, era un cingolo d’oro; ed oltre la paga si donava loro tanto da poter mantenere cento novanta servi e cento cinquant’otto cavalli. Era loro vietato rigorosamente d’ingerirsi in alcuna cosa, che appartenesse all’amministrazione della giustizia o delle pubbliche rendite; ma il comando altresì ch’esercitavan sopra le truppe del lor dipartimento era indipendente dall’autorità de’ magistrati. Verso l’istesso tempo, in cui Costantino stabiliva le leggi per l’ordine Ecclesiastico, egli instituì nel Romano Impero il geloso equilibrio fra la potestà civile e militare. L’emulazione, ed alle volte anche la discordia che regnava fra due professioni d’interessi opposti e di costumi non compatibili fra loro, produceva conseguenze ora utili ed ora perniciose. Si poteva rare volte aspettare, che il Generale ed il Governator civile di una provincia cospirassero insieme per disturbar la quiete di essa, o si unissero per procurarne il vantaggio. Mentre l’uno differiva di prestar quell’aiuto, che l’altro sdegnava di sollecitare, le truppe rimanevano bene spesso senza ordini o senza paghe; tradivasi la pubblica sicurezza, ed i sudditi senza difesa erano esposti al furore dei Barbari. L’amministrazione così divisa, qual fu stabilita da Costantino, indebolì il vigor dello Stato, mentre assicurò la tranquillità del Monarca. Si è meritamente censurata la memoria di Costantino per un’altra innovazione, che corruppe la disciplina militare, e preparò la rovina dell’Impero. I diciannove anni, che precederono l’ultima sua vittoria sopra Licinio, erano stati un periodo di licenza, e d’interna discordia. I rivali, che contendevano per il possesso del Mondo Romano, avean ritirata la maggior parte delle lor forze dalla guardia delle loro frontiere generali; e le principali città, che formavano i confini de’ rispettivi loro dominj, eran piene di soldati che ne risguardavano i nazionali come i più implacabili loro nemici. Dopo che fu cessato il bisogno di queste interne guarnigioni col fine della guerra civile, il conquistatore mancò di prudenza o di fermezza per restituire la severa disciplina di Diocleziano, e per sopprimere una fatale indulgenza, che l’abito avea renduta cara, e quasi avea confermata all’ordine militare. Nel regno di Costantino, fu ammessa una popolare ed anche legal distinzione fra’ Palatini327 ed i Confinanti, fra le truppe, che impropriamente dicevansi del palazzo, e quelle delle frontiere. I primi si distinsero per la superiorità della paga e de’ privilegi, ed era loro permesso, eccettuate le straordinarie occorrenze di guerra, di tenere tranquillamente i loro quartieri nel cuore delle Province. L’intollerabile peso di questi opprimeva le città più floride. I soldati appoco appoco dimenticavano le virtù della lor professione, e si davano solo a’ vizi della vita civile, o s’avvilivano esercitandosi nelle arti meccaniche, o erano snervati dalla mollezza de’ bagni e de’ teatri. Essi divenner ben presto non curanti de’ marziali esercizi, delicati nel vitto e nel trattamento; e nel tempo che inspiravan terrore a’ sudditi dell’Impero, tremavano all’avvicinarsi che facevano con ostile anime i Barbari328. Non era più mantenuta coll’istessa cura, nè difesa con ugual vigilanza quella catena di fortificazioni, che Diocleziano ed i suoi colleghi avean tirata lungo le sponde de’ fiumi reali. I soldati, che tuttavia rimanevamo sotto il nome di truppe di frontiera, potevan servire per la difesa ordinaria. Ma il loro animo era avvilito dall’umiliante riflessione, che essi, i quali eran esposti ai travagli ed ai pericoli d’una perpetua guerra, venivan premiati solo con circa due terzi della paga e degli emolumenti, che prodigamente si davano alla truppe del palazzo. Anche le bande o legioni, ch’erano innalzate quasi al livello di quegl’indegni favoriti, si sentivano in certo modo disonorate dal titolo d’onore, che loro si permetteva d’assumere. Invano si ripeterono da Costantino le più spaventose minacce di ferro e di fuoco contro i soldati di frontiera, che avessero ardito di disertare, di secondar le incursioni de’ Barbari o di partecipar delle spoglie329. Di rado si possono allontanare per mezzo di parziali rigori que’ danni che provengono da imprudenti consigli; e quantunque i Principi, che succederono, si studiassero di restaurare la forza ed il numero delle guarnigioni di frontiera, tuttavia l’Impero, fino all’ultimo istante del suo scioglimento, continuò a languire per quella mortal ferita, che gli fece con tanta inavvertenza e debolezza la mano di Costantino. Sembra che l’istessa timida politica di divider tutto ciò che è unito, d’abbassare ciò che è eminente, di temere ogni attiva potenza, e di sperar che i più deboli siano per riuscire i più obbedienti, prevalesse nelle instituzioni di molti Principi, e specialmente in quelle di Costantino. Il marziale orgoglio delle legioni, i campi vittoriosi delle quali erano stati sì spesso il teatro della ribellione, era nutrito dalla memoria delle passate loro imprese, e dalla cognizione dell’attuale loro forza. Finchè si mantennero nell’antico lor numero di seimila uomini, ciascheduna di esse da se formava, sotto il regno di Diocleziano, un oggetto visibile ed importante nella storia militare del Romano Impero. Pochi anni dopo, questi corpi giganteschi ridotti furono ad una molto minor grandezza; e quando la città d’Amida era difesa contro i Persiani da sette legioni con alcuni ausiliari, l’intera guarnigione, insieme con gli abitanti d’ambedue i sessi, e quelli dell’abbandonata campagna, non passavano il numero di ventimila persone330. Da questo, e da simili altri fatti vi è motivo di credere, che la costituzione delle truppe legionarie, alla quale in parte dovevasi il valore e la disciplina loro, fu sciolta da Costantino, e che que’ corpi d’infanteria Romana, che seguitavano ad arrogarsi gl’istessi nomi od onori, non contenevano che mille, o mille cinquecento uomini331. Facilmente si potea domar la cospirazione di tanti separati distaccamenti, ciascheduno de’ quali era intimorito dal sentimento della propria debolezza; ed i successori di Costantino potevano secondar l’amore, che avevano per l’ostentazione, con ispedir gli ordini loro a cento trentadue legioni, descritte ne’ ruoli de’ numerosi loro eserciti. Il resto delle truppe era diviso in centinaia di coorti d’infanteria e di squadroni di cavalleria. Si credeva che le armi, i titoli, e le insegne loro inspirasser terrore, e sfoggiassero la varietà delle nazioni, che militavano sotto le bandiere Imperiali. Non v’era neppure un’ombra di quella severa semplicità, che ne’ tempi della libertà e della vittoria, soleva distinguere la linea di battaglia d’un esercito Romano dalla confusa oste d’un Monarca dell’Asia332. Un computo più particolarizzato, tratto dalla Notizia, potrebbe esercitare la diligenza d’un antiquario; ma l’istorico dovrà contentarsi d’osservare, che il numero delle stazioni, o guarnigioni, stabilite sulle frontiere dell’Impero, ascendeva a cinquecento ottantatremila soldati, e che, al tempo dei successori di Costantino, l’intera forza della milizia si considerava di seicento quarantacinquemila333. Uno sforzo così prodigioso eccedeva il bisogno de’ più antichi tempi e le forze de’ più recenti. Secondo i varj stati della società si reclutano gli eserciti per motivi molto diversi. I Barbari sono stimolati dall’amor della guerra; i cittadini d’una Repubblica libera sogliono essere indotti da un principio di dovere; i sudditi, o almeno i nobili d’una Monarchia sono animati da un sentimento d’onore; ma i timidi e lussuriosi abitatori d’un decadente Impero non possono essere allettati a militare che dalla speranza del guadagno, o costretti dal timor della pena. Gli scrigni del Romano erario erano esausti per l’accrescimento dello stipendio, pei ripetuti donativi, e per l’invenzione di nuovi emolumenti e concessioni, che nell’opinione della gioventù provinciale potevan compensare i travagli ed i pericoli della milizia. Ciò nonostante quantunque la statura de’ soldati si fosse abbassata334, quantunque vi fossero ammessi, almeno per una tacita condiscendenza, indistintamente gli schiavi, pure la difficoltà insormontabile di trovar regolari e adequate leve di volontari, obbligò gl’Imperatori ad usare de’ metodi più efficaci e violenti. Le terre, che solevan darsi a’ veterani come premj liberi del loro valore, furono d’allora in poi accordate con una condizione, che contiene i primi tratti delle concessioni feudali, vale a dire, che i figli, che lor succedevano nell’eredità, si dessero alla professione delle armi, tosto che giungevano all’età virile; e se vilmente ricusavan di farlo, si punivano colla perdita dell’onore, de’ beni ed eziandio della vita335. Ma siccome l’annual prodotto de’ figli de’ veterani non dava che un picciol sussidio a’ bisogni della milizia, si facevano spesso delle reclute nelle Province, ed ogni proprietario si obbligava o a prender le armi, o a somministrare un sostituto, o a procurarsi l’esenzione con pagare una grave tassa. La somma di quarantadue monete336 d’oro, a cui fu ridotta, dimostra l’esorbitante prezzo de’ volontari, e la difficoltà con cui dal governo ammettevasi quest’alternativa337. Era tale l’orrore che aveva invaso gli animi degli avviliti Romani per la profession di soldato, che molti giovani dell’Italia e delle Province, si tagliavan le dita della man destra per sottrarsi alla necessità di militare, ed era sì comunemente in uso tale strano espediente, che meritò la severa punizion delle leggi338 ed un nome particolare nella lingua Latina339. L’introduzione de’ Barbari negli eserciti Romani divenne ogni giorno più universale, più necessaria e più fatale. I più animosi fra gli Sciti, fra’ Goti, ed i Germani, che si dilettavano della guerra, e trovavano più vantaggioso per loro il difendere che il devastare le Province, s’arrolavano non solo fra gli ausiliari delle respettive loro nazioni, ma anche nelle legioni medesime, e nelle truppe Palatine le più distinte. Siccome conversavano essi liberamente co’ sudditi dell’Impero, appoco appoco impararono a disprezzarne i costumi e ad imitarne le arti. Essi abbandonarono quella tacita riverenza, che l’orgoglio di Roma soleva esigere dalla loro ignoranza, nel tempo che acquistavan la cognizione e il possesso di que’ vantaggi, per mezzo dei quali soltanto ella sosteneva la sua decadente grandezza. I soldati barbari, che facevano prova di qualche militare talento, erano avanzati senz’eccezione ai posti più importanti; ed i nomi de’ Tribuni, de’ Conti, de’ Duchi e de’ Generali medesimi scuoprono un’origine straniera, ch’essi non volevan più simulare. Spesse volte s’affidava loro la condotta d’una guerra contro i lor nazionali; e sebbene la maggior parte di essi preferisse i vincoli della fedeltà a quelli del sangue, non eran però sempre liberi dalla taccia o almen dal sospetto di tenere una corrispondenza proditoria col nemico, d’invitarne le invasioni, o di risparmiarne la ritirata. Gli eserciti e la Corte del figlio di Costantino eran governati dalla potente fazione de’ Franchi, i quali mantenevano la più stretta unione fra loro e col lor paese nativo, e risentivano qualunque personale affronto, come un torto fatto all’intera nazione340. Quando si sospettò che il tiranno Caligola avesse intenzione di vestire un candidato molto straordinario dell’abito consolare, avrebbe forse eccitato meno stupore la sacrilega profanazione, se l’oggetto della sua scelta fosse stato, invece d’un cavallo, il più nobil Capitano de’ Germani o de’ Brettoni. Il corso di tre secoli avea prodotto un cangiamento così notabile ne’ pregiudizi del popolo, che Costantino, colla pubblica approvazione, mostrò a’ suoi successori l’esempio di accordar gli onori del Consolato a que’ Barbari, che per i loro meriti e servigi avevan ottenuto di esser posti fra’ principali Romani341. Ma siccome questi coraggiosi veterani, ch’erano stati educati nell’ignoranza o disprezzo delle leggi, erano incapaci d’esercitare alcuna carica civile; così le facoltà della mente umana venivan ristrette dall’irreconciliabil separazione de’ talenti, e delle professioni. I culti cittadini delle Repubbliche Greche e della Romana, il carattere de’ quali potevasi adattare al Foro, al Senato, alla guerra, o alle scuole, avevano appreso a scrivere, a parlare, e ad agire col medesimo spirito, e con uguale abilità. IV. Oltre i Magistrati ed i Generali che, lontani dalla Corte esercitavano la delegata loro autorità sopra le province e le armate, l’Imperatore conferiva eziandio il grado d’Illustri a sette de’ più immediati suoi servitori, alla fedeltà de’ quali affidava la custodia della propria salute, o de’ suoi consigli o tesori. In primo luogo gli appartamenti privati del Palazzo eran governati da un eunuco favorito, che nell’idioma di quel tempo si chiamava Praepositus, o Prefetto del sacro cubicolo, o sia della camera Imperiale. Era suo uffizio di seguire l’Imperatore nelle ore di pubblici affari, ed in quelle di passatempo, e di fare intorno alla persona di lui tutti quei bassi servizi, che non traggono splendore che dall’influenza del trono. Sotto un Principe che meritasse di regnare, il gran Ciamberlano (giacchè possiam dargli tal nome) era un utile ed umil domestico; ma un artificioso domestico, che profitta di tutte le occasioni, cui somministra una libera confidenza, insensibilmente acquisterà sopra uno spirito debole quell’ascendente, che l’austera saviezza, e la virtù non lusinghiera può rare volte ottenere. I degenerati nipoti di Teodosio, invisibili a’ loro sudditi, disprezzabili ai lor nemici, esaltarono il Prefetto della lor camera sopra i capi di tutti i ministri del Palazzo342; ed anche il suo deputato, cioè il primo dello splendido treno di schiavi, che attualmente servivano, era stimato degno di precedere a’ rispettabili Proconsoli della Grecia o dell’Asia. Eran sottoposti alla giurisdizione del Ciamberlano i Conti, o Soprantendenti, che regolavano i due importanti dipartimenti, della magnificenza della guardaroba, e del lusso della tavola Imperiale343. 