Storia della letteratura italiana (Tiraboschi, 1822-1826)/Tomo III/Libro II/Capo VI

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Capo VI – Arti liberali

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Capo VI.

Arti liberali.

I. Ciò che finora abbiam detto dell’abbandono in cui si giacquer gli studi d’ogni maniera, ci fa vedere senz’altro a quale stato dovessero ri- ’ dursi le belle arti, che hanno, come per lunga esperienza abbiam osservato, un ugual destino con essi. La rozzezza de’ Longobardi che non dovean certamente avere pe’ lavori dell’arte nè [p. 216 modifica]2lC> libro umore nè gusto, e le continue asprissime guerre che desolaron l’Italia, due funesti effetti produssero al tempo stesso; perciocchè e si smarrì gran copia degli antichi lavori che colla lor bellezza risvegliavano l’ammirazione non meno che l’emulazione; o pochi furon gli artefici che dalla magnificenza de’ principi, dalla speranza di onori e di premj, e da una bella vicendevole rivalità si animassero a intraprendere grandi cose; e que’ medesimi che pur le intrapresero, dovendo soddisfare al gusto de’ lor sovrani, che, come dalle lor fabbriche si raccoglie, non era troppo fino, si adattarono alle loro idee e a’ capricciosi lor pensamenti. E quanto alla perdita de’ monumenti antichi, le rovine e gl’incendj che, come si è dimostrato, furono assai frequenti in quest’epoca, molti ne dovetter distruggere e consumare; come era avvenuto a’ tempi ancor della guerra tra’ Goti e i Greci. Ma convien confessarlo: l’ingordigia de’ Greci non fu men dannosa all’Italia, che la rozzezza de’ Longobardi. E memorabile singolarmente è nelle storie il nome dell’imperador Costante; che l’anno 663 venuto a Roma, e fermatovisi dodici giorni, nel partirne seco ne portò tutti gli antichi lavori di bronzo che adornavano la città, fino a scoprire il celebre Pantheon per toglierne tutte le tegole , eli’ esse pure eran di bronzo , e condurle a Costantinopoli, come raccontano Paolo Diacono (Hist. Lang". l. 5, c. 11) e Anastasio Bibliotecario (in Vita S. Vitaliani PP.; Script. rer. Ital. t. 3, pars i, p. 141)■ Lo stesso spoglio fece egli in Siracusa, ove poscia l’anno 668 fu ucciso; e non molto dopo entrati [p. 217 modifica]SECONDO 2 I 7 i Saracini in quest’isola, e trovativi i bronzi e gli altri ornamenti che da Costante non erano stati mandati ancora a Costantinopoli, se ne fecer padroni, e ogni cosa seco portarono in Alessandria (Paul. Diac. ib. c. 13). II. Non può nondimeno negarsi che i re longobardi non avvivassero in qualche modo lo studio delle belle arti, e dell’architettura singolarmente. Non vi ha quasi alcuno tra essi di cui non si rammenti qualche edificio per lor comando innalzato. Pavia ricorda in ogni sua parte monasteri e chiese, opere della pietà e della magnificenza de’ suoi sovrani, singolarmente dacchè essi ebbero abbracciata la cattolica religione. La chiesa di S. Salvadore fatta innalzare da Ariberto I (Murat. Ann. d’Ital, ad an. 660), il monastero di S. Agata a Monte da Bettarido (id. ad an. 675), quello di S. Maria di Teodata ossia della Pusterla da Cuniberto (id. ad an. 700), quel di S. Pietro in Ciel d’oro da Liutprando (id. ad an. 722), il magnifico tempio di S. Michele maggiore, che a un di essi pure dee la sua fondazione (id. adan.65o), la basilica in onore di S. Giambattista, e il suo palazzo fabbricato in Monza dalla regina Teodolinda (Paul. Diac. I. c. 20) ci fan vedere ch’essi amavano la magnificenza degli edificj (17). Quindi nelle leggi de’ Longobardi troviam talvolta fatta menzione di fabbriche e di muratori; (a) Veggansi su questo punto le Memorie della Chiesa Monzese nella dissertazione seconda , ove il ch. sig canonico Antonfrancesco Frisi con molta esattezza ed erudizione esamina tutto ciò che alla munificenza della reina Teodolinda appartiene. [p. 218 modifica]218 libro e parmi degno d’osservazione che quello che noi or diciam capomastro, ivi si appella col nome di magister Cornac inus (Lrg. Long, lex. 1441 145; t. 1, pars 2 , Script. rer. ital.); il che ci mostra che sin da que’ tempi cotal sorta di operai venivano comunemente dal contado di Como e dal vicin lago, dìi de prendevano il nome. Ma l’architettura che a’ tempi de’ Goti era già decaduta di molto dall’antica sua maestosa semplicità, venne a stato sempre peggiore sotto de’ Longobardi; e la mancanza di proporzione, l’irregolarità del disegno, il capriccio degli ornamenti, ci mostrano che il buon gusto era totalmente perduto. III. Lo stesso dee dirsi della scultura. Questa