Alcuni discorsi sulla botanica/I/Le Nozze delle Piante

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Le Nozze delle Piante

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Le nozze delle piante





Quando ci facciamo a considerare gli esseri organici, che popolano la terra, e poniamo mente a quel necessario e continuo succedersi in loro di vita, di riproduzione, di morte, alta ammirazione ci prende di codesta sapientissima disposizione della natura, per la quale, mentre ogni cosa che vive, è destinata per sè a perire, pur tutte cose insieme non periscono giammai, che è quanto dire la specie di tutte perpetuamente si rinnova, e conserva. La qual legge sì nel regno animale, e sì nel vegetabile apparisce la medesima con inalterabile costanza. Dall’uomo sovrano della natura al verme, che striscia nella polvere, dalla quercia superba all’umile alga, ogni individuo organizzato non ha che il godimento passaggero della vita, e, infino a che questa gli basti, è portato ad espanderla anche fuori di sè, rifacendosi in nuovi individui della stessa natura, ai quali esso a suo tempo cede il luogo nell’ordine delle esistenze. - Il Saturno [p. 48 modifica]della favola, che procrea figli e li divora, simboleggia appunto questo principio vitale, questo, che dirò spirito vivificatore della materia, il quale trapassa incessantemente da corpo a corpo, e di tanto scema agli uni di vigoria di quanto ad altri ne comunica, conservando per tal guisa, a spese degli individui caduchi, la specie imperitura: con sì fatto ordine e modo, che pur esso sempre tramutandosi, nè specie alcuna scompaja, nè alcuna soverchiamente moltiplichi a scapito di altre diverse, e squilibrio dell’universale economia. — V’ebbero, valga il vero, specie ne’ tempi antistorici, che andarono per sempre perdute, ma di quelle, che gli antichi ricordano, niuna si è spenta, nè di quelle, che esistono oggidì, niuna si spegnerà, finchè non si rinnovi alcuno di que’ grandi cataclismi, che mutando faccia alla nostra terra, travolsero già quelle prime nella loro rovina. — Vita, organizzazione e riproduzione sono cose tanto intimamente collegate tra loro, che l’una non si può concepire disgiunta dall’altra, nè per altro aspetto la somiglianza e affinità tra gli esseri del regno animale e del vegetabile, sebbene differiscano tanto di struttura e di forma, si appalesa così certa e chiara, come appunto in questa facoltà, che hanno comune di potersi colla riproduzione perpetuare. Ed anche i modi e le leggi con cui questa riproduzione si effettua sono al tutto somiglianti, se non vogliamo dire i medesimi. Imperocchè la riproduzione sessuale, e [p. 49 modifica]la moltiplicazione per gemme e per divisione di parti sono e negl' uni e negli altri le tre diverse maniere con cui si manifesta quella forza generativa, che vale a propagare e quindi anche a perpetuare la specie.

Riserbandomi a trattare dei due ultimi modi di moltiplicazione a tempo più acconcio, mi restringerò in oggi a dire della generazione per sessi dimostrandovi, come ogni pianta a certa età sia abile a produrre altri individui della sua specie, e quali siano gli organi apparecchiati a questo scopo, non che le opere loro; e quanto mirabili le cure con cui natura adopera, perchè gli esseri procreati possano prosperamente svilupparsi.

Fra le scoperte, che umano intelletto abbia mai fatte nel vasto campo della fisiologia vegetale, quella dell’esistenza dei sessi nelle piante avanza forse ogni altra per l’importanza delle conseguenze, che ne derivarono. Che nelle palme, e in qualche altro albero a due case, avesse luogo una cotal maniera di fecondazione conforme a quella degli animali, non era punto sfuggito all’osservazione degli antichi. « In tutti i paesi, dice Mirbel, dove i vegetabili di uso comune sono dioici » (ne’ quali cioè il sesso maschile, e il sesso femmineo si trovano scompartiti sopra due diversi individui, l’uno dall’altro separati) « poco stette il bisogno a chiarire l’uomo delle relazioni, che esistono tra gli stami degli uni e i pistilli degli altri. Gli orientali sanno da [p. 50 modifica]tempo immemorabile che per maturare il frutto del dattero e del pistacchio fa di mestieri, che gli individui maschi sieno collocati in vicinanza degli individui femine. — Troviamo in Erodoto che a suoi tempi gli Egizj agevolavano la fecondazione del dattero introducendo al tempo dello sbocciamento alcuni ramoscelli carichi di stami nelle spate dei fiori pistilliferi, la qual pratica è ancora seguita sulle coste settentrionali dell’Africa, e per tutto l’Oriente. » — Teofrasto accenna pure a questo fenomeno in più luoghi, come là, dove parla del ginepro e della sterilità dei fiori doppj. — Nè certamente il grande scolaro di Aristotile era il solo fra gli antichi, che, a così dire, divinasse questa meravigliosa disposizione della natura. Si può egli difatti mostrarne più vivamente il presentimento, di quel che si faccia Plinio, quando rapito all’aspetto dei fiori ti esce in questa esclamazione? « Ah sì i fiori sentono anch’essi la possanza degli amorosi desii, e quelle vaghe corolle, che voi ammirate, formano la gioja dell’albero che le produce. »! — E a chi non sono noti quei versi di Claudiano?