2. La principale amministrazione de’ pubblici affari era commessa alla diligenza ed abilità del Maestro degli Uffizj344. Egli era il supremo Magistrato del palazzo, invigilava sulla disciplina delle scuole civili e militari, e riceveva gli appelli da tutte le parti dell’Impero, nelle cause che appartenevano a quel numeroso esercito di persone privilegiate, che come servitori di Corte avean ottenuto per se, e per le sue famiglie il diritto d’esser esenti dall’autorità dei giudici ordinari. La corrispondenza fra il Principe ed i sudditi passava per li quattro Scrinia, o uffizi di questo ministro di Stato. Il primo era destinato ai memoriali, il secondo alle lettere, il terzo alle domande, ed il quarto a’ fogli ed ordini di cose miscellanee. Ognuno di questi era diretto da un Maestro inferiore di rispettabile dignità, ed erano spediti tutti gli affari da cento quarantotto segretari, presi la maggior parte dal ceto de’ legali, per causa della copia di estratti e di relazioni che frequentemente occorreva di fare nell’esercizio delle varie loro funzioni. Per una condiscendenza, che ne’ primi secoli si sarebbe creduta indegna della maestà Romana, era destinato un particolar segretario per la lingua Greca, e v’erano interpreti per ricever gli Ambasciatori de’ Barbari; ma il dipartimento degli affari esteri, che forma una parte così essenziale della moderna politica, rare volte occupava l’attenzione del Maestro degli Uffizi. Egli era più seriamente occupato dalla general direzione delle poste e degli arsenali dell’Impero. V’erano trentaquattro città, quindici in Oriente, e diciannove in Occidente, nelle quali regolari compagnie di artefici erano perpetuamente impiegate per fabbricare armi difensive ed offensive d’ogni sorta, e macchine militari, che si depositavan ne’ magazzini, e secondo le occasioni si prendevano per servigio delle truppe. 3. Nel corso di nove secoli, l’uffizio del Questore avea sopportato una rivoluzione molto singolare. Nell’infanzia di Roma, ogni anno s’eleggevan dal popolo due magistrati inferiori, per sollevare i Consoli dall’odioso maneggio del pubblico erario345. Fu accordato un assistente simile ad ogni Proconsole e ad ogni Pretore, che avesse un governo civile o militare. Estendendosi le conquiste, i due Questori furono appoco appoco moltiplicati fino al numero di quattro, di otto, di venti, o per breve tempo forse anche di quaranta346; ed i cittadini più nobili ambivano molto un uffizio, che dava loro posto in Senato, ed una giusta speranza d’ottener gli onori della Repubblica. Mentre Augusto affettava di conservar libera l’elezione, si contentava di accettare ogni anno il privilegio di raccomandare, o piuttosto in sostanza di nominare un certo numero di candidati; ed aveva per costume di scegliere uno di questi giovani distinti per leggere le sue orazioni o epistole nelle assemblee del Senato347. La pratica d’Augusto fu imitata da’ Principi, che gli succederono; fu stabilita quella accidental commissione come un uffizio permanente, ed il solo Questor favorito, assumendo un nuovo e più illustre carattere, sopravvisse alla soppressione degli antichi ed inutili di lui colleghi348. Poichè le orazioni, ch’ei componeva in nome dell’Imperatore349, acquistaron la forza, ed in ultimo anche la forma di assoluti editti, egli fu considerato come un rappresentante della potestà legislativa, come l’oracolo del Consiglio, e come l’original sorgente della civile giurisprudenza. Egli era qualche volta invitato a prender posto nella suprema giudicatura del concistoro Imperiale, co’ Prefetti del Pretorio e col Maestro degli Uffizi, e gli era spesso.richiesta la soluzione de’ dubbi de’ Giudici inferiori; ma siccome non era aggravato da una gran quantità di affari subordinati alla sua carica, egli impiegava i suoi talenti ed il suo ozio a coltivare quel maestoso stile d’eloquenza, che nella corruzione della lingua e del gusto conserva sempre la dignità delle leggi Romane350. Potrebbe in qualche maniera paragonarsi l’ufficio del Questore Imperiale con quello del Cancelliere moderno, ma l’uso del gran sigillo, che sembra essere stato introdotto da’ Barbari ignoranti, non fu mai usato per convalidare i pubblici atti dell’Imperatore. 4. Al Tesorier generale delle entrate pubbliche fu dato il titolo straordinario di Conte delle sacre largizioni, forse per indicare che ogni pagamento nasceva dalla volontaria bontà del Monarca. Il pretender di concepire le particolarità quasi infinite delle spese annuali e quotidiane, risguardanti l’amministrazione sì civile che militare d’un grande Impero, eccederebbe la forza della più vigorosa immaginazione. Tal azienda occupava continuamente più centinaia di persone, distribuite in undici diversi uffizi, artificiosamente inventati per esaminare, e sindacare le rispettive loro operazioni. La moltitudine di questi agenti naturalmente tendeva ad accrescersi; e fu più d’una volta creduto espediente di rimandare ai loro naturali uffizi quegl’inutili ministri soprannumerari, che abbandonando i lor onesti lavori, si eran con troppo calore insinuati nella lucrosa professione delle Finanze351. Corrispondevano al Tesoriere ventinove ricevitori Provinciali, diciotto de’ quali eran onorati col titolo di Conti; e la giurisdizione di lui s’estendeva sopra le miniere, dalle quali estraevansi i metalli preziosi, sopra le zecche, ove si convertivano questi in moneta corrente, e sopra i pubblici erari delle città più importanti, in cui si depositava il denaro per servizio dello Stato. Questo ministro regolava ancora il commercio straniero dell’Impero, e dirigeva ugualmente tutte le manifatture di lino e di lana, nelle quali eseguivansi le successive operazioni di filare, di tessere, e di tingere, specialmente dalle donne di servil condizione per uso del Palazzo e dell’esercito. Nell’Occidente, dove le arti s’erano introdotte di fresco, si contavano ventisei di questi stabilimenti; ed un numero anche più grande può supporsi che ven fosse nelle industriose Province dell’Oriente352. 5. Oltre le pubbliche rendite, che un assoluto Monarca poteva esigere e spendere a suo piacere, gl’Imperatori, in qualità di opulenti cittadini, avevano un patrimonio molto esteso, ch’era amministrato dal Conte, o Tesoriere del dominio privato. Una parte di questo formavasi forse dagli antichi beni patrimoniali dei Re e delle Repubbliche; un’altra da quelli delle famiglie, che furon successivamente innalzate alla porpora; ma la parte più considerabile d’esso proveniva dall’impura sorgente delle confiscazioni. Il patrimonio Imperiale era sparso per le Province, dalla Mauritania fino alla Britannia; il ricco però e fertil terreno della Cappadocia indusse il Monarca a stabilire le sue più belle tenute in quella regione353, e Costantino, oppure i suoi successori, presero l’opportunità di giustificar la loro avarizia collo zelo di religione. Soppressero eglino il ricco tempio di Comana, dove il sommo Sacerdote della Dea della guerra sosteneva la dignità di sovrano; ed applicarono al privato lor uso le terre sacre, abitate da seimila sudditi o schiavi della Dea e suoi ministri354. Ma non eran questi gli abitanti da valutarsi: le pianure, che s’estendono dal piè del monte Argeo fino alle sponde del Saro, nutrivano una generosa razza di cavalli famosi nell’antico mondo sopra tutti gli altri per la maestosa loro figura ed incomparabil velocità. Le leggi difendevano questi sacri animali, destinati per servizio della Corte e de’ giuochi Imperiali, dalla profanazione d’un padrone volgare355. Le possessioni della Cappadocia erano di sufficiente importanza per esigere l’inspezione d’un Conte356; nelle altre parti dell’Impero si ponevano ufficiali di minor grado; e i deputati del Tesoriere privato, non meno che quelli del pubblico, eran sostenuti nell’esercizio delle indipendenti loro funzioni, ed incoraggiati a contrabbilanciare l’autorità de’ magistrati Provinciali357. 6. 7. I corpi scelti di cavalleria e d’infanteria, che guardavan la persona dell’Imperatore, eran sotto l’immediato comando de’ due Conti de’ Domestici. Tutto il loro numero consisteva in tremila cinquecento uomini, divisi in sette scuole o truppe, ognuna delle quali ne conteneva cinquecento; ed in Oriente quest’onorevole servizio era quasi totalmente proprio degli Armeni. Ogni volta che nelle pubbliche ceremonie schieravansi questi ne’ cortili e ne’ portici del Palazzo, la loro alta statura, il tacito ordine e le splendide armi d’argento e d’oro spiegavano una pompa marziale non indegna della Romana maestà358. Dalle sette scuole si presceglievano due compagnie di cavalli e di fanti, dette de’ Protettori, il posto vantaggioso de’ quali formava la speranza ed il premio de’ soldati più meritevoli. Essi montavan la guardia negli appartamenti interni, e secondo le occasioni erano spediti nelle Province ad eseguire con celerità e vigore gli ordini del loro Signore359. I Conti de’ Domestici eran succeduti all’Uffizio de’ Prefetti del Pretorio, e come i Prefetti medesimi, aspiravano a passare dal servizio del Palazzo al comando degli eserciti. Veniva facilitato il continuo commercio tra la Corte e le Province dalla costruzione delle strade e dalla instituzione delle poste. Ma questi utili stabilimenti erano accidentalmente connessi con un pernicioso ed intollerabile abuso. S’impiegavano sotto la giurisdizione del Maestro degli Uffizi due o trecento agenti o messaggi, per annunziare i nomi de’ Consoli annuali e gli editti, o le vittorie degl’Imperatori. Questi si arrogarono insensibilmente l’incumbenza di riferir tutto ciò che potevan osservare intorno alla condotta o dei Magistrati, o de’ privati cittadini; e furon ben tosto risguardati come gli occhi del Monarca360, ed il flagello del popolo. Sotto la gran protezione, che loro dava un debole Regno, si moltiplicarono fino all’incredibil numero di diecimila, sdegnavan le dolci, ancorchè frequenti ammonizioni delle leggi, ed esercitavano nel lucroso maneggio delle poste una rapace ed insolente oppressione. Questi delatori, che avevano una regolar corrispondenza colla Corte, venivano incoraggiati dal favore e dal premio a scuoprir diligentemente i progressi di qualunque ribelle disegno, dai deboli ed oscuri sintomi di mal contentezza fino agli effettivi apparecchi di un’aperta ribellione. La loro trascuratezza o reità nel violar la verità e la giustizia, era coperta dalla sacra maschera dello zelo; e potevan sicuramente diriger gli avvelenati lor dardi tanto contro gl’innocenti quanto contro i colpevoli, che provocato avessero il loro sdegno, o ricusato di comprar da loro il silenzio. Un suddito fedele della Siria, per esempio, o della Britannia, era esposto al pericolo o almeno al timore d’esser tratto in catene alla Corte di Milano, o di Costantinopoli per difender la vita ed i beni dalla maliziosa accusa di questi privilegiati informanti. Si regolava l’amministrazione ordinaria con que’ metodi, che la sola estrema necessità può scusare; ed alle mancanze di prove diligentemente supplivasi coll’uso della tortura361. L’ingannevole e pericolosa prova, ch’enfaticamente si dice della questione criminale, fu ammessa piuttosto che approvata dalla giurisprudenza de’ Romani. Essi applicavano questa sanguinaria maniera d’esame soltanto a’ corpi de’ servi, i patimenti de’ quali rare volte da quei superbi Repubblicani si pesavano sulla bilancia della giustizia o dell’umanità, ma non avrebber consentito a violare la sacra persona d’un cittadino, finchè non avessero avuto la prova più chiara del suo delitto362. Gli annali della tirannide, dal regno di Tiberio a quello di Domiziano, circostanziatamente riportano l’esecuzioni di molte vittime innocenti; ma finchè si tenne viva la più debole rimembranza della libertà e dell’onor nazionale, le ultime ore d’ogni Romano furon sicure dal pericolo dell’ignominiosa tortura363. La condotta però de’ Magistrati Provinciali non si regolava secondo la pratica della città, o le rigorose massime de’ Giureconsulti. Essi trovaron l’uso della tortura stabilito, non solo fra gli schiavi dell’oriental dispotismo, ma eziandio fra’ Macedoni, che obbedivano ad un Monarca moderato, fra’ Rodj, che fiorivano per la libertà del commercio, ed anche fra’ savj Ateniesi, che avevano sostenuta la dignità della specie umana364. La acquiescenza de’ Provinciali incoraggiva i loro Governatori ad acquistare, o anche ad usurpar l’arbitrario potere d’impiegare i tormenti per estorcere da’ rei vagabondi o plebei la confessione de’ loro delitti, finattanto che appoco appoco giunsero a confonder le distinzioni de’ gradi, ed a non curare i privilegi de’ cittadini Romani. Le apprensioni de’ sudditi gli stimolavano a chiedere, e l’interesse del Sovrano lo impegnava a concedere una copia di speciali esenzioni, che tacitamente accordavano, anzi autorizzavan l’uso generale della tortura. Esse proteggevan tutte le persone di grado illustre oppure onorevoli, i Vescovi ed i loro Preti, i Professori delle arti liberali, i Soldati e le loro famiglie, gli Uffiziali municipali e i loro posteri fino alla terza generazione, e tutti gl’impuberi365. Ma fu introdotta nella nuova giurisprudenza dell’Impero la fatal massima, che in caso di ribellione, che includeva qualunque offesa, cui la sottigliezza de’ legali potesse far nascere da un’ostile intenzione verso il Principe o la Repubblica366, sospendevansi tutti i privilegi, e tutte le condizioni si riducevano al medesimo ignominioso livello. Siccome la salute dell’Imperatore manifestamente si preferiva ad ogni considerazione di giustizia o di umanità, tanto la venerabile vecchiezza quanto la tenera gioventù erano ugualmente esposte ai più crudeli tormenti; e continuamente soprastavano al capo de’ principali cittadini del Mondo Romano i terrori di un’accusa maliziosa, che poteva rappresentarli o come complici, o come testimonj d’un forse immaginario delitto367. Per quanto possan questi mali sembrar terribili, si ristringevan per altro a quel piccolo numero di sudditi Romani, la pericolosa situazione de’ quali era in qualche modo compensata dal godimento di que’ vantaggi o di natura o di fortuna, che gli esponevano alla gelosia del Monarca. Gli oscuri milioni di sudditi di un grand’Impero hanno molto men da temere la crudeltà che l’avarizia de’ lor Signori; e