Avventure di Robinson Crusoe/84

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Consigli del prete cattolico lungo la via

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Daniel Defoe - Avventure di Robinson Crusoe (1719)
Traduzione dall'inglese di Gaetano Barbieri (1842)
Consigli del prete cattolico lungo la via
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Consigli del prete cattolico lungo la via.



Dunque, signore, cominciò il prete, concedetemi di premettere alcune cose che saranno siccome il fondamento di quanto mi penso dirvi. Possiamo benissimo voi ed io non differire nelle massime generali, anche non accordandoci praticamente in qualche opinione particolare. Primieramente differiamo in alcuni punti del dogma, ed è una grande sfortuna nel caso presente, come lo dimostrerò in appresso; ma ciò non toglie il nostro comune accordo nell’esistenza di certi principî, come sarebbe a dire che v’è un Dio; che questo Dio, avendoci date certe determinate regole per servirlo e obbedirgli, noi non dobbiamo offenderlo volontariamente e a nostra saputa, sia col trascurare le cose da lui comandate, sia col far quelle che espressamente egli ha proibite. Passi pure quanta differenza si vuole tra le nostre religioni, siamo tutt’a due ad una nel riconoscere che le benedizioni di Dio non potranno piovere su chi audacemente ne trasgredisce i comandi; e che ogni buon Cristiano dee sentire una grave afflizione, se v’è gente posta sotto la sua tutela che viva in una totale dimenticanza di Dio e della sua legge. Non vale la qualità di protestanti ne’ vostri subordinati, comunque poi io la pensi su ciò; non vale questa qualità a far sì ch’io non mi affligga per l’anime loro, e ch’io non m’adoperi, se ciò dipende da me, affinchè stiano lontani più che è possibile dallo stato di ribellione verso il lor creatore, specialmente se mi date licenza di toccare un tale argomento.

— Vi confesso che finora non capisco a che tenda il vostro discorso; pure vi do facoltà di dire quel che volete, e vi ringrazio anzi del pensiero che vi prendete per noi. Vi prego dunque a spiegarmi le particolarità che hanno incorsa la vostra riprensione, affinchè, come Giosuè, per non dipartirmi dalla vostra parabola, io possa allontanare quanto v’ha di maladetto da noi.

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— Ebbene, signore, profitterò della libertà che mi concedete. Sono tre le cose che, se non erro, si oppongono ai vostri sforzi per chiamare le benedizioni del cielo su questa colonia, e che m’allegrerei molto di vedere rimosse per amore e di voi e di tutti. Mi riprometto anzi che verrete affatto dalla mia, poichè ve le avrò indicate; specialmente perchè non dubito di non farvi convinto che ciascuno di questi sconci può con grande facilità e vostro massimo soddisfacimento essere riparato. Primieramente, signore, voi avete qui quattro Inglesi che vivono con donne prese fra i selvaggi, che se le tengono in qualità di mogli, che da tutte hanno avuto figli, benchè non sieno state sposate in alcun modo determinato e legale, siccome comandano le divine leggi e le umane, e quindi a senso delle une e delle altre sono in uno stato permanente di fornicazione, se non d’adulterio. So bene, signore, mi risponderete, che non c’era ecclesiastico nè cattolico nè non cattolico nell’isola per celebrare la cerimonia delle nozze; nè penna o inchiostro o carta per stipulare un contratto di matrimonio e farlo sottoscrivere dai contraenti. So ancora quanto vi è stato detto dal governatore spagnuolo: vale a dire il patto che obbligò i compagni di queste donne a sceglierle con una data regola ed a vivere spartatamente con la donna scelta; ma questo è anche ben lontano dall’essere un matrimonio; qui non c’è per parte delle donne nessuna sorta di consenso che le qualifichi mogli; il consenso fu unicamente fra gli uomini per allontanare da loro ogni cagione di risse. Signore, l’essenza del sacramento del matrimonio (egli parlava da prete romano[1]) consiste non solo nel mutuo consenso delle parti che promettono riguardarsi scambievolmente siccome moglie e marito, ma nel formale e legale obbligo inerente al contratto e che costringe l’uomo e la donna a riconoscersi sempre legati insieme in questa maniera: l’uomo ad astenersi in ogni tempo da tutt’altra donna, a non contrarre altre nozze finchè vive la moglie presente, e in qualunque occasione a provvedere, fin dove la sua possibilità lo comporta, di sostentamento la moglie ed i figli; e le donne dal canto loro, mutatis mutandis, soggiacciono agli obblighi stessi. Guardate, signore! questi uomini, se ne viene ad essi il talento, o se loro ne capita l’occasione, piantano lì le mogli, sconoscono i propri figli, li lasciano morire di fame, si pigliano altre

[p. 506]donne, e le sposano, mentre le prime sono ancora viventi. E vi pare (nel dir così s’infervorò fortemente) che con questa licenza sfrenata di vivere si onori Dio? E potete immaginarvi, comunque buoni sieno in sè stessi ed intesi sinceramente a buon fine i vostri sforzi a pro di questa colonia, che la benedizione di Dio li coroni sintantochè permettete a costoro, che or sono, può dirsi, vostri sudditi, perchè posti sotto il vostro governo e dominio, il vivere in uno stato di manifesto adulterio?»