Vivunt in Venerem frondes, omnisque vicissim
Felix arbor amat: nutant ad mutua palmae
Foedera; populeo suspirat populus ictu
Et platani platanis, alnoque assibilat alnus.


All’epoca del risorgimento delle lettere il Pontano descrisse in versi elegantissimi gli amori di [p. 51 modifica]due palme coltivate l’una a Brindisi, l’altra a Otranto. Della fecondazione delle palme ragionò pure largamente Prospero Alpino nella sua opera sull’Egitto. Anche Cesalpino riconobbe il sesso nelle piante dioiche, accordandosi perfettamente coi botanici moderni nel dar il nome di maschi agli individui che portano gli stami, e di femine a quelli, che recano i frutti.

Verso la fine del secolo decimosesto Zuliansky estese a tutti i vegetali quel, che innanzi a lui si era creduto particolare di alcuni pochi, e distinse i fiori androgini dai diclini, e gli stami dai pistilli. Indi a poco Ray e Camerario con diligentissime esperienze misero in piena luce l’atto della fecondazione, e il vero ufficio delle parti, che vi si impiegano. Da quell’epoca in poi la teoria del sessualismo diventò volgare in botanica. Combattuta pur tuttavia da non pochi fitologi, ma difesa dalla maggiore e migliore parte di loro, fu poi da Linneo comprovata con osservazioni e argomenti di tal peso da parere incontrastabile.

Stringendo il molto in poco eccone la sostanza.

Ogni vegetabile di specie sì fatta, che abbia virtù di riprodursi per sementi, va fornito o d’amendue gli organi sessuali o almeno di uno; e la struttura, e le qualità dell’organo maschio sì bene corrispondono alla struttura, ed alle qualità della femina, che essi possono operare concordemente all’adempimento della funzione generatrice. [p. 52 modifica]E si vede per esperienza, che i fiori mancanti di pistillo cadono senza dar frutti, e i pistilliferi non legano, se non collocati in vicinanza dei maschi di piante affini. Cosi, se ad un fiore ermafrodito tagliate gli stami avanti, che si aprano le antere, il pistillo rimane infecondo; né mai porta semi per difetto di polline, che la impregni, una specie dioica, della quale non si possegga, che l’individuo femineo. Trovate un maschio, e poneteglielo accanto, e non starà guari a dar frutto. — Si recidano alle piante monoiche tutti i fiori maschi, innanzichè siasi operato il loro aprimento, e tosto ne sarà impedita la fecondazione. Ben di ciò fanno fede gli agricoltori, che attestano per fatto costante, come le grosse pioggie, che sopravvengono in sullo schiudersi delle antere, turbando l’azione del pulviscolo, mandano a male il ricolto dei grani. — E ponete pur mente al fatto degli ibridi. Allorché due specie non identiche si fecondano a vicenda, il seme, che risulta da questa fecondazione, ci dà un individuo, che non ritrae nè l’uno, nè l’altro dei genitori, ma tiene un non so che d’entrambi. La quale mescolanza di caratteri, altri appartenenti alla pianta che ha somministrato il polline, altri a quella che ha fornito gli ovoli, dimostra, che vi ebbe reciprocanza d’azione. — Sonvi poi dei fiori, quali le rose, i garofani, i ranuncoli, gli anemoni, le violaciocche, ed altri molti, che possono essere abbelliti dalla coltura coll’indoppiamento dei loro petali. Ma un abbelli[p. 53 modifica]mento sì fatto torna sempre a scapito degli organi sessuali, dappoichè, dove tutti i medesimi di tal guisa si trasformino, il fiore ne diventa infecondo.