la loro umile felicità è principalmente aggravata dal peso delle tasse eccessive, che dolcemente premendo i ricchi, discendono con gravità accelerata sulle inferiori e più indigenti classi della società. Un ingegnoso Filosofo368 ha calcolato la misura universale delle pubbliche imposizioni secondo i gradi di libertà e di servitù; ed asserisce, che a tenor d’una legge invariabile di natura deve sempre crescere colla prima, e diminuire in giusta proporzione colla seconda. Ma questa riflessione, che tenderebbe ad alleggiare le miserie del dispotismo, è in contraddizione almeno coll’istoria del Romano Impero, che accusa i medesimi Principi di avere spogliato ed il Senato della sua autorità, e le Province de’ loro beni. Senz’abolire tutte le varie costumanze e i pesi sulle merci, che senz’accorgersene sono pagati dall’apparente scolta del compratore, la politica di Costantino e de’ suoi successori preferì una semplice diretta maniera di tassazione, più coerente allo spirito d’un governo arbitrario369. Il nome e l’uso dello Indizioni370, che serve ad assicurar la cronologia de’ secoli di mezzo, nacque dalla pratica regolare de’ Romani tributi371. L’Imperatore sottoscriveva di propria mano con inchiostro purpureo l’editto o l’indizione solenne, che tenevasi affissa nella città principale di ciascheduna Diocesi, per lo spazio di due mesi precedenti il primo di Settembre. E per una molto facile connessione d’idee si trasferì la parola Indizione a significar la misura del tributo che prescriveva, e l’annuale termine che accordava per il pagamento. Questa generale stima de’ sussidi era proporzionata a’ reali o immaginari bisogni dello Stato; ma ogni volta che la spesa eccedeva la rendita, o questa era minore del computo che se n’era fatto, s’imponeva sul popolo una nuova tassa col nome di superindizione, e si comunicava il più pregevole attributo della sovranità a’ Prefetti del Pretorio, che in alcuni casi potevano provvedere alle non prevedute e straordinarie occorrenze del pubblico servizio. L’esecuzione di queste leggi (l’entrare nel minuto ed intricato ragguaglio delle quali sarebbe troppo noioso) consisteva in due diverse operazioni; vale a dire nel dividere l’imposizione generale nelle proporzionate sue parti, nelle quali si tassavano le province, le città, e gl’individui del Mondo Romano; e nell’esigere le varie contribuzioni degl’individui, delle città e delle province, finattanto che le raccolte somme fossero poste negl’Imperiali tesori. Ma siccome il conto fra il Monarca ed il suddito era sempre aperto, e la nuova richiesta precedeva l’intero pagamento dell’antecedente obbligazione, così dalle stesse mani muovevasi la grave macchina delle Finanze per tutto il giro dell’annua sua rivoluzione. Tutto ciò, che v’era d’onorevole o d’importante nell’amministrazione delle pubbliche rendite, commettevasi alla saviezza dei Prefetti e dei loro Provinciali rappresentanti; alle funzioni lucrose avea diritto una folla di uffiziali subordinati, alcuni de’ quali dipendevano dal Tesoriere, altri dal Governatore della Provincia; e nelle inevitabili dispute d’un ambigua giurisdizione avevano frequenti occasioni di contendersi fra loro le spoglie del popolo. Gli uffizi laboriosi, che non potevan produrre che invidia e rimproveri, pericoli e spese, appoggiavansi ai Decurioni, che formavano i corpi delle città, e che dalla severità delle leggi Imperiali erano stati condannati a sostenere i pesi della società civile372. Tutti i terreni dell’Impero (senza eccettuare i beni patrimoniali del Monarca) formavan l’oggetto dell’ordinaria tassazione, ed ogni nuovo acquirente contraeva le obbligazioni dell’antecedente possessore. Un esatto Censo373, o misurazione era la sola giusta maniera di determinare la porzione che ogni cittadino dovea contribuire per servizio pubblico: e dal noto periodo delle Indizioni v’è motivo di credere che si ripetesse questa difficile e dispendiosa operazione regolarmente ogni quindici anni. Si misuravan le terre dagl’intendenti che mandavansi nelle Province; si esprimeva distintamente la loro natura, se erano arabili o da pastura, vignate o boschive; e si prendeva una stima del loro comun valore dal rispettivo prodotto di cinque anni. Il numero degli schiavi e del bestiame costituiva una parte essenziale della relazione; davasi a’ proprietari un giuramento che gli obbligava a scuoprire il vero stato de’ loro negozi; ed i tentativi, ch’essi facevano di prevaricare, o d’eludere l’intenzione del legislatore, venivano severamente investigati e puniti, come delitti capitali che includevano il doppio reato di lesa maestà e di sacrilegio374. Si pagava una gran parte del tributo in danaro; e della moneta corrente dell’Impero non si poteva legalmente ricevere, che oro375. Il rimanente delle tasse veniva pagato, secondo la proporzione determinata dall’annuale indizione, in un modo vie più diretto ed oppressivo. Coerentemente alla diversa natura delle terre, si trasportava da’ Provinciali, o a loro spese, il real prodotto di esso in varie specie di vino o d’olio, di grano o d’orzo, di legno o di ferro nei magazzini Imperiali, da’ quali secondo le occasioni eran distribuite per l’uso della Corte, dell’esercito, e delle due capitali, Roma e Costantinopoli. I Commissari delle rendite si trovavano così spesso nel caso di fare delle considerabili compre, ch’era loro vietato rigorosamente d’accordare compensazione veruna, o di ricevere in danaro la valuta di ciò, che si doveva esigere in ispecie. Nella semplicità primitiva di piccole Comunità, questo metodo può esser bene adatto a raccoglier le offerte quasi volontarie del Popolo; ma esso è suscettibile nel tempo stesso dell’ultima estensione e dell’ultima strettezza, che in una corrotta ed assoluta Monarchia si devono introdurre da una perpetua contesa fra il potere dell’oppressione e le arti della frode376. Si rovinò appoco appoco l’agricoltura delle Province377 Romane, e progredendo il dispotismo, che tende a fare svanire i suoi propri disegni, gl’Imperatori furon costretti a trar qualche merito dalla condonazione de’ debiti o dalla remissione de’ tributi, che i loro sudditi non erano più capaci di pagare. Secondo la nuova divisione dell’Italia, la fertile e fortunata Provincia della Campania, il teatro delle antiche vittorie e de’ ritiri deliziosi de’ cittadini Romani, s’estendeva fra il mare e l’Appennino, dal Tevere fino al Silaro. Dentro lo spazio di sessant’anni dopo la morte di Costantino, sulla prova d’un attual misura, fu concessa un’esenzione in favore di trecento trentamila acri inglesi di terra deserta e non coltivata, che ascendeva ad un’ottava parte dell’intera Provincia. Poichè nella Italia non s’erano ancora veduti vestigi alcuni di Barbari, non può attribuirsi la causa di questa sorprendente desolazione, rammentata dalle leggi, che all’amministrazione degl’Imperatori Romani378. Il modo di tassare, o sia per accidente o per consiglio premeditato, sembra che unisse la sostanza di un’imposizione sulle terre colle forme d’una capitazione379. Le spedizioni, che si facevano d’ogni Provincia o distretto, esprimevano il numero de’ sudditi tributari, e la somma delle pubbliche imposizioni. Questa era divisa per quello, e la stima, che una tal Provincia contenesse tanti capita o capi di tributo, e che ogni capo fosse tassato per un tal prezzo, era universalmente ammessa non solo ne’ calcoli popolari, ma anche ne’ legali. La valuta d’un capo tributario doveva esser varia secondo le molte accidentali, o almeno varianti circostanze; ma ci si è conservata qualche notizia di un fatto molto curioso e della massima importanza, perchè appartiene ad una delle più ricche Province del Romano Impero, e che adesso fiorisce come il più splendido regno d’Europa. I rapaci Ministri di Costanzo avevano dato fondo alla ricchezza della Gallia, esigendo per annuo tributo di ciaschedun capo venticinque monete d’oro; l’umana politica del suo successore ridusse la capitazione a sette380. Fatta dunque una moderata proporzione fra questi contrari estremi di straordinaria oppressione e di passeggiera indulgenza, può forse determinarsi la comun misura delle imposizioni della Gallia a sedici monete d’oro o circa nove lire sterline381. Ma questo calcolo, o piuttosto i fatti, da’ quali è dedotto, non posson mancare di suggerir due difficoltà ad una mente che pensa, la quale resterà sorpresa nel tempo stesso e dall’uguaglianza e dalla grandezza della capitazione. L’intraprendere di schiarirle può per avventura spargere qualche lume sull’interessante materia delle finanze nel decadente Impero. I. Egli è chiaro, che finattanto che l’immutabil costituzione della natura umana produce e mantiene una divisione sì disuguale di beni, la parte più numerosa della società resterebbe priva della sua sussistenza se volesse imporsi a tutti un’ugual tassa, dalla quale rileverebbe il Sovrano una ben piccola entrata. Tale invero sarebbe anche la teoria della capitazione Romana; ma in pratica non si sentiva più quest’ingiusta uguaglianza subito che il tributo si fondava sul principio di un’imposizione reale non già personale. Si univano più indigenti cittadini a comporre un sol capo, o una parte della tassazione; mentre un ricco Provinciale in proporzione delle sue sostanze, rappresentava egli solo varj di questi enti immaginari. In una poetica supplica, diretta ad uno degli ultimi e più meritevoli fra i Principi Romani, che regnava nella Gallia, Sidonio Apollinare rappresenta il suo tributo sotto la figura d’un triplice mostro, del Gerione delle Greche favole, e prega il nuovo Ercole a graziosamente degnarsi di salvargli la vita con tagliare i tre capi di quello382. La fortuna di Sidonio era molto superiore alla ricchezza ordinaria d’un poeta, ma se egli avesse proseguito l’allusione, avrebbe dovuto rappresentare molti de’ nobili Galli con i cento capi della formidabile Idra, che si estendevano sulla superficie del paese, e divoravano la sussistenza di cento famiglie. II. La difficoltà di pagare un’annua somma di circa nove lire sterline per la tassa di capitazione della Gallia può apparire ancor più evidente, se facciasene il confronto col presente stato della medesima, in un tempo ch’è governata dall’assoluto Monarca d’un popolo industrioso, ricco ed affezionato. Le tasse di Francia nè per timore nè per lusinghe si posson fare oltrepassare l’annuale somma di diciotto milioni di lire sterline, che dovrebber forse dividersi fra ventiquattro milioni d’abitatori383. Fra questi, sette milioni, considerati come padri, fratelli, o mariti, possono soddisfare agli obblighi della rimanente moltitudine di donne e di fanciulli; pure l’ugual porzione d’ogni suddito tributario appena monterà sopra i cinquanta scellini di nostra moneta, in luogo di un peso quasi quadruplo, che s’imponeva a’ Gallici lor antenati. Può trovarsi la ragione in tal differenza, non tanto nella respettiva scarsità o abbondanza d’oro e d’argento, quanto nello stato diverso di società nell’antica Gallia e nella Francia moderna. In un paese dove ogni suddito ha il privilegio della libertà personale, tutta la somma delle tasse, che si levano o sui beni stabili o sul consumo, si può comodamente dividere in tutto l’intero corpo della nazione. Ma la massima parte delle terre dell’antica Gallia, non meno che delle altre Province del Mondo Romano, eran coltivate da schiavi, o da contadini, la dipendente condizione de’ quali non era che una meno rigida servitù384. In tale stato i poveri eran mantenuti a spese de’ padroni, che godevano i frutti de’ loro lavori; ma siccome ne’ cataloghi de’ tributi non avevano luogo che i nomi di que’ Cittadini, che avevano i mezzi d’un’onorevole o almeno d’una decente sussistenza, così la respettiva piccolezza del loro numero spiega e giustifica la maggior rata della loro capitazione. La verità di tal proposizione può illustrarsi col seguente esempio. Gli Edui, una delle più potenti e culte tribù o città della Gallia, occupavano l’estensione d’un territorio, che adesso contiene sopra cinquecentomila abitanti, nelle due Diocesi Ecclesiastiche di Autun e di Nevers385; e con la probabile aggiunta di quelle di Scialon e di Macon386, la popolazione ascenderebbe a ottocentomila anime. Nel tempo di Costantino, il territorio degli Edui non dava che venticinquemila capi di capitazione, settemila de’ quali furono liberati da quel Principe dal peso intollerabile del tributo387. Una giusta analogia par che confermi l’opinione d’un ingegnoso istorico388, che i cittadini liberi e tributari non oltrepassassero il numero di mezzo milione; e se nella comune amministrazione del Governo si possono considerare i loro annuali pagamenti circa quattro milioni e mezzo, moneta inglese, se ne ricaverebbe, che sebbene la porzione d’ogni individuo fosse quattro volte maggiore, pure non s’esigeva nella Provincia Imperiale della Gallia, che la quarta parte delle moderne tasse di Francia. Le esazioni di Costanzo possono calcolarsi sette milioni di lire sterline, che furono ridotte a due dall’umanità, o dalla saviezza di Giuliano. Ma questa tassa o capitazione su’ proprietari di terre, avrebbe lasciata esente una ricca e numerosa classe di liberi cittadini. Colla mira di far contribuire anche quella specie di ricchezza, che proviene dall’arte o dal lavoro, e consiste in danaro o in mercanzie, s’impose dagl’Imperatori un distinto e personal tributo sulla parte commerciante de’ loro sudditi389. Furono accordate alcune esenzioni, molto strettamente limitate sì rispetto il tempo che il luogo, a’ proprietari, che disponevano del prodotto delle lor possessioni; si usò qualche indulgenza verso chi professava le arti liberali; ma ogni altro ramo d’industria, spettante al commercio, fu sottoposto al rigor della legge. Il riguardevole mercante d’Alessandria, che introduceva le gemme e le spezierie dell’India per l’uso del Mondo Occidentale; l’usuraio che traeva dall’interesse della moneta un tacito ed ignominioso profitto; l’ingegnoso artefice; il diligente meccanico; ed anche il rivenditore più oscuro di ogni rimoto villaggio dovevano ammetter gli ufficiali del Fisco a parte del loro guadagno; ed il Sovrano del Romano Impero, che