Una porta d'Italia col Tedesco per portiere/L’Alto Adige e l’Italia

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L’Alto Adige e l’Italia

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L’ALTO ADIGE E L’ITALIA

[p. 88 modifica] [p. 89 modifica] Nella cronaca tumultuosa dei nostri tempi, fra i problemi innumerevoli, vasti, improvvisi, assillanti che opprimono e angosciano la nostra vita nazionale, la questione dell’Alto Adige, può sembrare di carattere blando a molti lettori abituati all’enormità tragica degli avvenimenti quotidiani di cui l’Italia è il teatro. Lassù infatti tutto è quieto, tutto è pacifico, tutto è legale. Non vi è angolo di mondo di un più calmo esteriore di quella sorridente terra atesina, la cui tranquillità offre oggi uno dei più sicuri e riposanti rifugi della villeggiatura. Il petardo fascista scoppiato a Bolzano il 24 aprile ha fatto epoca, ha avuto l’enorme risonanza che meritava un colpo solitario rintuonante nel più profondo dei silenzi. Niente conflitti, niente sangue, niente rumore, nulla di tutto quello che richiama imperiosamente l’attenzione di un paese; non si tratta insomma che di questo: che le autorità dell’Austria sono rimaste più o meno al potere e fanno quello che hanno sempre fatto: che i partiti [p. 90 modifica] pangermanisti, riuniti in una lega anti-italiana col nostro benevolo e tacito riconoscimento, guidano la vita politica e amministrativa della provincia; che il processo di germanizzazione degli Italiani e dei Ladini continua indisturbato; che il popolo atesino, bonario docile e disciplinato, rimane sotto al controllo dei nostri nemici come se non avessimo vinto. Noi non abbiamo stabilito lassù altro regime che quello di una aspettante inerzia; i nostri nemici al potere agiscono nell’orbita della legalità poiché sono l’autorità riconosciuta; la lotta contro l’italianità rimane una funzione naturale di ufficio: sotto la nostra sovranità nominale si prepara così apertamente e serenamente la disannessione, senza urti e senza fretta, la disannessione «che verrà da sè». E tutto ciò assume gli aspetti della più perfetta normalità, è l’espressione di un ordine meticoloso ed esemplare, sul quale riposiamo. Diciamo subito che questa placidità esteriore peggiora il male.

Lo peggiora perchè non ci lascia sentire tutta la necessità della cura immediata. Nell’ora agitata che viviamo sono troppi i pericoli precisi e imminenti che ci spronano alla ricerca affannosa dei relativi rimedi, è troppo l’improrogabile che fissa la nostra ansietà perchè non ci sentiamo propensi a rimandare indefinitamente le soluzioni che non si presentano legate ad una data fissa, che non impongono con una crisi insostenibile la loro scadenza. Badiamo: l’ordine alto-atesino è uno [p. 91 modifica] stupefacente che anestesizza una grave piaga, più grave di quelle che ci dolgono tanto, coperte di sangue nostro. Insistiamo con tutta l’energia della convinzione su questa fatale insensibilità come sopra una delle massime cause che hanno prodotto raggravarsi delle condizioni dell’Alto Adige. Più tempo passa e più grande e complesso diviene lo sforzo necessario ad una sistemazione adeguata di quella provincia abbandonata per tre anni a sè stessa. Vi sono questioni che trascurate non si fermano nelle loro modeste proporzioni primitive, ma si ingrossano di nuovi strati, come valanghe, scendendo sempre più vaste e pesanti verso il limite dell’irreparabile. I programmi e l’azione del Deutscher Verband, la lega pangermanica che con pochi capi ma con molta disciplina tutto domina per la forza della libera organizzazione, non lasciano dubbi sulla mèta che si vuol raggiungere. Per non agire, per non far nulla, il Governo non ha nemmeno il pretesto della impossibilità di prevedere. I mali che metodicamente si preparano alla Nazione sono là, nel futuro, chiari, dichiarati, precisi. I rimedi sono ancora facili: basterebbe governare un poco come si governa in tutto il mondo civile, perchè non vi sono molte maniere per reggere i popoli. Vi sono molte maniere per perderli. Ma occorre affrontare il problema di una sistemazione con maturità di studi e con una franca e nitida visione degli scopi che bisogna raggiungere. Se gli uomini di governo suppongono di essere [p. 92 modifica] responsabili soltanto per quello che fanno, sbagliano: vi è anche la terribile responsabilità del non fare, che può sfuggire, forse, al piccolo mondo della vita politica, ma che non sfugge alla storia. Triste responsabilità di diserzioni e di fughe.