All’evidente testimonianza di questi ed altri fatti assai (che per brevità qui si taciono come meno importanti) qual’uomo sensato oserebbe porre in dubbio tuttavia l’esistenza dei sessi nelle piante? Porre in dubbio l’alto ufficio a che natura destinava questo stupendo apparato di stami e di pistilli? Sono adunque i fiori, giusta la felice espressione di Linneo «altrettanti talami, ove giovani amanti offrono incessantemente puri sacrifizj ad Amore.» Se non che identico nel fine, vario e diverso apparisce nei modi, onde si compie, questo sapientissimo lavoro della fecondazione, vario e diverso nei fenomeni dai quali viene accompagnato. Giovi adunque pur di questo toccar brevemente quel che più rileva. Ella è legge generale nel regno dei vegetabili, che la polvere fecondatrice del maschio arrivar debba immediatamente sullo stimma, perchè l’ovolo acquisti facoltà di germinare. A tale oggetto basta alle volte la sola forza con cui scoppia l’antera, sicchè la polvere possa almeno in parte diffondersi sulla stimma; ma la relativa posizione di quegli organi in alcuni fiori è tale, che sembra a prima giunta essere anzi contraria a così fatto scopo. In somiglianti casi la natura accorre pronta al rimedio con ben acconci provvedimenti. In generale serbano posizione ritta quei fiori, che

[p. 54 modifica]presentano gli stami più lunghi del pistillo, laddove pendono vôlti in giù que’, che hanno corti gli stami. Nei fiori campaniformi, come in molti fra i gigli, mercè appunto la detta attitudine della corolla a pendere all’ingiù, quando screpolano le antere, avviene, che il polline cada facilmente sullo stimma. — Quando poi i sessi sono divisi di fiore, ma però raccolti su di un medesimo pedale, i maschi sogliono occupare un posto più alto delle femine, di modo che il polline, cadendo, possa scontrarsi con queste; come si può vedere, per citare una pianta volgare, nel tormentone o grano turco. In altre piante, pure monoiche, i maschi trovansi riuniti in gruppetti accanto e frammisti ai fiori feminei, a mo’ d’esempio negli amaranti. In tutti poi gli stami sono in tal copia, che sovente all’epoca della fecondazione il suolo appare come colorito del loro polline. — A voi anche non è ignoto esservi tra le piante, specialmente poi tra gli alberi, parecchi, nei quali i fiori staminiferi, ed i pistilliferi di una medesima specie crescono su due diversi pedali. Trovandosi in loro gli organi generatori separati, natura provvide a togliere il danno di sì fatta separazione. Epperò mirabilmente dispose, che gli individui maschi e le femine di tali specie avessero a sorgere per lo più a brevi distanze gli uni dalle altre, e la fioritura loro avvenisse quasi sempre a un tempo stesso per modo, «che i maschi sieno presti a slanciare il polline quando [p. 55 modifica]pronte son pur le femine ad accoglierlo con effetto.» E notisi ancora, che così fatte piante fioriscono d’ordinario prima di mettere le foglie, onde il polviscolo possa tanto più comodamente arrivare nel seno del pistillo. — A questo aggiungi essere il polline una materia cotanto sottile e leggiera, chè la più lieve auretta ha virtù di portarlo a grandi distanze. Certo i poeti cantando gli amori di Zefiro e di Flora vollero leggiadramente accennare alla parte importantissima, che nell’opera della fecondazione delle piante è dovuta al vento; onde il Mascheroni nell’invito a Lesbia:

«. . . . . . allorchè i furti
Dolci fa il vento sugli aperti fiori
Degli odorati semi, e in giro porta
La speme della prole a cento fronde.
»

Non sempre però gli amori delle piante riescono sì agevoli e tranquilli come questi, che dipinge il poeta. «Mentre di fatto alle falde del monte un lieve venticello è bastevole a mantenere tra i fiori di vario sesso un dolce commercio di voluttà, fa d’uopo invece di tempeste e di uragani per maritare sovra alti scogli il cedro del Libano col cedro del Sinai, il palmizio di Tunisi con quello di Otranto.»