tollerava la professione delle pubbliche prostitute, partecipava dell’infame lucro. Siccome questa generale imposizione sopra l’industria si ritirava ogni quattro anni, essa era chiamata la contribuzione lustrale: e l’istorico Zosimo390 si lagna, che veniva annunciata l’approssimazione del fatal periodo dalle lacrime e da’ terrori de’ cittadini, ch’erano spesso dall’imminente sferza costretti a prendere i partiti più abbominevoli ed inumani per procacciar la somma, in cui la loro povertà era stata tassata. Non può in vero giustificarsi la testimonianza di Zosimo dalla taccia di passione e di pregiudizio; ma dalla natura di tal tributo sembra ragionevole il dedurre, ch’esso era arbitrario nella distribuzione, ed estremamente rigoroso nella maniera d’esigersi. La segreta ricchezza del commercio ed i guadagni precari dell’arte o del lavoro non son suscettibili, che d’una arbitraria valutazione, che di rado è svantaggiosa per l’interesse del Fisco; e siccome la persona del trafficante supplisce alla mancanza d’una visibile e permanente sicurezza, così il pagamento dell’imposizione, che nel caso de’ tributi sopra le terre si può ottenere mediante il possesso de’ beni, rare volte può estorcersi per altri mezzi che per quelli delle pene corporali. Viene attestato, e forse mitigato il crudel trattamento degl’insolventi debitori del Fisco da un editto molto umano di Costantino, che disapprovando l’uso de’ tormenti e delle verghe, assegna un’ampia ed ariosa prigione per luogo della loro custodia391. Queste tasse generali erano imposte ed esatte per assoluta autorità del Monarca; ma le offerte, che secondo le occasioni facevansi dell’oro coronario, conservarono sempre il nome e l’apparenza del consenso del Popolo. V’era un uso antico, che i confederati della Repubblica, i quali ascrivevano la lor salvezza, o liberazione al buon successo delle armi Romane; ed anche le città dell’Italia, che ammiravano il valore del vittorioso lor Generale, adornavan la pompa del suo trionfo con doni volontari di corone d’oro, le quali dopo la cerimonia eran consacrate nel tempio di Giove per rimanere come un durevol monumento della sua gloria ne’ futuri secoli. Il progresso dello zelo e della adulazione moltiplicò ben presto il numero, ed accrebbe la grandezza di questi popolari donativi; ed il trionfo di Cesare fu adornato di duemila ottocento ventidue massicce corone, il peso delle quali ascendeva a ventimila quattrocento quattordici libbre d’oro. Fu immediatamente fatto fondere questo tesoro dal prudente Dittatore, che conosceva sarebbe stato più utile a’ suoi soldati che agli Dei: l’esempio di lui fu imitato da’ suoi successori, e fu introdotto il costume di mutar questi splendidi ornamenti nel più grato dono di corrente moneta d’oro dell’Impero392. A lungo andare, i donativi spontanei furono esatti come dovuti per obbligo; ed invece di ristringersi all’occasione d’un trionfo, si supponeva, che si largissero dalle varie città delle province della Monarchia, ogni volta che l’Imperatore si compiaceva d’annunziare il suo avvenimento al trono, il suo Consolato, la nascita d’un figlio, la creazione d’un Cesare, una vittoria contro i Barbari, o qualunque altro reale o immaginario successo che felicitava gli annali del suo regno. Il libero donativo particolare del Senato di Roma era fissato dall’uso a mille seicento libbre d’oro, o intorno a cento vent’ottomila zecchini. I sudditi oppressi vantavano la loro felicità, perchè il Sovrano graziosamente si compiaceva d’accettar questo debole, ma volontario attestato della lor fedeltà e gratitudine393. Un popolo, insuperbito dall’orgoglio, od esacerbato dalla scontentezza, si trova rare volte in grado di formare una giusta idea dell’attuale sua situazione. I sudditi di Costantino erano incapaci di discernere la decadenza del genio e della maschia virtù, che tanto li rendeva inferiori alla dignità de’ loro antenati: ma potevano ben sentire e dolersi del furor della tirannia, del rilassamento della disciplina e della moltiplicazione delle tasse. L’istorico imparziale, che riconosce la giustizia de’ loro lamenti, non lascerà d’osservare alcune favorevoli circostanze, che tendevano ad alleggerir la miseria della loro condizione. La minacciosa tempesta de’ Barbari, che sì presto rovesciò i fondamenti della grandezza Romana, era sempre rispinta o sospesa sulle Frontiere. Si coltivavano le arti del lusso e le lettere, e dagli abitanti di una gran parte del globo godevansi gli eleganti piaceri della società. Le formalità, la pompa, e le spese del Governo civile contribuivano a tenere in freno l’irregolar licenza de’ soldati; e quantunque le leggi fossero violate dalla forza, o pervertite dalla sottigliezza, i savj principj della Romana giurisprudenza conservavano tuttavia un sentimento d’ordine e d’equità, incognito al dispotico governo dell’Oriente. I diritti dell’uman genere potevan trarre qualche patrocinio dalla Religione e dalla Filosofia; ed il nome di libertà che non doveva più destar timore veruno, poteva qualche volta avvertire i successori d’Augusto, ch’essi non regnavano sopra una nazione di Schiavi o di Barbari394.

Note

196 Polibio (l. IV. p. 423) dell’edizione del Casaubono. Egli osserva che la pace de’ Bizantini spesso era disturbata, e ristretta l’estensione del lor territorio dalle scorrerie dei Barbari della Tracia.
197 La città fu fondata 656 anni avanti l’Era Cristiana da Biza, uomo di mare, che si diceva figlio di Nettuno. I suoi seguaci eran venuti da Argo e da Megara. Fu in seguito rifabbricato e fortificato Bizanzio da Pausania, generale Spartano. Vedi Scaligero animad. ad Euseb. p. 81. Ducange Constantinopolis l. 1. part. 1. c. 15, 16. Quanto alle guerre dei Bisantini contro Filippo, i Galli ed i Re della Bitinia non si dee prestar fede, che agli antichi scrittori i quali vissero prima che la grandezza della città Imperiale suscitasse lo spirito di adulazione e di falsità.
198 Il Bosforo è stato molto minutamente descritto da Dionisio di Bisanzio, che visse a’ tempi di Diocleziano (Hudson Georg. Minor. Tom. III.), e da Gilles o Gillio viaggiatore Francese del XVI. Secolo. Sembra, che Turnefort (Lett. XV.) siasi servito de’ suoi propri occhi e dell’erudizione di Gillio.
199 Ben poche congetture sono così felici, come quella del Le Clerc, il quale suppone (Biblioth. univ. Tom. I. p. 248) che le arpie non fossero che locuste. Il nome Siriaco o Fenicio di quest’insetti, il ronzio che fanno nel volare, il fetore e la devastazione che producono, ed il vento settentrionale, che li trasporta verso il mare, tutto contribuisce a stabilire questa probabilissima somiglianza.
200 Amico risedeva in Asia fra le antiche e le nuove rocche, in un luogo chiamato Laurus insana; e Fineo in Europa vicino al villaggio di Mauramolo ed al Mar Nero. Vedi Gyll. de Bosphor. l. III. c. 23. Tournefort Lett. XV.
201 L’inganno proveniva da varie punte di scogli alternativamente coperte ed abbandonate dalle onde. Al presente non sono che due piccole isole situate in vicinanza de’ due contrari lidi; quella d’Europa è distinta per la colonna di Pompeo.
202 Gli antichi la facevano di 120 stadi, o di quindici miglia Romane. Essi cominciavano a misurar lo stretto dalle nuove fortezze, ma lo continuavano fino alla città di Calcedone.
203 Ducas Hist. c. 34. Leunclav. Hist. Turc. Musulmanic. l. XV. p. 577. Sotto l’Impero Greco, queste fortezze servivano per li prigionieri di Stato col tremendo nome di Lete e di torri dell’obblivione.
204 Serse fece imprimere sopra due colonne di marmo in lettere Greche ed Assirie i nomi delle nazioni a lui sottoposte ed il sorprendente numero delle sue fortezze terresti e marittime. I Bizantini dipoi trasportarono queste colonne dentro la città, e se ne servirono per altari delle tutelari loro Divinità. Herodot. l. IV. c. 37.
205 Namque arctissimo inter Europam Asiamque divortio Bysantium in extrema Europa posuere Graeci, quibus Pythium Apollinem consulentibus, ubi conderent urbem, redditum oraculum est, quaererent sedem coecorum terris adversam. Ea ambage Chalcedonis monstrabantur, quod priores illuc advecti, praevisa locorum utilitate pecora legissent. Tacit. Annal. XII. 62.
206 Strab. l. X. p. 492. Presentemente se ne son tagliati molti rami, o per parlare meno figuratamente, molti seni del porto si son ripieni. Vedi Gyll. de Bosph. Thrac. l. I. c. 3.
207 Procop. de adific. l. I. c. 5. La sua descrizione vien confermata da’ viaggiatori moderni. Vedi Thevenot. P. I. l. I. c. 15. Tournefort lett. XII. Niebuhr viagg. d’Arab. p. 22.
208 Nell’originale "imboccacatura". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]
209 Vedi Ducange C. l. I. P. I. c. 16. e le sue osservazioni sopra Villehardouin p. 289. Fu tirata una catena da Acropoli vicino al moderno Kiosco fino alla torre di Galata ed era sostenuta a convenienti distanze da grossi pali di legno.
210 Thevenot (viagg. in Levante P. I. l. I. c. 14) ne riduce la misura a 125 piccole miglia Greche. Belon (Observat. l. I. c. 1) dà una buona descrizione della Propontide, ma si contenta dell’indeterminata espressione di una giornata e mezzo di cammino. Dove Sandys (viag. p. 21) parla di 150 stadi tanto in lungo che in largo, non può supporsi che un error di stampa nel testo di questo giudizioso viaggiatore.
211 Vedasi un’ammirabile dissertazione del Dauville sopra l’Ellesponto e i Dardanelli, nelle Memorie dell’Accademia delle Iscrizioni Tom. XXVIII. p. 318-346. Pure anche quell’ingegnoso Geografo è troppo inclinato a supporre delle nuove e forse immaginarie misure, ad oggetto di render gli antichi scrittori tanto esatti, quanto egli stesso. Gli stadi, de’ quali si serve Erodoto nella descrizione dell’Eussino, del Bosforo ec. (l. IV. c. 85) senza dubbio devono esser tutti della medesima specie; ma sembra impossibile di conciliarli o con la verità, o fra di loro.
212 La distanza obbliqua fra Sesto ed Abido era di trenta stadi. S’espone dal Mahudol l’improbabilità del racconto di Ero e Leandro, ma coll’autorità de’ poeti e delle medaglie si difende dal La Nauze, Vedi Accad. delle Inscriz. Tom. VII. Hist. p. 74. Mem. p. 140.
213 Vedi lib. VII. d’Erodoto, che ha innalzato un elegante trofeo alla sua propria fama, ed a quella del suo paese. Sembra che ne sia stata fatta l’enumerazione con tollerabile accuratezza; ma era interessata la vanità, prima de’ Persiani e poi de’ Greci, ad amplificar l’armamento e la vittoria. Io dubiterei molto se gl’invasori abbiano mai sorpassato il numero degli uomini di qualunque paese, che abbiano attaccato.
214 Nell’originale "mediditerranea". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]
215 Vedi le Osservazioni di Wood sopra Omero p. 320. Io ho preso con piacere quest’osservazione da un Autore, che in generale non par che abbia corrisposto all’espettazione del Pubblico e come critico e meno ancora come viaggiatore. Aveva egli veduti i lidi dell’Ellesponto; avea letto Strabone; dovrebbe aver consultati gl’itinerari Romani: come fu dunque possibile che confondesse Ilium con Alexandria Troas (Observ. p. 340, 341) città, che sono 6 miglia distanti l’una dall’altra?
216 Demetrio di Scepside scrisse sessanta libri sopra trenta versi del catalogo d’Omero. Per soddisfare la nostra curiosità è sufficiente il lib. XIII di Strabone.
217 Strab. l. XIII. p. 595. Omero descrive con gran chiarezza la disposizione delle navi, che furono tratte in terra ed i posti d’Aiace e d’Achille.
218 Zosimo l. II. p. 10. Sozomen. l. II. c. 3. Teofan. p. 18. Nicefor. Callisto l. VII. p. 48. Zonara Tom. II. l. XIII. p. 6. Zosimo pone la nuova città fra Ilio ed Alessandria; ma questa apparente differenza può conciliarsi con ciò, che dicono gli altri, mediante la grand’estensione della sua circonferenza. Avanti la fondazione di Costantinopoli, Cedreno dice che venne progettata per capitale Tessalonica, e Zonara, Sardica. Tutti e due suppongono con ben poca probabilità che l’Imperatore, se non fosse stato impedito da un prodigio, avrebbe rinnovato l’errore de’ ciechi Calcedonesi.
219 Descriz. dell’Oriente di Pocock Vol. II, part. II. p. 127. La descrizione, ch’ei fa de’ sette colli, è chiara ed esatta. Questo viaggiatore di rado è tanto soddisfacente come in quest’occasione.
220 Nell’originale "cose". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]
221 Vedi Belon. Osserv. c. 72, 76. Fra le varie specie di pesci i Pelamidi, che sono una specie di Tonni, erano i più celebri. Si può rilevar da Polibio, da Strabone e da Tacito che il guadagno della pesca formava la rendita principale di Bizanzio.
222 Vedi l’eloquente descrizione del Busbequio Epist. I. p. 64. Est in Europa; habet in conspectu Asiam, Aegyptum, Africamque a dextra: quae tametsi contiguae non sunt, maris tamen, navigandique commoditate veluti junguntur. A sinistra vero Pontus est Euxinus etc.
223 Datur haec venia antiquitati, ut miscendo humana divinis, primordia Urbium augustiora faciat. Tit. Liv. in Proëm.
224 In una delle sue leggi così s’esprime. Pro comoditate Urbis, quam materno nomine, jubente Deo, donavimus. Cod. Theodos. l. XIII. Tit. V. leg. 7.
225 I Greci, come Teofane, Cedreno e l’Autore della Cronica Alessandrina si contengono dentro i limiti di espressioni vaghe o generali. Volendo un ragguaglio più circostanziato della visione, bisogna ricorrere a tali scrittori Latini, quale è Guglielmo di Malmesbury. Vedi Ducange C. P. l. I. p. 24, 25.
226 Vedi Plutarc. in Romul. Tom. I. p. 49. Edit. Bryan. Fra le altre cerimonie facevasi una gran buca, la quale si riempiva con pugni di terra, che ciascheduno de’ nuovi abitanti portava dal luogo della sua nascita, ed in tal modo adottava la sua nuova patria.
227 Filostorg. l. II. c. 9. Questo accidente, quantunque preso da un autore sospetto, è caratteristico e probabile.
228 Vedi nelle Memor. dell’Accad. delle Iscriz. T. XXXV. pag. 747, 758 una dissertazione del Danville sopra l’estensione di Costantinopoli. Egli prende la pianta inserita nell’Impero Orientale del Banduri per la più esatta; ma con una serie di minutissime osservazioni corregge la stravagante proporzione della scala, e determina che la circonferenza della città è di circa 7800 tese Francesi invece di 9500.
