Una sfida al Polo/X

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Capitolo X - Una caccia emozionante

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Capitolo X - Una caccia emozionante
IX XI
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CAPITOLO X.


Una caccia emozionante.


La baia di Hudson è una delle più vaste che si trovano nell’America settentrionale e non ha che una sola rivale: la baia di Baffin che le è però inferiore per vastità.

Sia l’una che l’altra potrebbero chiamarsi mari, poichè prima di attraversarle occorrono parecchi giorni di navigazione, anche pei grandi pericoli che presentano, essendo sempre ingombre di grandi banchi di ghiaccio e di montagne galleggianti che le correnti polari trascinano verso il sud.

Quella d’Hudson si trova al di qua del circolo polare artico, poichè comincia all’isola di Southampton e finisce colla baia di James la quale si caccia, come un gigantesco cuneo, entro l’alto Canadà, eppure il suo clima è rigidissimo quasi quanto quello della baia di Baffin che si sviluppa invece al di là del circolo polare e sulle sue coste non possono sorgere città. Non vi sono che qua e là dei piccoli forti appartenenti alla Compagnia delle pelliccie e che per sei od anche otto mesi dell’anno si trovano quasi sepolti fra la neve.

Vi s’incontrano invece numerose tribù di esquimesi, specialmente lungo le coste del Labrador, tribù che non hanno sedi fisse, quantunque invece di vivere entro capanne di ghiaccio come i loro confratelli del settentrione, si fabbrichino delle casupole di pietre ammonticchiate e rinsaldate con ammassi di torba.

[p. 121 modifica]Non sono però nè leali, nè ospitali come i loro compatriotti dei ghiacci eterni. La vicinanza della civiltà li ha corrotti e sono diventati dei ladri temibili, ed hanno perduto completamente quel po’ di buono che avevano prima.

Nel punto ove l’automobile era giunto, la costa si profilava frastagliata capricciosamente ed assolutamente deserta.

Qualche tribù di esquimesi doveva però aver trascorso l’estate in quei luoghi, poichè esistevano ancora degli avanzi di casupole, circondati da ammassi di ossami appartenenti a foche ed a morse.

La immensa baia non era ancora interamente gelata, quantunque lungo le sue coste si fossero ormai fissati i primi banchi di ghiaccio. Al largo fluttuavano pesantemente, dondolandosi, molti ice-bergs, alcuni dei quali di proporzioni gigantesche, seguìti da un numero infinito di palks e di streams, ossia piccoli banchi circolari od allungati staccatisi certamente dai grandi palks delle baie e dei golfi situati al di là del circolo artico.

— Si direbbe che siamo già giunti al Polo, — disse Walter, il quale seguiva cogli sguardi gli immensi stormi di uccelli marini volteggianti sopra quei ghiacci.

— Mentre non siamo che al principio del viaggio, rispose il canadese, il quale invece esaminava la costa occidentale, per rendersi conto dello stato della via che dovevano percorrere.

— E non si possono vedere quei brutti musi di esquimesi?

— Oh, ne incontreremo certamente. A voi, guardate laggiù: non vi pare di scorgere delle sottili colonne di fumo?

— Che vi sia qualche accampamento?

— Può darsi.

— Se andassimo a visitare quei bevitori d’olio?

— Si può salire quella costa, Dik? — chiese il signor di Montcalm.

[p. 122 modifica] Il meccanico che era già balzato a terra, non aveva risposto. Curvo innanzi, colle mani tese dinanzi agli occhi, pareva che osservasse attentamente qualche cosa navigante al largo.

— Mi avete capito, Dik? — chiese il canadese.

Ancora nessuna risposta.

— Fulmini di Giove!... Che sia diventato improvvisamente sordo!... — esclamò lo studente. — Ohè, chaffeur, si può salire quella costa colla nostra macchina? —

Questa volta il baleniere si scosse e dalle sue labbra contratte uscì un grido:

— Scandaglia la boete!... —

Lo studente l’aveva guardato, domandandosi se per caso il meccanico fosse improvvisamente impazzito.

Il canadese invece aveva fatto un salto innanzi, esclamando:

— Il grido della vedetta dei balenieri!... Dov’è, Dik!...

— Guardatela.... laggiù.... fra quei due ice-bergs!... Ah!... Se avessi una scialuppa ed il mio rampone!...

— Signor Gastone, — disse lo studente. — Volete dirmi se sta per sprofondarsi la baia d’Hudson?

— Non sprofonda affatto, anzi spinge a galla uno dei suoi più giganteschi abitatori.