Confesso che mi fece una forte impressione la cosa in sè stessa, ma molto più i vigorosi argomenti posti in opera dal mio interlocutore per dimostrarla; perchè, se bene non vi fosse verun ecclesiastico nell’isola, pure un formale contratto, consentito dalle parti alla presenza di testimoni e confermato da qualche segno riconosciuto obbligatorio dai contraenti, non fosse stato altro che una stipa rotta, per costringere gli uomini a riconoscere in ogni occasione quelle donne per loro mogli, a non abbandonare mai nè queste nè i loro figli, e a porre sotto simili vincoli le donne, tutto ciò sarebbe stato almeno un matrimonio legale agli occhi di Dio; e fu una grave trascuranza il farne senza. Ma per parte mia credei spacciarmela presto col mio giovine prete.

— «Considerate, gli dissi, che ciò accadde mentre io non era qui. Son tanti anni da che quegli uomini vivono con quelle donne che, se fosse anche un adulterio, non c’è più rimedio. Come volete che non sia fatto quello che è fatto?

— Signore, degnatevi d’avere pazienza, soggiunse il prete che non volle menarmela buona. Finchè dite che la cosa essendo seguìta nel tempo della vostra assenza voi non potete essere imputato di quella parte di colpa, avete ragione; ma ve ne supplico, non vi lusingate di non essere tuttavia sotto il più stretto obbligo di far finire lo scandalo. Come potete sperare, ammettendo ancora che il passato stia a carico di chi si vuole, come potete sperare che tutte le colpe dell’avvenire non pesino affatto su la vostra coscienza? Perchè egli è certo che il porre un termine al disordine è cosa in vostra mano, e che nessuno lo può fuori di voi.»

Io fui sì duro d’intelletto in quel momento che non lo intesi a dovere. Io mi figurava che con le parole far finire lo scandalo volesse dirmi: «Dovete rompere questo consorzio, non permettere che quegli uomini continuino a vivere con quelle donne», che sarebbe stato [p. 507]un dirmi: «Mettete in confusione tutta quanta l’isola.» Gli feci dunque rimostranze su questo tenore, ed egli parve assai maravigliato ch’io lo avessi tanto franteso.

— «No, mio signore; non intendo consigliarvi che separiate quelle creature; ma bensì che le teniate d’ora in poi unite in un legittimo ed effettivo vincolo coniugale. E poichè il mio cerimoniale per congiungerli in matrimonio potrebbe non accomodarvi, benchè valido anche secondo le vostre leggi, vi è lecito adoperare que’ mezzi di cui qui potete disporre per rendere un matrimonio legale agli occhi di Dio e degli uomini; vale a dire mediante un contratto firmato dall’uomo e dalla donna e dai testimoni presenti, matrimonio che verrà riconosciuto regolare da tutti i codici dell’Europa.»

Rimasi attonito al vedere una pietà sì verace, uno zelo che partiva tanto dal cuore, oltre all’ammirazione destatasi in me allo scorgere in lui una così insolita imparzialità ne’ discorsi che si riferivano alla sua chiesa, e una tanto sincera sollecitudine per la salvezza di persone che conosceva appena, e con le quali non aveva alcuna sorta di relazione; ed era certo un curarsi della loro salvezza il toglierle dal trasgredire i comandamenti di Dio; in somma un tanto esempio di virtuosa carità non l’ho mai rinvenuto altrove. Dopo essermi impressi ben nella mente tutti i suoi consigli, e quanto mi disse sul matrimonio fatto con una scrittura, ch’io pure sapea poter essere valido, ricapitolai il tutto e gli dissi:

— «Ravviso giuste e cortesi dalla parte vostra le osservazioni che mi avete fatte. Parlerò con questi appena giunto alla loro abitazione; non vedo anzi un motivo per cui possano avere difficoltà di essere sposati tutti da voi, e capisco benissimo che anche nel mio paese un tal matrimonio si avrebbe per legale ed autentico, come se fosse seguìto col ministero di qualcuno del nostro clero.»