229 Appresso gl’Inglesi un acro contiene un’estensione di terra, lunga 40 pertiche e larga 4.
230 Codin. Antiquit. Const. p. 12. Egli assegna per limite dalla parte del porto la chiesa di S. Antonio. Se ne fa menzione dal Du Cange l. IV. c. VI. ma non mi è riuscito di scuoprire il luogo, dov’essa era situata.
231 Fu costruita la nuova muraglia di Teodosio nell’anno 413. Nel 447 fu gettata a terra da un terremoto, ed in tre mesi rifabbricata dalla diligenza del Prefetto Ciro. Il sobborgo della Blacherne fu per la prima volta compreso nella città al tempo d’Eraclio. Du Cange Const. l. I. c. 10, 11.
232 Nella Notizia ec. se n’esprime la misura con piedi 14075. Si può ragionevolmente supporre, che questi fossero piedi Greci, la proporzione de’ quali fu ingegnosamente determinata dal Danville. Secondo esso 180 piedi equivalgono ai 78 cubiti Asemiti, che diversi scrittori dicono esser l’altezza di S. Sofia. Ciascheduno di questi cubiti era uguale a 27 pollici francesi.
233 L’esatto Thevenot (l. I. c. 15) in un’ora e tre quarti girò intorno a’ due lati del triangolo, dal Chiosco del Serraglio fino alle sette Torri. Danville accuratamente pondera, e molto s’affida a questa decisiva testimonianza che somministra una circonferenza di dieci o dodici miglia. Molto s’allontana dall’ordinario suo carattere Tournefort, allorchè (Lett. XI) s’estende alla stravagante misura di trenta o di trentaquattro miglia, senz’includervi Scutari.
234 Il luogo chiamato Sycae (o sia i Fichi) formava la decima terza regione, e fu molto abbellito da Giustiniano. Esso ebbe in seguito i nomi di Pera, e di Galata. È ovvia l’etimologia del primo, incognita quella del secondo nome. Vedi Du Cange Const. l, I. c. 22. Gyll. de Byzant. l. IV. c. 10.
235 Cento undici stadi, che possono computarsi in miglia Greche moderne di 7 stadi l’uno, o sia di 660 ed alle volte di sole 600 tese Francesi. Vedi Danville Misur. Itinerar. p. 53.
236 Corretti gli antichi Testi, che descrivono la grandezza di Babilonia e di Tebe; ridotte a’ giusti termini l’esagerazioni, e certificate le misure, troviamo, che quelle famose città avevano la grande, ma non incredibil circonferenza di circa venticinque o trenta miglia. Si confronti Danville nelle Memor. dell’Accad. Tom. XXVIII. p. 235 colla sua Descrizione dell’Egitto pag. 201, 202.
237 Se Costantinopoli e Parigi si dividano in tanti quadrati di 50 tese Francesi l’uno, il primo contiene 850 di queste parti, ed il secondo 1160.
238 Seicento centinaia, o sessantamila libbre d’oro. Tal somma è presa da Codino Antiq. Const. p. 11. Ma questo disprezzabile Autore, a meno che non abbia tratta la sua relazione da qualche sorgente più pura, non sarebbe probabilmente stato capace di contare in una maniera così disusata.
239 Quanto alle foreste del Mar Nero vedasi Tournefort Lett. XVI. Quanto alle cave di marmo di Proconneso, vedi Strabone l. XIII. p. 588. Queste ultime avevan già somministrato i materiali alle grandiose fabbriche di Cizico.
240 Nell’originale "sporporzionati". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]
241 Vedi Cod. Theod. lib. XIII. Tit. IV. leg. 1. La data di questa legge è dell’anno 334 e fu indirizzata al Prefetto dell’Italia, la giurisdizione del quale s’estendeva sull’Affrica. Merita d’esser consultato il Comentario del Gotofredo sopra tutto il Titolo.
242 Constantinopolis dedicatur pene omnium Urbium nuditate: Hieronym. Chron. p. 181. Vedi Codin. p. 8, 9. L’autore delle Antichità Cost. l. III (appresso Banduri Imp. Orient. Tom. I. p. 41) enumera Roma, Sicilia, Antiochia, Atene ed una lunga lista di altre città. Può supporsi che le Provincie della Grecia e dell’Asia minore avranno somministrato il più ricco bottino 243 Hist. Comp. p. 369. Esso descrive la statua, o piuttosto il busto d’Omero con sì fino gusto, che chiaramente indica, che Cedreno copiò lo stile d’un secolo più fortunato.
244 Zosimo l. II. p. 106. Cronic. Alessand. o Pasqual. p. 284. Du Cange Const. l. I. c. 24. Anche quest’ultimo scrittore pare, che confonda il Foro di Costantino coll’Augusteo, o corte del Palazzo. Io non sono ben sicuro, se abbia precisamente distinto quel che appartiene all’uno ed all’altro.
245 Pocock porge la descrizione più tollerabile di tal colonna, Descriz. d’Orient. vol. II. Part. II. p. 131, ma essa in molti luoghi è tuttavia oscura, e non soddisfa pienamente.
246 Du Cange Const. l. I. c. 24. p. 76, e le sue not. ad Alexiad. p. 382. La statua di Costantino o d’Apollo fu abbattuta nel tempo di Alessio Comneno.
247 Tournefort (Lett. XII.) considera l’Atmeidan 400 passi. Se intende passi geometrici di sette piedi l’uno, sarebbe stato lungo 300 tese, intorno a quaranta più lungo del gran Circo di Roma. Vedi Danville Misur. Itiner. p. 72.
248 Se i custodi delle reliquie più sante potessero addurre una serie di prove, quali si possono allegare in quest’occasione, ne sarebbero ben essi contenti. Vedi Banduri ad antiquit. Const. p. 668. Gyll. de Bizant. l. II. c. 13. 1. Può in primo luogo provarsi l’originale consacrazione del tripode, e della colonna nel tempio di Delfo coll’autorità d’Erodoto e di Pausania; 2. Zosimo Pagano si trova d’accordo co’ tre Storici Ecclesiastici, Eusebio, Socrate e Sozomeno in asserire, che per ordine di Costantino furon trasportati a Costantinopoli gli ornamenti sacri del tempio di Delfo; e fra gli altri espressamente si nomina la colonna serpentina dell’Ippodromo. 3. Tutti i viaggiatori Europei, che sono stati a Costantinopoli da Buondelmonti fino a Pocock, la descrivono nel medesimo luogo, e quasi nell’istessa maniera; e le differenze, che si trovan fra loro, non nascono che dalle ingiurie che ha sofferto da’ Turchi. Maometto II. con un colpo di scure spezzò la mascella di sotto ad uno de’ serpenti. Thevenot l. I. c. 17.
249 Da’ Greci fu adottato il nome Latino di cochlea, e frequentemente s’incontra nell’istoria Bizantina. Du Cange Const. l. II. c. 1. p. 104.
250 Vi sono tre punti topografici, che indicano la situazione del Palazzo; 1. La scala che lo faceva comunicare coll’Ippodromo o Atmeidan, 2. Un piccolo porto artificiale sulla Propontide, da cui salivasi facilmente per una serie di scalini di marmo a’ giardini del Palazzo, 3. L’Augusteo, ch’era una spaziosa corte, un lato della quale veniva occupato dalla facciata del palazzo, e l’altro dalla chiesa di Santa Sofia.
251 Zeusippo era un epiteto di Giove, ed i bagni facevano una parte dell’antico Bizanzio. Du Cange non ha sentito la difficoltà di determinarne la vera situazione. L’Istoria par che gli unisca con S. Sofia, e col palazzo; ma la pianta originale, inserita nel Banduri, li pone dall’altra parte della città, vicino al porto. Quanto alle loro bellezze, vedi Chron. Paschal. p. 285 e Gyll. de Byzan. l. II. c. 7. Cristodoro (Antiquit. Const. l. VII) compose delle iscrizioni in versi per ogni statua. Egli era un poeta Tebano di nascita non men che d’ingegno Boeotum in crasso jurares aere natum.
252 Vedi la notizia ec. Roma una volta contava 1780 grandi case domus; ma bisogna che tal parola avesse un significato più ampio. In Costantinopoli non si fa menzione d’Insulae. La Capitale antica conteneva 424 strade, la nuova 322.
253 Luitprand. Legat. ad Imperat. Niceph. p. 153. I Greci moderni hanno stranamente sfigurate le antichità di Costantinopoli. Sarebbero scusabili gli sbagli degli scrittori Turchi o Arabi, ma fa stupore, che i Greci, che avevano tra le mani autentici materiali, conservati nella lor propria lingua, preferissero la finzione alla verità, e le favolose tradizioni alla storia genuina. In una sola pagina di Codino posson contarsi dodici imperdonabili errori, quali sono la riconciliazione di Severo e di Negro, il matrimonio tra il figlio dell’uno e la figlia dell’altro, l’assedio di Bizanzio fatto da’ Macedoni, l’invasione de’ Galli, che richiamò Severo a Roma, i sessant’anni che scorsero dalla morte di lui alla fondazione di Costantinopoli ec.
254 Montesquieu, Grand. et decad. des Rom. c. 17.
255 Temist. Orat. III. p. 48. Edit. Hardouin. Sozomeno l. II. c. 3. Zosimo l. II. p. 107. Anon. Vales. p. 715. Se dovessimo prestar fede a Codino (p. 10) Costantino fabbricò le case pei Senatori sul medesimo esatto disegno de’ loro palazzi di Roma, e diede ad essi ugualmente che a se medesimo il piacere d’una gradita sorpresa; ma tutta quell’istoria è piena di finzioni e di insussistenti racconti.
256 Fra le Novelle dell’Imperator Teodosio il Giovane al fine del Codice Teodosiano (Tom. VI Nov. 12.) si trova la legge con cui quell’Imperatore, nell’anno 438, abolì tali concessioni. Il Tillemont (Hist. des Emper. Tom. IV. p. 37) ha evidentemente sbagliato intorno alla natura di questi beni. La medesima condizione, che si sarebbe con ragione stimata un peso, qualora fosse stata imposta su’ beni de’ privati, si riceveva come un favore quand’era accompagnata dalla concessione di fondi Imperiali.
257 Gillio (de Byzant l. I. c. 3.) raccoglie, e connette fra loro i passi di Zosimo, di Sozomeno e di Agatia, che riferiscono l’accrescimento, e le fabbriche di Costantinopoli. Sidonio Apollinare (in Panegyr. Anthem. 56. p. 291. Edit. Sirmond) descrive le moli, che furono gettate molto avanti nel mare: formavansi queste dalla famosa pozzolana che indura nell’acqua.
258 Sozomeno l. II. c. 3. Filostorg. l. II. c. 9. Codino Antiquit. Const. p. 8. Si rileva da Socrate (l. II. c. 13.) che la quotidiana distribuzione della città consisterà in ottanta migliaia di σιτε, che o si può tradur con Valesio per modj di grano, o supporre ch’esprima il numero de’ pani, che si dispensavano.
259 Vedi Cod. Theodos. lib. XIII e XIV e Cod. Justin. Ed. XII. Tom. II. p. 648. edit. Genev. Si veda il bel lamento di Roma nel Poema di Claudiano de bello Gildon. v. 46-64.
Cum subiit par Roma mihi, divisaque sumpsit
Aequales Aurora togas; Aegyptia rura
In partem cessere novam.
260 Si fa menzione de’ rioni di Costantinopoli nel codice di Giustiniano, e sono particolarmente descritti nella Notizia di Teodosio il Giovane; ma siccome gli ultimi quattro di essi non son compresi nelle mura di Costantino, si può dubitare se tal divisione della città riferir debbasi al fondatore.
261 Senatum constituit secundi ordinis; claros vocavit. Anonym. Valesian. p. 715. I Senatori della vecchia Roma avevano il titolo di Clarissimi. Vedasi una curiosa nota di Valesio ad Ammian. Marcellin. XXII. 9. Dall’epistola undecima di Giuliano apparisce, che si risguardava il posto di Senatore piuttosto come un peso, che come un onore; ma l’Abbate della Bletterie (Vit. di Giovian. Tom. II. p. 371) ha dimostrato che questa lettera non può riferirsi a Costantinopoli. Non potremmo noi leggere invece del celebre nome di Βυζαντιοις l’oscuro ma più probabile vocabolo Βισανθηνοις? Bisanto, o Redesto (adesso Rodosto) era una piccola città marittima della Tracia. Vedi Steph. Byzant. de Urbibus p. 225 e Cellar. Geograph. Tom. I. p. 849.
262 Cod. Theodos. l. XIV. 13. Il Comentario di Gotofredo (Tom. V. p. 220) è lungo ma oscuro; ed in verità non è facile il determinare in che consistesse il Gius Italico, dopo che fu comunicata a tutto l’Impero la libera cittadinanza Romana.
263 Giuliano (Orat. I. p. 8) celebra Costantinopoli come non meno superiore ad ogni altra città, di quel che fosse inferiore all’istessa Roma. Il dotto di lui Comentatore (Spanem. p. 75. ec.) giustifica questa maniera di parlare con varj esempi simili di Autori contemporanei, Zosimo non meno che Socrate e Sozomeno fiorirono dopo la divisione dell’impero, fatta fra due figli di Teodosio, la quale stabilì una perfetta uguaglianza fra la Capitale antica e moderna.
264 Codino (Antiquit. p. 8) asserisce, che furon gettati i fondamenti di Costantinopoli nell’anno del mondo 5837 (dell’Era volg. 329) il dì 26 settembre, e che fu fatta la dedicazione della città negli 11 Maggio 5838 (330 di Cristo). Egli pretende di connettere queste date con altr’epoche caratteristiche, ma si contraddicono l’una coll’altra: l’autorità di Codino è di piccolo peso, e lo spazio, ch’egli assegna, dee sembrare insufficiente. Giuliano (Orat. I. p. 8) fissa il termine di dieci anni, e Spanemio (p. 69-759) procura di stabilirne la verità coll’aiuto di due passi presi da Temistio (Orat. IV p. 58), e da Filostorgio (l. II c. 9) e tal tempo si conta dall’anno 324 al 334. Intorno a questo punto di cronologia son tra loro divisi i moderni critici, ed i varj lor sentimenti vengono con molt’accuratezza discussi dal Tillemont (Hist. des Emper. Tom. IV. p. 619-625).