— Eccola la briccona!... Che colossale balena!... Deve essere una franca, è vero, Dik?

— Sì, signore, — rispose l’ex-pescatore di cetacei, agitando in alto il braccio destro e stringendo le dita come se cercasse di afferrare qualche rampone.

— Fulmini di Giove!... — esclamò lo studente. — Ero dunque io cieco poco fa per non vedere un simile mostro? —

A soli cinquecento metri dalla riva, fra due gigantesche montagne di ghiaccio, era bruscamente comparsa a galla una [p. 123 modifica]enorme massa nera che aveva l’aspetto d’un fuso di metallo, poichè percossa dal sole luccicava come se fosse d’acciaio.

All’estremità d’uno dei due capi, delle nuvole di vapore sfuggivano ad intervalli, producendo un rumore strano, allargandosi in forma d’un V.

Era una magnifica balena franca, una delle pochissime sfuggite alla ferocia dei balenieri americani ed inglesi, i quali ormai le hanno quasi completamente distrutte.

Quel gigante dei mari, il più grosso della specie, doveva misurare per lo meno una ventina di metri in lunghezza e pesare intorno alle settanta tonnellate, il peso di trecento grossi buoi legati insieme.

— Come mai si trova così presso la costa? — chiese il canadese al marinaio.

— Cercherà forse qualche posto adatto per deporre il balenottero, poichè quella è una femmina e non un maschio.

— Il suo piccino? — chiese lo studente. — Dico piccino per modo di dire poichè suppongo che i neonati di questi bestioni debbono nascere ben grossi.

— Come un vitello, — rispose Dik, — ed ingrossa così rapidamente che dopo poche settimane misura già, quel piccino, sette ed anche otto metri di lunghezza.

— Che ottime balie devono essere le balene.

— E che madri affettuose, — aggiunse il canadese. — Per difendere il loro piccino non esitano a sacrificarsi, è vero, Dik?

— Sì, signore. Difendono la loro prole con un accanimento feroce, e per salvarlo si espongono ai colpi dei fiocinieri, lasciandovi quasi sempre la pelle.

— Ma che cosa fa quella bestiona? — chiese Walter. — Si tuffa e risale subito spalancando le mascelle. Che abbia sete?

— Si guadagna la sua zuppa, — rispose Dik. — Deve aver [p. 124 modifica]incontrato un banco di quei granchiolini minuscoli che noi chiamiamo bolte....

E gli zoologi: clios borealis, aggiunse il canadese.

— E sta inghiottendoli in grandi masse, continuò l’ex-baleniere.

— E come fa?

— Spalanca le mascelle, empisce la bocca enorme d’acqua, serra i fanoni che funzionano come una rete, si sbarazza del liquido per mezzo degli sfiatatoi e manda giù il pasto, attraverso una gola non più larga del mio pugno.

— È allora tutt’altro che una terribile gastronoma come i capidogli e come i pesci-cani, — disse il canadese.

— Adagio, signore, rispose il baleniere. — A questi enormi mammiferi sono necessari, in un solo giorno, non meno di dieci o dodicimila chilogrammi di piccoli crostacei e d’altre materie quasi gelatinose chiamate cibo della balena.

— Che zuppa!... — esclamò lo studente.

— Dik, — disse in quel momento il canadese. — Guardate un po’!... Non vi sembra molto inquieta quella balena?

— Era appunto quello che stavo osservando ora, — spose lo chaffeur.

Infatti l’enorme cetaceo, dopo essersi immerso tre o quattro volte, a non molta profondità di certo, poichè si trovava troppo vicino alla sponda, si era messa a spiccare dei veri salti, slanciandosi quasi a metà fuori dall’acqua e mandando nel medesimo tempo delle formidabili note che avevano qualche cosa di metallico, poichè pareva che ripercuotessero entro un enorme tubo di bronzo.

La sua possente coda sferzava rabbiosamente l’acqua, sollevando delle gigantesche ondate le quali si rovesciavano verso la costa con grande fragore, balzando e rimbalzando.

[p. 125 modifica] — Che sia stata ferita da qualche colpo di rampone? — chiese il canadese.

L’ex-baleniere scosse la testa, poi disse:

— Fra le onde che solleva si vedrebbe qualche grossa macchia di sangue. Che i delfini gladiatori le abbiano invece divorata la lingua? Oh!... Ve ne sono molti di quei ferocissimi pesci nei mari artici.

— Come, dei delfini oserebbero assalire un tale colosso!... — esclamò lo studente, con stupore.