Come la cosa andasse poi a terminarsi lo narrerò più tardi.

— «Or ve ne supplico, soggiunsi, ditemi la seconda delle cose che vi danno dispiacere, riconoscendomi intanto debitore a voi d’immensa gratitudine per avermi fatto notare la prima, e rinnovandovene i miei più vivi ringraziamenti.

— Ebbene; anche su questa seconda cosa vi parlerò con la stessa franchezza e ingenuità, e spero accoglierete il mio dire in buona parte come avete fatto rispetto all’altra. Benchè quegl’Inglesi vostri sudditi (quel buon prete gli andava chiamando così) sieno vissuti [p. 508]circa sette anni con quelle donne, abbiano insegnato loro a parlare l’inglese ed anche a leggerlo, benchè le donne stesse sieno, a quanto ho potuto discernere, dotate di sufficiente intendimento e capaci d’istruzione, pure i così detti loro mariti non hanno pensato finora ad ammaestrarle in nulla che riguardi la religione cristiana, in nulla, in nulla affatto! Quelle poverette non sanno nemmeno che ci sia un Dio, nè che bisogni adorarlo, nè in qual modo vada adorato e servito; non le hanno fatte accorte che la loro idolatria o adorazione a che cosa, non lo sanno tampoco esse, è falsa ed assurda. E questa una negligenza imperdonabile e tale che Dio ne potrebbe domandare ad essi il più stretto conto e fors’anche strappar dalle loro mani il frutto delle loro fatiche (oh quanto affetto e fervore metteva nel dir tali cose!). Io son persuaso che, se questi uomini vivessero nei barbari paesi donde hanno levate quelle donne, i selvaggi si darebbero per farli idolatri, per condurli ad adorare il demonio, maggiori pensieri di quanti al certo se ne presero questi Inglesi per istruire le loro donne nella conoscenza del vero Dio. Badatemi, signore. Benchè io non professi il vostro culto, nè voi il mio, pure non vi so esprimere il contento che avrei se quelle schiave del demonio e suddite del suo regno imparassero almeno i principî più generali del cristianesimo; se arrivassero se non altro ad udire parlare di Dio, d’un Redentore, della risurrezione e d’una vita avvenire. Queste cose le crediamo pur tutti! almeno sarebbero più vicine ad entrar nel grembo della vera chiesa di quello che ci sieno adesso professando in pubblico l’idolatria e l’adorazione del demonio.»

Qui non potei più rattenermi; me lo strinsi al petto, lo abbracciai con effusione di tenerezza.

— «Oh! quanto io sono stato lontano, esclamai, dall’intendere i doveri più essenziali d’un Cristiano e dall’amare sì forte il bene della chiesa cristiana e dell’anime degli uomini di tutta la terra! Appena ho capito che cosa voglia dire, che obblighi porti con sè l’esser Cristiano!

— Non dite così, caro signore: le cose addietro non avvennero per vostra colpa.

— No; ma perchè non me le presi a cuore al pari di voi?

— Non è ancor troppo tardi, egli soggiunse. Non v’affrettate tanto a condannarvi da voi medesimo.

— Ma che cosa posso farci io? Vedete che sto per partire!

[p. 509] — Mi date la permissione che parli di ciò a que’ poveri uomini?

— Sì, con tutto il cuore; e gli obbligherò a prestar tutta l’attenzione a quanto sarete per dir loro.

— In quanto a questo, diss’egli, lasciamo operare la misericordia di Dio. Quanto a voi, non pensate ad altro che a continuar loro la vostra assistenza, ad incoraggiarli, ad istruirli, e poichè mi concedete questo permesso, non dubito con l’aiuto di Dio di non condurre quelle povere ignoranti creature sotto il grande pallio della cristianità, e ciò anche prima della vostra partenza.

— Non solo vi do questo permesso, ma l’accompagno con mille rendimenti di grazie.»

Quanto accadde intorno a ciò si collega col terzo punto delle cose riprovevoli che or lo pregai fervorosamente a schiarirmi.