265 Temist. Orat. III. p. 47. Zosimo l. II. p. 108. Costantino medesimo in una delle sue leggi (Cod. Theod. l. XV. Tit. 1.) manifesta la sua impazienza.
266 Può vedersi il più antico e pieno racconto di tale straordinaria ceremonia nella Cronica Alessandrina p. 285. Tillemont, e gli altri amici di Costantino, offesi dall’aria di Paganesimo, che sembra indegna di un Principe Cristiano, avevan ragione di risguardarla come dubbiosa, ma non avevano perciò diritto di ometterla affatto.
267 Sozomeno l. II. c. 2. Du Cange C. P. l. I. c. 6. Velut ipsius Romae filiam dice S. Agostino de civit. Dei l. V. c. 25.
268 Eutrop. l. X. c. 8. Giuliano Orat. 1. p. 8. Du Cange C. P. I. c. 5. Si trova il nome Costantinopoli nelle medaglie di Costantino.
269 Il vivace Fontenelle (Dial. de’ Morti XII.) affetta di derider la vanità dell’ambizione umana, e par che trionfi per essere andato a voto il disegno di Costantino, l’immortale cui nome, dice, che adesso s’è perduto nella volgar denominazione d’Istambol, che è una corruzione che fanno i Turchi delle parole εις την πογιν (alla città). Ma sempre si conserva il nome originale di Costantinopoli: in primo luogo, appresso le nazioni dell’Europa, 2. appresso i Greci moderni, 3. appresso gli Arabi, gli scritti de’ quali sono sparsi per l’ampio tratto delle loro conquiste nell’Asia e nell’Affrica. Vedi d’Herbelot. Bibliot. Orient. p. 275. Finalmente appresso i Turchi più culti, e l’Imperatore medesimo ne’ pubblici suoi decreti. Cantemir Istor. Ottom. p. 51.
270 Il Codice Teodosiano fu promulgato nell’anno di Cristo 438. Vedi i Prolegomeni del Gotofredo c. 1. p. 385.
271 Il Pancirolo, nell’elaborato suo Comentario, assegna alla Notizia una data quasi simile a quella del Codice Teodosiano; ma le sue prove o piuttosto congetture sono sommamente deboli. Io sarei anzi inclinato a porre quest’utile opera nel tempo, che passò fra l’ultima divisione dell’Impero (an. 395), e l’invasione fatta con buon successo da’ Barbari nelle Gallie (an. 407.) Vedi Hist. des anc. Peupl. de l’Europe Tom. VII. p. 40.
272 Scilicet externae superbiae sueto, non inerat notitia nostri (forse nostrae); apud quos vis imperii valet, inania transmittuntur. Tacit. Annal. XV. 31. Può vedersi la degradazione dallo stile di libertà e di semplicità a quello di formalità e di servitù nelle lettere di Cicerone, di Plinio e di Simmaco.
273 L’Imperator Graziano dopo d’aver confermato una legge di precedenza, pubblicata da Valentiniano, padre di sua Divinità, così prosegue: Si quis igitur, indebitum sibi locum usurpaverit, nulla se ignoratione defendat; sitque plane sacrilegii reus, qui divina praecepta neglexerit, Cod. Theodos. lib. VI. Tit. V. leg. 2.
274 Vedasi la Notit. Dignitat. al fine del Codice Teodos. Tom. VI. p. 316.
275 Pancirolo ad Notitiam utriusq. Imper. p. 39. Ma le sue spiegazioni son oscure, ed egli non distingue abbastanza gli emblemi puramente dipinti, dall’effettive insegne d’uffizio.
276 Nelle Pandette, che possono riferirsi a’ regni degli Antonini, l’ordinario e legittimo titolo d’un Senatore è Clarissimus.
277 Pancirol. p. 12-17. Io non ho creduto di dover fare menzione alcuna de’ due gradi minori Perfectissimus ed Egregius, che si davano anche a molti non innalzati alla dignità Senatoria.
278 Cod. Theod. lib. VI. Tit. VI. Con la più minuta esattezza si determinano le regole di precedenza dagl’Imperatori; e con ugual prolissità vengono illustrate dal dotto interprete di esse.
279 Cod. Theodos. lib. VI. Tit. XXII.
280 Ausonio (in Gratiar. Action.) s’estende vilmente su questa indegna specie di luogo oratorio, che vien maneggiato con un poco più di libertà e d’ingenuità da Mamertino. Paneg. Vet. XI. 16, 19.
281 Cum de Consulibus in annum creandis solus mecum volutarem... te Consulem et designavi et declaravi, et priorem nuncupavi: queste sono alcune dell’espressioni usate dall’Imperat. Graziano verso il poeta Ausonio suo precettore.
282 Immanesque... dentes,
Qui secti ferro in tabulas auroque micantes,
Inscripti rutilum coelato Consule nomen
Per proceres et vulgus eant.
Claud. in II. Consul. Stilic. 456.
Montfaucon ha pubblicato alcune di queste tavolette, o dittici. Vedi il Supplem. all’Antich. spieg. Tom. III. p. 220. Dal regno di Caro fino al sesto Consolato d’Onorio si trova un intervallo di centovent’anni, nel qual tempo gl’Imperatori furono sempre il primo di Gennaio assenti da Roma. Vedi la Cronolog. di Tillemont Tom. III. IV. e V.
283
284 Vedi Claudiano in Cons. Prob. et Olybrii 178 etc. et in IV. Cons. Honor. 585 etc. quantunque, rispetto a quest’ultimo, non è facile il distinguer gli ornamenti dell’Imperatore da quelli del Console. Ausonio ricevè dalla liberalità di Graziano una veste palmata o abito di Ceremonia, in cui era ricamata la figura dell’Imperator Costanzo.
285 Cernis et armorum proceres legumque potentes:
Patricios sumunt habitus, et more Gabino
Discolor incedit legio, positisque parumper
Bellorum signis sequitur vexilla Quirini.
Lictori cedunt aquilae, ridetque togatus
Miles, et in mediis effulget Curia Castris?
Claud. in IV. Cons. Honor. 5.
.... Strictasque procul radiare secures.
In. Cons. Prob. 229.
286 Vedi Vales. ad Ammian. Marcell. l. XXII. c. 7.
287 Auspice mox latum sonuit clamora Tribunal,
Te fastos ineunt quater; solemnia ludit
Omnia libertas; deductum vindice morem
Lex celebrat, famulusque jugo laxatus herili
Ducitur, et grato remeat securior ictu,
Claud. in IV. Cons. Honor. 611.
288 Celebrant quidem solemnes istos dies omnes ubique urbes, quae sub legibus agunt; et Roma de more et Constantinopolis de imitatione, et Antiochia pro luxu, et discincta Carthago, et domus flaminis Alexandria, sed Treviri Principis beneficio. Auson in gratiar. act.
289 Claudiano (in Cons. Mall. Theodor. 279-331) descrive con vivace ed immaginosa maniera i diversi giuochi del circo, del teatro e dell’anfiteatro, dati da’ nuovi Consoli. Ma eran già stati proibiti i sanguinosi combattimenti de’ gladiatori.
290 Procop. in Histor. arcan. c. 26.
291 In consulatu honos sine labore suscipitur. Mamertino in Paneg. Vet. XI. 2. Questa esaltata idea del Consolato è presa da un’orazione (II. p. 107) che recitò Giuliano nella servil Corte di Costanzo. Vedi l’Ab. della Bleterie (Memoir. de l’Acad. Tom. XXIV. p. 289) che si studia di cercare i vestigi dell’antica costituzione, e che li trova qualche volta nella fertile sua fantasia.
292 Le leggi delle XII Tavole proibirono i matrimoni fra i Patrizi e i Plebei; e le uniformi operazioni della natura umana possono assicurare, che il costume sopravvisse alla legge. Vedasi appresso Livio (IV. 1-6) l’orgoglio di famiglia innalzato dal Console ed i diritti del genere umano sostenuti dal Tribuno Canuleio.
293 Vedansi le vivaci pitture, che fa Sallustio nella guerra Giugurtina dell’orgoglio de’ nobili, e fino del virtuoso Metello che non poteva soffrire, che si dovesse dar l’onore del Consolato all’oscuro merito del suo Luogotenente Mario (c. 64.) Dugento anni prima, la stirpe de’ Metelli stessi era confusa fra i plebei di Roma; e dall’etimologia del loro nome Caecilius, vi è motivo di credere, che quegli altieri nobili derivassero la lor origine da un venditore di viveri.
294 Nell’anno di Roma 800 vi rimanevan ben poche, non solo delle antiche famiglie patrizie, ma anche di quelle, ch’erano state creato da Cesare e da Augusto. (Tacit. Annal. XI. 25.) La famiglia di Scauro (ch’era un ramo della patrizia degli Emilj) erasi ridotta in uno stato sì basso, che suo padre, il quale s’esercitava nel commercio del carbone, non gli lasciò che dieci schiavi, e qualche cosa meno di seicento zecchini. (Valer. Massim. l. IV. c. 4. n. 11. Aurel. Vitt. in Scaur.) Il merito però del figlio salvò la famiglia dall’obblivione.
295 Tacito Annal. XI 25. Dione Cass. l. LII p. 693. Le virtù d’Agricola, che fu creato patrizio dall’Imperator Vespasiano, rifletterono l’onore sopra quell’antico Ordine: ma i suoi antenati non oltrepassavano la nobiltà equestre.
296 Sarebbe stata quasi impossibile questa mancanza, se fosse vero, come Casaubono costringe Aurelio Vittore ad affermare (ad Sueton. in Caesar. c. 42. vedi Hist. Aug. p. 203 e Casaubono Comment. p. 220) che Vespasiano creò in una volta mille famiglie patrizie. Ma tale stravagante numero è troppo anche per tutto l’Ordine Senatorio, se non vi si voglian comprendere tutti i cavalieri Romani distinti colla permissione di portare il laticlavo.
297 Zosim. lib. II. p. 118 e Gotofred. ad Cod. Theod. l. VI. Tit. VI.
298 Zosim. l. II. p. 109-118. Se non avessimo per buona avventura questo soddisfacente ragguaglio della divisione del potere, e delle province de’ Prefetti del Pretorio, saremmo spesse volte restati perplessi fra’ copiosi particolari del Codice e la circostanziata minutezza della Notizia.
299 A Praefectis autem Praetorio provocare non sinimus dice Costantino medesimo in una legge del Cod. Giustin. lib. VII. Tit. LXII. leg. 19. Carisio, Giurisconsulto del tempo di Costantino (Heinec. Hist. Jur. Rom. pag. 349), che risguarda questa legge come un fondamental principio di Giurisprudenza, paragona i Prefetti del Pretorio a’ Generali di cavalleria degli antichi Dittatori. Pandect. l. I. Tit. XI.
300 Allorchè nello Stato già esausto dell’Impero, Giustiniano volle instituire un Prefetto del Pretorio per l’Affrica, gli assegnò un salario di cento libbre d’oro Cod. Justinian. l. I. Tit. XXVII. leg. 1.
301 Tanto per questa che per le altre dignità dell’Impero potrem riportarci agli ampi Comentari del Pancirolo, e del Gotofredo, che hanno diligentemente raccolti, e posti con esattezza in ordine tutti i materiali sì legali, che istorici su tal articolo. Il Dott. Howell (Istor. del Mond. Vol. II. p. 24-77) da questi Autori ha formato un compendio molto distinto dello Stato del Romano Impero.
302 Tacit. Annal. IV. 11. Euseb. in Chron. p. 155. Dione Cassio nell’oraz. di Mecenate (t. VII. p. 675) descrive quali prerogative al suo tempo aveva il Prefetto di Roma.
303 La fama di Messala fu appena corrispondente al suo merito. Nella sua più fresca gioventù fu raccomandato da Cicerone all’amicizia di Bruto. Egli seguì le bandiere della Repubblica, finchè furon vinte ne’ campi di Filippi; ed allora accollò e meritò il favore del più moderato de’ conquistatori, nè lasciò di sostener la sua libertà e dignità nella Corte di Augusto. La conquista dell’Aquitania giustificò il trionfo di lui. Disputò, come oratore, a Cicerone medesimo la palma dell’eloquenza. Messala coltivò tutte le muse, ed era il protettore d’ogni bell’ingegno. Impiegava egli le sue serate in filosofiche conversazioni con Orazio; ponevasi a tavola in mezzo a Delia e Tibullo; e si prendeva piacere d’incoraggiare i talenti poetici del giovane Ovidio.
304 Incivilem esse potestatem contestans, dice il Traduttore d’Eusebio. Tacito esprime la medesima idem con altre parole; quasi nescius exercendi.
305 Vedi Lipsio Excurs. D. ad. I. Lib. Tacit. Annal.
306 Heinec. Elem. Jur. Civ. secund. ord. Pandect. Tom. I. p. 70. Vedi anche Spanemio De us. Numism. Tom. II. Diss. X. p. 119. Nell’anno 450 Marciano pubblicò una legge, con cui stabilì, che ogni anno tre cittadini fossero eletti dal Senato, ma col loro assenso, Pretori di Costantinopoli. Cod. Justin. l. I. Tom. XXXIX. leg. 2.
307 Quidquid igitur intra urbem admittitur ad P. U. videtur pertinere, sed et si quid intra centesimum milliarium. Ulpian. in Pandect. l. I. Tit. XIII. n. 1. Egli prosegue ad enumerare i diversi uffizi del Prefetto, che nel Cod. di Giustiniano (lib. I. Tit. XXXIX. leg. 3) si dichiara dover precedere e comandare a tutte le magistrature civili sine injuria ne detrimento honoris alieni.
308 Oltre le nostre solite guide, possiam osservare, che felice Contelorio fece un trattato a parte De Praefecto Urbis e che nel decimoquarto libro del Codice Teodosiano si trovano molte curiose particolarità relativamente alla polizia di Roma e di Costantinopoli.
309 Eunapio asserisce, che il Proconsole dell’Asia era indipendente dal Prefetto, lo che per altro si deve intendere con qualche limitazione: egli è fuor di dubbio che non riconosceva giurisdizione del Vice-Prefetto. Pancirolo, p. 161.
310 Il Proconsole dell’Affrica aveva quattrocento apparatori; i quali tutti ricevevano stipendi o dal tesoro Imperiale o dalla Provincia. Vedi Pancirolo, p. 26 ed il Cod. Giustin. l. XII. Tit. LVI. LVII.
