Una porta d'Italia col Tedesco per portiere/Profili tedeschi

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Profili tedeschi

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L’Alto Adige e l’Italia Appendice
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PROFILI TEDESCHI

[p. 98 modifica] [p. 99 modifica] La deputazione tedesca che l’Alto Adige manda alla Camera è di solida tempra e di non comune valore. Il Deutscher Verband ha scelto per rappresentanti quattro uomini le cui facoltà si integrano e si completano come gli strumenti di un quartetto classico. Toggenburg dirige l’orchestra. Uomo di Stato austriaco ferrato d’esperienza, egli ha il tatto e il polso d’un perfetto conoscitore della tastiera politica e tenterà di armonizzare degli accordi inverosimili. Reut-Nikolussi rappresenta la passione, è il violoncello sentimentale che suonerà tutte le nostre arie patriottiche, voltate in tirolese. Willi Walther, segretario della Camera di Commercio di Bolzano, posato, pratico, riflessivo, sarà il buon violino tedesco convincente di precisione matematica, forte come una equazione. L’ultimo, il quarto, Tinzl, sarà l’uomo oscuro e indispensabile che fa l’accompagnamento. Dobbiamo aspettarci dei concerti poco banali, non nell’ambiente di Montecitorio, che è troppo vasto, e probabilmente sordo a questo genere di musica [p. 100 modifica] tedesca, ma nei saloni di alcuni Ministeri. Qui, in tanto, in questi giorni il quartetto eseguisce dei pezzi rumorosi, delle arie da fanfara, aggiungerei da fanfara di caccia («va fuori d’Italia, va fuori italiano... ») ma a Roma saprà adattare alle nostre orecchie i laceranti motivi dell’indipendenza tirolese.

Presentiamo ai lettori questi uomini, così come li abbiamo conosciuti. Cominciamo dal conte Toggenburg, il capo. Nobile tirolese, egli è stato luogotenente imperiale del Tirolo. Conciliante e benigno in tutte le questioni che non avevano interesse politico fu sempre un intransigente difensore della idea statale. Era intimo di Stürgk, il maestro della «maniera forte»; l’uomo che sapeva trarre dagli strumenti a corda (e sapone) effetti straordinari. Nessuno come lui riduceva al silenzio le voci delle nazionalità che non avevano una parte scritta nella partitura. In quella sera tragica di ottobre del 1916 in cui Stürgk fu abbattuto da Franz Adler con due colpi di rivoltella ad un tavolo di restaurant viennese, il ministro dell’Interno assassinato aveva un commensale, davanti al quale si rovesciò rantolando. Questo commensale era Toggenburg. Due anni dopo Toggenburg saliva al posto dell’amico morto, e non lesinò le misure di rigore reclamate dalla «ragione di Stato» che comportavano una recrudescenza contro l’elemento italiano. Gl’internamenti hanno infierito sotto di lui. [p. 101 modifica]

È veramente una suprema ironia della sorte che trasforma questo ministro dell’Interno dell’Impero Austro-Ungarico in un deputato della Camera italiana, dove entrerà vestito da irredentista, per chiedere quello che ha sempre considerato iniquo, per proclamare idee che ha sempre giudicato criminali, smentendo, se stesso, e pur rimanendo coerente a se stesso; perchè in fondo il suo principio inalterabile si riduce a questo: che il comando è una funzione tedesca.

Personalmente è simpatico. Di aspetto piacevole, alto, snello, fine, con due rade e grigie basette emblematiche ai lati del volto raso, egli ha un’aria giovanile ed una fisionomia antica. Si direbbe di aver visto il suo viso pallido e sottile da diplomatico di razza in qualche incisione del tempo del Congresso di Vienna. Ha l’arte aristocratica di essere naturalmente affabile. Per arrivare a lui, attraverso i saloni del suo palazzo, siamo passati sotto allo sguardo severo di arciduchi ritratti in tunica bianca. Di fronte alla sua casa, sulla facciata d’un grande edificio nuovo, c’è scritto «Franz Josef Schule» (l’unica scuola Francesco Giuseppe che sia rimasta in tutto l’ex-Impero Austro Ungarico). Si respira per tutto una greve aria austriaca. Ma il conte ci parla in un italiano perfetto:

«Signor redattore, — ci dice — io ho sempre avuto simpatia per gl’italiani. Una simpatia che mi è stata spesso rimproverata. Anche adesso, contro l’opinione degli altri, io ho fiducia nella [p. 102 modifica] equanimità dell’Italia. Vedrete, dico ai miei amici scettici, l’Italia è equanime... Sì, sì, è vero; durante la guerra l’Austria ha commesso delle ingiustizie contro alcuni italiani; ma delle ingiustizie se ne commettevano per tutto durante la guerra. Prima della guerra gl’italiani soggetti all’Austria erano trattati bene. Si trovavano contenti e soddisfatti sotto l’Austria, salvo una piccola minoranza. I contadini trentini adesso rimpiangono l’antico regime. «I trentini, in genere, si sono battuti valorosamente per l’Austria. Alle volte ne trovavo feriti negli ospedali e se domandavo loro: Sei italiano? — rispondevano: No, no, Südtyroler! — Si sentivano tirolesi. Storicamente la loro terra era Tirolo Italiano. Guardi qui, signor redattore, questa antica incisione dell’epoca dell’invasione francese; legga sotto, rappresenta i « bersaglieri tirolesi » al Monte Baldo: erano trentini.

...« Capisco quel che vuol dire. Non creda che con ciò io approvi quelli che reclamano alla razza germanica delle frontiere troppo estese... Vi sono dei limiti amministrativi chiari, fissati dall’Austria, fra italiani e tedeschi. Sarebbe mostruoso fare una provincia unica. L’Italia è un paese di idealità, e in nome dei suoi stessi principii ci aspettiamo una soluzione equa. Io non sono di coloro che accusano l’Italia per le colpe o le deficienze del suo Governo. E poi, è un Governo questo? Mi dica lei, signor redattore, è un Governo questo, che non fa rispettare la legge, che permette disordini [p. 103 modifica] comunisti e disordini fascisti, che lascia dilagare metodi rivoluzionari? Ma che cosa fa questo signor Giolitti?

...« Pensare che l’Italia ha la fortuna di essere tutta d’un pezzo, tutta d’una razza, un paese ideale per un Governo. Le varie nazionalità che vivevano sotto l’Austria hanno progredito e prosperato, ma non si immagina quanto fosse complicato e difficile governare genti di varia stirpe. Ma perchè, avendo il vantaggio di una omogeneità di popolo, perchè mai tirarsi in casa i grattacapi dei tedeschi e degli slavi...! Con un Governo che si dimostra incapace della semplice protezione dell’ordine! Fatti come quelli dell’altra domenica sono intollerabili... Sì, ammetto, riconosco che i fascisti possono aver fatto del bene in Italia. Anzi, le dirò che se fossi italiano, probabilmente sarei fascista. Ma qui c’è ordine, disciplina, rispetto alla legge, e il fascismo non ha niente da fare. Che cosa ci si rimprovera: d’essere tirolesi? Saremo sempre tirolesi.

...« Lei accenna, signor redattore, a cose che avverrebbero qui e che offenderebbero il sentimento italiano? Ci si può mettere d’accordo, vivere ognuno la sua vita. Il Tirolo è una unità spezzata con la violenza in due parti che dovranno ricongiungersi. Ma si può trovare un modus vivendi accettabile. L’Italia vuol tenere il Brennero? Ebbene vi mantenga pure le sue truppe, ma ci lasci liberi sotto una forma di autonomia che faccia di questa [p. 104 modifica] regione una zona neutra... Neutra, si... Lei capisce che è inammissibile che i tirolesi prestino servizio militare sotto le bandiere dell’invasore.

