Alcuni discorsi sulla botanica/II/La botanica appo gli antichi/Gli orientali

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Gli orientali

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II - La botanica appo gli antichi II - I Greci
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I.


La Botanica appo i popoli d’Oriente i Chinesi, gli Indus, i Fenicj, i Babilonesi, gli Egiziani, gli Ebrei.


La Storia, che ha suo fondamento nella testimonianza degli uomini, non ha contezza di alcuna culla primitiva di civiltà. L’Egitto, Babilonia, Ninive, la Pentapotamia indiana, la China sono altrettanti centri luminosi di antichissima coltura, i cui raggi si incontrano e si confondono sull’ultimo orizzonte della scienza storica. Il perchè poco importa, che altri nella ricerca delle prime origini di una scienza qualunque pigli le mosse dall’una piuttosto che dall’altra di sì fatte nazioni; questo è certo ad ogni modo, che niuna è di esse, dove la civiltà non sia tanto antica da farti parere al paragone moderne affatto quelle dei Greci e dei Romani. A noi piace pertanto, come già piacque ad altri assai, incominciare da quel popolo chinese, il cui civile ordinamento precorre di tanti secoli fino il nome dei nostri popoli d’occidente. Solo il popolo chinese, se pure non si voglia fare un’eccezione per gli Egizj, può risalire per una serie non interrotta di memorie accertate a suoi principii. Testimonii scritti della prisca sapienza chinese [p. 27 modifica]sono i libri detti King. In questi si racconta che King-Noung, l’inventore dell’aratro e della medicina, il quale vuolsi vivesse 3200 anni av. Cristo, avesse tale una cognizione delle piante, che tutte le sapeva distinguere e denominare. Antichissima presso i Chinesi è l’arte di coltivare le piante e di fare i giardini. Ai tempi di Yu che regnò 2200 anni prima dell’era nostra, già era comune nella China la coltivazione della secale, del riso, del sagù e fors’anche del Thè e del Baco da seta. Yu è pure creduto l’autore di un opera enciclopedica di Storia naturale in duecentosessanta libri (il Chan-hay-king) nella quale con verità e precisione, e non senza eleganza vengono descritti molti oggetti naturali. Rispetto poi ai giardini è cosa storicamente comprovata, che l’Imperatore Tessen vissuto 1200 anni av. C., e però contemporaneo alla spedizione degli argonauti alla conquista del velo d’oro, ne fece costruire uno splendidissimo per raccogliervi e coltivarvi ogni maniera di bellissime e rarissime piante. Sotto altri imperatori la passione pei giardini nella China fu recata tanto avanti, che si pensò perfino a vestire con foglie e fiori di seta ad arte profumati gli alberi, quando questi pel rigore della stagione mancavano di quel naturale loro ornamento. Tuttavia non sapremmo così facilmente indicare quali fossero le piante, onde amavano i Chinesi abbellire i giardini; ne’ quali, oltre le già ricordate, quelle, che usavano ai bisogni di una civiltà già tanto avanzata.

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Se dai Chinesi passiamo agli Indus, che forse li precedono per antichità, poco potremo dire sullo stato di loro coltura, avvegnachè appena da mezzo secolo l’attenzione degli Europei siasi rivolta con speciale fervore allo studio della lingua sanscritta. Sappiamo ciò nullameno, che anche presso di loro esistevano alcuni trattati scientifici, i quali andarono perduti per la più parte. Il secondo libro degli Upas-Vedas, il più antico e sacro monumento della civiltà dei popoli Indiani, libro che rimonta a quattordici secoli av. C., era dedicato quasi esclusivamente alla medicina ed alla descrizione degli esseri naturali.

