Avventure di Robinson Crusoe/101

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Mercanti giapponesi; padri della missione; bastimento della disgrazia partito senza i suoi proprietari e col consenso di essi

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Mercanti giapponesi; padri della missione; bastimento della disgrazia partito senza i suoi proprietari e col consenso di essi
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Mercanti giapponesi, padri della Missione, bastimento della disgrazia partito senza i suoi proprietari e col consenso di essi.



La fiera solita a tenersi in quel paese era finita da qualche tempo; pure trovammo tuttavia all’âncora nel fiume tre o quattro giunchi, due de’ quali giapponesi, contenevano mercanzie comprate alla China, e non erano anche partiti, perchè i mercanti del Giappone, proprietari o noleggiatori dei medesimi, rimanevano ancora su la spiaggia.

Il primo servigio che ne rese il pilota portoghese, fu quello di metterci in relazione con tre missionari cattolici romani venuti e restati ivi qualche tempo, per convertire quegli abitanti alla fede; non ci parve che ritraessero gran frutto della loro fatica, e fecero, se pur ne fecero, de’ ben meschini cristiani; ma questo non era affar mio[1]. Uno degli indicati preti, nominato padre Simone, era francese, l’altro portoghese, genovese il terzo. Ma il padre Simone era di modi cortesi, disinvolti e di piacevolissima compagnia; gli altri due si mostravano più riservati, più rigidi ed austeri, e più seriamente affaccendati nell’opera loro, intendo nel cercare occasioni per entrare in discorso ed insinuarsi fra gli abitanti. Spesse volte abbiamo pranzato in loro compagnia. Benchè quanto essi chiamano conversione dei Chinesi al cristianesimo sia sì lontano dall’essere la vera [p. 636]conversione dei pagani alla religione di Cristo[2], chè insegnano loro a mala pena a profferirne il nome, oltre ad alcune preci alla Madonna e al suo Figliuolo in una lingua non intesa dagli ammaestrati, e a farsi il segno della croce; pure non può negarsi che questi predicatori della religione, detti missionari, sono mossi da zelo e carità e, persuasi di far salve quell’anime, si fanno stromenti tutt’altro che neghittosi a tal uopo; anzi con questa mira affrontano non solamente i travagli d’un sì lungo viaggio e in tanti barbari luoghi, ma spesse volte e la morte e i più aspri tormenti, sofferti volentieri per amore della buon’opera a cui sonosi accinti.

Ma tornando alla mia storia, questo missionario francese, questo padre Simone si apparecchiava per comando avuto, sembra, dal capo delle missioni, al viaggio di Pekino, regal sede dell’imperatore chinese; nè aspettava se non l’arrivo d’un altro ecclesiastico, che avea commessione di raggiugnerlo, partendosi da Macao, e di andare in sua compagnia. Non v’era quasi volta in cui ci trovassimo insieme, ch’egli non m’invitasse ad imprendere questo viaggio con lui, e non mi promettesse di farmi veder tutte le splendenti rarità in quel potente impero, e soprattutto: «Una città, egli mi diceva, che la vostra Londra e la mia Parigi messe insieme non arrivano ad agguagliare.» Parlava della città di Pekino che, lo confesso, e grandissima ed infinitamente popolata. Ma siccome io guardava queste cose con occhio diverso da quello degli altri uomini, così mi riservo pronunzia e su questo particolare in poche parole la mia opinione, quando nel dar conto de’ miei viaggi sul territorio chinese mi verrà a proposito.

Per ora rimango col mio frate o missionario. Un giorno che il mio socio ed io pranzavamo con lui, ed eravamo tutti di bonissimo umore, lasciai capire che non sarei stato lontano dall’imprendere quel viaggio in sua compagnia. Non ci volle altro. Non vi fu genere d’argomenti e fervorose istanze con cui non mi stringesse a risolvermi.

— «Come mai, padre Simone, gli disse il mio socio, potete desiderare tanto la nostra compagnia? Sapete pure che siamo eretici; non potete per conseguenza nè amarci nè aver gran vocazione a stare con noi.

— Oh! rispose il padre Simone. Non è mica detto che col tempo non diveniate buoni Cattolici. Veramente il mio affare in questi paesi [p. 637]

è quello di convertire i pagani; ma chi sa che non arrivi a convertire anche voi?

— Da vero? saltai su io. A, questi conti, padre mio, avete intenzione di farci la predica finchè dura la strada.

— Oh! non ho mai avuta l’intenzione di noiare nessuno. La nostra religione non ci spoglia dei principî della creanza. Poi noi altri facciamo qui come una congrega di compatriotti; e tali siamo rispetto al paese ove ci troviamo. Se voi siete Ugonotto ed io Cattolico, non cessiamo in fin dei conti di essere tutt’e due Cristiani. Se non altro, siam tutti persone ben nate e possiamo conversare senza esserci scambievolmente molesti.»