...« Sì, sì... mi rendo conto delle difficoltà da parte del Governo a concedere quello che lei dice un privilegio intollerabile... Potrà estenderlo a tutte le provincie annesse... Vede, signor redattore, io considero che la liberazione del Süd-Tyrol dal dominio italiano non può avvenire che in seguito a due fatti. Il primo è che spariscano le guerre dal mondo. Sparendo le guerre, l’Italia non avrebbe più una ragione strategica per tenere il Brennero. Ma la sparizione delle guerre è un sogno assurdo. Il secondo caso è che l’Italia sia sconfitta in guerra. Questo è possibile. Ma non potrebbe avverarsi che in un’epoca lontana, fra trenta, fra quaranta, fra cinquantanni... Noi siamo troppo intelligenti o troppo furbi per tentare di ribellarci contro forze preponderanti che ci schiaccerebbero. Le autorità italiane hanno torto di temere sempre qualche moto, di concentrare forze tutte le volte che c’è una fiera di bovini. Da solo mi sentirei di garantire l’ordine perfetto in tutto il Tirolo. Noi siamo positivi. Non reclamiamo dunque che una autonomia che conservi la nostra lingua, il nostro carattere, la nostra nazionalità, le nostre istituzioni, la nostra amministrazione...

...« È per negoziare questa autonomia che ho consentito ad essere candidato alla deputazione. Se non riesco mi dimetto subito. Non sarei troppo [p. 105 modifica] dispiacente se non riuscissi. Perchè? Perchè se ci negassero l’autonomia, si manterrebbe un’agitazione tirolese sempre viva, utile alla nostra causa, mentre l’autonomia ottenuta potrebbe sopire il patriottismo tedesco... C’è, come vede, un interesse dell’Italia, a soddisfare le nostre domande, un chiaro interesse che a Roma è stato capito... L’Ufficio per le Province Annesse usa una tattica abilissima, e ce l’hanno detto laggiù: Vi contenteremo talmente che non avrete il minimo appiglio per lagnarvi... Gente abile!

...«La nostra azione nel Parlamento?... Si vedrà. Dipenderà dall’accoglienza che riceveremo. Capirà, noi non ci sentiamo «liberati» e non accetteremo gli applausi che saluteranno i deputati italiani delle nuove province. E poi c’è la questione della lingua. Affermeremo almeno una volta il diritto di parlare in tedesco alla Camera, come c’è il diritto di parlare francese goduto dai deputati della Valle d’Aosta.

«Ed ora, signor redattore, chi sa come mi maltratterà nel suo giornale!»

Abbiamo rassicurato il conte Toggenburg sulla nostra probità e lo abbiamo ringraziato di questa audizione privata nella quale i lettori italiani troveranno accennati tutti i motivi del repertorio tirolese. Li riconosceranno fra qualche mese eseguiti a piena orchestra. [p. 106 modifica]

Una persona che ha dello spirito, benché eserciti delle funzioni autorevoli e deprimenti, mi ha detto: I quattro deputati tedeschi che il Deutscher Verband spedisce alla Camera italiana, combattono l’Italia in questa maniera: due di loro caricano le armi — Toggenburg e Walther — e due sparano — Reut-Nikolussi e Tinzl. Applicano insomma la saggia regola della divisione del lavoro. Gli uni accumulano le munizioni degli argomenti, gli altri le fanno esplodere al calore della loro violenza verbale. E l’Italia fa da bersaglio.

Abbiamo presentato ai lettori uno di quelli che caricano: il conte Toggenburg. Ora mettiamoci l’elmetto e avviciniamo uno di quelli che sparano: Reut-Nikolussi. Questo giovane bellicoso pare creato apposta per sparare. È nella sua natura. Ha cominciato col battersi in guerra come Ober-leutnant dei Kaiserjäger. Ma avendo avuto la fortuna personale di rimanere in piedi, non si è ritenuto sconfitto. Non si è affatto accorto che ci sia stata una vittoria delle armi italiane, perciò la guerra fra lui e l’Italia continua.

E Vittorio Veneto? — direte voi. — Ma, signori miei, è nel Tirolo forse Vittorio Veneto? Non confondiamo, qui si tratta del Tirolo. «In tre anni e mezzo di lotta — scrive fieramente Reut-Nikolussi — i soldati italiani non riuscirono a conquistare un solo palmo di Terra Tirolese». Bolzano non è stata espugnata. Gl’Italiani vi sono arrivati profittando subdolamente del fatto che in quel [p. 107 modifica] momento i difensori erano intenti a ritirarsi in disordine. Per questo misero incidente «i Goti del Burgraviato di Bolzano — soggiunge Reut-Nikolussi — sangue alamannico e bajuvarico, e i resti dell’originario popolo retico debbono essere curvati sotto l’odiato giogo dell’italiano, a cui la fortuna, non il valore, conquistò la vittoria!»