La mancanza di storici documenti ne toglie di poter accertare a qual grado di sviluppo fossero venute le scienze di osservazione presso i Babilonesi, i Caldei, gli Assirj, la origine delle quali nazioni si perde tra le favole di tempi oscurissimi. Che però alcune di tali scienze molto avessero progredito tra quelle genti, facile è congetturarlo, quando si ricordino le magnifiche città da essi abitate, poni esempio Ninive e Babilonia, e l’esteso commercio che facevano, e lo stato fiorente di loro agricoltura. Di uno speciale amore di questi popoli per le piante fanno fede i giardini pensili di Semiramide, vissuta 2055 anni prima dell’era volgare, i quali erano tanto decantati per tutto l’Oriente, che Alessandro, movendo da Celone ai pascoli di Nisa, si trovò indotto a deviare dal cammino [p. 29 modifica]per visitarli. Senonchè ogni traccia del sapere di questi popoli, come altresì dei Medi, dei Persi, il cui impero ai tempi di Ciro stendevasi dall’Indo al Mediterraneo, giace sepolta sotto la polve che copre i monumenti di loro grandezza. Appena del persiano Zoroastro sappiamo, perchè Plinio il riferisce, come abbia scritto un’opera sulla sementa e sulle piante magiche, e leggiamo altresì in Plutarco, che Lisandro spartano trovò Ciro il giovane nel suo giardino di Sardi da lui piantato colle proprie mani. Nè tampoco potremmo assicurare in che vantaggiassero cotesta nostra scienza le avventurose navigazioni dei Fenicii, che in quelli antichi tempi tutti correvano i noti mari dalle acque della Bretagna all’Oceano indiano, mediatori del commercio universale. È da credere ad ogni modo, che questa nazione animosa, infatigabile, ingegnosissima, cui dobbiamo il vetro, la porpora, l’alfabeto abbia giovato grandemente a diffondere le cognizioni delle piante e dei loro prodotti, tanto più se consideri, che delle tante sue città le più famose per opulenza vennero in grido appunto per l'eccellenza in quelle industrie, che dalla nostra scienza traggono loro principale sussidio, voglio dire la nautica, la tintoria, il commercio delle spezie e dei profumi.

Documenti per converso provatissimi ci stanno a testimonianza della estensione e profondità, che nel fatto delle cognizioni naturali vantar potevano gli Egiziani, la civiltà dei quali fanno risalire a [p. 30 modifica]poco meno che cinquemila anni av.C. Vuolsi dare per accertato, che Menes, l'uno dei Re di quella dinastia, che innalzò le piramidi, vivesse niente meno che 3900 anni av. C. Se così fosse, non potrebbe parere di troppo ardita l'opinione di coloro, che tengono, fossero già percorsi ben 1000 anni di progresso continuato, innanzi giungesse l'Egitto a quella perfezione dell'arte, che la costruzione di quelle portentose moli farebbe supporre. Del resto non è punto dubbio, che gli Egizj furono i primi a tessere il lino e la canape, a scrivere sulle foglie delle palme, a convertire in alimento il grano e l'orzo, a spremere l'olio da semi diversi. L'arte di imbalsamare i cadaveri, cui essi portarono a una perfezione, che in tanto progresso della scienza noi possiamo piuttosto ammirare che emulare, basterebbe a chiarirci, quanto si fossero addentrati nella cognizione delle qualità delle piante. Nei geroglifici scolpiti sui loro monumenti molte specie vegetabili sono rappresentate con tanta esattezza, che la scienza vi trova un perfetto riscontro colle piante viventi. Tali il Nelumbio, il Papiro, il Sebesto, la Squilla, il Sicomoro.

Gli Ebrei venuti 1713 anni av. C. dalla Mesopotamia in Egitto, dove per molte generazioni gemettero schiavi, s'avvantaggiarono non poco delle cognizioni dei loro oppressori. La Bibbia, mirabile documento della antica loro sapienza, ridonda di preziose notizie sulle cose naturali. E quanto alle [p. 31 modifica]piante ad ogni passo ti venirono innanzi e i cedri del Libano, e la vite, e i colti oliveti, e l’odoroso nardo, delizia delie vergini di Sion, e la rosa e il giglio, e il palmizio, e il prezioso papiro. Il per dir tutto in poco, fino da tempi immemorabili erano noti agli Ebrei il melagrano, il giuggiolo, lo spia di Giuda, il pistacchio, il terebinto, il mastice, il ginepro, il cotogno, il mandorlo, il noce, il castagno, il fico, il leandro, il mirto, il bosso, l’alcana, il salcio di Babilonia, il platano d’oriente, il leccio, il cipresso, la palma bdelio; quando poi in grazia dei viaggi intrapresi dai navigli di Salomone, i traffichi degli Ebrei si estesero ai vicini popoli dell’Asia e dell’Africa, vennero anche presso di loro introdotti il legno rodio, l’ebano, il sandalo rosso, il legno agalocco, la canfora ed altre droghe ed aromi. Rispetto ai cereali gli Ebrei coltivavano l’orzo, il frumento, la secale, il farro; fra gli erbaggi principalmente la fava e la lenticchia. A condimento dei cibi adoperavano la cipolla, il porro, il cimino dolce, il coriandolo, l’acoro aromatico, e sapevano estrarre l’olio dall’ulivo, e a quanto pare anche dal ricino. Materie a tessere fornivano il lino, il cotone, il papiro, e tra le cucurbitacee mangerecce tenevano in pregio il popone, il poponcino di Gerusalemme e il cocomero.