Ma di ben altri ancor più meravigliosi accorgimenti vediamo giovarsi la natura alla riproduzione de’ vegetali. Così, per esempio, chi non sa essere l’acqua grave impedimento all’azione del [p. 56 modifica]polline sul pistillo? Or bene: ad ovviarne i tristi effetti le piante aquajole al tempo della fecondazione sollevano fuor delle onde i loro fiori, li schiudono alla superficie di esse, poi li sommergono di nuovo quando il felice connubio è compiuto. Tale la ninfea o cappero di padule: tale la vallisneria, una delle piante più comuni nei nostri laghi e fossati, e insiememente delle più singolari pel modo con cui in essa appunto si opera la fecondazione. Perchè è da sapere, che nella vallisneria il maschio e la femina fioriscono sovra stelo separato. I fiori femine sono sostenuti da un gambo ravvolto in ispire elastiche, che di tanto si allunga, o contrae, di quanto l’acqua si innalza, o si abbassa. I maschi mancano quasi affatto di peduncolo, e stanno allogati presso la radice. Così parrebbe a primo aspetto tolta ogni possibilità di contatto tra i due sessi; ma che? ammirate provvidenza della natura! Nella stagione appunto degli amori i maschi, spiccandosi affatto dai sostegni loro, vengono a galla, si aprono, e spinti in varie direzioni dal vento incontrano i fiori femine, e loro si accostano per fecondarli. Ricevuto l’amplesso maritale, la femina ritorce il peduncolo in ispire più serrate, e ritira i grani da maturare sotto le onde. In altre di queste piante aquatiche, come in qualche specie di ranuncoli, una bollicina d’aria forma attorno al fiore una specie di volta, sotto cui, come dice Martin, «amore celebra le sue nozze anche di mezzo alle acque.» [p. 57 modifica] Ma non basta, che gli organi generatori siano nella pianta disposti con quella maestria ed opportunità, che vedemmo, natura volle che, al tempo degli amori ricevessero una insolita energia ed eccitabilità, perchè più pronti fossero ad adempiere l’ufficio loro. Di che piacemi addurre alcuni esempi de’ più notabili fra i tanti, che l’osservazione ebbe a rilevare. Se la capuccina (tropaeolum majus) prossima a fecondarsi fu veduta mandar lampi di luce; se negli Ari la temperatura dello spadice, fino a tanto che dura l'opera della fecondazione, aumenta di molti gradi; in varie altre piante si videro stami e pistilli al più legger tocco appalesare notevoli commovimenti, come avviene di que’ filuzzi che sostengono le antere nel fiore del crespino (berberis), e delle labbra dello stimma nel fior bocca di leone. — Nè questi moti sono sempre l’effetto di estraneo stimolo, talvolta succedono di per sè, e quasi spontaneamente. Gli stami contraendosi, ora parecchi insieme, come nella loasa e nella ruta, ora l’uno dopo l'altro, come nella parnassia, ora a due a due, come in certe specie di sassifraghe, si piegano verso il pistillo, lo toccano e vi spargon sopra la polvere fecondatrice. Talvolta ancora dassi il caso (come nel fior di passione, nello sfenice e, in modo più segnalato, nella collinsonia) che l’organo femineo vada in cerca dei maschi. «Nell’ultima delle nominate piante il pistillo accostandosi alternativamente quando [p. 58 modifica]all’una, quando all’altra delle coppie maschili il fa con tanto impeto e gagliardia, che spesso tocca i fiori vicini, e sposa infedele, s’impregna del loro polviscolo.» — Finalmente i moti dei due organi ponno operarsi simultaneamente. L’antera e lo stimma, spinti da ugual desiderio, si movono ad un tempo l’uno verso l'altro per stringersi in dolce amplesso nuziale. Ma come nel regno animale, così anche in quello delle piante, i movimenti degli organi feminei sono i meno frequenti, «quasi un vago senso di pudore rattenga il sesso men forte, e al più forte sia serbato di farsi assalitore.» Ma qui, tuttochè natura ci presenti molte e molte ancora di cotali provvidenze non meno singolari, non meno stupende, non addurrò altri esempi; chè a sè mi chiama più sottile e arcano subjetto, degnissimo della nostra più particolare attenzione; vo dire il modo con che il polline accede agli ovetti della femina per sollecitarli a nuova vita, e farli abili al germinare.

