Avventure di Robinson Crusoe/20

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Doppia guarigione

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Doppia guarigione
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Doppia guarigione.



28.


Ristorato alcun poco dall’aver dormito, e cessata affatto la febbre, mi alzai, perchè, quantunque grandi fossero il ribrezzo e l’atterrimento rimasti in me dopo il mio sogno, pensai che l’accesso della febbre sarebbe tornato il dì seguente e che per conseguenza mi conveniva apparecchiare alcun che, per aiutarmi e sostenermi meglio quando più il male mi opprimerebbe. La mia prima operazione si fu d’empiere d’acqua un gran fiasco riquadro, che posi su la tavola in modo da arrivarci con la mano stando in letto. Per correggere la natura cruda e febbricosa di quell’acqua la mescolai col quarto circa di una foglietta di rum. Preso indi un pezzo di carne di capra, lo arrostii su le brage, ne mangiai per altro ben poco. In appresso feci un giro, ma breve, perchè spossato oltre modo e col cuore abbattuto così dall’accorgermi della miserabile mia condizione, come dal timore della febbre ch’io m’aspeltava alla dimane. In quella sera la mia cena fu di tre uova di testuggine cucinate sotto la cenere, o come sono dette, affogate; e fu questa la prima vivanda su cui, a mia ricordanza, aveva implorata la benedizione divina da che era al mondo. Finita questa cena mi provai a fare una passeggiata, ma mi sentiva sì debole che poteva a stento portar meco il mio moschetto; chè non sono mai andato attorno senza di esso. In conseguenza, fatto ben poco cammino, mi adagiai su l’erba contemplando il mare che, mite e placidissimo in quell’ora, mi stava rimpetto. Ecco allora quali pensieri mi si presentarono.

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«Che cosa sono questo mare e questa terra di cui tanta parte ho veduta? Chi gli ha fatti? E che cosa son io e tutte l’altre creature, mansuete o selvagge, ragionevoli o irragionevoli? Chi ci ha fatti? Sicuramente siamo stati fatti da qualche segreto potere che ha fatto e la terra ed il mare e l’aria ed il firmamento. E chi è questi?»

Ne veniva come di naturale conseguenza: «È Dio che ha fatto tutto. Or bene (seguiva allor da presso l’altra conseguenza sterminatamente più ampia), se Dio è quegli che ha fatte tutte queste cose, egli è pur quegli che le guida e governa tutte, e tutte si riferiscono a lui; perchè chi aveva il potere di farle tutte dovea del certo avere anche l’altro di condurle e di reggerle; ciò posto, nulla accade nella vasta sfera delle opere sue senza saputa o disposizione di esso.

«E se nulla accade senza sua saputa, io continuava, egli sa ch’io sono qui e che mi trovo in questa deplorabile condizione; e se nulla accade senza disposizione di esso, egli ha adunque voluto tutto quanto or m’interviene.»

E poichè non mi occorreva alla mente alcuna idea che si opponesse all’esattezza delle predette conseguenze, quella che vi rimase più fortemente si fu dell’essere stati necessariamente disposti da Dio tutti gli avvenimenti ai quali soggiacqui.

«Dunque, io diceva fra me, è il voler di Dio che mi ha condotto [p. 115]in queste infelicissime condizioni, perchè egli unicamente ha potestà non solo su me, ma su tutte le cose che succedono in questo mondo. E perchè, prestamente io soggiugneva, Dio ha fatto a me tutto questo? Che cosa ho fatto io per essere trattato in simil maniera?»

Ma quando io m’inoltrava in sì fatta investigazione sentiva tali rimproveri della mia coscienza, quali può meritarseli chi profferisce bestemmie; mi sembrò udire una voce che mi gridasse:

«Sciagurato! domandi ancora che cosa hai fatto? Voltati indietro su la tua orribile dissoluta vita, e domanda a te medesimo che cosa non hai fatto! Domanda perchè non sei stato ben prima d’ora distrutto; perchè non rimanesti sommerso dinanzi al lido di Yarmouth, o ucciso nella zuffa quando il tuo vascello fu predato dal corsaro di Salè, o divorato dalle belve feroci in su la costa d’Africa, o annegato qui quando tutti i tuoi compagni rimasero preda dell’onde di te in fuori? E chiedi che cos’hai fatto!»