311 Trovavasi parimente in Italia il Vicario di Roma: e si è molto disputato, se la sua giurisdizione si contenesse nelle cento miglia dalla città, o s’estendesse sopra le dieci Province meridionali dell’Italia.
312 Fra le opere del celebre Ulpiano ve n’era una in dieci libri intorno all’uffizio del Proconsole, i doveri del quale, quanto alla sostanza, eran gli stessi che quelli d’un ordinario Governator di Provincia.
313 I Presidenti o Consolari potevano imporre soltanto la pena di due once; i Vice-prefetti di tre; i Proconsoli, il conte di Oriente, ed il Prefetto d’Egitto di sei. Vedi Heinec. Jur. Civ. Tom. I. p.75. Pandect. L. LXVIII. Tit. XIX. n. 8. Cod. Justinian. L. I. Tit. LIV. leg. 4. 6.
314 Ut nulli Patriae tuae administratio sine speciali Principis permissu permittatur Cod. Justin. l. I. Tit. LXI. Fu pubblicata la prima volta questa legge dall’Imperator Marco dopo la ribellione di Cassio Dion. l. LXXI. Il medesimo si osserva nella China con ugual rigore ed effetto.
315 Pandect. l. XXXIII. Tit. II. n. 38, 57, 63.
316 In jure continetur, ne quis in administratione constitutus aliquid compararet Cod. Theodos. l. VIII. Tit. XV. l. 1. Questa massima di Gius comune fu confermata da una serie di editti da Costantino fino a Giustino (vedi il restante del Titolo). Si eccettuano da tale proibizione, che s’estende fino a’ più bassi ministri del Governatore, solamente le vesti e le provvisioni per vivere. L’acquisto fatto dentro i cinque anni potea revocarsi; dopo di che, se scuoprivasi, era devoluto al tesoro pubblico.
317 Cessent rapaces jam nunc officialium manus; cessent, inquam; nam si moniti non cessaverint, gladiis praecidentur: Cod. Theodos. l. I Tit. VII. leg. 1. Zenone ordinò, che tutti i Governatori per cinquanta giorni dopo spirato il tempo del lor governo, restassero nella Provincia per rispondere a qualunque accusa: Cod. Justin. lib. II. Tit. XLIX leg. 1.
318 Summa igitur ope et alacri studio has leges nostras accipite, et vosmetipsos sic eruditos ostendite, ut spes vos pulcherrima foveat, toto legitimo opere perfecto, posse etiam nostram Rempublicam in partibus ejus vobis credendis gubernari. Justinian. Proem. Instit.
319 Lo splendore della scuola di Berito, che mantenne nell’Oriente l’idioma e la giurisprudenza de’ Romani, si può considerare che durasse dal terzo secolo fino alla metà del sesto. Heinec. Jur. Rom. Hist. p. 351-356.
320 Siccome in in tempo anteriore esposi la civile e militare promozione di Pertinace, così inserirò qui gli onori civili di Mallio Teodoro. In primo luogo egli si distinse per la sua eloquenza, mentre perorava come avvocato nel Tribunale del Prefetto del Pretorio; secondariamente governò una Provincia dell’Affrica o come Presidente, o come Consolare, e nella sua amministrazione meritò l’onore di una statua di rame; 3. fu dichiarato Vicario o Viceprefetto di Macedonia; 4. Questore; 5. Conte delle sacre largizioni; 6. Prefetto del Pretorio delle Gallie, mentre poteva anche passare per giovane; 7. dopo una ritirata e forse una disgrazia di molti anni, che Mallio (confuso da alcuni critici col poeta Manilio, vedi Fabric. Biblio. Latin. Edit. Ernest. Tom. I. c. 18. p. 501) impiegò nello studio della filosofia Greca, fu eletto Prefetto del Pretorio dell’Italia nell’anno 397. 8. mentre tuttavia esercitava quella gran carica fu creato nell’anno 399 Console per l’Occidente; ed il suo nome per causa dell’infamia del suo collega, l’eunuco Eutropio, spesse volte si trova solo ne’ Fasti; 9. nell’anno 408 Mallio fu fatto la seconda volta Prefetto del Pretorio dell’Italia. Anche nel venale panegirico di Claudiano si scuopre il merito di Mallio Teodoro, il quale per una rara avventura era intimo amico di Simmaco e di S. Agostino. Vedi Tillemont Hist. des Emp. Tom. V. p. 1110-1114.
321 Mamertin. in Panegyr. vol. XI. 20. Aster. ap. Phor. p. 1500
322 Il curioso passo d’Ammiano (l. XXX. c. 4), con cui dipinge i costumi de’ legali suoi contemporanei, somministra uno strano mescuglio di buon senso, di falsa rettorica e di stravagante satira. Gotofredo (Prolegom. ad. Cod. Theodos. c. 1. p. 185) conferma ciò che dice l’Istorico con querele somiglianti e con autentici fatti. Nel quarto secolo potevan caricarsi molti cammelli co’ libri legali. Eunap. in vit. Edesii p. 72.
323 Se ne veda un esempio assai splendido nella vita d’Agricola, specialmente ne’ cap. 20 e 21. Al Luogotenente della Gran-Brettagna s’affidava l’istesso potere, che Cicerone, Proconsole della Cilicia, aveva esercitato in nome del Senato e del Popolo.
324 L’Abbate Dubos, che ha esaminato con accuratezza (vedi Hist. de la Mon. Franc. Tom. I p. 41-100 edit. 1742) le instituzioni e di Augusto e di Costantino, avverte, che, se Ottone fosse stato ucciso il giorno avanti ch’eseguisse la sua cospirazione, egli comparirebbe adesso nell’Istoria ugualmente innocente che Corbulone.
325 Zosimo l. II. p. 110. Avanti che finisse il regno di Costanzo i Magistri militum erano già cresciuti fino a quattro. Ved. Vales. Ad Ammian. l. XVI. c. 7.
326 Quantunque si faccia spesso menzione de’ Conti e dei Duchi militari sì nella storia che ne’ codici, tuttavia per avere un’esatta cognizione del numero e delle stazioni di essi, convien ricorrere alla Notizia. Quanto all’instituzione, al grado, a’ privilegi de’ Conti in generale, vedi il Cod. Teodos. lib. VI. Tit. XII-XX col Comentario del Gotofredo.
327 Zosim. l. 2. p. 14. Con molta oscurità s’esprime la distinzione fra le due classi delle truppe Romane tanto appresso gli storici, quanto nelle leggi e nella Notizia. Si consulti ciò nonostante il copioso Paratitlon o estratto del Gotofredo al libro VII del Codice Teodosiano de re militari l. VII. Tit. I. leg. 18. lib. VIII. Tit. I. leg. 10.
328 Ferox erat in suos miles et rapax, ignavus vero in hostes et fractus, Ammiano l. XXII. c. 4. Egli osserva, che amavano i morbidi letti, e le case di marmo, e che più pesavano le loro coppe che le loro spade.
329 Cod. Theodos. l. VII, Tit. I. leg. 1. Tit. XII. leg. 1. Vedi Howell Istor. del Mond. Vol. II p. 19. Questo dotto istorico, che non è conosciuto abbastanza, si sforza di giustificare il carattere e la politica di Costantino.
330 Ammiano l. XIX. c. 2. Egli osserva, (c. 5.) che il disperato ardore di due legioni Galliche fu come un pugno d’acqua gettata in un grand’incendio.
331 Pancirol. ad Notit. Mem. de l’Acad. des Inscr. T. XXV. p. 491.
332 Romana acies unius prope formae erat et hominum, et armorum genere. Regia acies varia magis multis gentibus dissimilitudine armorum, auxiliorumque erat. Tit. Liv. l. XXXVII. c. 39, 40. Flaminio anche prima dell’evento avea paragonato l’esercito d’Antioco ad una cena, in cui si fosse cucinata la carne d’un vile animale in diverse maniere dall’arte de’ cuochi. Vedi la vita di Flamin. in Plutarco.
333 Agat. l. V. p. 157. Edit. Louvre.
334 Valentiniano (Cod. Theod. l. VII. Tit. XIII. leg. 3) ne fissa la misura a cinque piedi e sette dita, che sono circa cinque piedi e quattro pollici e mezzo inglesi. Prima era stata di cinque piedi, e dieci dita, e ne’ migliori corpi di sei piedi romani. Sed tunc erat amplior multitudo, et plures sequebantur militiam armatam. Veget. de re milit. l. I c. 5.
335 Vedi i due Titoli De Veteranis, De Filiis Veteran. nel settimo libro del Cod. Teodos. L’età, in cui s’esigeva il militar servizio, era varia, da’ sedici a’ venticinque anni. Se i figli de’ veterani venivano con un cavallo, avean diritto di militare nella cavalleria; due cavalli poi davano loro altri stimabili privilegi.
336 Nell’originale "monenete". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]
337 Cod. Theodos. l. VII. Tit. XIII. leg. 7. Secondo l’Istorico Socrate (vedi Gotofr. ivi), l’istesso Imperator Valente alle volte esigeva ottanta monete d’oro per una recluta. Nella Legge seguente freddamente si esprime, che non siano ammessi gli schiavi inter optimas lectissimorum militum turmas.
338 Per ordine d’Augusto, si venderono al pubblico incanto la persona, ed i beni d’un cavalier Romano, che avea mutilato due suoi figliuoli (Sueton. in Aug. c. 27). La moderazione di quell’artificioso usurpatore dimostra, che quest’esempio di severità era giustificato dallo spirito de’ tempi. Ammiano fa una distinzione fra gli effeminati Italiani ed i coraggiosi Galli (l. XV. c. 12). Pure non più che quindici anni dopo, Valentiniano in una legge diretta al Prefetto della Gallia, è costretto a ordinare, che questi vili disertori siano bruciati vivi (Cod. Theod. l. VII. Tit. XIII. leg. 5). Erano tanto moltiplicati nell’Illirico, che la Provincia si lagnava della scarsità di reclute, Ib. leg. 10.
339 Essi erano chiamati Murci. Si trova in Plauto ed in Festo la parola murcidus per indicare una persona, pigra e codarda, che secondo Arnobio ed Agostino era sotto l’immediata protezione della Don Murcia. Per causa di questa particolare specie di codardia gli scrittori della Latinità di mezzo prendon murcare per sinonimo di mutilare. Vedi Lindenborg e Vales. ed Ammian. Marcell. l. XV. c. 12.
340 Malarichus--adhibitis Francis, quorum ea tempestate in palatio multitudo florebat, erectius jam loquebatur, tumultuabaturque. Ammian. l. XV. c. 5.
341 Barbaros omnium primus ad usque fasces auxerat et trabeas consulares. Ammian. l. XX. c. 10. Sembra che Eusebio (in vit. Const. l. IV. c. 7) ed Aurelio Vittore confermino la verità di tale asserzione; pure ne’ trentadue Fasti consolari del regno di Costantino non ho potuto trovare il nome d’un solo Barbaro. Crederei dunque che la liberalità di quel Principe si riferisse agli ornamenti piuttosto che all’uffizio del Consolato.
342 Cod. Theod. lib. VI. Tit. VIII.
343 Per una metafora ben singolare, presa dal militar carattere de’ primi Imperatori, il loro Maestro di Casa era chiamato Conte del loro campo (Comes castrensis). Cassiodoro rappresenta con molta serietà al Principe, che la riputazione di lui e dell’Impero dovea dipendere dall’opinione, che gli ambasciatori stranieri avrebber concepito dell’abbondanza e magnificenza della tavola reale (Var. l. VI. epist. 9).
344 Guterio (De offic. Domus Aug. l. II. c. 20. l. III.) ha con molta esattezza spiegate le funzioni del Maestro degli Uffizj, e la costituzione degli Scrinia al medesimo subordinati. Ma invano egli tenta, sulla più dubbiosa autorità, di condurre al tempo degli Antonini, o anche di Nerone l’origine d’un Magistrato, che non si può trovar nell’Istoria prima del regno di Costantino.
345 Tacito (Annal. XI. 22) dice, che i primi Questori furono eletti dal popolo, sessantaquattro anni dopo la fondazione della Repubblica; ma egli è d’opinione ch’essi lungo tempo avanti si creassero annualmente da’ Consoli ed anche da’ Re. Ma tale oscuro punto d’antichità è contrastato da altri scrittori.
346 Sembra, che Tacito (Annal. XI. 22) consideri come il numero maggior de’ Questori quello di venti; e Dione (l. XLIII. p. 374) fa conoscere che se Cesare il Dittatore una volta ne creò quaranta, ciò fu solamente ad oggetto di facilitare il pagamento d’un immenso debito di gratitudine. Pure l’aumentazione, ch’egli fece de’ Pretori, si mantenne anche ne’ successivi regni.
347 Sueton. in Aug. c. 65. e Torrent. iv. Dion. Cass. p. 755.
348 La gioventù ed inesperienza de’ Questori, ch’entravano in quell’importante carica nel loro ventesimoquinto anno (Lips. Excurs. ad Tacit. l. III. D.) obbligarono Augusto a rimuoverli dal maneggio del tesoro; e quantunque fosse loro da Claudio restituito, sembra che ne fossero finalmente privati da Nerone (Tacit. Annal. XXII. 29. Sueton. in Aug. c. 36. in Claud. c. 24. Dion. pag. 666. 961. ec. Plin. Epist. X. 20 et alib.) Nelle Province della divisione Imperiale, in luogo de’ Questori con miglior consiglio si ponevano i Procuratori (Dion. Cass. p. 707. Tacit. in vit. Agricol. c. 15) o come si chiamarono in seguito, i Razionali (Hist. Aug. p. 130). Ma nelle province del Senato si trova sempre una serie di Questori fino al Regno di Marco Antonino (Vedi le Iscrizioni di Grutero, l’epistole di Plinio, ed un fatto decisivo nella Storia Augusta p. 64). Si può rilevare da Ulpiano (Pandect. l. I. Tit. 13.) che fu abolita la loro provinciale amministrazione sotto il governo della casa di Severo; e nelle successive turbolenze dovettero naturalmente cessare le annuali o triennali elezioni de’ Questori.
349 Cum patris nomine et epistolas ipse dictaret, et edicta conscriberet, orationesque in senatu recitaret, etiam Quaestoris vice. Sueton. in Tit. c. 6. Quest’uffizio dovè acquistare anche maggior dignità per essere accidentalmente stato esercitato dal presuntivo erede dell’Impero. Traiano affidò la medesima cura ad Adriano suo Questore e Cugino. Vedi Dodwell Praelect. Cambden. X. XI. pag. 362, 394.