Giusta l’idea, che già ci siamo formata dell’organizzazione del grano pollinico, del tessuto conduttore del pistillo, e delle altre parti che a quelle si atteggiano, non sarà difficile intendere quanto sto per dire su questo supremo atto nella vita della pianta, seguendo la dottrina dell’Amici, che primo riuscì a squarciare il velo, ond’era avvolto il misterioso fatto. Riferirò le osservazioni del nostro gran fisico colle parole medesime con cui le fece [p. 59 modifica]conoscere ai dotti il Prof. Calamai in una bella memoria letta alla Accademia dei Georgofili di Firenze nell’adunanza del 2 gennajo 1840.

«Allorchè il grano pollinico si è portato sullo stimma, avviene, dice il Calamai, che dalla parte più prossima a questo, la membrana esterna del granello si rompa. Dal pertugio esce fuori l’interna membrana in forma di budello, che prolungandosi di continuo e con celerità, si intromette fra le papille medesime dello stimma, ne dilata il tessuto, e si insinua e scorre lungo le fila degli otricelli, che lo compongono fino all’estremità opposta del tessuto medesimo. Di tal guisa questo budello passa nello stilo, e da esso nell’ovaja. Quivi pervenuto non segue no una direzione incerta o casuale, ma quasi condotto da una sicura guida, da un sentimento, che non può errare, si avvicina agli ovetti, e trovatone uno, s’interna pel micropilo, si spinge fin presso il sacco embrionale, ed ivi si arresta ....... La materia cinerea (fovilla) contenuta nel budello stabilisce in esso una particolare circolazione, che si effettua dal grano pollinico lungo il budello per l’uno dei lati sino all’apice; e dal budello per l'altro lato rimontando sino nell’interno del grano stesso, e così via via.» Tale e tanta è l’evidenza di siffatti movimenti, che non solo ne è tocco di grata meraviglia chi fassi per la prima volta ad osservarli, ma gli è tolto ancora [p. 60 modifica]ogni dubbio per modo, che pigliar equivoco quanto alla loro significanza non potrebbe. «Il budello in questo suo tragitto (continua il Calamai) non si apre in nessuna sua parte, e l’apice di esso, che giunge fin presso il sacco embrionale (per quanto si è potuto vedere), non lascia fuggire la benchè piccola porzione della propria materia. Se non che i movimenti testè citati vanno gradatamente diminuendo, finchè dopo un tempo più o men lungo cessano al tutto.» Arrivato che sia il budello pollinico fin presso al sacco embrionale, si manifestano negli ovoli coll'andar del tempo tutti que’ cangiamenti, pei quali acquistano virtù di riprodurre un essere simile a quello, che li ha ingenerati.

Tale dunque è secondo l’Amici il magistero meraviglioso, stupendo, che la natura adopera al fine di perpetuare la specie vegetale mercè l’atto della fecondazione. — Non devo per altro tacervi, o giovani, che questo stesso importantissimo atto della vita nelle piante, non è da tutti i botanici spiegato nel modo, che or ora esponeva. — Una ipotesi recentemente proposta in Germania dallo Schleiden e dall’Endlicher, mentre accetta i fatti, quali ci sono porti dall’Amici, darebbe loro ben diversa significazione, e tutt’altro ufficio agli organi mercè i quali viene attuata. Lo Schleiden adunque opina, che l’embrione non preesista già nell’ovolo all’entrata in esso del budello pollinico, sibbene [p. 61 modifica]ch’ei venga a formarsi da questo nel modo, che or diremo. Il budello pollinico, stando allo Schleiden, penetrato nella nocella, si dilata nella sua parte inferiore, dove tutta si viene a raccogliere la fovilla. Questa poi, organizzandosi forma quivi, a sua delta, l’embrione, il sospensorio del quale sarebbe costituito da quella porzione del budello pollinico, che eccede. La membrana della nocella spinta all’indentro dalla estremità del budello, che vi urta contro, e vi si innichia come tra le duplicature di una saccoccia, fornisce all’embrione, come il luogo adatto, così ancora le materie necessarie al suo completo svolgimento.