Rimasi muto, atterrito da tali considerazioni contro alle quali non avrei saputo articolare una parola; no, nemmeno una parola e non aveva che rispondere a me medesimo. Levatomi in piedi, tutto avvilito e pensieroso, me ne tornai alla volta della mia abitazione. Quivi scalato giusta il consueto il mio muro di cinta, mi apparecchiava per mettermi in letto: ma in quel turbamento mio di pensieri non sentendo alcuna voglia di dormire, mi posi a sedere su la mia scranna dopo avere accesa la mia lucerna, perchè cominciava a far molto scuro. Poi cominciando a darmi grande sgomento il pensiere del non lontano nuovo accesso di febbre, mi tornò alla memoria che gli abitanti del Brasile non usano per ogni sorta quasi di malattia d’altro rimedio fuor del loro tabacco. Io ne aveva in una delle mie casse un vaso di preparato ed una porzione di verde e non preparato.

Andai ad aprir questa cassa, guidato senza dubbio dal cielo, perchè vi trovai la medicina del mio corpo e della mia anima. Ne trassi la cosa per cui l’aveva aperta, cioè il tabacco; ed essendovi pure entro que’ pochi libri ch’io m’avea salvati, ne levai una delle bibbie da me commemorate dianzi e ch’io non aveva avuto il tempo, o diciam meglio, la voglia di leggere; poi e questa e il tabacco mi portai su la tavola. Come dovessi adoperare il tabacco e quanto, io nol sapea, nè per vero dire sapeva nemmeno se sarebbe stato rimedio opportuno per la mia malattia. Pure lo sperimentai in varie guise, immaginandomi che in una maniera o nell’altra mi avrebbe giovato. [p. 116]E primieramente mi misi in bocca e masticai una delle sue foglie, che in principio mi portò da vero grande sbalordimento al cervello, trattandosi di tabacco verde e gagliardo ed al quale io non era grandemente assuefatto. Un’altra picciola parte ne misi in infusione per un’ora o due in un poco di rum, prefiggendomi di berne una dose quando fossi per coricarmi; per ultimo ne bruciai altra porzione sopra un braciere tenendo il naso sul suo fumo tanto tempo, quanto me lo permisero il calore e la paura di rimanere soffocato.

Durante questa operazione io prendeva in mano la bibbia che mi feci a leggere; ma la mia testa era troppo disturbata dal fumo del tabacco, perchè potessi reggere ad una lettura, almeno seguìta. Solamente avendo aperto a caso il volume, m’abbattei tosto in queste parole: Chiamami nel giorno dell’angoscia, ed io ti aiuterò e mi glorificherai: parole adattissime al caso mio e che mi fecero, se vogliamo, impressione nel leggerle, ma non tanta quanta in appresso. Le parole Ti libererò in quel momento non aveano, per così esprimermi, un significato per me: nel mio modo d’intenderla, la mia liberazione appariva una cosa sì lontana da ogni probabilità, che poteva dire come il popolo d’Israele quando nel deserto gli fu promessa carne da mangiare: Può egli Dio apparecchiarci una mensa qui? Incominciai anch’io a dire: Può egli Iddio liberarmi da questo luogo? E poichè sol dopo anni splendè qualche speranza di tal maniera di liberazione, questa idea d’impossibilità prevalse frequentemente su i miei pensieri; ciò non ostante le parole della bibbia non mancavano di produrre in me una forte impressione; onde tornai spesse volte a pensarci sopra.