È così che il nostro uomo spara. «L’Italia scatenò la guerra per criminosa brama di potere ad onta di tutti i Trattati»... «dobbiamo tollerare, serrando i denti per lo sdegno, che il nemico torturi i nostri connazionali»... l’Italia « considera e tratta l’intera popolazione maschile come prigioniera di guerra... «essa trascina in catene i politicamente sospetti» (infatti gli abbiamo visto una catena che pendeva dal taschino del suo panciotto)... «dobbiamo subire l'onta di udire nel luogo sacro alla vincitrice anima tirolese, il Berg Isel, echeggiare lo stridulo cicaleccio di agghindati siciliani».. Un fuoco tambureggiante. Questo è il linguaggio di quei pochi uomini che abbiamo lasciato alla testa di un buon popolo, che ne aveva abbastanza di loro, i quali sputano in pubblico sulla nostra bandiera per mostrarsi invece bonari e gentili quando vanno a Roma a negoziare gli sputi, combinando abilmente le due azioni, di piazza e di anticamera, con le quali si governa il Governo italiano. Certo, se in un paese straniero si ingiuriasse così l’Italia, noi reclameremmo dal Governo di quel paese misure severe. Ma qui come si fa? [p. 108 modifica] Abbiamo lasciato dire se non altro per istruirci. Molti vituperi mescolati ad alcune opinioni sono saliti ufficiosamente all’onore della traduzione (in Tribunale? no) in italiano per mostrare agli Italiani gl’inconvenienti a cui si va incontro quando si ha l’imprudenza di vincere una guerra, e per dare ai tedeschi una severa lezione di tolleranza.

Reut-Nikolussi combatteva l’Italia anche prima della guerra. Che volete, vi sono delle inclinazioni invincibili. Faceva attivamente parte di quel Volksbund che lavorava all’intedeschimento del Trentino, vasta Associazione potentemente finanziata che andava spegnendo la favella italiana da scuola a scuola, da chiesa a chiesa, in cooperazione con la Süd-Mark. La Süd-Mark operava nel campo economico, comperava terreni, tanto nel Trentino quanto nella Carninola, e vi piantava colonie tedesche, suscitando sempre più al sud interessi ai quali si abbarbicassero le radici della germanizzazione. Ad analogo scopo serviva lo sport del Deutscher und Osterreicher Alpenverein, che coltivava con le sue carovane l’uso del tedesco nelle valli italiane, costruiva rifugi-propaganda sulle nostre montagne e diffondeva la geniale teoria dei rapporti fra il diritto tedesco e le piante conifere. Dove cresce l’abete la terra è scientificamente germanica. La penetrazione tedesca dovuta a questi sforzi combinati era costante ma lenta, quando la guerra permise l’applicazione di metodi più sbrigativi. Nella primavera del 1918 la vittoria [p. 109 modifica] tedesca parve sicura. Gli esponenti delle tre Associazioni, Reut-Nikolussi incluso, riuniti sotto il patrocinio governativo, formarono i piani per passare dalla penetrazione alla sostituzione. Il Capitolo italiano della cattedrale di Trento fu debitamente prevenuto che dopo la vittoria sarebbe stato sciolto e sostituito con prelati tedeschi con alla testa un vescovo tedesco. Tutto era pronto. Si sarebbero distribuiti a veterani tedeschi i beni italiani confiscati e da confiscarsi... Ma venne la sconfitta.

Con la sconfitta il Volksbund divenne l’Andreas Hofer, con sede a Innsbruck, ramificazioni pangermaniche a Monaco e Berlino, e intimamente vincolata al Deutscher Verband, che qui assumeva funzioni quasi governative. L’Andreas Hofer fa della propaganda e della agitazione, è legata all’Ufficio per il concorso dei forestieri, alle società ginnastiche, alla stampa, dirige campagne, lancia proclami, diffonde menzogne anti-italiane per tutto il mondo, promuove dimostrazioni, indice comizi. Reut-Nikolussi mette in questa attività un calore di fanatismo, l’energia di un’avversione implacabile all’Italia, e nello stesso tempo una sottile e paziente sapienza d’intrigo. Ordini, circolari, incitamenti, escono dalla sua penna. Quando si afferra il filo di un maneggio segreto si trova che fa capo a lui. È instancabile.