— Sono bestioni lunghi sette ed anche otto metri e con certi denti che non vorrei provare.

Nutrono un vero odio contro le balene, e quando si trovano in buon numero non esitano ad assalirle e con una ferocia inaudita.

Aspettano che uno di quei disgraziati cetacei spalanchi l’enorme bocca e subito vi si precipitano dentro, mentre uno di loro si getta attraverso i fanoni per impedire che le mascelle si rinchiudano completamente.

Divorata la lingua, se ne vanno tranquilli e ben pasciuti.

— Ah!... Birbanti!... E la povera mutilata poi muore?

— Sì, e fra dolori spaventevoli, — rispose lo chaffeur. — Questo cetaceo potrebbe invece essere tormentato da qualche cyamo.

— Che cos’è? — domandò il canadese.

— Un crostaceo carnivoro che gli rode la cotenna e gli entra nel corpo intaccando la carne viva.

Si dice che quel piccolo mostro cagioni a quei disgraziati giganti tali dolori da farli impazzire.

— Povere balene!... — esclamò lo studente. — E dopo hanno gli uomini che le perseguitano senza posa, e vero, Dik? —

[p. 126 modifica] L’ex-baleniere invece di rispondere tese un braccio verso la costa di ponente, dicendo:

— Li vedete?

— Chi? — domandarono ad una voce il canadese e lo studente.

— Tutti quei punti neri che si dirigono verso la balena.

— È vero, — disse Gastone. — Che cosa possono essere?

— Potrei ingannarmi, tuttavia scommetterei il mio vecchio rampone contro una carica di tabacco che quelli sono kayak esquimesi.

Guardate, escono appunto dalla piccola cala dove poco fa voi avete osservate delle colonne di fumo.

— Che corrano all’attacco del gigante dei mari? — chiese lo studente.

— Certo, signore. Sono fortune che toccano di rado a quei poveri diavoli sempre in lotta colla fame.

Che scorpacciate di lardo che faranno se riusciranno a catturarla!... E che bevute d’olio!...

— Con quei piccoli canotti di pelle di foca o di morsa oserebbero tanto? — domandò il canadese.

— Vedrete all’opera quegli audacissimi pescatori. Sono in buon numero: una cinquantina per lo meno.

Ah!... Godremo una caccia emozionantissima. Che peccato non aver qui il mio rampone e.... —

Dik si era bruscamente interrotto, mentre un urlo spaventevole aveva lacerata l’aria: l’urlo della balena.

— Si è arenata!... — esclamò quasi subito lo chaffeur. — Che festa per gli esquimesi!... —

La sua voce si perdette fra i clamori assordanti che uscivano dalla gola del gigante dei mari.

— Sì, sì, si è arenata!... — gridarono a loro volta il canadese e lo studente.

[p. 127 modifica] Era vero!... Il colosso, reso certamente pazzo da atroci dolori causatigli o dalla perdita della lingua o dai morsi del vorace crostaceo, era andata a cadere, dopo un ultimo e più disperato slancio, su un banco subacqueo che non aveva potuto scorgere, ed era rimasta come ancorata, con tre quarti del corpo allo scoperto.

Solamente la possente coda era rimasta immersa, ma non poteva esserle ormai di nessuna utilità, anzi le era di danno, perchè ad ogni colpo delle due gigantesche pinne il corpaccio si insabbiava sempre più.

Quel banco non distava che duecento cinquanta o trecento metri dal luogo ove si era fermata l’automobile, quindi nulla poteva sfuggire, della lotta che stava per cominciare, ai tre viaggiatori.

Gli esquimesi, accortisi che la colossale preda non poteva ormai più evitare il loro attacco, affrettavano la corsa, mandando clamori assordanti.

Le loro leggierissime scialuppe, lunghe dai sei agli otto metri, coll’ossatura di fanoni di balena solidamente legati fra di loro con nervi di renna e di volpi ed il resto di pelli ben cucite e rese impermeabili, scivolavano sulle acque con fantastica rapidità sotto i colpi dei remi a doppia pala.

I piccoli uomini delle terre gelate erano coperti in modo da sembrare tanti orsi bianchi, avendo perfino le teste riparate da ampi cappucci villosi e pur continuando ad imprimere ai loro kayaks dei grandi slanci, non cessavano di urlare.

Una cosa aveva subito colpito il canadese: cioè che ogni canotto portava a poppa, a fior d’acqua, un paio di grosse vesciche ben gonfie d’aria.