L’ora era tarda e il fumo del tabacco, siccome dissi, mi aveva fatto girare tanto la testa, che mi sentiva in molta disposizione di dormire. Lasciai quindi la mia lucerna accesa entro la grotta pel caso di qualche bisogno che mi sopravvenisse nella notte, indi andai a mettermi in letto. Ma prima di coricarmi feci una cosa che non aveva mai fatta in mia vita: m’inginocchiai a pregar Dio, affinchè mi mantenesse la promessa fattami di liberarmi, semprechè fossi ricorso a lui nel giorno della mia angoscia. Finita questa interrotta ed imperfetta preghiera, bevvi il rum entro cui aveva messo in infusione il tabacco: bevanda trovata da me sì fiera e nauseosa che potei a grande stento inghiottirla; poi mi stesi sul letto. Sentii tosto i fumi del rum andarmi con una tremenda violenza alla testa; ma [p. 117] non andò guari che profondamente m’addormentai, nè mi svegliai se non al declinar del sole: secondo i miei computi a tre ore dopo il mezzogiorno. Ma erano queste le tre ore del dì seguente, o aveva io dormito tutta una notte e tutto il giorno e l’altra notte seguente? Inchino a credere così; altrimenti non saprei spiegare a me stesso in qual maniera nel mio computo dei giorni della settimana ne avessi perduto uno, siccome dovetti accorgermene alcuni anni dopo; perchè se avessi perduto un giorno per avere tagliata e ritagliata la stessa linea o tacca, il giorno perduto non sarebbe stato uno solamente[1]. Il fatto è che perdei un giorno nel mio conto, nè ho mai [p. 118]saputo veramente in che modo. Sia poi stato in una maniera o nell’altra, quando mi svegliai, mi sentii grandemente ristorato e i miei spiriti erano più vivaci e contenti. Alzatomi, trovai migliorate le mie forze ed anche il mio stomaco, perchè aveva fame. In somma non ebbi accesso di febbre nella giornata, e le variazioni a mano a mano furono sempre in meglio. Questo miglioramento apparve nel giorno 29.

30. Fu questo, secondo la regola dell’intermittenza, il mio giorno buono; onde andai attorno col mio moschetto, procurando per altro di non far troppo cammino. Uccisi due uccelli di mare, somiglianti alcun poco ad oche salvatiche; me li portai a casa, ma non ebbi fretta di cibarmene, onde mangiai solamente non so quante uova di testuggine che trovai eccellenti. La sera rinnovai la mia medicina che supposi avermi giovato il dì innanzi, quella cioè del tabacco in infusione; solamente non ne presi tanto quanto l’altra volta, nè masticai veruna foglia di esso o tenni la mia testa sopra il suo fumo.

1.° luglio. Per dir vero in questo giorno non mi sentii tanto bene quanto avrei sperato, perchè ebbi un piccolo accesso di freddo, ma non fu gran cosa.

2. Reiterai la mia medicina in tutte tre le maniere che aveva praticate prima, ma quanto al tabacco in infusione ne raddoppiai la dose.

3. L’accesso febbrile non comparve nè oggi nè più, benchè tardassi alcune settimane prima di ricuperare le mie forze interamente. Intanto ch’io andava riguadagnandole, i miei pensieri correvano incessantemente su quel tratto di scrittura: Ti libererò, laddove l’impossibilità della mia liberazione mi stava sì fitta nell’animo, che troncava ogni mia speranza di ottenerla giammai. Pure intantochè io stava scoraggiandomi con questi pensieri, un altro me ne occorse alla mente. «Tu ti affisi tanto, io diceva a me stesso, su la tua liberazione dalla principale delle disgrazie, e non fai caso dell’altra ottenuta poc’anzi.» Allora principiai a farmi una interrogazione di natura diversa: «Non sei tu stato liberato, ed anche in guisa prodigiosa, dalla tua malattia, dalla più disastrosa condizione in cui ti potessi trovare e che ti dava tanto spavento? hai tu mostrato nemmeno d’accorgertene? Hai tu fatta la parte tua? Dio ti ha ben liberato, ma tu non lo hai glorificato, perchè non hai riguardato ciò come una liberazione. Non hai nemmeno pensato a mostrarne un [p. 119]affetto di gratitudine. Come vuoi tu aspettarti una liberazione più grande?» Questa idea mi toccò fortemente il cuore, e mi prostrai a ringraziar Dio perchè m’avea liberato dalla mia malattia.