La sua parola è tagliente, feroce e convinta come quella di un missionario. È un pallido apostolo del livore. Come uno chouan mescola fede e politica; [p. 110 modifica] il suo nazionalismo è assoluto come l’idea religiosa degli esaltati, che non ammettono altra religione che la loro, fuori della quale non vi è che dannazione. Tedeschizzare genti d’altra razza è convertirle, è salvarle. Ma la presenza dei carabinieri italiani sulla piazza di Bolzano non può paragonarsi in orrore che alla presenza delle sentinelle turche al Sepolcro di Cristo.

Dell’Ober-leutnant Reut-Nikolussi non conserva che le basette a zampa di lepre ai due lati del magro viso. Il resto è piuttosto ecclesiastico. Gentile di modi, ci parla con voce dolce, un po’ tremula, senza guardarci, passandosi nervosamente la mano sottile sulla fronte, gli occhi bassi. Parla benissimo l’italiano, e in questi giorni deve subire il dolore di fare un largo uso della nostra lingua per farsi capire da numerosissimi elettori che in vari centri fra Bolzano e Salorno non conoscono altro modo di esprimersi. Sono coloro che il Deutscher Verband classifica come «tedeschi che parlano per italiano». Dev’essere una malattia della lingua.

È stata una bizzarra intervista quella che abbiamo avuto con l’uomo che spara. Non per quello che ci ha detto. Ci ha detto che i Kaiserjäger erano i primi soldati del mondo; ne sono morti tanti che il Tirolo è rimasto dissanguato; d’onde il giogo straniero, che il Tirolo non tenterà di scuotere con una insurrezione che sarebbe soffocata nel sangue; ma, annesso con la violenza, il Tirolo lacerato [p. 111 modifica] reclama la libertà e pretende la sua autonomia, aspettando di ritornare in grembo alla madre tedesca. Ci ha detto che il concetto della frontiera geografica è iniquo; che è un grande dolore per i tirolesi vedere mescolarsi fra loro degli italiani, ma che tuttavia li hanno rispettati, finora; in cambio del rispetto essi sono stati diabolicamente aggrediti; per cui non si può avere nessuna fiducia nell’Italia, ecc., ecc. Il bizzarro non era nella musica, era nel tono. A voce sommessa, con accento commosso, l’oratore, per solito reciso ed eloquente, parlava a piccole frasi staccate, fra i sospiri. Aveva l’aria accorata, confidandoci tutta la bassezza del nostro paese, pur riconoscendo che qualche autorità italiana, qui e a Roma, è degna di elogio per le sue intenzioni. Ma il resto! I carabinieri, i soldati, gli ufficiali, tutti complici...

Il singhiozzo alla gola, le lagrime agli occhi, egli ci ha dichiarato flebilmente che oramai «fra noi non ci può essere più che eterna inimicizia!» Dopo di che, estratto il fazzoletto, vi ha affondato il viso ed è scoppiato in un pianto dirotto. Momento drammatico. Ci aspettavamo dei grossi calibri e siamo stati accolti con gas lacrimogeni. Come consolarlo?... Scusi, non lo faremo più, un’altra volta lasceremo vincere la guerra a lei e portare il tedesco a Verona... Ah, c’è una gran dose di orgoglio ferito e d’ambizione fallita in questi dolori politici!

Ma per solito i tedeschi non perdono la loro [p. 112 modifica] calma sorridente. È che Reut-Nikolussi non è tedesco. Il Reut e il k se li è annessi, per compensazione, dopo l’armistizio. Egli si chiama semplicemente Edoardo Nicolussi, è nato a Trento, il 22 giugno 1888, da padre e madre italiani (Matteo Nicolussi e Maria Inama) oriundi di Luserna, Altipiano dei Sette Comuni. Questa è una macchia vergognosa per un Goto di sangue alamannico e bajuvarico come lui.

E anche per degli italiani come noi.