Mi garbò moltissimo tal parte del suo discorso, che mi tornò in mente il mio prete, da cui mi separai al Brasile, benchè questo padre Simone quanto a principi stesse d’un bel pezzo al di sotto del primo. Non intendo già che vi fosse nulla di riprovevole in esso, [p. 638]ma non vedeva in lui tutto quel capitate di cristiano zelo, di soda pietà, di sincero affetto alla religione, che aveva ammirati nel mio buon ecclesiastico.

Ma stacchiamoci per un poco dal padre Simone, benchè egli non si staccasse quasi mai da noi nè dallo stimolarci a far il viaggio di Pekino in sua compagnia. Avevamo prima da pensare a qualche altra cosa: nient’altro che a disporre intorno a quel malaugurato bastimento e alle nostre mercanzie, e principiavamo anzi a vederci imbarazzati su i partiti da prendere, perchè la piazza ove ci trovavamo, era di pochissimo e quasi nessun commercio; onde una volta fui lì lì per correre il rischio d’imbarcarmi sul fiume Kilam, e di andare a terminare i nostri negozi a Nang-King. Ma sembrava adesso che la provvidenza, più visibilmente che mai, almeno credei così, prendesse a proteggere i nostri affari, a tal segno, che da questo momento cominciai a pigliare maggiore coraggio e a sperare di sciogliermi o d’una maniera o dell’altra dai viluppi tra cui mi angustiava, e restituirmi nuovamente alla mia patria, se bene non vedessi menomamente per quale via. Ecco dunque in qual modo cominciò a schiarirsi alcun poco l’orizzonte che ci stava dinanzi.

Il primo raggio del suo favore si fu, che il nostro vecchio pilota portoghese ci condusse un mercante giapponese; venuto per informarsi su le nostre mercanzie. Questi primieramente comprò tutto il nostro oppio ad un prezzo vantaggiosissimo per noi, che fu pagato parte con oro di peso, parte in moneta del paese o in piccole verghe, di cui ciascuna pesava tra le dieci e le undici once. Mentre stavamo contrattando per l’oppio, mi nacque in testa l’idea che il Giapponese avrebbe anche potuto comprare il nostro bastimento, onde dissi all’interprete di fargliene la proposta. Il Giapponese si strinse nelle spalle e non se nè parlò oltre; ma pochi giorni appresso tornò a trovarmi con uno di quei missionari, che gli facea da dragomanno, e così mi parlò:

— «Questo negoziante è per farvi una proposta. Se non consentì di venire a contratto pel vostro bastimento quando gli parlaste di ciò, fu perchè avea comprata tanta mercanzia da voi, che non gli rimaneva danaro quanto bastasse a pagarlo. Se nondimeno vi contentate di lasciare al governo dello stesso bastimento i medesimi uomini che ci erano prima, egli lo noleggierà per andare al Giappone; giunto ivi manderà gli stessi uomini con un nuovo carico alle isole [p. 639]Filippine, pagandone ad essi il nolo, prima che salpino dal Giappone; e quando torneranno addietro comprerà il bastimento.»

— Come io udiva questa proposta, così s’andava ridestando nel mio cervello la mania del vagare, onde non potei starmi dal concepire un ardente desiderio di andare con lui, indi dal Giappone alle Filippine e dalle Filippine ai mari australi.

— «Avreste difficoltà, gli chiesi, sempre valendomi dell’interprete missionario, a prenderci nel vascello sino all’isole Filippine, e a metterci in libertà ivi?

— No, mi fece rispondere, perchè mi priverei del modo di far ricondurre il mio carico al Giappone. Se volete tornare addietro col carico stesso, al Giappone sì, posso mettervi in libertà.»

Lo credereste? io stava già per abbracciare il partito ed andarmene; ma il mio socio che avea più giudizio di me, arrivo a dissuadermene, rappresentandomi così i pericoli di que’ mari come gli altri da temersi per parte degli uomini, perchè i Giapponesi sono un popolo bugiardo, crudele e traditore, e peggiori ancora dei Giapponesi gli Spagnuoli delle Filippine.

Ma per condurre questo lungo giro di affari ad una conclusione, non potevamo risolver nulla, senza consultare il capitano del [p. 640]bastimento medesimo e i marinai per sapere, se se la sentivano d’andare al Giappone. Mentre io stava adoperandomi in ciò, quel giovine che mio nipote lasciò venir meco qual compagno de’ miei viaggi, così mi parlò:

— «Da vero questo sarebbe stato un gran bel viaggio, e tale che mostrava speranza di vantaggiosissimi affari. L’avrei pur fatto volentieri in vostra compagnia! Vi dirò di più. Se persistendo nel non voler farlo voi, ne deste la permissione a me, io m’imbarcherei o come negoziante, o in quella qualità che mi comandaste. Se torno mai in Inghilterra, e se, com’e da augurarsi, vi trovo là in vita, vi darò un fedel conto de’ miei guadagni, che sarebbero altrettanto vostri; intorno a che lascerei fare le parti a voi.»