350 ... Terris edicta daturus
Supplicibus responsa... Oracula regis
Eloquio crevere tuo; nec dignius unquam
Majestas meminit sese Romana locutam.
Claudian. in Cons. Mall. Theod. 33.
Vedi ancora Simmaco Epist. I 17, e Cassiodoro Var, VI. 5.
351 Cod. Theodos. l. VI. Tit. 30. Cod. Justin. lib. XII. Tit. 24.
352 Ne’ dipartimenti de’ due Conti del Tesoro, la parte Orientale della Notizia è molto mancante. Egli è da osservarsi, che si trovava una cassa pubblica in Londra, ed un Gineceo, o manifattura in Winchester. Ma la Britannia non era creduta degna nè d’una zecca, nè d’un arsenale. La sola Gallia ne aveva tre delle prime ed otto de’ secondi.
353 Cod. Theodos. l. VI. Tit. XXX. leg. 2 e Gotofredo Ib.
354 Strab. Geogr. l. XII. p. 809. L’altro Tempio di Comana in Ponto era una colonia di quello della Cappadocia l. XII p. 825. Il Presidente di Brosses (Vedi il suo Salust. Tom. II. p. 21) congettura, che la Divinità adorata nelle due Comane fosse Beltis, la Venere d’Oriente o la Dea della generazione; ente ben diverso in vero dalla Dea della guerra.
355 Cod. Theodos. l. X. Tit. V. De Grege Dominico. Gotofredo ha raccolto tutti gli antichi passi relativi a’ cavalli della Cappadocia. La Palmaziana, ch’era una delle più belle razze, fu confiscata ad un ribelle, il patrimonio del quale era sedici miglia distante da Tiana, vicino alla strada pubblica tra Costantinopoli ed Antiochia.
356 Giustiniano Novell. 30 sottopose il dipartimento del Conte della Cappadocia all’autorità immediata dell’Eunuco favorito, che presedeva al Sacro cubicolo.
357 Cod. Theod. l. VI. Tit. XXX. leg. 4. ec.
358 Pancirolo p. 102, 136. Si descrive l’apparato di questi Domestici militari nel poema latino di Corippo: De Laudibus Justin. l. III. p. 157-179, 420 dell’Append. dell’Istor. Bizant. Rom. 1777.
359 Ammiano Marcellino, che servì tanti anni, non potè ottenere, che il rango di Protettore. I primi dieci fra questi onorevoli soldati eran Clarissimi.
360 Senofont, Cyrop. l. VIII. Briston De regn. Persic. l. I. n. 190. p. 264. Gl’Imperatori adottarono con piacere questa metafora Persiana.
361 Quanto agli agentes in rebus vedi Ammiano l. XV. c. 3. l. XVI. c. 5. l. XXII. c. 7. colle curiose annotazioni del Valesio. Cod. Theod. l. VI. Tit. XXVII. XXVIII. XXIII. Fra i passi raccolti nel Comentario del Gotofredo, il più osservabile è quello preso da Libanio nel suo discorso intorno alla morte di Giuliano.
362 Le Pandette (l. XLVIII. Tit. XVIII.) contengono i sentimenti de’ più celebri Giureconsulti a proposito della tortura. Essi la restringono solo agli schiavi; Ulpiano stesso è pronto a confessare, che res est fragilis, et periculosa, et quae veritatem fallat.
363 Nella cospirazione di Pisone contro Nerone, Epicaride (libertina mulier) fu l’unica persona torturata; tutti gli altri furono intacti tormentis. Sarebbe superfluo l’aggiungere esempi di questo più deboli, e difficile il trovarne de’ più forti. Tacito. Annal. XV. 57.
364 Dicendum,.. de institutis Atheniensium, Rhodiorum doctissimorum hominum, apud quos etiam (id quod acerbissimum est) liberi civesque torquentur etc. Cicer. Partit. Orat. 6. 34. Può rilevarsi dal processo di Filota la pratica de’ Macedoni. Diodor. Sicul. l. XVII. p. 604. Q. Curt. l. VI. c. 11.
365 L’Eineccio (Elem. Jur. Civ. P. VII. p. 81) ha riunite insieme tutte queste esenzioni.
366 Sembra che questa definizione del prudente Ulpiano (Pandect. l. XLVIII. Tit. IV.) fosse adattata alla Corte di Caracalla, piuttosto che a quella di Alessandro Severo. Vedi i Codici di Teodosio e di Giustiniano ad leg. Juliam majestat.
367 Arcadio Carisio è il Giurisconsulto più vecchio citate dalle Pandette per giustificare l’universal uso della tortura in tutti i casi di ribellione; ma questa massima di tirannia, ch’è ammessa da Ammiano (l. XIX. c. 12) col più rispettoso terrore, vien confermata da varie leggi de’ successori di Costantino. Vedi Cod. Theod. l. IX. Tit. XXXV. In majestatis crimine omnibus aequa est conditio.
368 Montesquieu Espr. des Loix l. XII. c. 13.
369 David Hume (Sagg. vol. I. p. 389) ha veduto quest’importante verità con qualche specie di dubbiezza.
370 Si usa tuttavia nella Corte del Papa il ciclo delle Indizioni, che può farsi rimontare sino al regno di Costanzo, e forse di Costantino suo padre; ma è stato molto ragionevolmente alterato il principio del loro anno, riducendolo ai primo di Gennaio. Vedi L’art de verif. les dat. p. XI, il diction. Raison de la Diplomat. Tom. II p. 25, e due diligenti trattati che abbiamo per opera de’ Benedettini.
371 I primi 28 Titoli dell’undecimo libro del Codice Teodosiano sono pieni di circostanziati regolamenti sull’importante materia de’ tributi; ma suppongono una cognizione dei principj fondamentali più chiara di quella che siamo presentemente in grado d’avere.
372 Il Titolo, che risguarda i Decurioni (l. XII. Tit. I.) è il più ampio in tutto il Codice Teodosiano; mentre non contiene meno di cento novantadue leggi per determinare i doveri, ed i privilegi di quell’utile ceto di Cittadini.
373 Habemus enim et hominum numerum qui delati sunt et agrum modum. Eumen. in Paneg. vet. VIII. 6. Vedi Cod. Theod. l. XIII. Tit. X. XI. col Coment. di Gotofredo.
374 Si quis sacrilega vitem falce succiderit, aut feracium ramorum foetus hebetaverit, quo declinet fidem censuum, et mentiatur callide paupertatis ingenium, mox detectus capitale subibit exitium, et bona ejus in Fisci jura migrabunt. Cod. Theod. l. XIII. Tit. XI. leg. 1. Sebbene questa legge non sia esente da una studiata oscurità, essa è però sufficientemente chiara per provare quanto fosse minuta l’inquisizione, e sproporzionata la pena.
375 Sarebbe cessata la maraviglia di Plinio. Equidem miror P. R. victis gentibus argentum semper imperitasse non aurum. Hist. Nat. XXIII. 15.
376 Furono prese precauzioni (Vedi Cod. Theod. l. XI. Tit. II. e Cod. Justin. l. X. Tit. XXVII. leg. 1, 2, 3,) per restringer ne’ Magistrati l’abuso dell’autorità sì nell’esazione che nella compra del grano; ma quelli che avevano tant’abilità da leggere le Orazioni di Cicerone contro Verre (III de frument.) potevano istruirsi di tutte le diverse arti d’oppressione, rispetto al peso, al prezzo, alla qualità ed al trasporto delle specie. L’avarizia d’un Governatore senza lettere poteva supplire alla sua ignoranza.
377 Nell’originale "Procince". [Nota per l'edizione elettronica Manuzio]
378 Cod. Theod. lib. XI. Tit. XXVIII. leg. 1 pubblicata il dì 24. Marzo dell’anno 395 dall’Imperatore Onorio, solo due mesi dopo la morte di Teodosio suo padre. Egli parla di 528,042 jugeri Romani, che ho ridotto alla misura Inglese. Il jugero conteneva 28800. piedi quadrati Romani.
379 Gotofredo (Cod. Theod. Tom. VI. p. 116) tratta con gravità e dottrina il soggetto della capitazione; ma volendo egli interpretar la parola caput per una parte o misura di beni, esclude troppo assolutamente l’idea d’una tassa personale.
380 Quid profuerit (Julianus) anhelantibus extrema penuria Gallis, hinc maxime claret, quod primitus partes eas ingressus pro capitibus singulis tributi nomina vicenos quinos aureos reperit flagitari; discedens vero septenos tantum munera universa complentes. Ammiano l. XVI. c. 5.
381 Nel computo della moneta sotto Costantino ed i suoi successori, noi non abbiamo che a riferirci all’eccellente discorso di Greaves sopra il Denarius per esser convinti delle seguenti proposizioni: 1. Che l’antica e moderna libbra Romana, che contiene 5256 grani di peso di dodici once la libbra, è più leggiera circa la duodecima parte della libbra Inglese, ch’è composta di 5760 di que’ grani medesimi; 2. Che la libbra d’oro, la quale una volta era stata divisa in quarantotto aurei, era in quel tempo ridotta a settantadue monete più piccole che avevan l’istesso nome; 3. Che si davano legittimamente cinque di questi aurei per una libbra d’argento, e che per conseguenza la libbra d’oro si cambiava per quattordici libbre e ott’once d’argento secondo il peso Romano, o per circa tredici libbre secondo l’Inglese; 4. Che la libbra Inglese d’argento si conia in sessantadue scellini. Posti questi principj, si può computare la libbra Romana d’oro, ch’è la comune misura di grosse somme, per quaranta lire sterline, ed il corso dell’aureo per qualche cosa più d’undici scellini.
382 Geryones nos esse puta, monstrumque tributum,
Hinc capita ut vivam tu mihi tolle tria.
Sidon. Apoll. Carm. XIII. La riputazione del P. Sirmondo mi faceva sperare maggior soddisfazione nella sua nota a questo notevol passo (p. 144) di quella che vi ho trovata. Le parole suo vel suorum nomine dimostrano l’ambiguità del Comentatore.
383 Per quanto possa quest’asserzione sembrar molto estesa, essa è fondata sugli originali registri delle nascite, delle morti, e de’ matrimonj, tenuti con pubblica autorità e presentemente depositati nella Controlleria Generale di Parigi. Il prodotto annuale delle nascite per tutto il regno preso in cinque anni (dal 1770 al 1774 l’uno e l’altro inclusive) è di 479649 maschi e di 449269 femmine, in tutto di 928918 fanciulli. La sola Provincia dell’Hainault Francese dà 9906 nascite, e siamo assicurati da un’effettiva enumerazione del popolo, che si è ripetuta ogni anno dal 1773 al 1776, che fatto il calcolo, l’Hainault contiene 257097 abitanti. Secondo la regola d’una giusta analogia possiam dedurre, che la proporzione ordinaria delle nascite annuali a tutta la popolazione è di circa 1 a 26, e che il regno di Francia contiene 24,151,868 persone d’ambedue i sessi e d’ogni età. Se ci contentiamo poi della più moderata proporzione di 1 a 25, tutta la popolazione ascenderà a 23,222,950. Dalle diligenti ricerche del Governo Francese (le quali non sono indegne della nostra imitazione) possiamo aspettare un grado di certezza sempre maggiore su quest’importante soggetto.
384 Cod. Theod. l. V. Tit. IX. X. XI. Cod. Justin. l. XI. Tit. LXIII. Coloni appellantur, qui conditionem debent genitali solo, propter agriculturam sub dominio possessorum August. De Civ. Dei l. X. c. 1.
385 L’antica giurisdizione di (Augustodunum) Autun in Borgogna, capitale degli Edui, comprendeva l’adiacente territorio di (Noviodunum) Nevers. Vedi Danville, Not. de l’anc. Gaul. p. 491. Le due Diocesi d’Autun e di Nevers adesso sono composte la prima di 110 e l’altra di 160 Parrocchie. I registri delle nascite, tenuti per undici anni in 476 Parrocchie della medesima Provincia di Borgogna, e moltiplicati secondo la moderata proporzione per 25. (Vedi Messance, Ricerche sulla popolaz. p. 142) ci autorizzano ad assegnare il numero netto di 656 persone ad ogni parrocchia, il qual numero venendo moltiplicato per le 770 parrocchie della Diocesi di Nevers, e d’Autun, produrrà la somma di 505,120 persone per l’estensione del paese una volta occupato dagli Edui.
386 Si può fare un’aggiunta di 301,750 abitanti per le Diocesi di Scialon (Cabillonum) e di Macon (Matisco); poichè l’una contiene 200 Parrocchie e l’altra 260. Potrebbe giustificarsi quest’aumento di territorio con molte speciose ragioni. 1. Scialon e Macon erano senza dubbio comprese nella primitiva giurisdizione degli Edui (vedi Danville Not. p. 187, 443). 2. Nella Notizia di Gallia si trovan notate non come Civitates, ma solo come Castra. 3. Non sembra che sieno state sedi Episcopali prima del quinto e del sesto secolo. Contuttocciò v’è un passo d’Eumenio (Paneg. vet. VIII. 7) che con gran forza m’impedisce d’estendere il territorio degli Edui, nel regno di Costantino, lungo le belle rive della navigabile Saona.
387 Eumen. in Paneg. Vet. VIII. 11.
388 L’Ab. Dubos Hist. Crit. de la M. F. Tom. I. p. 121.
389 Vedi Cod. Theod. lib. XIII. Tit. I. c. IV.
390 Zosimo l. II. p. 115. Probabilmente si trova negli attacchi di Zosimo tanta passione e pregiudizio, quanta nella elaborata difesa fatta della memoria di Costantino dallo zelante dottor Howel Ist. del Mond. Vol. II. p. 20.
391 Cod. Theod. l. XI. Tit. VII. leg. 3.
392 Vedi Lips. De Magnitud. Rom. l. II. c. 9. La Spagna Tarragonese presentò all’Imperator Claudio una corona d’oro di settecento libbre di peso, e la Gallia un’altra di novecento. Ho seguìto la ragionevole correzione di Lipsio.
393 Cod. Theod. l. XII. Tit. XIII. I Senatori si supponevano esenti dall’aurum coronarium; ma l’oblatio auri, che si esigeva dalle lor mani, era precisamente dell’istessa natura.
394 Teodosio il Grande, nel giudizioso avviso al suo figlio (Claudian. in IV. Consul. Honor. 214), distingue la Condizione d’un Principe Romano da quella di un Monarca Parto. Per l’uno era necessaria la virtù, per l’altro bastar poteva la nascita.