Molte, e molto gravi sono però le objezioni che si possono movere contro una teoria, che fa del polline l’organo femineo, e dell’ovario un semplice concettacolo; epperò noi non esitiamo a respingerla ricisamente. Osservatori fedeli e diligenti hanno messo fuori di dubbio l’esistenza della vescichetta embrionale dentro il sacco dello stesso nome innanzi ancora, che le si accosti il budello pollinico, laddove nella estremità di questo non venne fatto trovarne indizio alcuno. Arroge: il budello pollinico non penetra sempre fino alla vescichetta embrionale; che anzi lo vediamo in molti casi arrestarsi fuori della nocella e perfino del micropilo. Alla ipotesi divisata dallo Schleiden si oppone ancora il misterioso fenomeno della Partenogenesi, della quale ragion vuole, che io tocchi qui brevemente, e come a dire di passata. [p. 62 modifica] Che alcune piante, specialmente tra le dicline, potessero produrre ovoli atti a germinare senza l’opera del polline fecondatore, è opinione antica propugnata principalmente dal Tournefort, dal Pontedera, dallo Spallanzani, più tardi dallo Schellver e dal Henschel, a ciò persuasi dai molti esperimenti, che fecero in tal proposito nella canape, nello spinaccio e nelle zucche. Circa l’esattezza di così fatte osservazioni si mossero, è vero, non pochi dubbii in diversi tempi, e da molti botanici; se non che ai giorni nostri nel meraviglioso fatto della Caelebogyne trovarono esse, quando men si aspettava, validissimo appoggio. È la Caelebogyne una specie di piante dioiche della famiglia della Euforbiacee, della quale si coltivano in Inghilterra solo gli individui femine. Or bene: cotal pianta, vuolsi fruttificasse più volte producendo semi perfetti e atti al germinare, senza che mai si potesse scoprire ne’ suoi fiorellini il minimo indizio di antera, o di polline. La quale circostanza, dove fosse pienamente accertata, darebbe, come si vede, l’ultimo crollo alla teoria dello Schleiden. Per amore del vero dobbiamo però confessare che sull’argomento della Partenogenesi avvi molto ancora a discutere, molto a investigare. Imperocchè quand’anche si voglia dubitare dell’esattezza delle osservazioni di Karsten, il quale afferma d’avere veduto nella Caelebogyne ilicifolia de’ fiorellini ermafroditi monandri (Annal. des Sc. Natur. IV Ser. vol. 13) [p. 63 modifica]è pur cosa nota ai botanici, che nelle piante alcune volte l’embrione è surrogato da un bulbetto, il quale, non essendo altro che una gemma, si può svolgere per bene senza che ci occorra fecondazione; in secondo luogo, anche nel regno vegetabile potrebbe avverarsi quello, che accade in alcuni insetti, che una sola fecondazione basti a una serie più meno numerosa di generazioni successive; da ultimo non è fuori al tutto del probabile, che qualche parte dell’ovolo in alcune piante adempia le funzioni di organo maschile; come pare abbia veramente dimostrato pel fico il dotto mio collega, e amico Prof. Gasparrini.

Ma ritraendoci da un argomento ancora troppo controverso, e oscuro perchè da esso se ne possano cavare valide conclusioni, rimane ciò non di meno accertato, che la fecondazione col mezzo dei sessi è il modo più generale, di che si valga la natura affine di perpetuare la specie vegetale, adoperandovi quelle cure, che già vi ho fatto conoscere. E valga il vero, in questa importantissima opera tutto è ordinato, tutto congegnato e disposto meravigliosamente ad agevolarne le interne operazioni, a difendere la pianta da ogni offesa e disturbo di fuori. -― E avvertite ancor questo. In quel breve, ma solenne momento, in cui la fecondazione si compie, una insolita energia, una specie di orgasmo si appalesa in tutte le parti del fiore, che vediamo atteggiarsi nel modo più grazioso, e lusinghiero che [p. 64 modifica]a lui sia dato, e spiegare tutta la pompa di sue attrattive. Non mai come allora spiccano vivi e brillanti i colori, nè mai più soave è l’olezzo che spande d’intorno. Una vita, direi quasi d’ebbrezza e di voluttà, gira negli organi generatori, che li spinge a slanciarsi fuori di se, e a cercare campo più largo in altri individui. Mentre celebrano gli sponsali, diresti, che anch’esse le piante acquistino senso e intelligenza, anch’esse si accendano di amorosi affetti. Ma, non sì tosto l’arcano magistero è compiuto, ecco cessare negli organi che vi han preso parte ogni sorta di movimento. «Per alcun tratto essi restano immobili, e come spossati, poi ripiegando flaccidi, ed avvizziti sovra se stessi, e col lento risolversi delle fibre accennano alla vicina e inevitabile loro distruzione.» La natura ha conseguito il suo scopo supremo; pera l’individuo, che importa? La conservazione della specie è assicurata. Se la morte a mano a mano invade i membri di questa grande famiglia, come di tutto ciò che ha vita e organizzazione, la famiglia stessa dura però immortale.