Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo II/Libro IV/Capo X

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Capo X - Arti liberali

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Capo X.

Arti liberali.

I. Coinè nell1 epoche precedenti le arti era 11 venute decadendo insieme colle scienze, così in questa, di cui ora parliamo, le une e le altre si accostarono au’ugual passo verso l’estrema loro rovina. Io penso nondimeno che l’eruditissimo Winckelmann abbia esagerato di troppo, quando ha scritto (Hist. de l’Art. t. 2, p. 335) che dopo i tempi di Costantino non trovasi quasi più alcun vestigio dell’Arte (a). 1. Non si Ijsciò in questo tempo di avere in pregin gli alilicki monumenti. (“) 11 sig. ab, Fett mi riprende (TV indi. S/or. ilelle [p. 694 modifica]<-H)4 unno Egli ne reca per pruova alcuni monumenti antichi che da mano più moderna si veggono contraffatti per rivolgerli ad altro uso: indizio chiarissimo, dic’egli, che essendosi ormai smarrita l1 arto, questo mezzo sol rimaneva ad onorar la memoria degli uomini più illustri. Ma non panni eli’ ei provi abbastanza che ciò accadesse sin dal tempo di cui scriviamo; anzi io mi lusingo di provare nel seguente volume che le arti in Italia non mancarono mai totalmente. Noi veggiamo in fatti che l1 uso d’innalzare statue a’ personaggi famosi era frequentissimo a questa età; e abbiami veduto in questo Arti, t. 2, pag. 41 3. eil. ¡ioni.) perchè senza ragione ho accusalo di esagerazione il Winckelmann. Che è ciò ch’io attribuisco al Winckelmann? e in che cosa dico io eh’egli ha esagerato? Quando ha scritto che dopo i tempi di Costantino non trovasi quasi alcun vestigio dell‘ arte. Che è ciò che ilice il Winckelmann anche secondo la traduzione dell’ab. Fea? Non sì trova che di rado fatta menzione dell’arte dopo i tempi di Costantino. Or che questa proposizione sia esagerata,, panni d’averlo mostrato; e se il Winckelmann reca i fatti medesimi che si recan da me per provare l’esagerazione, ciò mostrerà che il Winckelmann contraddice a se stesso. Egli è vero ch’io non sono stalo abbastanza esatto, ove attribuisco al Winckelmann ciò che segue: indicio chiarissimo die’ egli, ec., giacche queste precise parole realmente nel Winckelmann non si trovano; ma dice: In Roma la scultura fu ridotta a tale che gli artefici per ignoranza e per mancanza di genio, quando doveano ergere statue e scolpire busti, adoperavano a tal uopo le antiche opere, cc.; non è egli lo stesso che se dicesse precisamente ciò eh’io gli ho latto dire , cioè che l’arte era ornai smarrita, e che quel mezzo sol rimaneva ad onorar la memoria degli uomini più illustri? [p. 695 modifica]QUARTO 695 libro medesimo che un tal onore fu conceduto ad Apollinare Sidonio, a Mario Vittorino, a Proeresio, a Claudiano; e più altri ancora se ne potrebbero nominare. Or questo ci fa veder chiaramente che l’arte aveasi ancora in pregio, poichè aveansi in pregio le statue, e credevasi di onorare coloro alla cui memoria si ergessero. Nè io penserò certo giammai che altra maniera non vi avesse allora di lavorare statue, che il troncare un capo a un busto antico, e sostituirne un nuovo. Un’altra pruova del conto che ancor facevasi de’ monumenti antichi, si è l’istituzione di un magistrato che avesse cura della loro conservazione. Quando si cominciasse ciò ad usare, nol sappiamo precisamente5 ma trovandone la prima memoria in Ammian Marcellino (l. 16, c. 6), egli è veri simile che ciò avvenisse a questi