Di chi la colpa se le cose sono giunte al punto che la nostra inchiesta, in piena concordia di opinioni con tutti gli Italiani che hanno potuto osservare le condizioni dell’Alto Adige, ha constatato? È difficile a dirsi perchè in Italia non si sa mai precisamente a chi spetti decidere, prescrivere, ordinare, eseguire. Certo le estreme lungaggini delle trattative di pace per cui due anni sono trascorsi tra la Vittoria e l’annessione, cioè l’esercizio legittimo della sovranità, hanno favorito le tendenze naturali del nostro Governo all’inerzia e al rinvio perpetuo. Ma è enorme che anche come semplici occupanti militari di una regione ancora non nostra giuridicamente, ma sulla cui definitiva appartenenza all’Italia non si sono sollevati seri dubbi, è enorme, diciamo, che non si siano sfrattati elementi stranieri che congiuravano ai nostri danni, che non si siano sostituiti funzionari notoriamente ostili, che non si sia esautorata l’organizzazione nemica considerando che eravamo in un periodo di armistizio, ossia di guerra virtualmente aperta. Il governatorato militare aveva facoltà indeterminate, competenze imprecise, mandati limitatissimi, dipendeva per ogni cosa di valore politico dal Governo, che mancava di nozioni, di programmi, di [p. 93 modifica] idee, e reseringeva le sue direttive in vuote formule demagogiche. In fondo il Governo non dava troppa importanza alla situazione atesina, preso come era dalla questseione adriatica nella quale si raccoglieva tutta la politica estera ed interna dell’Italia. Adoperava l’Alto Adige come campo dimostrativo per dare agli avversari un esempio allettevole della soavità esemplare dei nostri sistemi di governo.

Il fatale abbinamento della questione adriatica e di quella tridentina ha contribuito pure a privare l’Alto Adige di una sistemazione. Fronteggiavamo nelle due Venezie problemi radicalmente diversi che reclamavano diverse soluzioni, ma questa evidenza non è stata riconosciuta. Sull’Adriatico gl’italiani nella loro lunga lotta di resistenza contro gli slavi avevano avuto per costanti alleati i tedeschi, quei tedeschi che erano invece gl’inesorabili sopraffattori degli Italiani sull’Adige. È naturale che i tedeschi del Verband siano stati sempre accolti con strano favore all’Ufficio centrale per le nuove province dominato da elementi adriatici, colti e patriottici, ma che non possono giudicare se non attraverso la loro speciale esperienza e la loro mentalità. L’elemento trentino non ha avuto analoghe influenze nella direzione delle cose che riguardavano il loro paese. Si è avuta per i trentini in genere una diffidenza onorevole; si è pensato che avevano troppo sofferto sotto ai tedeschi per non odiare fino alla rappresaglia. Si è errato per generalizzazione. [p. 94 modifica]

Non si è capito che una direzione unica per la sistemazione delle terre annesse era assurda e che le idee dei migliori trentini sulle loro questioni, pur non concordando affatto con quelle dei triestini e degli istriani, potevano essere perfettamente e sacrosantamente giuste.

Cessato il regime militare, si è continuato a non far nulla nell’Alto Adige. Anzi, peggio ancora, il Governo di allora mise mano a preparare per i tedeschi una mal concepita autonomia. Il Commissariato generale civile è stato più un organismo di diplomazia che di governo. Del resto i suoi poteri sono ben limitati se esso non può nemmeno requisire dei locali per uso di ufficio pubblico. Tutto fa capo a Roma. E Roma ha ben altre cose da fare.

Ma non si può andar avanti così senza preparare giorni sinistri al Paese. Non avremo forse da temere sommosse, rivolte, insurrezioni: i tedeschi non fanno gesti inutili. I signori del Verband lo hanno detto: non c’è che da aspettare che l’Italia sia in guerra. Sarà l’ora della disannessione. L’assenza di un governo italiano nell’Alto Adige rende tale eventualità naturale e logica.

Ebbene, meditiamo questa enormità. La più grande, la più sanguinosa, la più dura guerra del mondo ci ha condotti trionfalmente alla riconquista della porta di casa: il Brennero. Per averla perduta siamo stati schiavi. Nessuno può varcarla più finché siamo sulla soglia. Possiamo tener testa a qualunque esercito con immensa e permanente [p. 95 modifica] economia di spese militari. Il Brennero segna la nostra vera frontiera, al di qua tutto è Italia, non vi sono che duecentomila tedeschi, che sarebbero assai meno se chi ha nome italiano si considerasse italiano. È possibile che questo baluardo formidabile non conti più niente, che uno dei frutti più belli e positivi della nostra gigantesca vittoria sia sacrificato, che la conquista sia perduta, che la porta chiusa si riapra, soltanto perchè noi ci siamo dimenticati di governare pochi tedeschi? Ma contro chi potremmo essere costretti eventualmente a difenderci sul Brennero se non contro al pangermanesimo, l'unico nemico che in un avvenire impreciso potrebbe ancora risorgere armato e avido al di là delle Alpi? E proprio il pangermanesimo noi insediamo padrone in casa nostra, nel punto più delicato della difesa, a governarvi gente nostra e ad attendere amabilmente l’ora del tradimento? Pensi il Governo alla proprie responsabilità. [p. 96 modifica]