Realmente mi rincresceva il separarmi da questo compagno. Ma pensando alla speranza degli utili che effettivamente si mostravano vistosi, e conoscendolo un giovine capace di condur bene un affare al pari di chicchessia, prendeva a condiscendergli. Pure mi presi il tempo di consultare il mio socio, promettendogli una risposta pel dì seguente. Ne parlai dunque col mio socio, il quale fece la più generosa delle profferte.

— «Voi già sapete, egli disse, che quel bastimento e stato di mal augurio per noi, e che abbiamo risoluto entrambi di non ci metter piede mai più. Se il vostro dispensiere (egli chiamava sempre così questo giovine) vuole avventurarvisi entro, io gliene cedo mezza la mia parte di proprietà, e s’ingegni egli meglio che può. Se ci torniamo ad incontrare vivi nell’Inghilterra, e s’egli ha fatto buoni affari, la metà degli utili di nolo del bastimento saranno per noi, l’altra metà sarà sua.»

Se il mio socio, non obbligato a tanti riguardi verso quel giovine, quanti ne doveva avere io, gli fece una simile offerta, io al certo non poteva fargliene una minore; o tutta la compagnia di que’ naviganti essendo contenta d’andare con lui, lo costituimmo proprietario del bastimento per una metà, ricevendo da lui una scrittura, con la quale si obbligava a darci conto dell’altra metà. Così prese la via del Giappone. Il mercante giapponese gli diede prove in appresso della massima onesta e cortesia, perchè e gli permise di venir su la spiaggia, facoltà che generalmente non si concedeva più agli Europei, e gli pagò puntualissimamente il pattuito nolo. Speditolo indi alle Filippine con porcellane della China e del Giappone, e in compagnia [p. 641]uno scrivano giapponese, il giovine tornò addietro, portando garofano e droghe in gran copia ed anche merci europee, che si avea procacciate, trafficando con gli Spagnuoli delle Filippine. In questa nuova venuta al Giappone fu soddisfatto con esuberante lautezza del nolo del bastimento, che dopo avergli servito al secondo viaggio, egli non volle più vendere. Il Giapponese allora avendogli affidato mercanzie per proprio conto, con queste e qualche danaro e droghe comprate del suo, il nostro giovine tornò a cercare gli Spagnuoli delle Manille, fra cui vendè eccellentemente il suo carico. Fattesi quivi ottime relazioni, ottenne il privilegio di franchigia pel suo vascello, che il governatore di Manilla noleggiò da lui per farsi trasportare ad Acapulco in America. Giunto col governatore stesso alla costa del Messico, ne ebbe la licenza di sbarcare colà, e di viaggiare nell’interno di quell’impero e di restituirsi entro una nave spagnuola con tutti i suoi uomini nell’Europa. Ebbe fortunatissimo il viaggio anche ad Acapulco, ove vendè il suo bastimento. Di lì, avuti gli opportuni passaporti, si recò per terra a Porto Bello, donde s’ingegnò tanto, il come non ve lo saprei dire, che raggiunse con tutti i suoi tesori la Giammaica. In somma, dopo una peregrinazione di otto anni, rivide smisuratamente ricco la patria sua, cose di cui avrò motivo di riparlarvi a suo tempo. Intanto ritorno agli affari che concernevano il mio socio e me, nella spiaggia dove eravamo.

In procinto ora d’accommiatarci dal bastimento e dai compagni lasciativi, non ci scordammo di pensare al premio da darsi ai due uomini, cui avevamo l’obbligazione d’essere stati sì a tempo avvertiti del grave pericolo che ne minacciava nell’acque del Camboia. Il servigio certamente fu segnalato, ed aveano ben meritato di noi, benchè, se si vuol dire la verità, erano una bella coppia di furfanti ancor essi. In fatti eglino pure alla prima ci aveano creduti pirati e scorridori entro un bastimento che non ci appartenesse; e ciò non ostante dispostissimi a farsi pirati anche loro in nostra compagnia, venivano a scoprirci i disegni macchinati contro di noi; anzi un d’essi con le confessioni che fece poi non ci lasciò più dubbiosi su i fini da cui fu mosso: quelli cioè di rapinare più a suo bell’agio. Non importa, il servigio lo avevamo ricevuto; era nostro debito rimunerarlo, e aveva promessa loro la mia gratitudine. Pagati dunque loro gli stipendi, di cui si dissero in credito col comandante di vascello, che in realtà avevano tradito, aggiunsi a questi una buona somma [p. 642]d’oro che li fece contentissimi. In oltre li nominai cannonieri nel bastimento, che quello di prima era stato promosso al grado di aiutante in secondo, e di provveditore; l’Olandese divenne guardastiva. Entrambi se n’allegrarono assai, e provarono con buoni servigi la soddisfazione sentita; perchè in realtà abili marinai e intrepidi gagliardi erano tutt’a due.


Note

  1. Nè poteva essere. Un protestante non si ha per giudice competente su tale argomento.
  2. Qui pure mi riporto alla precedente nota.