tempi (25). Questo magistrato chiamasi da Ammiano centurio nitentium rerum. Il nome di centurione fu poi cambiato in quel di tribuno, e poscia in quello di conte, come vedremo nell’epoca susseguente. Doveva egli di notte tempo aggirarsi per la città con alcuni soldati, e invigilare che niuno ardisse di atterrare, o di rovinare in qual si fosse maniera le statue che in ogni parte l’ornavano (V. Valesii not. ad A/nrn. I. cil.). (n) Ha osservato giustamente il suddetto sig. ab. Fca (l’Vinch. Stor. delle Arti, t. 1, p. 416) che assai più antica è l’istituzione del magistrato che dovea vegliare alla conservazione de’ monumenti antichi , e , secondo l’al). Guasco (De l’uiagc dea statiics, p. 3i$4)j essa ùeesi riferire a" tempi d Augusto. [p. 696 modifica]II. Essi non di meno soffrirono gravi danni, e per qual ragione. 6(jG LIBRO II. L’istituzione però di questo magistrato ci mostra che cominciava allora a insinuarsi nell’animo di alcuni quel barbaro entusiasmo di spezzare ed infrangere gli antichi pregevoli monumenti. (26). A questo furore dovette dare singolarmente occasione l’ingordigia di alcuni dei più potenti cortigiani, i quali, come raccogliesi da Ammiano Marcellino (l. 22, c. 4) e da Libanio (ap. Vales. in not. ad. Amm. l. cil), spogliavano i tempii de’ più ricchi e più preziosi ornamenti per arricchirne i loro palagi. Perciocchè è verisimile che alcuni della più rozza plebe amasser meglio di veder le statue atterrate ed infrante, che di vederle fatte preda di avidi usurpatori. Molto più che essendo allor grande in Roma il numero degli stranieri, questi che non sentivano in cuore l’amor della patria, doveano essere indifferenti o insensibili alla perdita e al guasto di sì preziosi tesori. Il soverchio e non ben regolato zelo di alcuni Cristiani concorse ancora probabilmente al danno di Roma; poichè poteva da alcuni credersi facilmente o utile, o forse ancor necessario il togliere ogni monumento di profana antichità, senza ben distinguere ciò ch’era contro la religione, da ciò che le era indifferente. Quindi Onorio dovette pubblicare una legge (Cod. Tlicod. (*) L’abuso di spezzare gli antichi monumenti romani non cominciò ad introdursi soltanto quando cominciò a corrompersi il buon gusto, ma anche a’ più lieti tempi della repubblica ne troviam qualche esempio; e Cicerone fa menzione di un certo Tizio qui sigila sacra noctu frangere putaretur (De Orat. I. 2, c 62). [p. 697 modifica]quarto G.jq l. 16, t. 10, lex 15), con cui vietava che sotto pretesto di atterrare gl’idoli e i tempj non si atterrassero ancora le statue che servivano di ornamento a’ pubblici edifizj. A’ tempi però di Costanzo era ancor Roma un oggetto tanto meraviglioso, che Ammian Marcellino racconta (l. 16, c. 10) che allor quando questo imperadore vi pose per la prima volta il piede, rimase attonito e sopraffatto per modo , che disse che la fama solita comunemente ad accrescere e ad ingrandire gli oggetti era per riguardo a Roma troppo scarsa di lodi. III. E allora fu che in Costanzo si risvegliò il pensiero di gareggiare nella magnificenza cogli antichi imperadori, e di rendere con qualche nuovo ornamento il suo nome immortale. Era in Alessandria d’Egitto, come racconta Ammian Marcellino (l. 17, c. 4), un obelisco colà trasportato per ordine di Costantino Magno che volea abbellirne la sua Costantinopoli; ma essendo ei morto prima di compiere il suo disegno, erasi quivi rimasto quasi in abbandono. Costanzo dunque risolvette di farlo trasportare a Roma, e riuscitovi felicemente, il fece collocare nel Circo Massimo nella maniera che si può vedere ampiamente descritta dal mentovato scrittore. Ed è questo quell’obelisco medesimo che fu poscia da Sisto V di nuovo innalzato. Mi si permetta qui di rilevare un abbaglio dal ch. Muratori commesso nel correggere il preteso abbaglio di un altro scrittore. il Lirulenbrogio, die’egli (Ann. Aliai, ali’anno 357), c^lc suppone trasportato non a [p. 698 modifica]IV. lì gusto lidie arti si v.i sempre più depravando. 