— Che cosa ne faranno, Dik, di quei palloni? — chiese allo chaffeur.

— Quelle vesciche sono legate alle fiocine e servono ad [p. 128 modifica]impedire alla balena di affondare. In questo caso gli esquimesi non ne avranno bisogno, poichè questo disgraziato cetaceo non lascerà più il suo banco se non a pezzi.

Ecco che l’attacco comincia.

— E noi assisteremo a questa caccia senza fare nulla? — chiese lo studente. — Cerchiamo di affrettare, a colpi di mauser, l’agonia della balena.

Le risparmieremo altri dolori.

— Così avremo anche noi il diritto di reclamare qualche pezzo di quel colosso, — disse il canadese.

— Osereste mangiare di quel lardo, signor di Montcalm?

— Oh no, quello lo lasceremo agli esquimesi e faremo loro un gran piacere, essendo ritenuto un pezzo scelto. Domanderemo invece un po’ di lingua per trarne dell’olio che si dice sia ottimo per friggere il pesce, quando però è fresco, è vero, Dik?

— Buonissimo, signore. Attenzione: ecco l’attacco!... —

I cinquanta kayaks si erano rapidamente divisi in due ranghi, per assalire il gigante a tribordo ed a babordo, presso la testa, ed evitare i terribili colpi di coda che si succedevano senza interruzione, sconvolgendo l’acqua della baia per una distanza notevolissima.

La balena si era già accorta della presenza dei nemici e mandava dei clamori sempre più formidabili.

Nel medesimo tempo faceva degli sforzi disperati per sottrarsi dal mal passo ove si trovava, imprimendo al suo corpaccio dei sussulti formidabili che facevano vibrare la sua grassa cotenna come se fosse una massa gelatinosa.

— Mirate presso gli occhi!... — disse il canadese allo studente. — Sprechereste inutilmente le palle se vi provaste a tirare contro quella botte di grasso.

— Va bene, — rispose Walter.

Un momento dopo, quando già gli esquimesi cominciavano [p. 129 modifica]a stringere le linee e ad impugnare le loro fiocine, alcune di buon acciaio ed altre di osso ben lavorato ed accuratamente affilato, parecchi colpi di fuoco rimbombavano sulla spiaggia.

I due viaggiatori vuotavano rapidamente il serbatoio dei loro mauser, tempestando l’enorme testa del cetaceo.

Gli esquimesi, udendo quegli spari, dapprima ristettero, poi avendo compreso che gli uomini bianchi non volevano altro che aiutarli nella difficile impresa, coprirono i fianchi del mostro di fiocine.

Quantunque i loro canotti danzassero come turaccioli sulle creste delle onde sollevate dai potenti colpi di coda, lanciavano i loro dardi con una precisione meravigliosa.

Ben presto i due fianchi del mostro apparvero irti di lancie infisse abbastanza profondamente nello strato oleoso.

Larghi getti di sangue colavano in mare arrossando le acque a parecchi metri di distanza.

Quello che sopratutto produceva una profonda impressione erano le urla spaventevoli che uscivano da quella gran bocca, le cui mascelle s’alzavano e si rinchiudevano convulsivamente.

Ad ogni clamore del povero animale rispondevano le urla selvagge dei vittoriosi pescatori e gli spari dei mauser. Anche Dik, non avendo potuto avere una fiocina, poichè i canotti non osavano accostarsi troppo alla riva battuta da ondate irte di spuma sanguigna, si era impadronito della grossa carabina a due colpi e bruciava, con una specie di gioia feroce, le sue cartucce, scegliendo i punti più sensibili del cetaceo.

Ben presto le note metalliche del mostro immane cominciarono ad affievolirsi. Le sue forze scemavano e la vita se ne andava rapidamente.

La coda si alzava ormai pesantemente, ad intervalli, e non più colla suprema energia di prima.

[p. 130 modifica] L’agonia cominciava e la morte si avanzava frettolosamente.

Nemmeno quell’enorme massa l’aveva vinta o fatta indietreggiare.

— Ecco la fine, — disse Dik, appoggiandosi alla carabina ancora fumante. — Guardate gli sfiatatoi. —

Due fitte colonne di vapore rossastro, cariche di sangue, si erano alzate sopra la testa del gigante dei mari.

Annunciavano la morte.

Gli esquimesi, sapendo ormai che la gigantesca preda non poteva più sopravvivere che pochi minuti a quella tempesta di fiocine e di palle, si erano allontanati di tre o quattrocento passi per trovare una zona di mare tranquillo; poi si erano diretti rapidamente verso la costa, sbarcando e portando a terra i loro leggierissimi canotti.