— «Veramente, egli mi disse, è alcun che della stessa natura, e continuerò, se me lo permettete, a parlare con la stessa espansione d’animo e sincerità di prima. Si tratta ora di que’ poveri selvaggi [p. 510]che sono, posso dire, vostri sudditi di conquista. Vi è una massima, signore, che è, o dovrebbe essere adottata da tutti i Cristiani, a qualunque chiesa o supposta chiesa appartengano; ed è quella di propagare la fede cristiana con tutti i possibili mezzi ed in tutte le occasioni possibili. Fondata su questo principio la nostra chiesa manda missionari nella Persia, nell’India e nella China; e quelli del nostro clero anche collocati ne’ più alti gradi, imprendono volontari i più rischiosi viaggi, s’adattano a dimorare con estremo pericolo fra uomini barbari e sanguinolenti col solo fine d’insegnar loro a conoscere il vero Dio, e d’indurli ad abbracciare il cristianesimo. Voi qui, signore, avete tale opportunità di condurre dall’idolatria alla conoscenza di Dio trentasei o trentasette poveri selvaggi, che io non comprendo, ve lo confesso, come vi siate lasciata sfuggire questa occasione di fare un’opera buona, per cui sarebbe un tempo preziosamente impiegato l’intera vita d’un uomo.»

Rimasi mutolo all’udire questo rimprovero, nè trovai una parola per rispondere. Mi stava innanzi lo spirito del verace zelo di un Cristiano pel suo Dio e per la sua religione (ch’io qui non faceva distinzione nel genere di particolari principî professati), ed io per l’addietro non aveva mai avuto nel mio cuore un sentimento di questa natura, e credo forse che non ci avrei mai pensato. Io riguardava que’ selvaggi semplicemente come schiavi, e se avessimo avuto in che farli lavorare, gli avremmo trattati in tal qualità, o saremmo stati ben contenti di farli trasportare in qual si fosse parte del mondo; perchè tutto l’affar nostro era spacciarci di loro e avremmo avuto la massima soddisfazione di saperli in qualunque remota contrada, purchè non vedessero più mai la nativa. Ma questa volta, lo ripeto, mi pose in tanto imbarazzo un tale discorso che non seppi qual cosa rispondere. Si accorse alcun poco di questo stato dell’animo mio il buon prete; onde mi disse affettuosamente:

— «Signore, mi spiacerebbe se vi avessi offeso in qualche maniera.

— No no: non m’offendo con altri, gli risposi, che con me stesso; ma non vi so or descrivere in quale stato di confusione si trovi il mio spirito non tanto al considerare che non ho mai posto mente alle cose che mi dite adesso, quanto al pensare che non mi resta più il tempo di riparare la mia ommissione. Le circostanze che mi stringono in questo momento voi le sapete. Mi vedo obbligato al viaggio [p. 511]dell’Indie Orientali in un bastimento ammannito da una società di negozianti verso de’ quali commetterei una patente ingiustizia, se lo tenessi qui in ozio su l’âncora consumando le vettovaglie e i salari dei marinai a scapito de’ proprietari. Egli è vero che ho per patto la permissione di fermarmi su questa spiaggia dodici giorni ed anche otto di più, purchè paghi tre lire sterline per ogni giornata che lascio trascorrere oltre alle dodici. Tredici ne sono trascorse. Capite come io sia affatto fuor del caso d’accingermi alla missione che mi proponete, quando mai non lasciassi andare il bastimento senza di me; ed in tal caso se questo vascello che non ne ha d’altri in compagnia pericolasse, tornerei nelle medesime strette tra cui mi vidi alla prima, e dalle quali fui liberato per un vero miracolo.»

Confessava anch’egli ch’io era ad un arduo partito; ma non si stava dal farmi comprendere con belle maniere che metteva su la mia coscienza la soluzione di questo problema: se il far la beatitudine di trentasette anime non valeva il rischio di quanto un uomo ha su la terra? Io poi, devo dirlo, mi mostrai men tenero di cuore di lui, onde me gli voltai.

— «Certo, mio signore, la è una bella cosa farsi lo stromento della conversione di trentasette eretici: ma voi siete un ecclesiastico e chiamato espressamente e naturalmente dal vostro ufizio a tal genere di sante opere. Come va che non vi offerite voi per tale incarico in vece di stimolar me?»

All’udir questo mi guardò in faccia, e poichè camminavamo l’uno a fianco dell’altro, mi fermò facendomi un inchino.

— «Ringrazio con tutto il cuore Dio e voi, mio signore, per vedermi sì evidentemente chiamato ad un’opera tanto caritatevole. Se dunque le vostre circostanze vi rendono difficil cosa l’assumervi un tale incarico, e lo credete ben affidato a me, eccomi pronto, e ravviso una felice ricompensa a tutti i rischi e travagli che ho sofferti in quest’interrotto malagurioso viaggio, l’essermi finalmente capitata fra le mani un’impresa tanto gloriosa.»