698 LIBRO Roma aulica, ma alla nuova, cioè a Costantinopoli, questo stupendo obelisco, citando T iscrizione che si trova in un altro esistente in essa città di Costantinopoli, prese un granchio chiaramente parlando Ammiano che. il suddetto sopra una smisurata nave fu pel Tevere introdotto in Roma. L’eruditissimo Annalista non ha ben osservate le parole del Lindebrogio. Egli non dice (in not. ad Amm. Marcell. l. cit.) che questo obelisco fosse trasportato.a Costantinopoli, ma che Costantino avea pensiero di farvelo trasportare, e che poscia Costanzo ne ordinò il trasporto a Roma. L’iscrizione poi che il Lindebrogio arreca, non è mai stata in Costantinopoli, ma è anche al presente in Roma, benchè in parte guasta e consunta: ed ella è riferita, oltre altri scrittori, ancor dal Grutero (Thes. Inscr. p. 186) che ha conghietturando supplito a ciò che più non si vede: e dalla iscrizione medesima raccogliesi chiaramente ciò che abbiam di sopra asserito; cioè che questo obelisco era destinato a Costantinopoli, ma che, cambiato pensiero, fu pel mare e pel Tevere condotto a Roma. IV. Furon dunque anche a quest’epoca in pregio le arti; ma ciò non ostante non furono esse coltivate felicemente. I monumenti che ancor ce ne restano, sono, come afferma il Winckelmann (l. cit. p. 330), alcune statue di Costantino che non fanno molto onore a’ loro artefici, e l’arco in onor di lui innalzato, i cui migliori lavori son presi da un altr’arco dell’imperadore Traiano. Per ciò che appartiene [p. 699 modifica]QUARTO Gyi) all’architettura, lo stesso Winckelntaim (lice (ih. p. 332) ch’ella in qualche modo fioriva ancora. Gli esempi però ch’egli reca, di magnificenza e di buon gusto nel fabbricare, sono tutti anteriori a’ tempi di Costantino; e il solo ch’egli accenna creduto di questa età, si è un tempio che dicesi ristorato dal medesimo Costantino, in cui egli osserva che due colonne furono collocate a rovescio, ponendo la parte inferiore sopra la superiore (27). V. Ma ciò che alla scultura e all’architettura riuscì più funesto, furono le invasioni de’ Barbari , e i saccheggi amenti a cui Roma soggiacque (28). Io crederò bensì che esagerasse troppo Procopio, quando scrisse (De Bello. Vandal. (a) Qui ancora il sig. ab. Fea mi riprende (TV’mck. Slor. delle Arti, t 2, p. 4.13, ed Rom.) perchè io non ho avvertito che il Winckelrnann non intende nel passo da me citalo di fissare l’età in cui quel tempio sì barbaramente fu ristorato. Ma poiché il Winckelrnann istesso confessa che ciò dovrei!)’essere stato fatto intorno ai tempi di Costantino, e poiché io ne ho parlalo come di cosa non certa, scrivendo: creduto di questa età, e che dicesi ristorato da Costantino; così non parmi di dover cambiate cosa alcuna in ciò che ho scritto. (b) Avvertasi ch’io qui parlo di saccheggiamene’ , non di rovinee che di essi perciò dee intendersi ciò eh’io dico narrarsi da Procopio, che nel sacco dato a Roma da Alarico niuno de.’ pubblici e de’ privati edifizj rimanesse intatto, cioè che tutti furono esposti alla ingordigia e alla preda degl’invasori. Io non veggo perciò perchè mi abbia corretto il sig. ab. Fea (JVmek.Stor. delle Arti, t. 3, p. 269), come se io avessi fallo dire a Procopio che Alarico bruciasse tutta Roma, ciò eh’io non ho mai dello, nc mai ho fatto due a Prncopio. [p. 700 modifica]VI. Pitture e musaici di questi lempi. •700 LIBRO /. 