ancora ebbe tra’ Longobardi alcuni splendidi protettori; ma ciò non ostante qual differenza fra i lavori dell’arte di questi tempi, e quelli dell’età trapassate? In Monza conservasi ancora parte del ricco tesoro de’ donativi che al tempio di S. Giambattista fece la regina Teodolinda; veggonsi tuttora in Pavia le antiche sculture della chiesa di S. Michele, ed altri simili monumenti non mancano e in questa e in altre città d’Italia. Ma in essi vedesi comunemente una rozzezza così nel disegno come nell’esecuzione, che or ci muove alle risa: e allor nondimeno miravansi tali cose come prodigj dell’arte. Anastasio Bibliotecario nelle Vite de’ romani Pontefici che vissero a questi tempi, si stende assai lungamente nell’annoverare e descrivere con esattezza le fabbriche sacre da essi intraprese, e i vasi sacri, e gli altri somiglianti ornamenti di cui le arricchirono; ed egli [p. 219 modifica]SECONDO 2 I () pur ce ne parla come di cose di maraviglioso lavoro. Tutti questi encomii però voglionsi intendere in quel senso medesimo in cui abbiam veduto che si debbon intender gli encomj fatti agli uomini dotti di questa età. In mezzo all’universale ignoranza sembrava somigliante a portento il sapere pure scrivere alcuna cosa, e il sapere in qualunque modo scolpire. Perciò chi era da tanto, veniva esaltato con somme lodi; e i lavori dell’arte, in vece di aver giudici saggi e intendenti, non trovavan che ciechi e attoniti ammiratori. IV. Somigliante per ultimo fu la sorte della pittura. Se noi vogliam credere a un’opinione ricevuta comunemente e per una cotal tradizione de’ nostri maggiori, e per la testimonianza di quasi tutti i moderni autori che su ciò hanno scritto, ci converrebbe qui confessare che la pittura dopo l’invasione de’ Barbari perì interamente in Italia, e che solo nel XIII secolo incominciasse a sorgere dalle sue rovine per opera del celebre Cimabue. Due illustri scrittori a’ quali la nostra Italia dovrà un’eterna riconoscenza per la gloria che in mille guise le hanno colle Opere loro accresciuta, dico il march. Maffei e il Muratori, han cominciato a combattere questo universal pregiudizio, e a mostrare che tra noi non cadde mai la pittura per modo eli’ ella anche ne’ più rozzi secoli non fosse usata. Ma il primo nelle sue erudite ricerche si è ristretto alla sua patria, di cui scrivea, e in cui ha mostrato trovarsi pitture assai più antiche di Cimabue (Ver. illustr.par. 3 c. (6). Il secondo alcuni pochi esempj ha addotti di pitture fatte ne’ tempi barbari (Antiq [p. 220 modifica]230 LIBRO Vii. t. 2, diss. 24). L’idea della mia opera richiede necessariamente ch’io esamini colla maggior diligenza che mi sia possibile, questo punto. L Italia sarebbe stata difesa e onorata assai meglio, se quei valentuomini avesser preso a trattarne distesamente. Io mi lusingo ciò non ostante di poterne dir tanto che basti ad assicurarle la gloria di aver sempre avuti coltivatori della pittura. V. Già abbiam mostrato che pittura e musaici eransi fatti in Italia a’ tempi de’ Goti. Veggiamone ora il seguito ai tempi dei Longobardi. Molti in primo luogo sono i musaici di cui Anastasio Bibliotecario ci narra che per comando de’ papi furono ornati e tempj ed altri sagri edificj in Roma, come la chiesa di S. Agnese nella via Nomentana da Onorio I (Script Rer. ital, t. 3, pars. 1 , p. 136), la basilica Vaticana da Severino (ib. p. 137), e quella del Salvadore da Sergio (ib. p. 150). Di pitture ancora troviam più volte espressa menzione. Di Giovanni VII che salì al pontificato l’anno 705, dice lo stesso Anastasio (ib. p. 152) che molte immagini fece dipingere nelle chiese di Roma, e che di pitture ornò la basilica, che diceasi Antica, della Madre di Dio. E molte pitture ancora ei rammenta, di cui Gregorio III ornò le chiese di S. Grisogono, di S. Callisto, della B. Vergine detta in Aquiro, ed altre (ib. p. 159, ec.). Pitture innoltre e musaici veggiam nominati assai spesso dallo stesso scrittore nella Vita del pontefice Zaccheria (ib. p. 163, 164), di cui aggiugne che nel palazzo lateranese fece ancor dipingere la descrizione del mondo, o, come noi diciamo, una carta geografica, a cui pure [p. 221 modifica]SECONDO 221 aggiunse alcuni suoi versi; e lo stesso troviam nelle Vite di Paolo I (ib. p. 137) e di Adriano I (ib. p. 189), di modo che possiam dire a ragione che ai romani pontefici singolarmente noi siam debitori che questa arte non sia interamente perita. Essi però non furono i soli che la sostenessero. Giovanni Diacono nelle Vite de’ Vescovi di Napoli fa menzion di pitture di cui il vescovo Giovanni al principio del vii secolo ornò il Consegnatorio, ossia la stanza ove i neofiti battezzati si ritiravano per ricevervi la Confermazione (Script. rel. ital. t. 1, pars. 2, p. 3o 1). Nel medesimo secolo Reparato vescovo di Ravenna, per testimonio dello storico Agnello (in Vit Pontif. ravenn.), fece dipingere le immagini de’ vescovi suoi antecessori, e la sua ancora, aggiugnendo a ciascuna immagine due versi. E nel seguente secolo Potone undecimo abate di Monte Casino, come narra Leone Marsicano (Chron. Monast. Casin. l. 1, c. 10), avendo fabbricato un tempio in onore di S. Michele, ornollo d’insigni pitture, e di versi da sè composti, de’ quali alcuni ne riferisce lo stesso autore. Finalmente nell’antica Cronaca del monastero di Subiaco si narra (Script. Rer. itaL vol. 24, p. 930) che l’abate Stefano a’ tempi di Giovanni VII, cioè verso l’an 706, fé’dipinger la chiesa del monastero medesimo. VI. Io ben veggio ciò che da alcuno potrà per avventura opporsi a questa continuata serie di dipinture ch’io ho qui arrecata; cioè che tutte furon fatte in paesi che ubbidivano a’ Greci, e che perciò furon forse opera di greci pittori. Ma su qual fondamento si può tal cosa asserire? Come si pruova che greci [p. 222 modifica]2 22 LlllItO fossero, e non italiani, i pittori? Vi è forse alcuno tra gli antichi scrittori che lo affermi? Vi è forse tra essi chi dica che gl’italiani aveano dimenticata parte della pittura? A me non è finora avvenuto di trovare testimonianza alcuna di tal natura. Un passo di Leon Marsicano , che si suole addurre a pruova di un tal sentimento, e che è l’unico su cui possa esso appoggiarsi, io mi lusingo di poter mostrare ad evidenza, ove dovrò trattare dell’ xi secolo, che non ha forza alcuna. Noi in somma veggiam pitture in Italia: non abbiamo chi ci assicuri che esse furon lavoro de’ Greci: dunque, finchè non ci si pruovi il contrario, possiam credere opere di dipintori italiani. Io credo bensì che alcuni pittori greci potesser venire in Italia allor quando destossi nell’Oriente la persecuzione contro le sacre immagini; ma questa non ebbe principio che l’anno 725, noi abbiamo veduto che anche ne’ due secoli precedenti erasi in Italia esercitata l’arte della pittura. Poteron dunque i Greci accrescere per avventura il numero de’ pittori in Italia; ma non vi era bisogno di essi per far risorger quest’arte che senza essi ancora erasi coltivata in addietro, e si coltivava tuttora. VII. Ma senza ciò noi veggiamo esercitata ancor la pittura nelle provincie soggette a" LonJj goliardi. Della regina Teodolinda racconta Paolo , Diacono (Hist. Lang. l. 4, c. 20), che nel palazzo ch’ella si fece innalzare in Monza, volle che fosser dipinte alcune delle imprese de’ suoi Longobardi; dalle quali pitture, che a’ tempi di questo autore ancora esistevano, egli raccolse quali fossero allora le vesti e gli ornamenti de’ [p. 223 modifica]SECONDO 223 medesimi Longobardi. L’Anonimo Salernitano parla di un’immagine di Arigiso duca di Benevento (Cron. c. 11), che vedevasi dipinta in una chiesa di Capova, e che fu mostrato l’anno 787 a Carlo Magno. Io so che questi è uno scrittor favoloso e poco degno di fede; ma essendo egli pure scrittore antico, cioè del x secolo, o vero, o falso sia il fatto ch’ei racconta, esso basta a mostrarci che la pittura non era sconosciuta a’ signori longobardi, e che si credeva eh’essi usassero di far formare i loro ritratti. Veggasi ancora ciò che 1’eruditissimo conte. Giorgio Giulini osserva su una antica pittura che vedeasi già nel coro della imperial basilica di S. Ambrogio in Milano, in cui eran dipinti i vescovi suffraganei di quella chiesa, e l’ordine con cui essi sedeano ne’ concilj provinciali; pittura ch’egli con ottime ragioni dimostra (Mem, di Mil. t. 1, p. 223) che fu fatta verso il fine del vii secolo. Or tutte queste pitture chi mai potrà credere che fosser lavoro di pittori greci, co’ quali aveano i Longobardi guerre continue, e guerre che non lasciavan già quasi interamente libero il vicendevol commercio tra le contrarie nazioni, ma che esercitavansi da una parte e dall’altra con quelli inplacabile odio eli’ era proprio di quelle rozze e barbare età? Egli è dunque, a mio parere, evidente che sotto il regno de’ Longobardi non mancò la pittura in Italia, benchè essa pure, come tutte le altre arti, fosse esercitata assai infelicemente; e lo stesso pure potrem mostrare de’ secoli susseguenti, a’ quali ora dobbiam fare passaggio.