Io gli leggeva su le sembianze una specie di estasi mentre parlava così; i suoi occhi scintillavano come fuoco, gli splendeva il volto, il suo colore andava e veniva come se fosse stato per cadere in deliquio. Rimasi taciturno per qualche tempo, tanta fu in me la meraviglia di vedere un personaggio fornito d’un sì verace zelo e trasportato da questo zelo oltre a tutti i consueti limiti serbati dagli [p. 512] ecclesiastici non solo della sua comunione, ma di qualunque altra si voglia. Dopo avere meditato a ciò alcuni minuti mi voltai chiedendogli:

— «Ma dite proprio da vero? E volete per un semplice tentativo a favore di quei poveri selvaggi, tentativo che non sapete nemmeno se vi riuscirà a buon termine, arrischiarvi a rimanere abbandonato forse per tutta la vita in quest’isola?

— Che cosa v’intendete voi con la parola rischiare? mi si volse con vivacità. Di grazia, per qual motivo credete voi ch’io mi sia contentato di fare il viaggio dell’Indie Orientali nel vostro bastimento?

— Veramente non lo so. Forse per predicare a quegl’Indiani?

— Senza dubbio, l’ho fatto per questo. E non pensate che se giugnessi a convertire questi trentasette selvaggi alla fede di Gesù Cristo, avrei impiegato assai bene il mio tempo quand’anche non dovessi più uscire di qui? Anzi non è infinitamente impiegato meglio a salvar tante anime, che se si trattasse della mia vita o di quella di vent’altri miei pari? Sì, mio signore, non cesserei più dal ringraziare il Signore Iddio e la sua Madre santissima, se arrivassi ad essere in qualche menoma parte il fortunato stromento della salvezza [p. 513]di quelle povere creature, quand’anche non dovessi giammai portare il piede fuor di quest’isola, nè giammai rivedere il mio nativo paese. Per altro, se vi degnate affidarmi quest’incarico, cosa ch’io riguarderò come un segnalato favore, e farà ch’io non mi scordi di voi nelle mie preghiere al Signore finchè avrò vita, se ciò succede, devo prima di tutto domandarvi caldamente una grazia.

— Ed è?

— Che permettiate al vostro Venerdì di rimanere meco qual mio interprete ed assistente presso que’ poveretti. Vedete che, se non ho chi m’aiuti, nè io posso parlare ad essi nè essi a me.»

Il solo udirmi fatta una simile inchiesta mi pose in non poca agitazione, perchè al tutto io non me la sentiva di staccarmi da Venerdì, e ciò per più d’un motivo. Primieramente, egli era stato il compagno de’ miei viaggi, nè solamente io me lo tenea caro per la sua fedeltà, ma in oltre per un’affezione sincera che non poteva essere spinta più in là; anzi io era risoluto di beneficarlo considerabilmente se mi sopravviveva, come sembrava probabile. Poi io ben sapea d’averlo allevato nella fede protestante: sarebbe stato un confonderlo il volergliene or fare adottare un’altra. Già, finchè tenea gli occhi aperti, non avrebbe mai voluto persuadersi che il suo padrone fosse un eretico e andasse per conseguenza dannato; poi sapeva io se quel povero idiota, imbarazzato dai nuovi insegnamenti, non finirebbe col non crederne vero nessuno e tornare all’antica idolatria? In questi frangenti del mio spirito mi nacque finalmente l’idea di un temperamento, e lo udirete tosto.

Già prima di tutto feci capire al mio prete che per qual si fosse cosa non avrei saputo risolvermi a lasciare in abbandono il mio Venerdì, ancorchè si trattasse d’un’opera sì buona o dal mio buon consigliere apprezzata più della sua vita; d’altra parte essere io persuaso che questo servo non consentirebbe mai a separarsi da me. Soggiunsi che lo sforzare la sua volontà sarebbe stata una manifesta ingiustizia; tanto più che gli aveva promesso di non licenziarlo mai, com’egli si era solennemente obbligato a non abbandonarmi se per forza non lo cacciava via.

— «Ma come farò dunque io, dicea costernatissimo quel povero ecclesiastico, ad accostarmi a quegli sfortunati senza intendere io una parola di quanto mi diranno, essi una sola delle parole che dirò loro?»

[p. 514] Rimossi pertanto questa difficoltà col dirgli che il padre di Venerdì aveva imparato lo spagnuolo, della qual lingua era sufficientemente pratico anche il mio missionario, onde proposi questo per l’interprete da lui bramato. Si mostrò allor soddisfatto, nè vi sarebbe più stato mezzo di persuaderlo a non rimanere nell’isola, e a distorlo dalla santa impresa cui anelava; ma la providenza diede un altro non meno fortunato andamento a questi disegni.

Or narrerò in qual modo facessi onore alle prime sue rimostranze.

Note

  1. E Robinson da protestante. Vedi la precedente nota.