1) die nel sacco datole da Alarico niuno de’ pubblici e de’ privati edifizj rimanesse intatto: ma egli è ben verisimile ciò che concordemente narrano gli scrittori, ch’egli co’ suoi Goti seco ne portasse quanto vi potè raccoglier di meglio. Un somigliante guasto le diè Genserico 5 anzi narra Procopio (ib.) che una nave ch’egli avea caricata di statue, nel ritorno in Africa perì di naufragio. Egli è probabile ancora che in queste occasioni medesime atterrati fossero obelischi ed archi, ed altri monumenti della romana magnificenza, alcuni de’ quali poi di nuovo scoperti in questi ultimi secoli sono stati con eguale magnificenza innalzati. VI. La pittura per ultimo non fu a quest’epoca trascurata; e i lavori a musaico ancora furono assai frequenti. Simmaco ne fa menzione (l. 6, ep. 49)> e approva che i bagni sieno ornati a musaico più che non a pittura; anzi egli scrivendo a un certo Antioco, il loda (l. 8, ep. 41) per un nuovo genere di musaico finallora non conosciuto, che da lui erasi ritrovato. Anastasio Bibliotecario rammenta i musaici e le pitture di cui ornarono più chiese i pontefici S. Silvestro, Giulio I, Liberio, S. Leone, ed altri. « S. Paolino vescovo di Nola descrive a lungo le pitture di cui egli avea ornato il suo tempio (in Nat. S. Fel. carni. 9) De’ nomi di quelli che in somiglianti lavori vennero adoperati , non ci è rimasta memoria. Solo io trovo nominato con lode da Simmaco un pittore detto Lucillo (l. 9, ep. 49)- Alcuni pensano che le pitture dell’antichissimo codice vaticano di Virgilio , che sono state disegnate da Sante Bar toh, [p. 701 modifica]QUARTO 701 e aggiunte ancora alla magnifica edizione che del suo Virgilio ci ha data in Roma l’anno 1763 il P. Ambrogio della Compagnia di Gesù, e così pur le pitture del codice di Terenzio della stessa biblioteca, che veggonsi delineate nella bella edizione fattane in Urbino l’anno 1735, e quelle ancora di un altro codice di Terenzio mentovato dal Peirescio, appartengano all’età di Costantino (V. Winck. l. c. p. 331), e questa è ancora l’opinione del Winckelmann , il quale riflette che le pitture del codice vaticano di Virgilio sono state delineate da Sante Bartoli in modo, che appaiono migliori assai che non sieno nel loro originale. Egli aggiugne che una relazione inserita nel medesimo codice, e scritta nel medesimo tempo, ci dà motivo a credere ch’esso fosse scritto a’ tempi di Costantino. Ma qual sia questa relazione, egli nol dice; nè io ho potuto vedere le lettere del Brumauno eli’ egli ne arreca in testimonio (29). Di altre pitture che ci rimangono di questi tempi, non trovo menzione; ma ciò che si è detto, basta a mostrarci che anche quest’arte andava ogni giorno più decadendo miseramente. (n) 11 Ilurmanno, coinè si avverte «la! sopraccitato ab. Fea (/. rii. p. 4<iO 1 < non fa clic produrre il giudizio dell7 tinsio intorno all’antichità «lei codice Laurenziano di Virgilio, di cui si parla nel tomo seguente , e del Vaticano qui ricordalo; le cui pitture però da lui non credonsi tanto antiche, quanto sembrava al Winckelmann. Fine del Tomo H.