4. Nella mattina di questo giorno, dato mano alla bibbia e incominciando dal Nuovo Testamento, impresi a leggerla seriamente e prescrivendo a me medesimo l’obbligo di meditarne un buon tratto ciascuna sera e ciascuna mattina: ciò senza limitarmi a numero di capitoli, ma tanto a lungo quanto lo esigevano le considerazioni ch’io era in dovere di fare. Non passò molto tempo, dopo essermi io accinto a questo studio, che sentii il mio cuore più profondamente e sinceramente compreso della perversità del mio vivere passato. Si rinnovava in esso l’impressione del mio sogno e le parole: Dopo aver veduto tutto ciò che hai veduto, non ti sei ridotto a penitenza! seriamente agitavano le mie idee. Io pensava ansiosamente a pregar Dio che mi desse il dono di un vero pentimento, quando la providenza mi [p. 120]condusse in quel medesimo giorno ad incontrarmi leggendo la santa scrittura in quelle parole: Egli è esaltato siccome principe e salvatore, perchè concede ravvedimento e perdono. Messo giù il sacro volume, con le mani e il cuore sollevati al cielo, in una specie d’estasi di gioia, esclamai ad alta voce: «Gesù, tu figlio di Davide! Gesù, tu esaltato principe e salvatore, tu dammi ravvedimento!» Fu questa la prima volta in tutta la vita mia che potei dire, nel vero significato della parola, di avere pregato il Signore; perchè tal mia preghiera fu fatta con accorgimento del mio stato, con una vera speranza evangelica fondata su l’incoraggiamento venutomi dalla parola di Dio. D’allora in poi posso dire d’aver cominciato a sentire in me la fiducia che Dio m’ascolterebbe.

Ora sì principiai a spiegare nel vero loro senso le parole dianzi commemorate: Chiamami, ed io ti libererò: senso ben diverso da quello ch’io aveva dato loro in addietro. In quel tempo non era in me idea d’altre cose cui si potesse dar nome di liberazione fuor dell’essere io liberato dalla mia cattività; perchè, se bene io mi trovassi in un luogo ampio, quest’isola era del certo una prigione per me, nel più tristo significato di tale parola. Ma adesso imparai a ravvisare sotto un altro aspetto le cose. Volsi addietro lo sguardo alla mia [p. 121]passata condotta con tanto orrore, le mie colpe mi apparvero s spaventose, che la mia anima non seppe più domandare altra cosa a Dio se non la liberazione dal peso dei peccati che la privavano d’ogni conforto. Che quanto al vivere in solitudine, ciò era un nulla; non pensai nemmeno a pregar Dio per esserne liberato o a fermarmi su tal desiderio; tutto era di nessuna importanza a confronto dell’altra liberazione. E aggiungo questo episodio alla mia storia per indicare a chiunque la leggera che, ogni qual volta l’uomo arrivi a scoprire il vero senso delle cose, ravviserà nella liberazione dalla colpa una beatitudine infinitamente maggiore dell’essere liberato da qualsivoglia cordoglio. Ma si lasci questo punto per tornare al mio giornale.


Note

  1. For if I had lost it by crossing the line, I should have lost more than one day; così il testo che tutti, a mia saputa, hanno tradotto alla lettera. Se non m’inganno, l’autore ha supposto che Robinson per massima generale, correggesse, se gli occorreva, lo sbaglio di notare un giorno due volte, col ripassare sul giorno notato di più il coltello, e farne più profonda la fenditura, indizio per lui che di quella linea non dovesse tenersi conto. Ora se nel caso presente egli avesse per isbaglio fatto il suo taglio sulla stessa linea, col renderla più profonda, e quindi di nessun valore, perdeva non solo il giorno che non notava, ma quello ancora che rimaneva annullato.