Parevano premurosi d’incontrarsi cogli uomini bianchi che li avevano così validamente aiutati in quella emozionante e non facile impresa.

— Andiamo loro incontro, — disse lo studente. — Sono curioso di vedere da vicino questi abitanti delle nevi e dei ghiacci eterni. —

Il canadese, con un certo sguardo imperioso, lo fermò.

— Rimaniamo presso il nostro treno, — disse poi, — e tenete il serbatoio del vostro mauser pieno.

Non fidiamoci: questi non sono gli esquimesi del settentrione.

Che cosa dite voi, Dik? —

Il meccanico, invece di rispondere, si gettò ad armacollo la grossa carabina, esclamando:

— Karalit!... Che fortunato incontro!... Non mi sarei mai immaginato di trovarlo qui!... —

Gli esquimesi non erano che a pochi passi.

[p. 131 modifica] Il loro capo, un omiciattolo non più alto d’un metro e mezzo, tondo come una botte, tutto infagottato in una pelle d’orso bianco e le gambe cacciate dentro un paio di monumentali stivali di pelle di foca, guidava la colonna brandendo fieramente un vecchio fucile a cui mancava il cane e che doveva essere probabilmente un distintivo della sua alta carica.

Dik gli si era mosso sollecitamente incontro, dicendogli:

— Non mi si conosce più, dunque? Eppure un giorno io ho salvato te e anche il tuo kayak alla foce del Wenisk. Te ne ricordi, Karalit? —

Il capo rimase qualche momento immobile guardando attentamente l’ex-baleniere, poi mandò un grido e gli si avventò quasi addosso strofinando energicamente il proprio naso contro quello dell’uomo bianco.

— Mio fratello il pescatore di balene, — disse poi, in un pessimo inglese. — Sì, lo riconosco e sono ben lieto di rivederlo, quantunque tre volte i ghiacci si siano sciolti.

Che cosa fa qui mio fratello il baleniere?

— Te lo dirò più tardi.

— Chi sono quelli? — chiese indicando il canadese e lo studente, i quali assistevano al colloquio frenando a gran stento le risa.

— Sono miei amici, grandi cacciatori di balene.

— E quella bestia che brontola come un orso bianco?

— Una slitta o qualche cosa di simile.

— Piena d’animali feroci?

— Ma no!...

— E perchè brontola così? Non conterrà qualche spirito malefico?

— Spiegarti il perchè sarebbe una faccenda troppo lunga. È una slitta che gli uomini bianchi hanno inventata e che corre meglio di tutti i cani della tua tribù. —

[p. 132 modifica] L’esquimese lo guardò con una certa diffidenza, poi disse:

— Vedremo. Se sarà vero, nessuno mi leverà dalla testa che dentro quella bestia vi siano degli spiriti maligni.

— Mio fratello Karalit avrebbe perduta la sua fiducia verso suo fratello bianco?

— No, perchè non mi sono mai scordato che ti devo la vita.

— Allora tutto andrà bene. Dove si trova il tuo villaggio?

— Laggiù, dietro quella collina.

— Vuoi condurci?

— La mia capanna è aperta a te ed ai tuoi amici, ma non a quelle bestie.

— Non hanno bisogno della tua ospitalità. Quando sezionerai la balena?

— Domani, quando le ondate si saranno calmate.

— Allora precedici. —

Il capo fece ai suoi uomini un segno e la colonna si mise in marcia verso il villaggio.

Dik, il canadese e lo studente erano risaliti sull’automobile la quale pareva impaziente di riprendere lo slancio.

— Devo farla correre? — chiese Dik, riprendendo il suo posto dietro il volante.

— No, no, — rispose il canadese. — Non spaventiamo questi uomini primitivi. —

L’automobile si mise subito in moto, procedendo al passo e lanciando un urlo poco dissimile da quello della balena.

Gli esquimesi si erano arrestati di colpo, presi da un improvviso terrore, poi si erano slanciati a corsa disperata attraverso la pianura nevosa, in direzione del loro villaggio.

Il capo, non importa dirlo, era stato il primo a far lavorare le sue gambe.

[p. 133 modifica] — Non vi avevo detto di far risuonare la sirena? — disse il canadese.

— La loro paura passerà presto, signore, rispose l’ex-baleniere, con un sorriso strano. — Lasciate fare a me. —

E lanciò l’automobile dietro ai fuggiaschi, raggiungendoli dinanzi al loro villaggio.