Adiecta (1905)/II/XII

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Ruth

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RUTH


Hic autem erat mos antiquibus in Israel.

Ruth, IV, 7.

     Disse Noemi: «O nuora,
«le mie parole ascolta.
«Nella tua chioma folta
4«la giovinezza odora,
«sul fior della tua bocca
«la voluttà s’accende
«e dalla colme bende
8«candido il sen trabocca.

     «Beato chi sul bianco
«tuo viso avrà la faccia,
«chi cingerà le braccia
12«al tuo superbo fianco!
«No, puro fior di neve,
«no, vivo fior di rosa,
«la tua beltà, nascosa
16«così, morir non deve!

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     «Se Iddio non ci concesse
«delle dovizie il dono,
«vedi quei campi? Sono
20«pingui di bionda messe
«e, se li vuoi, sagace
«l’arte d’averli trova,
«poichè beltà non giova
24«se nell’inopia giace».

     E Ruth mondò nel fonte
le rigogliose forme,
torse la treccia enorme
28come corona in fronte,
al mobil fianco cinse
larga la fascia bruna
ed a cercar fortuna
32mossa da Dio s’accinse.

     Arse dai raggi estivi
tacean le fronde stanche,
dormìan le agnelle bianche
36al rezzo degli ulivi,
ombre chiedeano ai muti
boschi le cavriole,
era al meriggio il sole
40e i campi eran mietuti,

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     allor che Ruth discese
giù dal pendìo deserto
e sovra il piano aperto
44l’avido guardo stese.
Rattenne il passo, intenta
a noverar le biche
delle recise spiche,
48poi seguitò contenta.

     Ridea la giovanetta
col labbro e le pupille,
sonavano le armille
52sulla caviglia schietta,
e le diè un balzo il core
e le diè l’occhio un lampo
quando scoprì nel campo
56la tenda del signore.

     Al piano addormentato
cauto lo sguardo volse,
il breve pie disciolse
60dal sandalo annodato,
gittò la negra benda
che la stringea sull’anca
e seminuda e bianca
64entrò sotto la tenda.

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     Oh, il bel meriggio! Ardeva
il sol nel chiaro azzurro,
nè un soffio, nè un susurro
68sull' arso pian fremeva
e sulle stoppie gialle
gli stanchi buoi posando
sognavan, ruminando,
72il buio delle stalle.

     Oh, il bel meriggio! Ascoso,
al cor giungeva un senso
grave, solenne, immenso,
76di calma e di riposo.
Immersa in un languore
di voluttà infinita
parea dormir la vita,
80ma non dormìa l’amore.

     Popol di Dio, riposa
nel sonno tuo profondo;
sul talamo fecondo
84ecco salì la sposa!
Oh il bel meriggio! Hai chiesto
e Dio t’ha benedetto,
poichè sul santo letto
88il Patriarca è desto.

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     Ma quando un roseo velo,
come un vapor di gemme,
sui colli di Betlemme
92mutò colore al cielo,
Ruth, con le gote accese
e il petto ansante ancora,
verso la sua dimora
96lenta il cammin riprese

     e al tetto suo venuta,
pensando al dì trascorso
sentì come un rimorso
100della virtù perduta,
e ricordò il marito
a cui le braccia aperse
quando se stessa offerse
104sul talamo fiorito.

     E Ruth disse a Noemi:
«Ecco, io ti tenni fede.
«Quei campi son mercede
108«ai favor miei supremi;
«ma se le spighe d’oro
«ti porto fra le braccia,
«come alzerò la faccia
112«innanzi al Dio che adoro?»

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     Disse Noemi: «Bada
«non fu il consiglio mio,
«ma fu il voler di Dio
116«che ti segnò la strada.
«L’ombra del sacro ulivo
«coperse il fior di rosa
«e nel tuo sen di sposa
120«il Re di Giuda è vivo!»